Letture Varie

Nessuna storia é a lieto fine ma è bella lo stesso se si smette di raccontarla in tempo.
(dedicato alle mie donne: Mara, Amarilli, Melissa e Clarissa.)

CAPITOLO I

IL CASO E LA NECESSITA'
Statua della Liberta'- A scuola ho studiato francese e tedesco. -
L'ho dovuto dire sempre più spesso negli ultimi mesi perché il cinema italiano é in crisi.
A memoria mia é sempre stato in crisi ma stavolta sembra grave. Siamo a metà degli anni Ottanta, secolo ventesimo ovviamente: il western spaghetti é morto, la commedia all'italiana non tira più e la televisione imperversa vista da tutti e scritta da nessuno. E io scrivo per mangiare. Anche il mio agente deve mangiare e mi cerca datori di lavoro americani.
Decine di attori, registi, operatori, scenografi e produttori in cerca di fortuna fanno i pendolari Roma-Los Angeles. Chi non parla inglese finge di capirlo per non cambiar mestiere.
Per i registi è facile: imparano a dire "go", "close up", "fuck off", "intercourse" e poi chiamano il daily coach, un bilingue che gli fa godere l'americano.
Per tecnici e maestranze è un problema di cibo ma ormai anche a Beverly Hills si mangiano discreti spaghetti all'amatriciana.
Per gli attori è un po' più duro: per ficcarsi in testa battute straniere devono violentarsi il birignao.
Il mio amico Pigozzi, un precursore che si fa chiamare da sempre Alan Collins, mi ha detto che nei primi tempi del suo english acting oltre alle proprie battute doveva mandare a mente le ultime parole di quelle dei colleghi per sapere quando "attaccare". Un giorno, dovendo "entrare" dopo un "ready" con un "up yours!", stava con le orecchie ben aperte per non lasciare silenzi morti che avrebbero tolto verità alla scena, quando un senatore in visita agli studios disse una frase ai microfoni della TV finendo proprio con la parola "ready". Per riflesso condizionato Alan Collins sparò il suo "up yours!" applaudito da sette milioni di spettatori.
I nostri attori sono abituati da anni a petare inglese, con accento siculciociarnapoletano perché tanto sono doppiati sia in inglese che in italiano.
A Cinecittà e dintorni non c'è più film, tranne qualche commediola pecoreccia, che non venga girato in inglese per via delle labiali: i mercati internazionali non sopportano labbra dicenti "marmellata" mentre le orecchie sentono "jam".
Uno dei nostri grandi attori giurò pubblicamente negli anni Settanta che non avrebbe mai pronunciato sul set una sola parola inglese e per mantener fede alla promessa recita ora in silenzio, muovendo le labbra secondo le sillabe americane e va benissimo lo stesso.
Le sceneggiature si scrivono ancora in italiano e son tradotte prima di andare sul set, ma ci vanno sempre più di rado e noi autori dobbiamo cercare produttori americani e, ahimè, loro vogliono copioni in inglese.
Ho provato a far tradurre a spese mie la sceneggiatura di Stradivari e ho pagato trentamila lire a pagina per la certezza di una traduzione corretta e il sospetto che il copione fosse morto come l'italiano del liceo classico.
Mi diceva mia madre nei tempi beati dell'adolescenza, ignorando il mio grande amore per una compagna di scuola, che le cose ben fatte son quelle che si fanno da soli.
Ma io, da solo, sceneggiature e dialoghi, soprattutto dialoghi, li potrò scrivere mai in inglese?
- Mai!- mi conferma categorico il direttore della Panvista English School fissandomi la rètina - Neanche vivendo a Los Angeles per dieci anni. E le dimostro subito il perché. Vede quelle signore?- m’indica due piacenti femmine impellicciate visone selvaggio che lo stanno attendendo davanti alla sua scrivania- Lei direbbe ad alta voce "cazzo"?-
- A freddo? -
- Adesso. Senza motivo. Forte, che la sentano le signore.-
- Senza motivo no.-
- Benissimo. Adesso io le dico che in America cazzo si dice prick. Dica ad alta voce "prick".-
Esclamo con forza:
- Prick!- Le due signore mi danno un'occhiata annoiata e il direttore esulta:
- Ecco vede? Lei sa che prick vuol dire cazzo. Lo sa il suo cervello superficiale ma il suo cervello profondo non lo sa e quindi la parola prick non solleva in lei assolutamente niente. Per lei non ha colore, capisce? E non ce l'avrà mai. Il cervello profondo non recepisce più i colori delle parole dopo gli undici anni.-
- Un'altra cosa non avevo recepito.-
- Ossia?-
- Che quelle due signore sapessero l'inglese.-
- Of course che lo sanno- ride il direttore- sono mia moglie e mia figlia. Due autentiche Wasp: entrambe nate a Boston.-
- Don't say bullshit, dad!- gorgheggia uno dei due visoni.
- E senza i colori del cazzo non posso scrivere dialoghi, vero?- urlo forte e chiaro. I due visoni sorridono e il direttore annuisce vigoroso come un bisonte.
Per aumentare la mia disperazione Carlo Ponti ha preso l'abitudine di sogghignare ogni volta che mi firma modesti assegni in lirette e me li sventola sotto il naso con finta aria dispiaciuta sospirando che se fossi nato in California mi darebbe dieci volte di più e in bei dollaroni sonanti.
Poiché ho famiglia e sono piemontese, non mi abbandono al pessimismo e mi iscrivo al corso intensivo della Panvista English School insieme alla mia bionda metà: venti giorni di full immersion con professori e video dalla mattina alla sera.
Non andrà nel cervello profondo ma qualcosa da qualche parte va perché riesco a chiedere centomila dollari a un ebreo californiano di Fresno che vuol far scrivere a me e a Ezio Pizzi una storia sull'attentato subìto da Giovanni Paolo II.
Ezio ha avuto la fortuna di essere stato prigioniero di guerra degli Yankee e di avere poi sposato una bella Elena di Milwaukee. Da una prigione all'altra, per lui la lingua dei carcerieri non ha più segreti.
Il produttore di Fresno ride e mi risponde, masticando inglese e sigaro, con una manata sulle cosce. Ho imparato a dire "one hundred thousand dollars" ma non a capire le risposte. Guardo il sigaro masticato: forse avrà parlato in yiddish...
Sto per scendere di ventimila dollari ma il collega bilingue mi ferma in tempo:
- Dice che è troppo poco.-
Guardo ammirato l'americano: in trent'anni di carriera, "troppo poco" non me l'ha mai detto nessuno. Alla faccia di tutte le storielle sugli ebrei e sul loro attaccamento al denaro: bisogna proprio impararlo 'sto prick di inglese!
Mi viene in soccorso morale il direttore della Panvista English School complimentandosi per i miei progressi e raccontandomi che Conrad imparò l'inglese a quarant'anni eppure riuscì a scrivere i suoi famosi romanzi. Fiorisce un sorriso sulle mie labbra ma lui me lo recide subito:
- Non dialoghi parlati però! E l'inglese d'America cambia da posto a posto e di mese in mese!-
- Pazienza. Scriverò i dialoghi in italiano e me li farò tradurre.-
Il direttore sorride da muovere le orecchie: ho trovato un aspirante collaboratore. Mi prende sottobraccio per nuovi consigli affettuosi:
- Devi andare un po' negli States. Non in albergo come un turista, devi andare in casa di amici, parlare, parlare, stare sempre in mezzo agli americani.-
Lo guardo fisso e si mette una mano sul cuore: non ha più casa a Boston. Mi metto la mano sul cuore anch'io: non ho amici americani.
Sembra che non ci sia soluzione.


TU MI DAI 'NA CASA A ME, IO TI DO 'NA CASA TE....
"Cambio villino al Circeo con due camere a Manhattan", così il Messaggero a pagina dodici su tre colonne."
Ci sono dei momenti nella vita in cui ci si sente chiamati: io ho un villino al Circeo e mi servirebbero due stanze a Manhattan!
L'articolo parla di una nuova moda: lo scambiocasa, scritto così tutta una parola: homexchange. Ci sono migliaia di americani vogliosi di Italia disposti a cedere le loro case in cambio delle nostre. Roma è in testa alle preferenze. Per ragioni storiche, penso io. No, per il film "Vacanze Romane ", dice il giornalista, e la scena della Eckberg nella fontana di Trevi ne "La Dolce Vita". C’è un recapito americano: scrivo e con venti dollari di spesa mi arriva a casa un volumetto zeppo di indirizzi e di fotografie di case.Sono migliaia di villette a uno o due piani con giardino, spesso con piscina, sempre con aria condizionata e full appliances, ossia con tutti gli elettrodomestici che per lo standard americano vanno dal microonde al congelatore passando perManhattan! lavapiatti, lavapanni, asciugatore, frigo da macelleria all'ingrosso, tritarifiuti, broiler, grill e frullatori vari.
In questi giorni c'è ancora l'URSS, San Pietroburgo si chiama Leningrado e quasi tutti i miei amici intellettuali si dichiarano comunisti convinti, ma l'appena arrivato Gorbaciov deve già aver visto questo catalogo e gli è venuto una voglia perestroika di fare un cambio casa:
"AAA. Cedesi grande appartamento al Cremlino con annessa direzione di superpotenza evanescente in cambio di un villino pressi di Berkeley, San Francisco, con possibilità di conferenze su come distruggere l'URSS senza combattere."
Nella mia villetta al Circeo l'aria condizionata non c'è, non c'è neanche la lavapiatti, il frigorifero è da 90 litri però nel giardino ho anch'io la mia bella piscina: 9 metri per 4, ma sempre piscina è!
Convoco la Sgnuffi, moglie solo davanti a Dio, voluttuosa concubina negli anni antedivorzio, degradata oggi a borghese convivente con gli stessi diritti di una qualunque moglie dal volubile e barbaro mutar di leggi, e Sciltian ancora detto Prucino, l'ultimo della covata e unico che abbia accettato di studiare l'inglese quando aveva otto anni diventando, adesso che ne ha undici, l'anglista della famiglia, la cui collaborazione per la stesura di questi "diari di viaggio" diventerà essenziale.
Decidiamo di tentare la ventura di slancio: due scambi uno appresso all'altro: una famiglia a luglio e un'altra ad agosto! Ci "faremo" la costa est, quell’atlantica, la più vicina, la più europea, come mi dice Luciano Salce scuotendo la testa.
Scuote perché, dice lui, la vita negli USA è molto cara e due mesi laggiù con moglie e figli mi costringeranno, al ritorno, ad accettare qualsiasi lavoro e a trascurare la qualità. Gli sorrido grato: il buon Luciano mi fa credito di poter produrre "qualità" semplicemente limitando la trascuratezza.
Scrivo una dozzina di lettere sperando che qualcuno risponda. Ancora non c’è la e-mail! Tre settimane dopo ho undici lettere di risposta e una telefonata drammatica: un uomo mi parla da Boston in tono allegro ed amichevole ma io non capisco un prick.
Lo prego, nel mio inglese da venti giorni di full immersion, di limitarsi a rispondere "yes" oppure "no" alle domande che farò io.
- Ti chiami Mangione e chiami da Boston?-
Non dover usare il laterale "lei" o il plurale "voi" fa sentire subito amici.
- Yes! I'm Mangiioni and I'm calling from Newton, near Boston and...-
- Stop please!- lo blocco perentorio e poi chiedo con orribile accento e sgrammaticature ignobili aggravate dall'emozione, se vuol scambiare per luglio.
- Yes! I'm just phoning to...-
- Stop!- si ferma, sento che ansima.
Gli dico che sono d'accordo per luglio e chiedo se voglia scambiare anche le auto.
- O yes. I've got a Chevrolet...-
- Stop!- lo interrompo: per i dettagli mi dovrà scrivere perché l'inglese lo leggo ma non lo capisco, specialmente per telefono senza l'aiuto del movimento delle labbra.
- Yes.- conclude un po' triste. Io invece esulto: per luglio saremo a Boston! Anzi a Newton, un paesino satellite immerso nel verde a poche miglia dalla nobile capitale del Massachussets!
Per lo scambio di agosto, studiamo attentamente le undici lettere e scegliamo quella degli Edwards, una famiglia che ci offre una villa ad Atlanta, Georgia.
Ho comprato una gigantesca carta degli States: tra Boston e Atlanta ci sono mille miglia, milleseicento chilometri per gli eurocentrici, come da Roma a Copenaghen. Si possono fare in aereo, in treno oppure in pullman. Sciltian propone di andarci in macchina ma il pensiero di guidare su quelle enormi autostrade dalle infinite corsie viste nei film, con quei labirintici svincoli che disegnano immense dalie sulle carte, mi mette un senso di angoscia acida in fondo allo stomaco.
Propongo il pullman: così vedremo il paesaggio e attraverseremo città famosissime come NewYork, Filadelfia, Washington, Baltimora...
La Sgnuffi si impunta. Impuntarsi è una sua caratteristica: vuole stare qualche giorno a NewYork.
In questi giorni lieti quando la mia bionda a forma di violino si impunta, io uso discutere violentemente per giorni prima di accontentarla, ben sapendo che ha torto, ma per la gioia di farla felice. Avendo purtroppo fatto la cosa sbagliata lei non sarà felice e dirà che é tutta colpa mia.
La Sgnuffi non sbaglia mai: costringe sempre gli altri a decidere quello che vuole lei e se è sbagliato peggio per gli altri.
Questa volta non trova opposizione e la sua determinazione bellicosa sfuma nella perplessità: siamo tutti d'accordo, staremo tre giorni a NewYork, così il viaggio in pullman sarà meno faticoso: prima tappa Boston-NewYork, seconda NewYork-Atlanta.
Mancano pochi mesi al grande viaggio, riprendiamo lo studio dell'inglese assai più motivati. Alla Panvista scelgo "Love Story" come film propedeutico: al primo passaggio sul video è un pianto. Non capisco quasi nulla, la colonna sonora è in presa diretta con tutti i rumori ambientali su cui si distende il famoso motivetto romantico che fa da leitmotiv per tutto il film. Il direttore mi dà una trascrizione dei dialoghi: così posso seguire un po' meglio, ma alcune frasi restano incomprensibili. Sorrido alla figlia del direttore che oggi veste un miniabito firmatissimo e le chiedo aiuto:
- Il protagonista ripete spesso "up yours", per me vuol dire "su vostri", tu che sei di Boston...-
Non mi lascia neppure terminare, con un luminoso ingenuo sorriso, mi risponde:
- Vaffanculo.-
La guardo stralunato e lei ride. Mi parla con l'accento anglosassone di quando Sordi doppiava Cric e Croc:
- Cosa hai capito! Non a te!- abbassa la voce arrossendo per dire "up yours", sillabe che a me suonano innocenti, e la alza allegra per dire che significano press'a poco vaffanculo.
Se ne avessi ancora bisogno, la fanciulla mi dà un bell'esempio di che significa non captare il colore delle parole.
Vedo Love Story trentotto volte ma fino alla scena in cui il medico svela al biondo Oliver Barret che la sua bruna bellissima moglie Jenny Cavalleri deve morire. Odio chi mi vuol far piangere.
Non posso evitare l'inizio col giovane vedovo che sospira "What can you say about a twenty-five year old girl who died? That she was beautiful and brilliant? That she loved Mozart and Bach, the Beatles and me?" ma poi il film prende un ritmo veloce con un dialogo allegro e scanzonato, lontano dalla versione caramellosa del doppiaggio italiano. In inglese è un bel film: comincio ad apprezzare la lingua di Shakespeare.
Con Butch Cassidy il mio morale tocca il fondo e comincia a scavare: non capisco una parola! Parlano parlano i bravi Paul Newman e Robert Redford e dicono "Yep" per "sì" e "stick around", letteralmente "incòllati intorno" per dire "rimani". La moglie del direttore mi consiglia di lasciar perdere il genere western e mi propone Cabaret con la Minnelli.
Lo vedo tredici volte ma non riesco a star dietro alla bizzarra Liza che parla con la velocità di un fucile a pompa. Il film é bello e non mi annoio mai.
Siamo a giugno e vado a fare i biglietti. Amarilli, la mia primogenita già maritata e madre di due pargoli, mi consiglia l'agenzia Nouvelles Frontières. E' un'organizzazione francese, nonostante ciò Bernard, il direttore, è gentile e competente. Il volo che costa meno è Sabena, bisogna volare Roma-Bruxelles e poi prendere l'aereo che per Boston e Atlanta. A conti fatti, anche se all'andata ci fermeremo a Boston, conviene fare il biglietto di andata e ritorno Bruxelles-Atlanta.
Per il trasferimento in pullman da Boston a NewYork e poi fino ad Atlanta dovremo arrangiarci da soli: avrò un mese intero a Boston, anche se non capisco Paul Newman riuscirò a comprare il biglietto di un autobus!
Il buon Bernard mi prenota per tre notti, a cavallo tra luglio e agosto, un'ampia camera a due letti doppi all'Holiday Inn, Manhattan, 57esima West.
Mi dà un talloncino che chiama "voucher" e pago cento dollari per ogni notte che, Bernard assicura, sono comprensivi di tutto tranne una piccola percentuale per le tasse locali.
Poiché di questi tempi il dollaro sta quasi a duemila lire, non é proprio a buon mercato. I tre giorni in più passati a NewYork mi costeranno come uno dei tre biglietti aerei che ho appena pagato. Ma quella di NewYork è un'idea mia e la Sgnuffi si chiama fuori.
Parlando con gli amici, quasi tutti cinematografari, dopo il primo entusiasmo per l'idea affiorano curiose perplessità:
- Dare la propria casa a gente che non si conosce... -
- Anche noi per loro siamo gente che non conoscono...-
- Sì, ma vedi, loro sono americani, superficiali, senza tradizione...-
Le mogli dei miei amici, femministe accanite, reduci da violente battaglie per il diritto al lavoro paritario e sostenitrici teoriche della divisione degli obblighi di cucina, di lavatura e di stiratura, (teoriche perché hanno quasi tutte una filippina che fa i lavori domestici, raramente un filippino...) arrotondano occhi stupiti e chiedono con incrinature orripilate nella voce come possiamo permettere che degli sconosciuti mangino nei nostri piatti, dormano nei nostri letti e cachino nelle nostre tazze.
La Sgnuffi dichiara che mai e poi mai permetterebbe a mani straniere di toccare le sue cose ma noi nel villino con piscina del Circeo non ci andiamo neppure d'estate perché, sceneggiatura su sceneggiatura, abbiamo comprato un'altra casetta sulle rocce, proprio dietro il faro, con una vista stupenda per accontentare la mia innamoratissima metà che ama dipingere tramonti e mari in tempesta violentemente tagliati dalla luce dei fari.
Così superiamo alla radice uno dei problemi più spinosi che affligge i nostri angeli del focolare quando si progetta uno scambiocasa: la gelosia feticista delle proprie cose.
Magari nei piatti ci fan mangiare i loro gatti, ma un americano sconosciuto no.
Nel villino con piscina di solito passano l'estate mia sorella Giusi detta Giuspi e suo marito Pino, detto Pino, insieme alla mia vecchia "mamòta" detta "marmota".
Avvertiti per tempo, si sono affittati un appartamento in una casa accanto per luglio e agosto. E' importante che vengano ugualmente a mezzo giugno per dare un minimo di assistenza agli ospiti americani. Mia sorella ha comprato un corso su dischi per imparare l'inglese ma si è fermata alla lezione numero tre perché dopo le sembrava arabo, mio cognato non ci ha mai nemmeno provato. Dovranno esprimersi a gesti perché nessuno degli scambisti sa una sola parola di italiano. Mangione una ne sa, il suo cognome, che lui pronuncia "Mangiioni".
Lascio cartelli di istruzione in inglese dovunque: come si usa la piscina, come si usa la lavapanni, come si apre e si chiude l'acqua potabile, dove si compera e come si usa la bombola del gas, dove sono i negozi, quali sono i ristoranti più interessanti della zona, quali gite sono consigliabili, come si deve prendere il sole mediterraneo, come si usa il mio Mercedes 240 diesel e come si guida in Italia (the green light is a tip, the red one means only look out and the yellow one is for gaiety...).
C'è il problema dei soldi, non quello di averli o non averli perché chi non li ha non ha nemmeno il problema. Chi li ha e si accinge a fare uno scambio casa si deve chiedere: quanti dollari devo portare?
Mi procuro una bella carta VISA, nuovissima diavoleria per questi tempi, perché negli States dicono che ci puoi pagare anche le sigarette, compro mille dollari in contanti e duemila li prendo in traveller’s chèque, che sono quegli assegni che si possono riscuotere solo rifacendo la propria firma davanti alla faccia sospettosa di un cassiere straniero dopo avergli mostrato il passaporto.
Il biglietto aereo di ritorno é già pagato, meglio avere poca liquidità.
Luciano Salce scuote di nuovo la testa: quella cifra basta appena in Italia per un mese a una famiglia di tre persone.
- Tre persone spendaccione! Oggi in banca mi han fatto pagare il dollaro 2065 lire perché nessuno ancora sa che cosa sia l’euro…-
- Fa niente. Per un americano dieci dollari sono la mancia del benzinaio... Non ti basteranno mai!-
Mi preoccupa ma per fortuna non mi convince. Anche il bravo Luciano è travolto dalla nostra sottocultura sinistrorsa antiamericana: la prima volta che farò il pieno negli Stati Uniti pagherò 16 dollari per la benzina e scoprirò che non si lasciano mance al benzinaio perché chi non usa il self service paga qualche cents in più per litro.
Una settimana prima della fatidica partenza, vado con la mia auto al Circeo e la parcheggio davanti alla villa, poi torno a Roma con Riccardo, il marito di Amarilli, di simpatie giovanili missine che gli hanno lasciato uno strascico di antiamericanismo destrorso e ha deciso per la Grecia: sane vacanze alle origini della nostra romana civiltà. Insomma sia da destra che da sinistra arrivano sconsigli al mio viaggio americano.
L'ultima notte a Roma non riesco a dormire. Mi rombano nel cervello frasi come " How do you do?", "I am coming from Rome", "I am Italian and my name is Ernesto", "I am a writer, a ....." come si dice sceneggiatore? In preda al panico balzo dal letto e mi tuffo sul dizionario: si dice "screenplayer"!
Torno a letto ma subito altre frasette mi assalgono: "I like America very much", "How much for this?","I want a ticket to go...", "Is this NewYork?" e che diavolo, saprò riconoscere NewYork!
Ho comprato tre guide della città e le ho studiate con attenzione, e poi ho già una certa pratica.
Non sono mai stato a NewYork, ma prima che il cinema mi ammettesse nel ristretto cerchio degli scrittori pagati, usavo (questo è "I used to...", spesso mentre parlo in italiano sorprendo il mio cervello che traduce in inglese, automaticamente, per conto suo. Non so se è bene o se è l'inizio di una crisi nervosa), stavo dicendo, I was saying, che prima di guadagnare col cinema, per mangiare scrivevo, con pseudonimi americani, libri gialli ambientati a NewYork. Per renderli credibili mi ero comprato una pianta della città e così potevo far correre Jack Migol, il detective dalla vendetta facile, con la sua spider rossa giù per la Bowery, farlo girare a destra per Canal Street e fargli imboccare l' Holland Tunnel senza timore di contestazioni topografiche.
Poiché di gialli falsamericani ne avevo scritti tanti, mi ero impratichito di NewYork e adesso quando le guide mi confermano che sulla First Avenue si può mangiare il filetto alla romana, vitello tonnato e "pastas" al ristorante Parioli Romanissimo e che all'incrocio tra la Central Park West e la 79esima c'è il museo di Storia Naturale col planetario, mi sembra di esserci stato.
Ho localizzato decine di negozi, di palazzi, di musei, di club e di ristoranti per cercare di darmi coraggio e di sentirmi meno straniero quando formicherò sul fondo di quei canyon di vetrocemento in mezzo a yuppies e homeless di ogni razza senza capire una parola di quel che mi diranno.
Si incrociano le ultime lettere di conferma con gli scambiatori americani: com'è il clima in Italia d'estate? Very nice. Com'è il mare? Very clean. Che fare contro la mafia? Nothing, come i nostri governi.
Chiedo ai Mangione di Newton come sono i neighborougs e mi rispondono che sono tranquilli. Gli abitanti? Cordiali! Boston? Bellissima e sicura. Anche da Atlanta identiche risposte. Via col vento!
Sergio Leone si liscia la barba poi fa un po' di ginnastica nervosa aprendo e chiudendo le mani:
- Quando abbiamo girato "Il Mio Nome é Nessuno" a New Orleans abbiamo dovuto pagare la mafia locale per evitare guai e a New York c'è un morto ammazzato ogni dieci minuti.-
Alzo le spalle stoico:
- Tanto a NewYork ci staremo solo tre giorni...- scoprirò anni dopo che la mafia il povero Leone l'aveva nella troupe italiana che gli fece credere di aver dovuto pagare centomila dollari ad un'inesistente padrino di New Orleans.
Tonino Valerii, il regista che ha guardato negli occhi Henry Fonda mentre diceva battute scritte da me, ora mi fissa pieno di apprensione:
- E le bombe?-
Siamo a quello che ci sembra il boom del terrorismo arabo ed è un boom che esplode con tremenda frequenza anche se nessuno pensa ancora alle Twins. Rassicuro Tonino enumerando sulle dita le precauzioni prese:
- Primo: passaporti italiani perché dopo Sigonella gli arabi ci amano. Secondo: linee aeree non statunitensi, non ebraiche e non inglesi per evitare l'IRA e non spagnole per evitare l'ETA. Terzo: via Bruxelles che é la rotta più tranquilla e quarto se scoppierà una bomba sull'aereo nemmeno ci accorgeremo di morire. -
- Io vado a fare i bagni a Roseto.- conclude in tono saggio Tonino. Non l'ho convinto.


IL PRIMO GIORNO DEL PRIMO VIAGGIO DEL PRIMO SCAMBIO
Sono le sette del mattino, ora abitualmente poco vissuta da tutta la famiglia. Io sono uno scrittore notturno e le mogli degli scrittori notturni sono amanti dell'alba, non perché a loro piacciono le albe, ma perché fanno l'amore all'alba e tendono poi a dormire fino a mezzogiorno.
In quella che ancora ci sembra, per mancanza di confronti, una gigantesca hall d'aeroporto, la Sgnuffi è un grappolo di borse: acini turgidi di tele colorate, di vera pelle e di plastiche accese, dondolano ad ogni movimento dei suoi fianchi. Si ferma con aria interrogativa in mezzo a due gigantesche valigie di nylon blu munite di rotelle. Sta mimando la battuta: "Chi sarà l'uomo infame che costringe questa bellissima donna esile e frale a questo facchinaggio pesante?"
- Ognuno porterà la sua roba!- avevo sentenziato una settimana prima vedendo in corridoio allinearsi innumeri bagagli di ogni foggia e dimensione- Siamo turisti non profughi!- avevo ironizzato ben sicuro di non ottenere risultato alcuno.
Vista non sufficiente l'aria interrogativa, adesso la Sgnuffi si piega sulla destra per acchiappare la maniglia della prima valigia in una cascata di tracolle e borse a cui cerca di rimediare spingendo in alto le sue rotondità posteriori. Un marocchino, per non perdersi la visione, travolge col carrettino delle valigie un agente armato di mitra e viene sottoposto a perquisizione dettagliata per la ricerca della bomba, vera ossessione del momento.
La Sgnuffi é riuscita ad abbrancare il guinzaglio della valigia alla sua destra e ora pencola sulla propria sinistra in un ondeggiare furioso di acini rigonfi.
- Unicuique suum...- sorrido umanisticamente soddisfatto mentre poggio sui rulli il mio unico valigione. Sciltian appoggia il suo borsone dietro alla mia valigia e resta coi suoi due zaini sulle spalle: dentro ci sono i libri di scuola. E' bello avere un figlio studioso ma spero che non si annoierà tanto da doverli aprire.
La mia bionda concubina ha finalmente agguantato il guinzaglio della valigia di sinistra e sta riacquistando un precario equilibrio messo in forse dalle teorie degli attrattori strani che non fanno mai ripassare le ciondolanti borse due volte per gli stessi punti, e tira con tutte le sue forze.
Le ruotine delle valigione, carcate da mezzo quintale di short, T-shirt, pullover, collant, jeans, body, baby-doll and so on, si sentono già arrivate e non girano più.
Diventa tutta rossa la Sgnuffi, per lo sforzo che enfatizza come uno schiavo egizio incatenato ad un blocco di arenaria per la piramide di Cheope.
Sento su di me lo sguardo critico della hostess della Sabena e corro a liberare lo schiavo prendendo io le sue catene: le valigione immense si muovono solo se alzate di peso e portate sulla tela semovente a rischio di ernia.
La hostess guarda la pesa, fa un conto e mi sorride: con questa quintalata, dividendo per tre il peso complessivo dei bagagli si hanno quarantacinque chili per uno. Ci sarebbe da pagare un piccolo extra. La Sgnuffi protesta sostenendo che lei pesa soltanto 49 chili e che la somma andrebbe fatta peso viaggiatore più peso bagaglio. Un ciccione che aspetta pazientemente dietro noi scuote i suoi boccoloni rossi in evidente disaccordo.
I belgi vogliono lanciare la loro compagnia di bandiera e accettano la teoria della Sgnuffi che guarda le sue due valigie sparire nelle fauci orlate di gomma portate dal tapis-roulant e mi dà un'occhiata di apprensione:
- Sicuro che ce le mandano a Boston?-
Ho un gesto di invito alla speranza ma mi rendo conto che non basta e insisto con la hostess che controlli bene le etichette sui bagagli perché nonostante che il nostro biglietto sia fino ad Atlanta, Georgia, noi ci fermeremo a Boston, Massachusetts.
La hostess mi sorride tutta denti: non mi devo preoccupare, loro belgi sono molto attenti: troverò il bagaglio all’aeroporto di Boston. La Sgnuffi mi guarda perplessa: non mi resta che sperare nella Sabena, altrimenti sarà colpa mia.
Cerco la mano della Sgnuffi ma non la trovo nel grappolo delle borse e la tiro via per la tracolla del beauty-case. Il Prucino segue, cercando di dare al suo viso paffuto e infantile un'aria cosmopolita e mi dice serio:
- Papà, non chiamarmi più Prucino. Chiamami Sciltian.-
Il controllo dei bagagli a mano avviene tra uomini armati di mitra. Il mio borsetto supera indenne i raggi X mentre le borse di Mara scatenano tutte le suonerie.
Scatole di creme, tubetti di gel, forbicine per manicure, forcine e bigodini per capelli, tutto finisce sul banco per una divertita ispezione di giovani poliziotti a cui la Sgnuffi fa occhioni da gazzella umidi di innocenza.
Passate le borse é la volta della Sgnuffi che supera le forche caudine del metal-detector in un allegro trillare di campanelli. I poliziotti si fanno più attenti: ora la Sgnuffi si deve spogliare dei suoi metalli: venticinque cerchietti d'oro che le vanno dal polso al gomito, uno per ogni anno di felice matrimonio, otto anelli uno per dito meno i pollici, un intreccio di catene e catenine d'oro e d'argento con ottantadue ciondoli, due cascate di anelli d'oro una per orecchio e cinque grosse forcine ondulate piantate nella folta chioma bionda.
Potrebbero fermarla per esportazione non autorizzata di tesori nazionali ma la negligente ostentazione con cui la Sgnuffi si mette e si leva tutto quel metallo suggerisce più bigiotteria di piazza Vittorio che ori di Bulgari.
Per Sciltian è il primo volo e lo consuma col naso incollato al doppio vetro dell'oblò a guardare nuvole di panna. Io passo gran parte del tempo a cercar posto per allungare le gambe senza sgambettare le hostess che sgambettano su e giù fra le file dei sedili.
Atterriamo a Bruxelles accolti da una pioggerellina belga sporca di carbone. Sono le nove e l'aereo per Boston partirà alle dieci e mezza. Una brioche e un cappuccino mi costringono a tirar fuori il mio francese che quando arriva in bocca si impiglia così drammaticamente con l'inglese della full immersion che il barista mi risponde con l'ironia di Jeeves. Eppure sono stato per trent'anni orgoglioso del mio francese imparato sui diari di Casanova quando avevo tredici anni.
Anche all'ufficio bagagli sono costretto a bofonchiare in inglese per chiedere, su incitamento della Sgnuffi, se le nostre valigie siano state messe sull'aereo per Boston. L'impiegato ci guarda come poveri buzzurri e annuisce: of course. Di corsa.
L'aereo rulla sulla pista, stavolta dietro al finestrino ci sono io e sento una stretta al cuore: sto per lasciare il vecchio continente. Come già Colombo, sto puntando verso il nuovo mondo. Intorno si incrociano incomprensibili frasi che temo siano inglesi. I motori salgono di giri, fremono le strutture, vibrano le poltrone, frullano nell'aria frettolose parole e poi un fischio sottile si acuisce negli ultrasuoni e scompare: silenzio, si vola!
Non appena l'aereo acquista ala e vira ampio, il chiacchiericcio riprende fitto mentre la terra si abbassa sotto di noi. Nessuno guarda fuori dagli oblò, aprono il giornale, sistemano meglio lo schienale per un pisolino, si lasciano sommergere dai propri pensieri assumendo quelle facce vuote che mi ricordano quelle dei pendolari sul trenino della sera che portava ai Castelli.
L'aereo punta verso l'alto. Torco il collo per guardare il cielo, la faccia schiacciata sulla plastica del finestrino: lassù l'azzurro si stinge in un color cappuccino. Affascinato guardo quel marrone che incupisce al salire dell'aereo verso la quota di traversata mentre torna il disperato sogno della mia adolescenza di navigare nel nero dello spazio e diventare un veterano abbronzato da centinaia di soli...
In uno squarcio di nubi, piccola e frastagliata sotto di me, la Gran Bretagna verdemarrone su sfondo cobalto. Caro Shakespeare, essere o non essere? Non so ai tempi tuoi ma adesso essere, prick, essere!


TERRA! TERRA!
- Il pianeta gira verso oriente dandoci l'impressione che il sole si sposti verso occidente- spiego con la gioia di chi vuol travasare nel figlio la propria sapienza- Noi voliamo in senso contrario al movimento della Terra e così guadagniamo ore. Il volo durerà circa 7 ore ma quando noi arriveremo a Boston saranno solo le tre del pomeriggio invece delle cinque e mezza e dovremo mettere a posto gli orologi.-
- Allora continuando a volare così andremmo indietro nel tempo!-
Spiego che c'è un meridiano nel Pacifico per il cambio data ma perdo l'attenzione di Sciltian che ha visto qualcosa nell'Oceano e mi invita a guardare.
- Cosa sono?-
Il mare è punteggiato da piccoli scogli bianchi alla deriva.
- Iceberg! Ma... avesse sbagliato rotta 'sto pilota!-
La Sgnuffi si torce e dà un'occhiata giudiziosa:
- L'avevo detto io che era meglio se portavo anche una pelliccia!-
- A luglio? Andiamo a Boston, mica al polo...- ma quegli iceberg là sotto mi smentiscono con l'evidenza delle cose.
C'è una carta con le rotte della Sabena e seguo col dito quella che unisce Bruxelles con Boston e che si inarca molto verso nord. Un rigurgito dei miei studi nautici mi fa esclamare: - Rotta ortodromica! Ma certo! Vedi, Sciltian, la rotta più breve non è quella che sembra sull'atlante per via della deformazione che la carta subisce per la proiezione di Mercatore...-
Sciltian neanche mi ascolta. Guarda eccitato quei brandelli di ghiaccio sul blu intenso del mare ed è giusto che non gliene importi niente delle proiezioni di Mercatore.
L'aereo si sta abbassando: nitidissimo, elegante, l'arco di terra di Cape Code, punto di arrivo della rotta sbagliata percorsa dai Padri Pellegrini.
Un'ampia virata mi riporta sul blu assoluto dell'Atlantico mentre la voce del capitano annuncia in inglese e in francese che stiamo scendendo su Boston.
Mi incollo alla plastica rigata del mio oblò: so che questo primo sguardo sarà l'eterno simbolico ricordo che assocerò alle parole "Stati Uniti". Sento le dendriti dei miei neuroni fremere pronte allo scatto per creare nuove sinapsi e collegare finalmente un'immagine diretta ai milioni di parole immagazzinate sull'America nel corso di tutta la vita.
L'aereo sfonda un velo di nuvole: siamo già bassi! Sotto di me, come un gioco per bambini, centinaia e centinaia di casette coi tette aguzzi, disposte a file, a cerchi, a quadrati, inframmezzate dal verde e punteggiate da minuscoli laghetti blu, come un presepe infinito.
Voliamo sui tetti, sui giardini, sulle piscine e io lascio che tutto mi entri negli occhi, a cascata: l'America!
Ecco cos'è l'America: non le torri di Manhattan, non le autostrade a ghirigoro, non le praterie dei pellerossa, i deserti del west, non i bronx, le quinte avenue, i golden gate, le statue della libertà, non Al Capone, Kennedy, Marilyn Monroe, non gli shuttle, l'IBM, la General Motors, no, l'America è fatta da milioni di casette col pratino davanti e dietro e una famiglia dentro.
Un insetto mi solletica una guancia. Lo caccio con gesto istintivo e mi trovo la punta delle dita bagnate. Le casette commuovono, i nostri palazzoni di appartamenti fanno orrore. Qualcosa di ancestrale mi fa preferire tane individuali separate a favi razionalmente sovrapposti. Bestia per bestia, meglio un mammifero che un insetto.
Dobbiamo allacciare le cinture, il capitano ringrazia e comunica che fuori ci sono 72 gradi. La Sgnuffi sussulta: non ha preso le creme solari a copertura totale! La tranquillizzo, sono Fahrenheit, tradotto in gradi nostrani vuol dire che non fa né caldo né freddo.
Con un doppio sobbalzo l'aereo tocca il suolo americano e si trasforma in pullman correndo per alcuni chilometri su immense autostrade asfaltate fino ad attaccarsi ad un grande tubo. Caro Cristoforo, sono arrivato anch'io!
La hostess ci sorride in inglese. Un passeggero mi urta e si scusa in inglese. Ci avviamo coi nostri bagagli a mano lungo un corridoio infinito punteggiato da grandi scritte luminose in inglese.
Un'onda di irrealtà mi accarezza come se stessi per svegliarmi. Ho la sensazione di essere un alieno, di apparire mostruoso agli abitanti di questo pianeta sconosciuto. Respiro profondo ma anche l'aria è diversa, come se miliardi di parole inglesi avessero lasciato in essa impronte ignote, viene voglia di parlare romanesco ad alta voce per crearsi un alone di concretezza.
L'immensità delle strutture fa sentire piccoli. La Sgnuffi ciondola le sue borse naso all'aria e Sciltian individua la freccia, lunga una decina di metri, che ci invita a scendere nel sottosuolo per ritirare i nostri bagagli.
Dozzine di grandi anelli semoventi, affollati come tavoli di un immenso casinò, fan fare passerella a valigie di ogni forma e colore.
Schermi televisivi avvertono su quale ruota usciranno i bagagli provenienti da Bruxelles.
Minuti di suspense: la valigia mia arriva subito, quella di Sciltian poco dopo, ma occorrono dieci giri prima che appaiano i due monoliti blu della Sgnuffi. Il volto apprensivo della donna mia si distende in un sorriso di autocompiacimento: se non arrivavano era colpa mia, ma poiché sono là il merito è delle grosse etichette che lei ci ha incollato sopra.
I belgi avevano ragione di vantare la loro precisione e li maledico mentre carico le valigie da ernia su un carrello spingendolo, stile Sisifo, verso il controllo passaporti.
La folla bianca gialla e nera si autordina in una ventina di code che si allineano perfettamente parallele davanti a uomini in divisa da cui dipende il nostro ingresso negli Stati Uniti.
C'è una riga gialla disegnata sul pavimento e nessuno la supera. Uno alla volta i passeggeri sono ammessi oltre la linea e mostrano il passaporto con sincronismi anglosassoni. Eppure questa gente è ben lontana dal cliché inglese: il colore predominante è lo scuro avvolto in stoffe stampate con colori chiassosi, scarpe da tennis, braconi al ginocchio e borsoni sgargianti. Proprio non sembrano dei milord ma nessuno supera la linea gialla, nessuno cerca di fare il furbo e passare davanti agli altri. Vuoi vedere che questi cafoni colorati son più civili dei discendenti di Cesare?
Per mimesi diventiamo anche noi diligentissimi e perfetti e quando tocca a me mi fermo col piede a due dita dalla linea gialla ben attento a non pestarla. Ci fan cenno di procedere: io, la Sgnuffi e Sciltian ci presentiamo all'esame d'ammissione.
Il funzionario mi chiede qualcosa in una lingua sconosciuta. Lo fisso frastornato. Lui ripete, insistendo in quei suoni assurdi. L'emozione me li dilata sollevandomi echi nelle orecchie. Sciltian mi tira per la giacca:
- Vuol sapere che mestiere fai.-
- E se siamo qui per affari o per turismo.- rincara la Sgnuffi.
Il funzionario chiama con un cenno una brunetta che mi sorride e mi chiede in bell'italiano che mestiere faccio e se siamo in America per turismo. Confermo confuso e avvilito.
Peggio di così l'impatto con l'inglese non poteva essere, potrò in futuro scrivere capolavori in questa lingua ma la Sgnuffi mi rinfaccerà a vita questo tragico primo incontro. Mi consolo pensando che la vita é breve.
Oltre il controllo passaporti aspetta una folla tutta mani agitantisi, richiami, saluti, e festosi cartelli.
Mister Mangione mi ha scritto che ci sarà una sua vicina di casa ad aspettarci all'aeroporto mentre a Roma lui incontrerà Riccardo, mio figlio-in-legge, che lo porterà al Circeo.
In terza fila, un grande cartello bianco annuncia a caratteri cubitali GASTALDI. Qualcuno lo agita per attirare l'attenzione ma non si vede chi, coperto da una fila di bambini. Mangione mi ha mandato un nano?
E' una piccola signora dalla zazzera grigia, un condensato di vivacità, che saltella per superare le teste dei piccoli che le fanno schermo: levo alto un braccio e lo agito. Dal suo metro e pochi devo sembrarle un gigante: ma gli americani non sono tutti altissimi?
Questa mi arriva poco più su della cintura, le stringo la mano con un falsamente sicuro "how do you do?" seguito da un poco speranzoso "Do you speak italian?".
La piccola donna sì è messa in moto, veloce come un uccello, ha stretto la mano a Mara alleggerendola di un grappolo di borse, dato un buffetto a Sciltian, detto tre volte "how do you do" seguito da un suono che è probabilmente il suo nome, buttato il cartello in un portarifiuti, scosso la testa per rispondere alla mia domanda, tirato fuori dei bigliettini da una tasca della giacca, trovato quello giusto e ora avviandosi di buon passo dice con improbabile cadenza e accenti casuali:
- Ho la maia macchìna. Vénite.-
Sciltian si illumina: allora parla italiano, male ma lo parla! No, lo legge soltanto senza sapere quello che dice. Qualcuno le ha preparato i biglietti e quello è il numero uno. Se lo infila nella tasca dei biglietti usati e ci precede come un soldatino verso gli immensi parcheggi i cui vetri specchiano l'azzurro chiaro del cielo, oltre un ardito cavalcavia che supera un'autostrada a dodici corsie separata al centro da uno spartitraffico verde largo come un campo di calcio. La seguo, iniziando la traversata e spingendo il mio carrello, i muscoli gonfi come uno schiavo mandingo.
E' veloce e dopo duecento metri ansimo e rallento supplicando Sciltian:
- Dì a Motorino che si metta in folle...-
Sciltian ride. La vispa signora battezzata Motorino sorride senza capire e senza rallentare. La Sgnuffi mi fa un cenno imperioso affinché mi affretti.
Sciltian guarda in su. Anch'io guardo in su ma c'è soltanto un gran sole.
- Il sole americano, papà. E' proprio come nei telefilm: più luminoso del nostro.-
Ha gli occhi socchiusi, il naso arricciato e l'aria felice. Perché sciupare la magia spiegandogli che il sole è il medesimo e anche la latitudine è quasi la stessa? A lui qui il sole sembra più luminoso, forse lo è davvero perché anche a me i colori sembrano più vividi per l'intensità nuova con cui guardo le cose.
Motorino si è infilata sotto la volta di un sconfinato hangar pieno di lussuose auto allineate in schiere perfette, disposte su più piani uniti da fantascientifiche piste che si avvolgono verso l'alto.
L'americanina spalanca le portiere di un'auto giapponese dalla linea filante e ci sistemiamo alla meglio riempiendo ogni volume coi nostri enormi bagagli. Mi siedo accanto a Motorino appassionatamente abbracciato ad uno dei valigioni della Sgnuffi. La donnetta avvia l'auto e allinea sulla sua gamba destra tre striscioline di carta fittamente scritte. Legge la prima che porta un vistoso numero due in un angolo:
- Avete àvuto un buon vaiaggiò?-
- Yes.-
L'auto corre in mezzo al verde. Vorrei chiederle dov'è Boston, se Newton è lontana, vorrei comunicarle tutta la mia simpatia e la mia gratitudine per essere venuta a prenderci all'aeroporto e le dico:
- Thank you for...- lascio in sospeso sperando che capisca. Motorino annuisce e legge il bigliettino numero tre:
- Aio sono una àmica of Mangiionis...-
Biglietto inutile. L'avevamo capito.
Motorino guida su per bellissimi viali sinuosi, passiamo accanto ad un laghetto con gente che nuota e prende il sole e faccio notare alla Sgnuffi che probabilmente la pelliccia non serve. Legge il biglietto numero quattro:
- Qvesto lago di Newton Highlands.-
- Bello...- sono vivamente preoccupato. Abbiamo svoltato otto volte a destra e sei a sinistra lungo viali tutti uguali, fra villette tutte diverse ma rese uguali dal veloce susseguirsi di facciate, patii, prati all'inglese perfettamente rasati, piscine di ogni forma e dimensione.
- Uh guarda!- Sciltian mi indica qualcosa con entusiastica meraviglia. Cip e Ciop saltellano su un prato, le guance gonfie di arachidi. Sposto il mezzo quintale che mi grava addosso e indico i due scoiattoli alla Sgnuffi:
- Due scoiattoli!-
La Sgnuffi si illumina di gioia e lancia un urletto di incredulità:
- Là! Altri due!-
Le allegre bestiole si inseguono velocissime, salgono sugli alberi, discendono, saltano fra i rami. Altri se ne aggiungono, in un carosello di squittii. Al nostro passare gli scoiattoli si bloccano e ci guardano masticando con le loro buffe guanciotte a palloncino, ritti sulle zampe posteriori.
Motorino cerca con lo sguardo il motivo del nostro entusiasmo ma non lo trova. Ci dà un'occhiata critica e mi sento di nuovo marziano quando conclude con un gesto di indifferenza:
- Squirrels.-
Prati, alberi enormi, cespugli di fiori, facciate di ville in mattoni rossi o in legno dipinto e dovunque squirrel che ballano, si rincorrono, saltellano o stanno immobili come pupazzi a fissarci coi loro occhi tondi.
Sciltian batte le mani eccitato e Motorino mi dà un'altra di quelle occhiate di disagio e ripete:
- Only squirrels.-
Vorrei dirle che da noi è raro vedere degli scoiattoli e mai in mezzo alle case. Vorrei dirle che è bello perché quegli animaletti allegri ci han dato il miglior benvenuto nel loro paese e dico:
- Squirrels... beautiful.-
Ormai ho perso il conto dei giri fatti nel labirinto di viali, quando Motorino ferma l'auto davanti ad una villetta in legno color crema dai tetti aguzzi come quelle delle fiabe.
Chiuso in un grande prato cintato con una rete metallica un cagnetto abbaia festoso spiccando grandi salti contro il cancello. Riesce ad aprire il catenaccio e corre davanti alla macchina con frenetici balzi e patetici scodinzolamenti del suo moncherino di coda.
- Banji!- esclama Motorino balzando a terra. Spalanchiamo le portiere e Banji mi saltella felice contro le gambe come se fossi il suo Ulisse tornato a Itaca.
Motorino lo prende in braccio e torna a chiuderlo nel prato ammonendolo nella sua lingua, poi saltella su per i tre scalini che immettono in un piccolo patio e spinge una porta a vetri invitandoci a entrare.
Arrancando coi valigioni della Sgnuffi chiedo nella strozza
- It is open?-
Motorino mi guarda e mi offre una chiave:
- This is the key. Don't use it. There is a tenant on the third floor.-
Chissà se ho capito: non devo usare la chiave perché c'é un tenente al terzo piano... non ha molto senso.
Motorino se ne va lasciando sospese nell'aria frasi gentili nel tono ma incomprensibili nella sostanza.


NEWTON HIGHLANDS
E' affascinante entrare da padroni in casa d'altri. Andiamo in esplorazione cominciando dalla cucina grande come un salone con un acquaio da albergo, un frigo a doppia porta per conservare provviste nel caso di un assedio tipo Fort Apache, un tavolone da pranzo per la truppa, mobile gas con forno a sei fuochi per cuocere i bisonti e un grosso cubo pieno di comandi elettronici: un forno a microonde, sconosciuto in Italia in questo beato Ottantacinque.
Un finestrone, buono come uscita d'emergenza, si apre a ottanta centimetri da terra rendendo abbastanza inutili le porte.
Il living col televisore è poco più grande della cucina, mobili in stile coloniale, poltrone ricoperte di stoffa color sacco, diviso dalla sala da pranzo per gli ospiti di riguardo da una vetrata pieghevole. Una lucida scala di mogano porta sotto terra e ai piani superiori.
Quello che c'è sottoterra si chiama basement ed è ingombro di attrezzi d'ogni tipo come se un giardiniere, un fabbro e un falegname vi facessero deposito. Sopra ci sono le stanze da letto: quattro, disposte lungo un corridoio in legno scuro che si affaccia a balconata sulla scala. La Sgnuffi sceglie subito la nostra: una matrimoniale tutta rosa col letto incastonato in una veranda trapezoidale tutto coperto di fronzoli e trine.
Le finestre a ghigliottina, non ci sono persiane e la privacy è difesa da esili trasparenti tendine a molla che si possono calare dall'interno.
- Ecco un posto che non sarà mai buio... - brontolo. Sciltian si stabilisce in fondo al corridoio in una cameretta ad un letto, molto vezzosa poiché mister Mangione ha solo figlie femmine. Una delle camere ha una porta che dà nel sottotetto: una profondità buia ingombra di vecchie bambole, cavalli a dondolo, cassettoni da pioniere e polverosi grovigli di ferro e di legno dai contorni misteriosi e inquietanti.
La scala si stringe e sale al terzo piano. Esploriamo in fila indiana fino ad una porta chiusa. Tentiamo la maniglia e l'uscio si apre: un grosso gatto d'angora ci soffia un malvenuto. La stangona in bikini che salta giù dal letto invece ci sorride accogliente e parte con una mitragliata d'inglese micidiale.
- Excuse me... excuse me...- cerco di ritirarmi salendo sui piedi di Sciltian che occhieggia da dietro ma l'amazzone scuote la lunga criniera e sorride a sincerità garantita sparando una seconda raffica in cui riesco a isolare la parola "tenant". Allora il tenente è lei!
Suona il telefono nel living e corro giù liberato, ma mi blocco davanti all'apparecchio nero e trillante. Se lo alzo qualcuno mi parlerà in quella lingua sconosciuta che usano qui.
- Papà, non rispondi?- mi sollecita Sciltian e nessun padre può mostrarsi vile davanti ad un figlio di undici anni. Sollevo la cornetta e una voce di donna mi aggredisce con entusiasmo e calore:
-Hallo! Blow-shon-blow-shon-bloubloublé... eibl, leibl, cassel... right? Blow-shon-blow-shon wonderful, aichén, aicàn, maiqun, ya? Gudtrip, gudtrap, yordick, no?...Aiem aion welcomiar...me Corsetti, Gastaldi's there?- So che Gastaldi sono io, Corsetti dev'essere quella che tartaglia questi suoni nasali.
Una donna spinge la porta d'ingresso ed entra sorridendo gioviale:
- Nice to meet you! I'm Paula!-
Ho un'idea luminosa, rispondo "nice to meet you" a Paula e le passo la cornetta del telefono.
Parla fitto e incomprensibile poi attacca la cornetta e torna ad investirmi con un inglese strettissimo e veloce. Le fisso invano le labbra: non le muove. I bostoniani parlano con un sette ottavi di bocca immobile.
Ho un'arma pronta mandata a memoria:
- If you speak slowly may be I understand a little.-
- Oh sorry!- si scusa Paula e riprende a parlare rallentando sulle prime tre sillabe e poi riconquistando la consueta velocità.
Mando sotto la Sgnuffi, che sa l'inglese quanto me ma ha molto più faccia tosta e abilità nella comunicazione gestuale. Me la ricordo anni fa a Praga dialogare per ore con una cecoslovacca usando parole italiane, mimica e disegnini.
Paula aspetta invano risposta ad una sua domanda e la Sgnuffi indica la villetta accanto alla nostra (nostra per un mese a tutti gli effetti). Paula annuisce vigorosamente. Punta il dito sul suo ampio petto e poi indica anch'ella la villetta. Abbiamo capito che abita là ed è quindi la nostra vicina di casa.
La Sgnuffi indica le nostre valigie chiuse e mima il gesto di aprirle aggiungendo la parola "baggage" tre o quattro volte. Paula annuisce e sorride e dice qualcosa che deve significare che ci lascerà aprire le valige in pace, poi fa il gesto di mangiare e noi annuiamo in gruppo. Aggiunge gesti e inutili suoni rapidi e se ne va soddisfatta. Restiamo con l'atroce dubbio: si è invitata a cena o ci ha invitati a cena?
Sistemati i nostri panni negli armadi che i nostri ospiti hanno vuotato per noi, iniziamo la nostra vita di neoamericani.
Il monumentale frigo dei Mangione è pieno di cibi surgelati ma ci sembra brutto saccheggiarlo e andiamo a fare la spesa. C'é una mappa sul tavolo della cucina con dei punti strategici segnati in rosso: chiesa e supermarket. Anima e corpo. Studio la strada che porta al cibo, sorrido alla famiglia per mostrare una sicurezza che non ho, agito le chiavi dell'auto che ho trovato sulla mappa ed esclamo:
- Let's go!-
Un saluto allo scodinzolante Banji e ci sediamo nella lucidissima Chevrolet Cavalier color amaranto che luccica nel box spalancato.
Infilo la chiavetta, si accendono dozzine di spie luminose e rintocca un campanellino di avvertimento. Il piede sinistro non trova il pedale della frizione, guardo la leva del cambio e leggo 1, 2, P , N e R. Cambio automatico, per me nuovo del tutto.
Metto la leva su N che spero stia per Neutro e accendo il motore che ronza ai limiti dell'udibile mentre il campanellino si fa più petulante. Lampeggia un disegnino sul cruscotto: l'auto vuole che mi allacci la cintura.
Obbedisco e con cautela sposto la leva su R che spero significhi retromarcia. L'auto va dolcemente all'indietro uscendo tutta dal box. Banji abbaia il suo applauso per la bella manovra.
Innesto sul segno 2. Do gas: la Chevrolet scivola in avanti e imbocco il viale sulla destra: do un'occhiata al retrovisore e controllo la mia faccia. Sono io e sto guidando un'auto americana su una strada americana. C'è tutta una subcultura stratificata dentro di me, fin da quando sul finire degli anni Quaranta l'ondata dei film Usa del dopoguerra riempì la mia fantasia di bambino con grandi Cadillac colorate che poi, adolescente, vidi sfasciare con assoluta noncuranza nelle gare senza senso della gioventù bruciata. E i film "on the road" diedero immagini alla mia idea di libertà con quelle strade dritte e infinite che dividono a metà oceani di terra come i sognati canali di Marte.
Gas. Brake. Gas... Acceleratore e freno come nelle automobiline delle giostre. E io sono un bambino felice. Che sia questa la magia dell'America?
Davanti alle grandi arcate del supermarket c'è un piazzale asfaltato diviso in centinaia di rettangoli colorati, in parte occupati da automobili.
Ne occupo uno anch'io con la precisione di una pedina su una scacchiera gigante.
Scendiamo nel sole ed entriamo nel supermercato dove l'America spalanca davanti ai nostri italici occhi tutta la sua opulenza gelata in un'aria siberiana.
Immobili per la meraviglia e per lo shock termico guardiamo le file di alti scaffali colmi di tutto ciò che si possa immaginare di voler comprare.
La realtà mi arriva come se la guardassi attraverso una lente da ingrandimento, sono tornato piccolo e ogni cosa è tre volte più grande: i pomodori son grossi come meloni, le fragole grosse come pomodori, la scatola del sapone in polvere sembra il baule della nonna e l'olio è offerto in damigiane da imbottigliamento. Sciltian si aggrappa ad un carrello grande come un vagone merci e lo spinge verso una piramide cheopiana di grosse mele lucide stile Biancaneve.
- Aspetta! - gli dico- che qui ci perdiamo...-
Nei grandi corridoi fra gli scaffali massaie rubizze caricano carrelli con ritmi da portuali e immensi culi di negre gonfi nello sforzo spingono cumuli di masserizie sufficienti per un ormai improbabile day after.
Do un'occhiata apprensiva ai prezzi. Una bistecca da due libbre costa dollari 4.99, una tanica di latte da tre litri e mezzo costa 1.29, una libbra di salmone fresco costa 4.79 e un'aragosta enorme é prezzata 4 dollari.
La Sgnuffi guarda i miei occhi tondi con amarezza incipiente:
- E' carissimo, vero?-
Esco dai miei conteggi e sogghigno:
- Raddoppia e moltiplica per mille, avrai il prezzo in lire.-
La Sgnuffi dà un'occhiata ai cartellini dei prezzi e poi ripete con sottile angoscia:
- E' tutto troppo caro?-
- Caro? Non costa niente!!- abbranco un gallone di latte, due libbre di salmone, tre
aragoste, quattro chili di bisteccone alla fiorentina, cinque ananas e butto tutto nel carrellone da trasporto.
Sciltian e la Sgnuffi mi guardano sbalorditi, poi l'entusiasmo scoppia loro dentro e li travolge. Si gettano fra i cornucopiosi banchi come Lanzichenecchi al sacco di Roma. In due minuti il carrello è colmo e non ce la faccio più a spingerlo. Devo chiamare a raccolta i predoni e ordinargli di smettere. Sciltian mi aiuta a spostare la montagna di merce verso una delle trenta Casse sul fondo dell'hangar.
Sulle prime tre campeggiano grandi scritte luminose: less than 10 item only. Qui possono pagare soltanto quelli che han comprato meno di dieci articoli, ma chi riesce a comprare meno di dieci cose in questo ben di dio offerto a prezzo di liquidazione? Raggiungo una delle code allineate davanti alle restanti 27 casse e in pochi minuti tocca a noi a vuotare il vagone sul grande piano in acciaio inox davanti ad una simpatica negretta che ci saluta con un caldo sorriso e ci chiede:
- Cash or charge? - passando veloce le confezioni sulla finestrella del lettore del codice a barre. Un giovanottone in piedi dietro a lei sorride a Sciltian:
- Plastic or paper?-
Sono domande imbarazzanti quando non si ha idea del loro significato.
Sorrido col massimo di simpatia e poiché ho letto sulla cassa che il totale é di 62.40 dollari le porgo un biglietto da cento.
La negretta lo prende perplessa e dice qualcosa al giovanottone che si stringe nelle spalle e le risponde in bostoniano stretto. Scoprirò poi che gli americani preferiscono le carte di credito alle banconote di grosso taglio.
- Were are you coming from?-
- Italy.- rispondo orgoglioso di aver capito la domanda Sulla faccetta nera si spande un'espressione sognante e sospira struggente:
- Oh Italy! I love Italy.-
- Have you been in Italy yet?- Hai stato in Italia già? chiedo lusingato.
- Never.- mi risponde con una smorfietta.
Il giovanottone ha riempito grosse borse di plastica e ora sorride a Sciltian soppesando la prima. Si porta una mano sul cavo del gomito e drizza il braccio in quello che in Italia è un gesto osceno da pugno in faccia:
- Are you strong?-
Il povero Sciltian undicenne guarda il colosso sbalordito e offeso.
- Strong vuol dire forte. Forte, capito? Vuol sapere se sei forte.-
Sciltian prende la borsa senza sorridere, non del tutto convinto.
La nostra casa americana non è a Newton ma a Newton Highlands, che vuol dire Alteterre, e deve suonare alle orecchie della Sgnuffi come qualcosa di nobiliare perché si infervora a spiegare di essere figlia di re alla malcapitata Paula che si è presentata con una padellata di gamberoni e dolci del Massachusetts alle diciotto col sole ancora alto, ora di cena locale.
Da qualche tempo la mia folle sicula metà ha deciso che per via di madre discende da quella lontanissima Ines De Castro, che avendo accompagnato Costanza di Castiglia a sposare Pietro, infante del Portogallo, si fece il principe che ci prese tanto gusto da farle fare tre figli. Opportunamente Costanza morì e il principe sposò Ines in segreto, ma il suocero-re la fece ammazzare insieme ai suoi tre figli mentre il principe era in guerra. Quando Pietro divenne re fece dissotterrare Ines, la mise sul trono, la incoronò regina e costrinse i dignitari di corte a baciarle la mano putrefatta. Cerimonia macabra di gusto greco-mafioso-agrigentino avvenuta anno più anno meno sei secoli e mezzo fa.
La Sgnuffi ha scoperto da un ritratto che quel re assomiglia ad un suo zio materno e questa è per lei una prova conclusiva di discendenza. Se le faccio notare che alla sventurata Ines uccisero tutti i figli e non possono esserci discendenti, la Sgnuffi mi risponde che è inutile discutere: un montanaro piemontese non può capire, lei è discendente del re del Portogallo punto e basta.
Queste cose dette in un inglese primitivo nei dintorni di Boston suonano credibili come un'antica leggenda indiana. Paula per tagliar corto sentenzia dando vita finalmente alle labbra:
- Here nobody ask who your parents are, but who you are.- che in italico suona "qui nessuno bada di chi sei figlio, importa solo chi sei tu."
Bellissima risposta anche se qui a Boston si dice che i Lowell parlano solo con i Cabots e i Cabots parlano solo con dio. E' la mia prima lezione di democrazia all'americana.
Una signora magra e bionda entra in cucina e si presenta sedendosi a tavola come una vecchia amica.
E' Sandy Corsetti e ci invita per domenica in chiesa, poi a cena a casa sua e ne va. Stiamo sgranocchiando i cookies di Paula quando torna Motorino. Nessuno bussa, (trattasi evidentemente di usanza esclusivamente europea) tutti entrano dalla porta sempre aperta come se fossero in casa propria. Sembrano autorizzati a far così dalla qualifica di "neighbors", parola che il mio dizionario traduce come "vicini di casa".
Andiamo a letto appena fa buio con la testa piena di inglese e lo sfinimento per le troppe novità e per il jet lag.


VITA DA AMERICANI
Motorino mi ha dato l'indirizzo di una scuola per Sciltian, la Newton South High School che fa corsi estivi per i ragazzi stranieri che dovranno poi frequentare i corsi scolastici regolari.
Parcheggio la mia lucida Chevrolet sul piazzale davanti al complesso scolastico, prendo per mano Sciltian ed entriamo.
Stiamo abituandoci al gigantismo americano e in una hall dalle vertiginose colonne chiedo informazioni. Straight on, on the left, on the right ... parla per due minuti il giovane inserviente e termina indicandomi un grande giardino: across the garden of course. Di corsa.
Attraversiamo il parco, entriamo in un secondo caseggiato di mattoni rossi e giriamo per vasti corridoi un po' a right e un po' a left e alla fine chiediamo aiuto. Veniamo condotti negli uffici di segreteria e Sciltian viene iscritto per tutto luglio. Una donzella dai capelli rossi gli sorride e gli dà un fascio di nuove istruzioni: la prima lezione sarà di lingua in un'aula in quello stesso piano, la seconda sarà di fotografia e bisogna avventurarsi nel labirinto, la terza è di disegno al secondo piano mentre le ultime due sono di baseball e si terranno nell'apposito campo, sempre of course.
Stiltian guarda la donna con grandi occhi pensosi e lei gli accarezza il caschetto a frangia che ancora incorona il suo volto paffuto da bambino mettendogli in mano una mappa della scuola.
- Problems?- gli chiede con sadica dolcezza.
- No problem.- risponde l’eroe partendo a mappa spiegata alla ricerca di Arianna. - Vuoi che t'accompagni?-
- Vado da solo.- Lo guardo allontanarsi per quei corridoi cosi grandi e mi sento orgoglioso di lui: questo è un uomo.
Pero' non sono tranquillo, gironzolo un po' con la macchina, vado a comprare del pane fresco, torno a casa e gioco con Banji. Che farà Sciltian? Starà ancora girando per corridoi che mettono in altri corridoi? E se ha trovato la sua aula, avrà stabilito rapporti coi compagni?
Quando è l’ora del baseball non resisto e vado a spiarlo: il campo è di fianco alla scuola. Mi nascondo dietro ad una fila di cespugli salutato da una coppia di scoiattoli che mi offrono una noce con insistenza.
Ci sono molti ragazzi, qualcuno è anche più piccolo di Sciltian. Ma lui dov’é? Eccolo! con la mazza in mano e il guantone, chino in attesa della palla.
Quando raccolgo stimoli nuovi la mia fantasia fa una capriola nell'infinito campo del possibile: a vent'anni ebbi un'offerta per trasferirmi negli USA e invece andai a Roma per frequentare il Centro Sperimentale di Cinema, se avessi accettato ... eccomi qui, padre americano che guarda il figlio che gioca a baseball, uno spicchio di un’esistenza alternativa... è così tragico poter vivere una vita soltanto!
- Sciltian go! Go! Go!- urla un coro di voci bianche mentre vedo mio figlio scattare verso la prima base.
Due ore dopo mi viene incontro Sul piazzale, sudato, emozionato e contento.
- Com’è andata?- Butta il cappelletto sul sedile posteriore della Chevrolet e mi risponde con l’arrogante supponenza dei boys allevati a yogurt, uova fritte e
bacon:
- No problem, Daddy!-
Siamo invitati a cena a casa di Motorino che ci presenta il marito: assomiglia un po' a David Niven, inglese, compassato, in assoluto controtempo con il metabolismo da colibrì della moglie.
Alle cinque e trenta ci mettiamo a tavola nel portico. La brava donnetta ci spiega che ci ha preparato una cena tipica del New England. Iniziamo con una pappina che mi ricorda le semole di quand'ero bambino e malato e continuiamo con un piatto di lattuga non condita e un cubo di merluzzo crudo. Finiamo con torta di mele e fame quasi intatta per la difficoltà di inghiottire il merluzzo, masticato assai più di un normale chewing-gum.
Alle dieci di sera, tornati a casa, la Sgnuffi ci fa un’abbondante carbonara. Mi sento un italianucolo da spaghetti.
Il giorno dopo è domenica e viene a prenderci la diafana cattolicissima Sandy che per brevità battezziamo Spirito Santo. Qui i cattolici sono una minoranza e vivono con grande passione la loro fede.
Dopo una lunga messa, sul piazzale ci presenta il parroco che è felice di stringere le mani a qualcuno che vede il Papa ogni domenica e ci propone subito di entrare in un comitato per discutere un problema nuovo per la comunità: c'era un solo bambino coreano ma da qualche giorno ne è arrivato un secondo.
Poiché non vedo il problema, Spirito Santo mi spiega che c'è una legge nel Massachusetts per cui se ci sono due bambini di una cultura aliena, la scuola ha l'obbligo di fare per qualche ora alla settimana lezione nella loro lingua d'origine sulla loro storia e letteratura. Il parroco ci guarda speranzoso ma devo deluderlo: nessuno di noi conosce il coreano né la storia della Corea. Spirito Santo e le altre signore sono angosciate: nessuno in quella comunità conosce il coreano, come fare?
Propongo loro di assumere una delle due madri dei nuovi arrivati e vengo festeggiato come pensatore geniale.
Spirito Santo ci porta a casa sua e ci presenta i suoi due figli che fanno subito amicizia con Sciltian sparendo ai piani alti della villetta per ammirare collezioni di francobolli e di monete. Bill, il marito, mi stringe la mano, mi dà una pacca sulla spalla, si diventa subito amici. Perfino il suo inglese mi giunge comprensibile: sarà che di cognome fa Corsetti e gli devono essere rimasti i muscoli delle labbra italiani.
La sera cena alla New England: siamo terrorizzati, ma stavolta il tavolo si copre di aragostone fumanti e coppette piene di burro fuso e bollente. La Sgnuffi deve superare qualche perplessità non essendo abituata a coniugare pesce e burro mentre per me piemontese è perfettamente normale. Tuffa nel burro fumante il midollo delle chele, assaggia e mugola di piacere. Come dappertutto, anche qui, c'è New England e New England!
Mi diverto con Sciltian a passeggiare nei grandi viali sinuosi, ammirando le ville e i giardini, alla scoperta continua di novità. C'è una sola vera strada a Newton Highlands: casette basse con negozi, costruzioni commerciali a dado che ricordano certe main street dei nostri centri balneari del sud sviluppatisi troppo in fretta. Davanti ad un ristorante c'è una coda che occupa trenta metri di marciapiede. L'insegna dice "Cantin'Abruzzi".
Paula ci dice che è uno dei migliori ristoranti di tutto lo Stato. Per ricambiare le sue gentilezze la invito a cena. Entro con la Sgnuffi per prenotare. Il padrone-cuoco ci guarda con gli occhi lucidi: italiani? Di Roma!
Ci abbraccia, ci presenta a sua moglie che gestisce il bar dall'altra parte della strada e ci fa un espresso così nero e denso da fare rabbia ai napoletani.
- Qui è raro che vengano paesani!- e ci abbraccia di nuovo come se fossimo fratelli ritrovati.
La sera non facciamo code, ci fa passare dal retro. Ci ha imbandito la tavola centrale e ci serve un pranzo memorabile: altro che cinque stelle! Barolo d'annata e Brunello da Montalcino, salami d'Abruzzo fatti in casa, paste di forma inconsueta condite in modi diversi, secondi di carne e di pesce così abbondanti e numerosi che dobbiamo respingere un'enorme cernia cotta al forno per mancanza assoluta di capienza. Torte, gelati, liquori... sono preoccupato per il conto.
Sul foglietto ripiegato che mi porta il cameriere c'è scritto sessanta.
- Sai, per i garzoni...- si scusa il nostro anfitrione. La Sgnuffi lo bacia su entrambe le guance in uno slancio di entusiasmo per le sue eccelse capacità culinarie. Un tale godimento arrossa i suoi pomelli unti dai vapori della cucina che mi sento in credito.
Sciltian interviene sempre più spesso nei nostri balbettii inglesi con crescente sicurezza. La scuola gli fa un gran bene ed è nell'età limite per acchiappare i colori delle parole, come dice il direttore della Panvista di Roma. Tuttavia una mattina tornando a casa col pullman della scuola invece con la Chevrolet paterna, mi corre incontro e mi abbraccia forte. L'accompagnatrice mi spiega desolata che "the boy" le ha detto di abitare a Chestnut Street invece che a Chester Street, o almeno che lei ha capito Chestnut e, arrivati davanti al numero 45 gli ha ordinato di scendere. Sciltian protestava che non era quella la sua casa e lei insisteva affinché scendesse finché "the boy" le ha urlato di no con le lacrime agli occhi. Soltanto allora ha chiesto lo spelling del nome della strada e capito l'errore.
- Pensa se mi mollava in quel posto sconosciuto!- commenta con un brivido di residua paura.


BOSTON
Oggi è il 4 luglio, festa dell'indipendenza americana dalla perfida Albione.
Guidati da Motorino prendiamo il treno per andare a Boston, dopo qualche miglio si interra e diventa metrò. Scendiamo nel centro della città di Kennedy, a Copley Square. Ha voluto far lei i biglietti per tutti ma ora mi indica uno sportello e mi consiglia di comprarne un blocchetto da dieci perché costano la metà. Mi affaccio al gigante nero che vende i biglietti e gli sorrido più del mio consueto:
- Ten- dico e voglio dire dieci. Il negrone si ingrugna, da dietro Motorino si affretta a correggermi:
- Ten, ten tickets. He's coming from Italy!- e mi sembra che dica "scusa questo buzzurro che arriva dalla montagna con l'anello al naso".
L'indovina chi viene a cena scoppia in una risata cordiale tutta denti e mi dà un blocchetto di biglietti. Anche Motorino ride alla mia risentita richiesta di spiegazioni:
- Ten not tan. Do you know what's the meaning of tan?-
Mi sembra di afferrare una lieve differenza nelle "e" dei due ten in quella bocca che parla tenendo le labbra ferme.
- Ten: one, two. three...- mi intestardisco.
- This is ten, but you didn't say ten, you said tan that means...- ma quella che dovrebbe essere una spiegazione mi suona incomprensibile. Sciltian sfoglia il nostro dizionarietto tascabile e svela il mistero: pare che io abbia detto "tan" che vuol dire "abbronzato". Rivedo mentalmente l'ingrugnarsi di quell'ercole nero e mi rendo conto che il saper male l'inglese può diventare pericoloso.
Usciamo nel sole in una grande piazza dove una piccola chiesa romanica rubata alla Francia medievale si riflette in una folle parete di specchio, vicinissima, che le fa da quinta levandosi per cento metri e portandole come sfondo grandi nuvole bianche su un cielo reso verde dal piombo dei vetri del grattacielo.
La differenza dei due stili è così violenta che commuove. L'altissima grande parete di vetro sembra celare tecnologie aliene di civiltà superiori e la piccola chiesa par raccontare la fede nell'immenso di piccoli uomini che cercano di capire, senza vergogna per la limitatezza del loro cervello, confortati dalla speranza che ne illumina i cuori.
Motorino ci fa da cicerone nella sua lingua e le mie orecchie iniziano a mandare qualcosa di interpretabile al cervello: è proprio vero che ci si abitua a tutto.
Attraversiamo a passo spedito il Public Garden, ricco di fontane e con un laghetto su cui navigano romantiche barche ornate da cigni bianchi. Chiomati alberi ombreggiano un tripudio di verde e di fiori affollato di scoiattoli giocosi e di gente che va verso il Charles River, il fiume che separa Boston da Cambridge, e che oggi é il centro della cerimonia. La nostra mente è organizzata per stereotipi e mi aspetto un Tevere ingrandito di tre o quattro volte, secondo la scala americana. Invece è proprio un'altra cosa: lungo le rive si stendono per alcuni chilometri aree di verde attrezzato larghe trecento metri, dove centinaia di migliaia di persone si sono già sistemate per il picnic e gigantesche bistecche, hot dog e hamburger sfrigolano su migliaia di barbecue uguali, infissi a terra dal Comune. Grandi tavoli con panche di legno massiccio sono affollati da allegre famiglie che si son portate tovaglie di carta colorate, piatti e bicchieri di plastica, valigie termiche per le bevande e radio di tutte le misure. L'aria odora di arrosto, il vociare sottopuntato da musiche diverse, si compone in un frastuono da fiera paesana. Chi non ha trovato posto sulle tavole ha steso le tovaglie sull'erba verdissima del prato.
Due cose appaiono violentemente nuove al mio occhio romano: il numero dei bambini neri che giocano felici come gli scoiattoli sull'erba e l'assoluta assenza di sporcizia da quei prati che pure devono essere presi d'assalto dalla folla dei merendieri con notevole frequenza.
Motorino apre una grande tovaglia a quadroni rossi che nasconde dieci metri quadri di prato e apparecchia per tutti invitandoci a sedere a terra.
Il sole è al tramonto e l'aria tiepida di grigliato, quando tutte le radio tacciono e il vociare si spegne.
Le note dell'inno americano riempiono la sera. Mi alzo per vedere chi e dove stia suonando: sull'altro lato del fiume, sotto una grande conchiglia di cemento, un'orchestra sinfonica si sta dando da fare.
La gente è immobile, percorsa da un'esitazione, una cicciona mi guarda, mi sorride, approva e si alza. Dietro a lei si alza un intero gruppo, poi una famiglia di neri alla mia sinistra.
Come una ola da stadio il movimento si comunica al milione di persone sulla riva. Una voce canta e altre si uniscono sommesse al coro. Accanto a me, una grossa signora color cioccolato svizzero, si porta la mano sul cuore. Molti altri lo fanno e l'aria della sera vibra di commozione.
Questa gente canta il proprio paese con un'ingenuità che noi abbiamo perduto da tempo perché ci hanno costretto a capire, nel sangue e nel dolore, che chi stimola sentimenti di patria nasconde spesso il cinismo più turpe.
Motorino piange: una lacrima le rotola sulla guancia mentre gira lo sguardo sui suoi variopinti compatrioti rigidi sull'attenti e l'orchestra termina in crescendo. Esplode un lungo applauso.
Torniamo tutti ai nostri piatti e Motorino mi sorride imbarazzata. Parla più lentamente che può perché adesso vuole proprio essere capita, muove perfino le labbra. Mi dice che é la prima volta dopo la guerra del Vietnam che la gente di Boston è tornata ad alzarsi in piedi al suono dell'inno nazionale. Si soffia il naso: dopo quasi vent'anni, l'America é di nuovo America.
Ci sentiamo commossi anche noi versando un etto di ketchup sui nostri hamburger e io accarezzo nel mio cuore l'illusione che alzandomi per primo abbia dato una mano alla Storia.
A Boston si respira dovunque aria di Londra meno che nel North End dove andiamo per informarci sugli autobus per NewYork. Sono io che tiro il gruppo perché l'incognita di fine mese già mi disturba il sonno al quarto giorno americano.
Camminiamo lungo una gran via per soli pedoni con fioriere, panchine e bancarelle che danno un aria di bazar.
Tutta la strada è verandata: un salotto lungo mezzo chilometro, con piccole botteghe e grandi bar dai tavoli vivacemente colorati
C'è odore di spaghetti al sugo. La musica riempie la strada e una voce tenorile d'altri tempi fa tremare le volte trasparenti:
- Giovinezza, giovinezza, primavera di belleeeeezza...-
La mia infanzia mi viene addosso tutta insieme: camminavo piccolo per le strade di Biella, la mia mano in quella immensa di mio padre, l'ultima volta che da un bar uscirono queste note. E mentre il tenore assicura che per Benito Mussolini eja eja alalà, vedo la mia classe di prima elementare, tutti figli della Lupa con la M sul petto, cantare con convinzione per Benito e Mussolini eja eja alalà. Noi puri ne avevamo per due.
Un cortocircuito temporale come questo dà la dimensione della vita: la mia grande mano di scimmia nuda va a stringere quella del mio cucciolo a cui non posso dire che è subito sera e anche la canzone fascista diventa significante.
Le insegne dichiarano cognomi italiani e molte bancarelle ostentano il tricolore, c'è anche un carrettino siciliano pieno di arance e un odore antico di caffè e di pizza al forno di legna: non è solo la canzone, qui c'è un pezzo d'Italia che da noi è scomparsa, un'Italia com'è ricordata dai nipoti degli immigranti d'inizio secolo.
Dietro ai grandi palazzi si apre un dedalo di strade strette, affollate, imbandierate di bucati stesi, con gente dalle facce nostrane seduta accanto alle porte delle botteghe che parla in uno strano anglosiculnapoletano sottolineando ogni parola con ampi gesti delle mani. Qualcuno reclamizza gli "scungilli", una "Tratoria" annuncia "linguini - home made pasta-" e un "Ristorante" vanta un "veal cutlet limone alla napoletana".
Bill mi racconta che il North End era chiamato Little Italy e che è la zona più gaia e colorita della città, purtroppo con l'immancabile presenza di famiglie mafiose.
Per sollevarmi il morale umiliato dall'inesorabile equivalenza che gli stranieri fanno "italiani uguale mafia", mi racconta che il sindaco di Boston, a chi si lamentava perché la zona di Quincy Market era piena di scippatori e di mafiosi, rispose:
- If you're worried about handbag snatchers, you can live in the Berkshires and you'll never know what you're missing!-
Io non so dove e cosa sia il Berkshires ma deve essere un posto assai noioso perché i bostoniani si sganasciano dalle risate.
Alla stazione dei pullman c'è gran folla. Faccio la fila ad uno degli sportelli e arrivo in pochi minuti davanti ad un impiegato nero a cui chiedo smozzicando inglese l'orario degli autobus per NewYork. Mi risponde qualcosa che contiene la parola "scheduled" che mi mette in grande confusione. Sorrido, ringrazio e rifaccio la fila ad un altro sportello. Qui è un portoricano a rispondere alla mia domanda ma anche lui pronuncia la parola "scheduled". Al terzo sportello c'è una dolcissima indiana e, dopo una regolarissima fila, le chiedo che vuol dire scheduled. Mi sorride facendo brillare il diamantino incastonato sulla narice destra e mi porge il foglietto dell'orario su cui c'è scritto "scheduled". Ora so che tutti i giorni ad intervalli di due ore parte un autobus per NewYork arrivando nella megalopoli cinque ore dopo: la prima fermata è a Riverside, vicinissima a Newton Highlands. Adesso il mio problema è più complesso, devo chiedere se posso salire a Riverside evitando di trasportare le tonnellate dei bagagli della Sgnuffi fino a Boston. Dopo aver fatto altre file e aver tentato con un pakistano, un cinese e un vietnamita, chiedo all'impiegato che si occupa dei bagagli: è questo un irlandese lentigginoso che mi risponde affermativamente: posso salire a Riverside, of course. Sempre di corsa ma non con le valigie della mia concubina... Ho posto male la domanda: io voglio sapere se salendo a Riverside avrò i posti a sedere, posso prenotarli fin da ora?
L'irlandese scuote il suo top carrot e un ciuffo kennediano gli ciondola sulla fronte: non esiste prenotazione. Glielo faccio ripete due volte: non posso rischiare un viaggio di cinque ore in piedi.
Adesso me lo fa ripetere lui due volte e poi guarda me e la mia famigliola da capo a piedi come se temesse di vederci scalzi e col fango secco sugli alluci. Si arma di pazienza cattolica e mi spiega che gli autobus non possono portare passeggeri in piedi ma solo seduti. C’è una folla ordinata in file davanti alle dozzine di biglietterie: se non posso prenotare e il pullman parte pieno da Boston, come fanno a sapere che a Riverside ci sono tre italiani con grosse valigie? Rischierò allora di non poter salire a bordo?
L'irlandese alza gli occhi al soffitto, so che prega o bestemmia gli stessi santi miei, e mi dice seccamente che quando un autobus è pieno ne arriva un altro.
Poiché il colore delle sue lentiggini si sta incupendo preferisco ringraziare e andarmene, ma dentro il dubbio mi rode: chi ne manda un altro? Da dove? E in quanto tempo?
Abbiamo fame ed entriamo in un Mc Donalds. Studiamo il menu luminoso che sovrasta le casse. Decidiamo il nostro pranzo: tre Big Mac, tre cheeseburger, tre filet-o-fish, tre milkshake alla strawberry e due black coffee. Mando a mente il tutto in inglese esercitandomi in silenzio per non far brutta figura. Tocca a me quando la Sgnuffi si avvicina e mi dice che quasi quasi invece del Big Mac prenderebbe dei bocconcini di pollo e invece del milkshake preferirebbe un croissant...
Mi si annebbia il cervello, mi ribello ed escludo il quasi quasi della Sgnuffi ordinando seccamente: tree Big Mac, tree cheeseburger, tree di tutto. Solo che "tree" vuol dire albero perché tre si dice "three" con quella maledetta lingua tra i denti. La negretta mi guarda con occhioni interrogativi l'indice alzato pronto a calare sui tasti plastificati della cassa. Alzo alte tre dita come Cristo: pollice, indice e medio. Tre.
La negretta batte felice, pago nove dollari ma quando arriva il vassoio ci sono solo due Big Mac, due cheeseburger, due di tutto. Ormai mi sono rilassato e non ho più la forza di sottopormi ad un secondo stress: dividiamo equamente in tre e basta lo stesso.
Basta soprattutto a inzupparci di maionese e ketchup fino ai polsi: doppi hamburger divisi da strati di lattuga, pomodori e cetrioli sguscianti serrati tra due cupole di pane forano un edificio alto dieci centimetri che supera le aperture mandibolari dell'homo sapiens. Li mordiamo di lato con effetti di fuga spaventosi: un missile verde schizza dal Big Mac di Sciltian finendo sul tavolo accanto dove un vispo portoricano sta divorando il proprio palazzo di carne, verdura e salse senza toglierlo dalla scatola di polistirolo che fa da contenitore.
Lo guardiamo affascinati per imparare la tecnica. Tentiamo un'imitazione ma ci troviamo a masticare pezzetti di espanso alla maionese. Dobbiamo vergognosamente appoggiare il Big Mac sul tavolo e usare la scatola come se fosse un piatto, spilluzzicando con le dita. La Sgnuffi, che il complesso delle mani appiccicaticce, soffre la fame.
Un pomeriggio Bill ci porta ad Haward che va assolutamente pronunciato "Hawod" altrimenti ti lasciano fuori dai cancelli. Respiro aria di casa: è qui che è stato ambientato Love Story, i grandi viali, i palazzi in mattoni rossi, i fortunati studenti. Da un momento all'altro sbucherà fuori la Cavalleri. C'è anche qualcos'altro in quest'aria: un distillato di intelligenza che ti cola nei pensieri e ti fa diventare ansioso di capire.
Bill ci presenta il preside della facoltà di archeologia che ci invita a visitare il suo regno. Nella hall troneggiano due idoli mesopotamici e la Sgnuffi sorride al canuto studioso ancheggiando come sa fare lei:
- Mesopotamia, isn't it?- il buon uomo la guarda a bocca aperta e il suo pensiero è chiarissimo: possibile che quel pezzo di donna sia un'archeologa?
Affascinato dalla Sgnuffi ci mostra i primi risultati di un suo lavoro: ingrandisce fino a sei metri per tre delle fotografie del secolo scorso scattate nelle più antiche città del mondo per evidenziare dettagli altrimenti invisibili. E' molto orgoglioso di aver scoperto in antichi casamenti di Gerusalemme, un sistema di aerazione degli appartamenti simile al moderno condizionamento dell'aria di cui non c'è traccia alcuna nei libri dell'epoca.
Se il nostro venire dall'Italia provoca sempre un'inesorabile battuta sulla mafia, il fatto che veniamo da Roma suscita invece ondate di ammirazione. Il nostro preside ci racconta che la prima volta che si presentò ai Musei Vaticani per la sua ricerca, l'archivista gli portò una pila impressionante di volumi.
- Ho solo tre giorni- disse il preside- come faccio a studiarli tutti?- L'archivista lo guardò con la superiorità che può avere un colto vaticanense verso uno zotico del Massachusetts e rispose:
- Questi sono solo gli indici, signore.-
Il preside ride felice al ricordo e ci fa da cicerone nel museo archeologico della facoltà, deliziato dalla nostra istintiva capacità di distinguere un oggetto egiziano da uno greco-romano. Capacità che miseramente perdiamo passando nelle sale cinesi, giapponesi e tailandesi. Potenza delle radici!
Il mitico MIT (Massachusetts Institute of Technology) lo vediamo solo da fuori. Sciltian e la Sgnuffi sono più interessati alle vetrine dei negozi, eppure dietro quelle mura si decide una parte del futuro dell'umanità. Respiro profondamente: questa è aria da dozzine di Nobel.
Dopo ore di shopping per le strade antiche di Boston, mi siedo sfinito sullo scalino di un negozio nell'attesa che la Sgnuffi compri tutte le T-shirt che ha promesso a parenti e amici. Sciltian inganna il tempo scegliendo cartoline. Appoggio il mento nel cavo di una mano e il gomito su un ginocchio. Il mio sguardo si fissa nel vuoto in un esercizio di pazienza coniugale.
Un signore anziano mi sorride. Ricambio per cortesia.
- You're right staring that house...-
Trasalisco e innesto automaticamente la parte anglofona del mio cervello. Guardo la casa che mi indica il mio gentile interlocutore: una costruzione in legno, brutta e grigia, appoggiata contro un muraglione di mattoni rossi. Alzo uno sguardo interrogativo sull'americano che gongola spiegandomi che si tratta della casa di Paul Revère, la più antica costruzione in legno di Boston vecchia di tre secoli.
- Sa, - gli rispondo nel mio inglese- Io vengo da Roma e abito in una casa vecchia di duemila anni.-
- Rome, Italy?- mi chiede. Annuisco. Ha un'esclamazione soffocata e se ne va a grandi passi.
Io abito in un palazzo che ha trent'anni, ma mi è venuto di dire così.
Paul Revère è per Boston quel che Garibaldi è per noi: un eroe a cavallo della guerra d'indipendenza.
Visto che il bostoniano mi ha portato in clima storico conduco la famiglia a vedere la ricostruzione del bellissimo brigantino Beaver e la casetta rossa del famoso (per loro) Boston Tea Party, dove nel dicembre del 1773 dei patrioti travestiti da indiani (li han sempre messi in mezzo quei poveracci!) insorsero contro le esose tasse inglesi buttando un carico di tè nel porto e dando inizio alla guerra d'indipendenza. C'è un gran pubblico in riverente ammirazione, seduto sulle panche di legno massiccio costruite lungo i moli, che sgranocchia patatine e sorseggia coca cola guardando tre secoli indietro nel tempo che per loro sono i primordi della civiltà.
Per noi è solo una bella scenografia, le grandi navi a vela soprattutto, e Sciltian riserva le sue esclamazioni di ammirazione per gli squali che nuotano nell'immenso cilindro di vetro del vicino acquario.


IL PRIMO GOODBYE
Tutte le mattine alle otto accompagno mio figlio a scuola come milioni di padri americani e lo lascio sotto il colonnato della Newton South High School in jeans,
T-shirt e scarpe da ginnastica. Tutte le mattine vado con la moglie in un supermercatone Straboccante di ogni ben di uomo e giro in mezzo ai cumuli di adescanti prelibatezze inneggianti alla stravittoria del capitalismo sul comunismo e butto nel carrello cascate di corn flakes, chips, cookies, bacon, steak, coca cola, root beer e cibi cucinati secondo le ricette dei più strani paesi della terra.
Tutti i giorni all'una vado a prendere mio figlio e lui salta sulla mia Chevrolet buttando il guantone da baseball sul sedile e salutandomi con un allegro:
-Hit Dad!-
Tutti i pomeriggi prendo il metrò e vado a Boston e l’inglese che esce dalle labbra immobili dei wasp non mi mette più angoscia, seguo il senso dei discorsi.
Tutte le sere siamo invitati a cena in qualche villetta Old New England, centro di interesse di gruppi sempre piti numerosi.
La settimana scorsa un amico di Bill ci ha invitato nel Maine per la caccia al cervo, tre giorni fa un poeta di flamenco song a passare il Natale "lassù nel Vermont", oggi pranziamo a casa dei Taranto che han richiamato i parenti dagli Stati limitrofi per festeggiare l’arrivo "degli italiani".
Il vecchio capofamiglia ha un vago ricordo di sole e di mare avendo lasciato le isole Eolie col padre quando aveva cinque anni. Tenta di parlare italiano e trova solo parole del suo dialetto. Chiede alla Sgnuffi se le piace "la racina" e la bionda sgrana gli occhi. Un calcetto sotto banco la avverte che sta per fare una gaffe. Il vecchio si curva sconsolato:
- I forgot italian!- ma io lo raddrizzo con un gioioso:
- E' una smàfara? A 'Gna le piace scuncicari. Fodda va per la racina bianca, idda di Stromboli in particulari!-
Mister Taranto mi guarda felice e io ringrazio Carlo Ponti che mi fece scrivere una sceneggiatura per Sofia dal libro "La Mafiosa", in fondo al quale c’è un dizionarietto siculo-mafioso.
I nostri "tenants" ci invitano nella loro città d'origine che chiamano "Elena" con le due "e" molto larghe. Non possiamo andarci perchè il primo agosto dobbiamo essere ad Atlanta a casa degli Edwards. Solo dopo un'oretta di conversazione scopro che la mia "Atlanta" e la loro "Elena" sono la stessa città: pronuncia del profondo sud.
Banji ci adora e noi adoriamo lui. Quando andiamo a Boston ci segue coi latrati dal giardino fino a che non prendiamo il metrò.
Paula ci ha promesso una gita a Cape Cod (Capo Merluzzo) ma non può accompagnarci perché il marito, andato all'ospedale per un check-up di routine, è stato trattenuto. Ci presenta una sua compagna di college anni Sessanta che è felice di sostituirla.
Partiamo di buon mattino lungo strade tranquille e verdeggianti. Dopo dieci minuti corriamo in una natura vergine: oltre il nastro vellutato dell'asfalto ci sono grandi boschi. Casette, paesini, cascinali, tanto comuni da noi, coi filari degli alberi a segnare la mano millenaria dell'uomo, qui non esistono. A camminare in questi boschi potrebbe capitare di posare il piede su una zolla che mai ha conosciuto impronta umana, come Neil Armstrong sulla luna. Ho la sensazione acuta di un profumo mai aspirato, e sono nella "vecchia" culla degli Stati Uniti, che sarà lo sconfinato Ovest?
Giriamo intorno a Plymouth, prima città importante fondata dai Padri Pellegrini e ci inoltriamo sulla penisola di Cape Cod, punteggiata da stagni e laghetti.
Pranziamo in un ristorantino, accanto alla villa dei Kennedy, sgranocchiamo aragoste, succhiamo ostriche, respirando l'Atlantico. Le lunghe spiagge sono deserte, nessuno fa il bagno. Due sub escono dal mare con pesanti mute da dieci mm., vado a mettere un piede in acqua: toccata e fuga, è pura acqua groenlandese.
Passeggiamo lungo la spiaggia senza limiti incuranti dei cartelli "Warning! Birds!". Ammonisco Sciltian di non avvicinarsi ai cespugli sulle dune dove nidifica una qualche specie protetta.
E invece la specie da proteggere siamo noi! Gli uccelli madre, bestiole grandi come colombi ma con becchi lunghi e acuminati come fioretti, ci assalgono a ondate lanciando orribili stridi da combattimento. Sembra una sequenza di un film di Hitchcook.
Corriamo verso l’auto mentre un pennuto mi colpisc con un proiettile biologicoi al centro della pelata.
Se Bartolomeo Gosnold fosse sceso a terra nel 11602 qundo, bordeggiando, battezzò la penisola di Capo Merluzzo perché il mare ne era pieno, forse oggi qusto posto si chiamerebbe Cape Shit.
L’amica di paula ci porta sulla punta del Capo, a Provincetown e ci indica il punto preciso dove i padri pellegrini costruirono le prime baracche accolti on simpatia dagli indiani che qui pescavano il merluzzo da millenni. Non dovette sembrare un pericolo ai forti guerrieri quel manipolo di gente puzzolente, dimagrita per la traversata, arrivata con quella barcona a vela.
Vatti a fidare della prima impressione: quelle baracche erano l’inizio degli Stati uniti e duecento anni dopo erano gli indiani a essere pochi e macilenti.
Il giorno seguente Paula ci accompagna ad un pubblico concerto col consueto cestone del picnic e ci sdraiamo sulle grandi aiuole spartitraffico al centro di una piazza. Fa l’allegra ma si capisce che si sforza. Non le chiedo niente, questi bostoniani per la riservatezza dei sentimenti profondi mi ricordano i miei parenti alpini. La Sgnuffi non può capire, lei viene dalla terra delle préfiche.
E' già tempo di rimettere le armadiate di roba della mia dolce bionda dentro le sue grandi valigie e scoprire che non ci bastano più: sul letto c'è una pila di gonne, magliette, lenzuola a fiori con gli sham e un gigantesco unicorno bianco che Sciltian ha trovato accanto ai bidoni della spazzatura a cento metri dalla nostra casa.
Non provo neppure a discutere con la Sgnuffi sull'assurdità di voler portare quell'enorme peluche fino a NewYork, poi sul pullman per Atlanta e infine sull'aereo per Roma, lei trova perfettamente logico l'assurdo. Paula tenta sul terreno dell'irrazionalità e le dice che l'unicorno porta male, tanto più se l'ha buttato qualcuno per levarsi il malocchio.
- Non siamo a Salem.- è la secca risposta della Sgnuffi.
Domani trascineremo l'unicorno, le nostre grosse valigie e i nostri magoni alla stazione degli autobus di Riverside. Il mese é passato. Spirito Santo ci porta nel parco di una villa dove hanno montato una pedana per uno spettacolo di addio. C'è un'artista venuto da NewYork che dice battute. Devono essere irresistibili perché la gente ride da spaccarsi la gola. Noi abbiamo fatto l'orecchio all'inglese di Boston e questa ci sembra un'altra lingua. My God, sarà così ogni volta che ci sposteremo?
Non si può restare seri mentre tutti ridono, non è gentile verso il comico: Sciltian ed io ridiamo con gli altri una volta su due ma la Sgnuffi resta immobile e corrucciata, fissa sul niuiorchiese, accusatrice. Magneticamente attratto dalla sua fissità, la brillantezza dell'intrattenitore si spegne.
Spirito Santo sussurra qualcosa da orto dei Getsemani alla robusta Beth del New Hampshire che ci ha invitato per una caccia all'orso in settembre dalle parti sue. Beth si acciglia e scuote la testa sconsolata, come se avessero appena liberato Barabba.
Ho un'intuizione e chiedo:
- Paula's husband?-
Spirito Santo valuta la mia degnità con un'occhiata. Supero il suo esame perché mi sussurra che il marito di Paula ha un cancro incurabile e i medici gli han dato tre mesi di vita.
E’ il momento dell’addio. Una trentina di persone viene a salutarci e ci augura buona fortuna. I coniugi Taranto piangono. Banji uggiola e ci alta in braccio per non farci partire. Addio Banji!
Paula porta noie le nostre valigie a Riverside. Arriva l’autobus, i posti per noi ci sono e non saprò mai che sarebbe successo se fosse arrivato pieno. L’unicorno divide il sedile con la Sgnuffi.
Paula ci abbraccia forte. Promette di scriverci. Promettiamo anche noi. Vedo la disperazione in fondo ai suoi occhi per l’avvicinarsi di un addio ben più doloroso di questo. Sento che vorrebbe urlare e invece sorride e agita la mano mentre l'autobus ci porta via.


TRE GIORNI A NEW YORK
Il possente autobus con bagno si rompe a metà strada tra Boston e NewYork e siamo salvati dal pullman seguente dopo un'ora di naufragio. Viaggiamo in piedi sogghignando in complicità con una coppia di milanesi sbracata sui legittimi sedili del mezzo salvatore.
Siamo stanchi quando il bus imbocca la Fifth Avenue ad Harlem.
- Siamo nella Quinta Strada.- dico con aria paciosa alla Sgnuffi che subito si eccita e si spencola in avanti, inarcando la schiena, con palese interesse dei maschi di prima fila.
Fuori scorrono casette di mattoni rossi in avanzato stato di degrado con nugoli di ragazzini neri che giocano sui marciapiedi. Grasse matrone d'ebano sudato debordano da sgabelli posti sulla soglia di negozi o di bassi alla napoletana. Ovunque negri vanno e vengono non parlando di Michelangelo.
- La strada é più larga ma sembra un po' a Vico Secondo di Porta Piccola a Monte Calvario...-
La Sgnuffi, che odia Napoli e il vicolo in cui ha passato gli anni dell'adolescenza, mi lancia un'occhiata indagatrice, ha il dubbio che, come dice sempre in questo nuovo continente, io le stia tirando le gambe, che da queste parti sta per "prendere in giro" e pare derivi dall'uso gioviale di tirare le gambe agli impiccati che venivano lasciati ciondolare dopo le esecuzioni.
- Don't pull my legs! Questa non è la Quinta!- sbuffa la mia bionda metà raddrizzandosi. Richiamo la sua attenzione su una palina stradale che proclama "Fifth Avenue".
Resta a guardare senza commento, i suoi occhi vagano sui tetti bassi delle villette rosse alla ricerca dei famosi grattacieli e si riempiono di un dubbio angoscioso: possibile che gli altissimi palazzi, Times Square, i fasti del Metropolitan siano stati soltanto propaganda?
Nella sua irrazionalità la Sgnuffi crede solo a quello che vede: questa è NewYork e questa è la sua miserabile Quinta Strada.
La sua delusione è cosi feroce che mi muove a compassione e le spiego che la Quinta inizia ad Harlem ma il suo tratto famoso è dopo Central Park.
Il bus costeggia il verde del grande Parco e, oltre gli alberi, riflettono il sole le mille finestre dei grattacieli.
La Sgnuffi lancia un grido di gioia:
-NewYork!-
Il bus ci lascia in una megastazione puzzolente di gas di scarico a far la fila per salire su un taxi. Spaesati emigranti con una catasta di borse e valigie, spingiamo avanti l’unicorno e le masserizie finché arriva il nostro turno: una lunga auto gialla accosta al marciapiede, al volante un robusto negrone mastica qualcosa e mi dà un’occhiata distratta tenendo le mani sul cerchio.
C’è un’afa da stalla d’agosto. L'aria , già respirata troppe volte, non soddisfa i polmoni.
Guardo il tassista immobile dietro i vetri alzati. Trascino il mio carico verso il posteriore della lunga Cadillac e apro il bagagliaio. Sciltian mi aiuta a stivare le valigie della Sgnuffi che ci guarda da dietro il grande unicorno bianco.
Apro le portiere ed entriamo nel gelo polare del taxi che ha il condizionatore al massimo. Starnuto con violenza e mostro agli occhi bovini dell'autista il voucher col nome dell'hotel. Annuisce e partiamo.
Torniamo verso Central Park, su per la Broadway, giriamo Per la 57esima e ci fermiamo davanti all’ Holiday Il tassametro segna tre dollari e novantacinque cents. Do al tassista una banconota da Cinque. Il grande uomo nero sorride con una bella esposizione di avorio:
-Thank you, sir.-
Scuoto la testa e tendo la mano, lo fisso negli occhi e scandisco:
-The day is hot and the baggage is heavy. Give me one dollar and five cents, please.-
Resta un attimo sospeso, forse il mio accento distorce il senso delle parole poi sghignazza e mi dà sia il dollaro che i cents.
Scendo e scarico, e lui non si muove continuando a ridere.
Mi diventa simpatico questo negrone colossale: anch'io non muoverei il culo per spostare le faraoniche valigie della Sgnuffi per un dollaro e cinque cents.
Entriamo nell'hotel dopo aver misurato con un'occhiata la sua vertiginosa altezza. Nella agorafobica hall dagli svettanti pilastri si muove una folla cosmopolita: tutti sanno dove andare e ci vanno sorridendo e ciarlando i cento lingue che forse è sempre inglese.
- Dobbiamo passare al check-in...- sussurra Sciltian come suggerimento al vecchio padre rincoglionito e a me viene di pensare al Cecchin, un veneto con cui giocavo a pallacanestro nei tempi beati. "Passa al Cecchin!" mi urlava l'allenatore dalla panchina...
- One room for tree-. Mi guarda strano il pallido impiegato da dietro il marmoreo banco.
- Hai chiesto una stanza per un albero.- mi sussurra il paziente figlio. Alzo le dita come Cristo e ripeto:
- For tree.- Il pallidone é sempre più confuso.
- For two?- mi chiede con faccia da schiaffi. Mara mi sibila qualcosa di troppo
sommesso e Sciltian si appoggia, stanco, al suo papà e alla sua mamma.
Il movimento del cucciolo illumina la mente bionda dell'impiegato che storce la sua faccia brufolosa in un sorriso di sufficienza:
- Gosh, for "three" people!- e alza indice, anulare e medio.
- Sì, due pìpoli e una pìpola. Il monocornuto bianco non dorme mai.- commento accorgendomi che "brufolini" occhieggia adesso la Sgnuffi abbracciata al suo unicorno.
Dodicesimo piano, piano basso per NewYork, con veduta su un garage. Nella stanza ci sono due letti matrimoniali, king size, misura da re, come imparerò col tempo.
Ci buttiamo ad angelo con gridolini di sollievo: vasti lettoni comodi, soffice moquette sul pavimento, lussuoso bagno con lavabo, vasca e doccia.
- Manca il bidet.- nota la Sgnuffi delusa.
Siamo a NewYork, ombelico del mondo, e abbiamo solo tre giorni, non possiamo sprecare tempo prezioso a letto! Tutti sotto la doccia bollente e poi via, lungo le famosissime strade della megalopoli.
All'angolo della Eight Avenue dichiaro con bella sicurezza che dobbiamo attraversare perché la prossima sarà la Broadway e, seguendola, scenderemo nel cuore di Manhattan. Il semaforo ordina "Walk!". Afferro Sciltian con la destra e la Sgnuffi con la sinistra e affrontiamo la traversata.
Trotta trotta, siamo appena al centro della vasta pista, sgambettanti davanti ad un mare compatto di taxi allineati per ventiquattro sulla linea dello stop, i motori ruggenti impazienza, che il semaforo ci sollecita imperioso: "WALK! WALK! WALK!" e poi, schizofrenico cambia idea e dichiara "DON'T WALK!". Non uocchiamo più, galoppiamo nel disperato tentativo di salvare le gambe perch6 i mille taxi son scattati massicci in avanti come gialli scudi compatti di una tartaruga d'ariete.
Ci aggrappiamo al marciapiede opposto, naufraghi che han salvato i calcagni dagli squali. Guardo moglie e figlio ansanti e chioso:
-Senza pietà. E' la legge della giungla d'asfalto.-
Ripresosi dallo spavento, Sciltian si guarda intorno cercando un negozio dove vendano cartoline. A Boston ne ha comprato tre dozzine e le ha mandate a tutti i compagni di scuola. Ci incamminiamo in mezzo alla folla
di Broadway. Si son date appuntamento qui tutte le razze del pianeta e tutti i possibili incroci. Due fiumi di gente scorrono davanti ai negozi e gorghi di facce ruotano intorno a una vetrina o si chetano in uno slargo in una reazione alchemica di fusione e commistione: il rapido susseguirsi di facce bianche e nere danno una sensazione mulatta, quelle indiane alternate alle chiare e alle scure si fondono in arcobaleni meticci. Facce gialle, bronzee, albine, ramate, dal nero caff6 al bianco latte si alternano veloci venendomi addosso come spume di cateratte. Rossi irlandesi, bruni italiani, pallidi polacchi, lentigginosi inglesi, spilungoni scandinavi, minuscoli orientali, paffuti olandesi e butterati portoricani, grassi, magri, coi capelli ricci e lisci, a treccine o a glomeruli, lasciano nella memoria creoli di ogni colore,
E' il melting pot al lavoro, ma una lunga sequenza di irlandesi inconfondibili, un serrato gruppo di cinesi' tutti uguali e famiglie nere dai riflessi lilla urlano una diversità insuperabile. E' proprio di NewYork mostrare una cosa e il suo contrario.
Postcards venticinque cents each. Sciltian con due dollari crede di poterne avere otto ma la cassiera pretende otto e sessantacinque. Qui l’IVA la aggiungono alla cassa.
Venti metri più in giù c’è un grande cartello: dodici cards per un dollaro. Non rimprovero Sciltian per la sua impazienza, si arrabbia da solo.
Nel negozio seguente le cards costano quaranta centesimi l'una. Anche questo insegna NewYork: la libertà non ha bisogno di logica. Ogni negozio offre un paio di articoli a prezzi bassissimi per invogliare la gente ad entrare. Si può comprare tutto per niente girando due dozzine di negozi. Incrociamo decine di frettolosi yuppies elegantissimi e donne fasciate in costosissimi abiti italiani che scavalcano barboni accucciati con le loro proprietà nelle rientranze architettoniche dei grattacieli che incombono dando vertigine e mal di mare.
In una vetrina piena di bracciali d'oro, commessi rovistano cercando quello adatto al polso di un'indossatrice watussa e al di qua del vetro un uomo nero di sporco sceglie con cura qualcosa da mangiare nel cassonetto delle immondizie.
La Sgnuffi vuol comprare delle T-shirt e prende nota dei prezzi: più si cammina più probabilità ci sono di trovare prezzi pia bassi. E' la legge di Gauss: non esiste il limite zero ma camminando all'infinito si troveranno T-shirt a una frazione di cent.
All'altezza di Times Square, un grande negozio le reclamizza a 1,95 each. La Sgnuffi esita ansimando: sarà il prezzo più basso?
- Compriamo al ritorno- suggerisco - scendiamo a Union Square, è a poco più di un miglio, lì ci sono negozi molto convenienti, poi con un altro migliotto arriviamo a Canal Street e giriamo per la West Broadway dove vi voglio mostrare Think Big. Vicino ci sono le torri gemelle del World Trade Center e ci andremo per goderci il panorama e mangiare un hamburger -. Sciltian mi fissa con occhioni pensosi:
- Daddy, quant'è un migliotto? -
- Queste son miglia terrestri, un chilometro e seicento metri circa.
- Vuoi dire che da qui all'hamburger ci sono ancora
quattro chilometri?-
- Più o meno, ma son quattro chilometri di NewYork!-
Sciltian guarda i palazzi di Times Square coperti dalle intelaiature delle grandi scritte luminose che la rendono rutilante di notte, ma di giorno la fan sembrare una scenografia vista da dietro e arriccia il naso:
- Okay Dad ... ma non dirmi che è la prima volta che vieni a New York...- e si avvia con le sue cartoline in mano.
Tra i grattacieli si aprono delle viuzze, delle rue strettissime dal fondo sempre umido perché il sole non arriva ad illuminare i loro selciati sconnessi e ingombri di scheletri arrugginiti di scale antincendio, griglie di sbocco di condizionatori polifemici, tubi enormi e misteriosi abbarbicati a muri di mattoni senza finestre, cose abbandonate e informi incrostate di sporco vecchio e punteggiate da bicchieroni nuovi di plastica semipieni di ghiaccio fuso e coca cola e da scatolette di cartone targate Mc Donald’s che, quando il vento soffia nella direzione giusta, si infila tra i grattacieli, le solleva come luridi aquiloni che si specchiano nelle più scintillanti splendide audaci pareti che mai abbia costruito l'uomo.
La Broadway è l'unica strada tragressiva di Manhattan in senso topografico perché attraversa in diagonale il monotono razionale reticolo ad angoli retti formato dalle avenue e dalle street, ed è un lunghissimo bazar: qui puoi comprare tutto, qualunque cosa venga coltivata o costruita sul pianeta, finisce in una di queste vetrine.
Compro uno zoom per la mia Canon, una scheda per il Commodore e la Sgnuffi una cintura messicana, un pareo melanesiano, una camicetta di seta cinese, un foulard francese, un paio di babbucce afgane e un sari indiano. Tutto con cinquanta dollari. Sono più preoccupato per il trasporto che per la spesa. Sciltian ha solo raddoppiato le cartoline.
Strusciamo i piedi su ogni minima gobba dell'asfalto e i nostri scatti agli imperiosi comandi dei semafori si son fatti pericolosamente lenti, quando guido la mia bionda e il mio pargolo giù per la West Broadway. Mi fermo davanti ad una vetrina occupata da uno spazzolino da denti lungo due metri con setole alte trenta centimetri. Sciltian lo guarda stupefatto e la Sgnuffi strilletta indicando una scatola di fiammiferi più alta di lei. Siamo a Think Big, il negozio dell'enorme.
E' divertente: si ha la sensazione di essere tornati piccoli. Una sedia col sedile che mi arriva alle spalle rimesta in ragnatele antiche facendo scorrere segnali lungo assoni dimenticati, metto le palme delle mani su quel sedile e guardo in su: là in alto, follemente in alto, c'era il sorriso amorevole della mamma.
Sciltian gioca con una palla da tennis grande il doppio di un pallone da calcio mentre la Sgnuffi è estasiata da un piumino per la cipria con cui potrebbe incipriarsi tutta in un colpo solo. Sorrido tranquillo: qui le cose son talmente grandi che l'irrazionalità baularia della mia bionda deve arrendersi.
In fondo alla West Broadway ci sono le due torri gemelle che hanno spodestato l'Empire State Building di ben cinque piani dal trono del più alto di NewYork.
I nuovi campioni sono parallelepipedi di vetro di vetro che sostengono il cielo come colonne di un tempio di giganti. Si svita la cervicale a guardarli dal basso. L'architetto deve essere quel tizio che usa lo spazzolino di Think Big.
Entriamo, gnomi ignobili in tanta grandezza. La hall, ampia come lo stadio olimpico, formicola di poveri terragnotti in attesa di elevazione. Ci accodiamo alla fila più corta davanti ai settantadue ascensori che trasportano questi pendolari del cielo.
Sciltian e la Sgnuffi hanno fame. Chiedo ad un gallonato se nelle torri ci sia un ristorante. Si fa ripetere due volte la domanda e poi mi avvolge con uno sguardo di dolce compassione:
- Twenty two, Sir-. Ventidue. Bene, lassù da qualche parte ci sono i nostri hamburger. Prendo un depliant e informo orgoglioso Sciltian che le torri hanno quarantatremila seicento finestre e circa sessantamila metri quadri di vetro e che in cinquantotto secondi saliremo fino al centosettesimo piano. Peccato che per entrare in uno degli elevatori dobbiamo far la fila per cinquantotto minuti.
Per tenere buono il figlioletto spiego che i visitatori giornalieri sono ottantamila e che cinquantamila persone lavorano nelle torri.
- Lavano i vetri, immagino...- commenta amaro il pargolo.
Manca il fiato e la gravità aumenta sensibilmente mentre il pavimento dell'ascensore preme sotto i piedi con forza bruta per farci schizzare in cima alla torre.
Usciamo dalla cabina-razzo con le gambe molli e un vuoto nello stomaco: intorno a noi una piazza coperta e chiusa da lastre di vetro che arrivano fino al pavimento.
Attraversiamo e andiamo a guardar giù: uno strapiombo da caduta mentale, da crampo ai testicoli e a distanza siderea stretti fondi di canyon punteggiati di giallo e di bianco con qualche macchiolina rossa: i colori dei taxi. Sciltian corre lungo le vetrate: da un lato si vede tanto mare con la statuina della Libertà che tende la sua
fiaccoluccia, da un altro i ponti di Brooklyn e di Manhattan, dal terzo il New Jersey, dal quarto la guglia dell'Empire State e la giungla delle cime dei grattacieli.
Ci sono alcune terrazze verdi sopra i palazzi: miliardari che hanno incollato finta erba sull'asfalto del tetto. Vicino all'Express Way stanno scavando le fondamenta per un nuovo grattacielo e tre pompe idrovore succhiano l’acqua marina che filtra dalla sabbia e trasforma lo scavo in un lago. Provo un senso di disagio al pensiero che questa megatorre ha i piedi nell'acqua.
Per saziare la famigliola evito il Windows on the World con la scusa che è richiesta la cravatta e ordino al self service tre doppi hamburger, tre porzioni di chicken nuggets, tre cartocci di patatine, tre milk shake e due caffé.
Come sempre dico "tree" invece di "three" e alzo tre dita come Cristo: pollice, indice e medio. Ottengo due hamburger, due chicken nugget, due patatine e due caffè.
Sciltian ha fame, anche la Sgnuffi ha fame, nessuno vuol dividere in tre le porzioni per due. Troppo giusto. Torno in fila e fisso i grandi occhi bianco-neri del mulattone che ha preso la mia ordinazione e scandisco:
- Three means two plus one!- e per "one" gli drizzo sotto il naso il mio dito medio rigido come il fallo di un cane in calore. Il mulattone trasale, mi guarda stupito e poi scoppia a ridere battendosi manate sulle cosce.
-Two plus one! Two plus one!- gorgoglia nella risata a cascata che non gli lascia il tempo per respirare. Tutti i boys e le girls del service fanno cerchio, ridendo per contagio prima ancora di sapere.
Raggiungo la famigliola al tavolo col vassoio colmo di buone cose e dieci bustine di salse di ogni continente. La giamaicana che mi ha servito piangendo dal ridere mi
ha mostrato come devo alzare le dita per significare tre: indice, medio e anulare. Il pollice qui non conta niente.
A pancia piena la stupenda vista non mozza più il fiato. Fuori dai vetri sigillati, sospesi sul baratro, in bilico su una passerella scarrucolante, due giovanotti color rame stanno lavando i vetri.
Sciltian li guarda affascinato, i due gli fanno un cenno di saluto e mimano un tuffo in quello spaventoso vuoto che hanno tutt'intorno.
- Pellirosse…- minimizza Sciltian – mi han detto che loro non soffrono di vertigini.-
- Poveracci, gli han levato tutto, che possono fare?- interloquisce la Sgnuffi dai grandi occhi da cerbiatta.
- Arrampicarsi sui vetri!- concludo cinico.
Ci sono cento shops sulla babelica torre e molte mostre di artigianato, di pittura, di scultura, da passarci l'intera giornata. Sciltian guarda estatico un computer che disegna, con migliaia di puntini, una faccia al centro di una banconota da un milione di dollari. Farsi ritrarre in questo modo costa dodici dollari, come il pranzo di tutta la famiglia, ma la grande banconota sarà supporto al ricordo di questo viaggio per decenni e lo mando a far l'ordinata fila degli aspiranti Paperon de' Paperoni.
E' quasi sera quando ci affidiamo di nuovo all'elevator che diventando un discendator leva il fiato: per alcuni secondi non sentiamo il pavimento sotto i piedi, caduta libera!
Usciamo nello sconfinato piazzale contenti come bambini schizzati fuori da una giostra divertente e terrorizzante, ridendo forte per scaricare la paura.
Piovicchia. Ci mettiamo alla caccia di un taxi. Fatica inutile: torme di yuppies escono dai grattacieli di Wall Street e dozzine di kamikaze si buttano sull'asfalto bagnato per acchiappare al volo le auto pubbliche che passano a stormi. Rinunciamo subito a ingarellarci con questi esperti newyorchesi.
La pioggia rinforza e scroscia feroce.
- Cerchiamo un negozio che venda ombrelli.- propongo stando al riparo delle tende di un grande magazzino. Nessuno si ferma accanto a noi, tutti camminano ignorando la pioggia. Sotto la cascata d'acqua che precipita sul fondo del canyon, tre signore elegantissime chiacchierano. La pioggia cola sui loro capelli, lava le loro facce, entra nei colletti, scivola a rivoli freddi giù per la schiena sfociando da sotto le gonne sul marciapiede. Ridono come se fosse un asciutto pomeriggio di primavera. Mi sento i reumatismi per simpatia.
- Terra di pionieri -sospiro- Selezione della razza, qui chi soffriva di reumatismi è morto prima di far figli.-

Noi che non siamo stati selezionati e non vogliamo fornire materia di selezione, corriamo coi depliant delle due torri sulla testa e schizziamo dentro un negozietto cinese che vende ombrelli per quattro dollari.
Arriviamo a Times Square che è buio. Non piove più, siamo bagnati perché gli ombrelli cinesi erano dei parasoli e si sono sciolti, fissiamo incantati le enormi insegne animate di pubblicità giapponese: ah, questa sì che è America!
Alziamo a fatica le scarpe bagnate. Indico alla Sgnuffi il cartello che annuncia la Cinquantesima: ancora sette street e siamo all'albergo. E' come camminare nel reticolo di una gigantesca battaglia navale: Cinquantasettesima angolo Ottava, colpito e affondato.
Mangiamo in ristorante cinese scegliendo pietanze fotografate a colori e numerate per facilitare le ordinazioni. Sciltian sceglie un cinque e un sette, io mi faccio un sei e un nove, la Sgnuffi opta per un otto. Da bere prendo il tredici e mi versano una bevanda rosata agrodolce che manda giù le alghe fritte e gli sconosciuti crostacei (non saranno insetti giganti?) in un lago di squisitezza.
Discutendo se i gamberetti abbiano le elittre e se le cieche siano distinguibili dai lombrichi quando vengono annegati in salsa d'arancio raggiungiamo i nostri king size all'Holiday Inn e ci addormentiamo parlando.
Da bambino sognavo i dinosauri e avventure in regioni sperdute dove i grossi rettili fossero sopravvissuti, nell'adolescenza il sogno divent6 viaggio nel tempo con balzi indietro di sessantacinque milioni di anni per assistere alla tragedia dei sauri cui forse un asteroide chiuse la strada verso l’intelligenza favorendo ignobili topinastri che cominciarono a rosicchiare la mela della conoscenza, quindi non mi perderei il Museo di Storia Naturale di NewYork neppure per una prima a Broadway e, con la Sgnuffi curiosa di passato, ascendo la scalinata monumentale trascinandomi dietro un recalcitrante figlio: chissà che sognano le nuove generazioni. Per noi italiani abituati a non andare nei nostri musei per l'imbecille incuria con cui sono tenuti, un museo americano è già un'esperienza di per sé. Fin dalla hall si ha una sensazione di festa, come nel foyer di un teatro dove va in scena uno spettacolo di successo. Gente eccitata e interessata sfoglia depliant e mappe, rigorosamente gratuiti, discutendo di itinerari e di padiglioni, come un operaio italiano che stia decidendo se passare le ferie alle Maldive o fare un salto ai Caraibi.
Un grande cartello avverte "Pay What You Wish", paga quel che vuoi. Entriamo mettendo cinque dollari nel cestone delle offerte, nessuno entra senza fare un'offerta: non e' civiltà?
Sulla rampa si legge una frase di benvenuto che voglio riportare per far capire Varia che si respira qui:
"Benvenuti al Museo Americano di Storia Naturale. Da ora tempo e spazio sono ai vostri comandi: potete viaggiare dalle Americhe all'Africa, al Sud Pacifico o farvi trasportare dall'età preistorica al dopodomani. Una visita nel Museo 6 un salto nel passato, nel futuro, nel mistero e nella bellezza."
Non vien voglia di entrare? In quello di Roma si legge "Aperto il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 8,50 alle 11.15. Ingresso L. 8.000."
I dinosauri sono al quarto piano e cominciamo da loro. Prendiamo l’ascensore e usciamo sotto la mascella di un Tyrannosauro Rex spalancata a tre metri di altezza. Più in là un Diplodoco con un collo lungo tre volte quello di una giraffa e una coda della stessa misura mi guarda con la stolidità degli erbivori mentre un Plateosauro bipede mi fissa a braccia aperte in un gesto di invidia e di rassegnazione: forse da quelli come lui si sarebbe evoluto l’homosaurus sapiens sapiens.
Mentre io mi perdo nei miei sogni infantili, la Sgnuffi legge le grandi tavole a colori che illustrano l'habitat di quelle lontane ere come scimmieschi paleontologi riescono a immaginarselo concedendo lunghi e flessibili colli a quei lucertoloni che probabilmente erano rigidi come baccalà.
Sciltian sbadiglia facendo concorrenza alle fauci del tirannosauro: cartoni animati di robot giapponesi hanno riempito la sua infanzia e gli impediscono di fantasticare in questa direzione.
Scendiamo al terzo piano tra mammiferi e uccelli, che hanno ereditato la Terra. Lo scheletro degli uccelli dice che sono loro i pronipoti dei dinosauri.
E' buffo pensare che sul mio balcone di Roma cinguettino dozzine di passerosauri e che un merlosauro abbia fatto il nido fra i cespugli del parco, ma visti in soggettiva di lombrico i cari uccelletti riacquistano tutta l'atavica terribilità.
I grandi mammiferi imbalsamati testimoniano il nostro tempo e ci avvertono che un giorno qualche nuova razza potrebbe presentarci nudi sotto vetro, con tavole illustranti le nostre città piene di smog e intasate di macchine:
"Homo Stronzus Stronzus, vissuto due milioni di anni fa. La sua scomparsa si fa risalire ad un'esplosione demografica che lo ha fatto annegare nella propria merda."
Al secondo piano ci sono già degli Homo imbalsamati e collocati nel loro habitat ricostruito: africani, asiatici, aztechi, inca e maya. Inciviltà scomparse per mano di altre inciviltà.
Al primo piano insetti, minerali e gemme. La Sgnuffi resta dieci minuti a fissare un grosso diamante grezzo e ad immaginare che splendore di brillante potrebbe diventare. Sciltian si interessa un po' ai minerali e sbadiglia per la fame. Nel "basement" (le torri hanno radici profonde ventun metri....) c'è un ristorante popolare e ci facciamo servire il pranzo al tavolo per rompere l'economica praticissima abitudine dei "tree" hamburger.
A pancia piena si gradisce qualcosa di non faticoso: é questo il momento giusto per godere delle "facilities" che oggi offre il Museo: la proiezione su schermo avvolgente dello spettacolo NaturaMax.
E' lo schermo più grande di New York e proiettano bellissimi documentari su maestosità della natura. Per entrare si paga tre dollari, ragazzi metà prezzo.
Il Planetarium per me è la favola finale. Mi abbandono sulla poltrona inclinata e m'è dolce naufragare fra l'infinità delle galassie.
Come dice la pubblicità del museo, tempo e spazio sono ai miei comandi e la mia condizione di Homo Stronzus che vive per un attimo su una scoria che ruota intorno ad una palla di idrogeno di media grandezza in fusione nucleare situata nella semiperiferia di un'ordinaria galassia a spirale, componente banale di un ammasso di galassie, legato in uno dei tanti superammassi indistinguibile nel mare di miliardi di superammassi di galassie che ricama il buio della nostra bolla d'universo, mi piomba addosso con evidenza concreta e mi fa sentire mirabile e miserabile accidente di carbonio che il caso ha costruito giocando con lunghe molecole come un bambino con le carte, destinato a cadere e svanire al primo soffio di tempo o tremore di spazio e insieme, per rimbalzo di coscienza, un aspirante dio traboccante orgoglio perché posso abbracciare col pensiero tanta immensità.
Il terzo giorno a NewYork é per Central Park, gli hot dog squisitissimi e l'empire State Building, vecchiotto e battuto in altezza e volumi ma con il fascino degli anni folli e di King Kong. Il gorillone salta davanti a Sciltian appena uscito dall'ascensore facendoci sobbalzare: la bestiola, alta due metri e mezzo con un torace largo uno, allunga una manona per accarezzargli la testa. Passato il momento di paura, ridiamo e scruto dentro la maschera dove brillano due occhietti neri e allegri. Sarà un pellerossa, un negro o un sudamericano? Potrebbe perfino essere un italiano, anche se i Taranto mi hanno garantito che oggi gli italoamericani non sono più i "dago" di qualche decennio fa e raramente fanno lavori umili.
Il buon gorilla si fa fotografare abbracciato con Sciltian ed è festeggiato da bambini intimiditi e ammirati: forse non è un lavoro umile.
Dal terrazzo dell'Empire, NewYork arriva in faccia in modo più diretto, senza la protezione dei grandi vetri del World Trade Center. Solo una ringhiera con acuminate punte rivolte verso l'interno per scoraggiare i suicidi, ci separa dal baratro fumigante. Guardo in basso e una piacevole ebbrezza di vertigine mi prende: è il fascino dell’abisso, come precisa la Sgnuffi scivolando con lieve zeppola sul suono "sc".
All’albergo è già tempo di check out e il biondastro mi chiede 256 dollari. Sventolo i voucher pagati a Roma e quello sorride da buttargli giù i denti:
-This is for taxes…" e sventola in risposta un foglietto in cui il sindaco della metropoli spiega agli ignari borseggiati come il comune di NewYork effettua lo scippo: un tanto per persona al giorno.
Forse è per questo che i musei possono essere gratuiti e aperti tutto il giorno…


GREYHOUND
Torniamo alla stazione degli autobus con l'unicorno e i nostri bagagli stile Amundsen e alle diciotto partiamo per il profondo sud, destinazione Atlanta, o "Elèna" come la chiamano i suoi abitanti, imbarcati su di un lussuoso bus della Greyhound, il cui levriero in corsa è dipinto sulla fiancata metallizzata, e suggerisce scatto e velocità.
Il bus è comodo, sul fondo c'è una pulitissima profumata toilette in inox come quella degli aerei. Lo guida un ercole nero col cappelletto della ditta. I nostri compagni di viaggio sono per metà bianchi e per metà neri.
Mi siedo accanto ad un finestrino, deciso a dare una buona occhiata a questa parte di America. Il bus attraversa Manhattan e si infila sotto l'Hudson nel lunghissimo Holland Tunnel che collega NewYork con Jersey City. La Sgnuffi, che soffre di claustrofobia, ha attimi di angoscia pensando che sopra la sua testa scorre un fiume.
Torniamo alla luce nel New Jersey. Brutto posto, case squallide, terreni erbosi macchiati di acquitrini, grandi fabbriche fumose, capannoni, carcasse arrugginite della civiltà dei rifiuti. Il bus prende la statale numero 1, si tiene sulla corsia di estrema destra e stabilizza la propria velocità di crociera: 55 miglia, circa ottantotto chilometri orari. Questi sono i limiti di velocità dello Stato di New York e di tutti gli stati dell'Est: muoversi ad 88 chilometri l'ora su un'autostrada a dodici corsie dà la sensazione di essere fermi. Il levriero dipinto sulla fiancata si sarà messo comodo a sonnecchiare.
Mi consolo pensando che andando piano potrò vedere meglio questa fetta di States: alberi, boschetti, foreste, pianure verdi, ondulate colline disabitate e di nuovo alberi e alberi e alberi. L'unico segno della presenza dell'uomo sono le auto che lentamente ci sorpassano, infrangendo i limiti di velocità del dieci per cento, delitto tollerato dalla polizia stradale, che è l'altro segno di umanità su questo mississippi d'asfalto che attraversa selve mai abitate. Ogni ventina di miglia scorgo un'auto bianca e blu appostata fra i cespugli oltre il guardrail, oppure una coppia di agenti in moto pronti a scattare, ma spesso sono finti: spaventapasseri per uccelloni motorizzati.
Il sole cala sulle cime altissime degli alberi che hanno chiuso intorno alla highway ogni possibilità di panorama.
La prima fermata é alla periferia di Trenton: pochi minuti di sosta e via verso Filadelfia. Qualche passeggero bianco è sceso, qualche passeggero nero è salito. Sciltian si é appisolato e la Sgnuffi mi lancia un sorriso in cerca di incoraggiamento:
- Manca molto?- mi chiede, sollevandosi dall'unicorno.
- Diciassette ore.- Abbassa le lunghe ciglia come una bambola messa bruscamente supina.
Filadelfia è ben illuminata, il bus infila un vialone con chilometri di prospettiva. Una molletta da bucato alta dieci metri fa monumento nella piazza del municipio, forse in ricordo dell'unico giorno in cui il signor Penn si lavò le mutande e le stese ad asciugare nel proprio giardino, la Penn...silvania appunto, dove costruì la "città degli amici". Mister Penn in oro tiene d'occhio la molletta dal sommo della City Hall.
Il bus sosta pochi minuti: gli ultimi bianchi scendono e altri neri salgono. Quando ci rimettiamo in moto, la biondissima Sgnuffi, il biondo Sciltian e il pelato io siamo gli unici esponenti della razza padrona, torturatrice e massacratrice di migliaia di poveri schiavi negri. Adesso i loro figli ci guardano.
Un senso di disagio coglie me e la Sgnuffi mentre Sciltian, annullato dal sonno, non avverte l'aria di pericolo. Studio le facce dei miei compagni di viaggio e scopro la radice del razzismo. Queste facce d'ebano, queste labbra carnose, questi nasi camusi piantati fra muscoli facciali dai movimenti sconosciuti, non mi dicono niente. Siamo abituati a farci un'idea del nostro prossimo alla prima occhiata: quello è un impiegato, questo dev'essere un operaio, vicino a quell'altro è bene tenere una mano sul portafoglio, con quella signora elegante ci potrebbe scappare qualcosa, questa biondina non ha ancora scopato e quel vecchietto là dev'essere stato negli alpini. Molte di queste "idee" sono probabilmente sbagliate, ma le facce ci suggeriscono giudizi immediati: di questo mi fido e di quello no. Questa mi piace e quella no.
Invece queste sessanta facce nere non mi dicono nulla, se mi servisse aiuto non saprei a chi rivolgermi, non riesco a distinguere un possibile santo da un possibile assassino.
Questo dà una sottile angoscia che si sfoga in irritazione: ma perché non stanno a casa loro questi musi neri? Ma qui stanno a casa loro e i diversi siamo noi, maledetti musi bianchi.
A Baltimora qualcuno sale e qualcuno scende, tutti assolutamente neri. Sonnecchio tenendo l'animo alzato. E' quasi mezzanotte quando nel finestrino passa la Casa Bianca illuminata dal basso come il Colosseo, ma da luce bianchissima.
Sveglio Sciltian che apre un occhio: non guarda la Casa Bianca, guarda le facce tutte nere dei nostri compagni di viaggio. Gli sorrido rassicurante:
- Siamo gli unici bianchi. Su queste linee di lunga percorrenza viaggiano solo persone di colore.-
- Perché sono abituati a soffrire...- mi risponde il pargolo e resta con gli occhi sgranati sulle quelle facce inclassificabili.
Uno sguardo dal ponte sul Potomac, pochi minuti di fermata in una stazione anonima e Washington D.C. é già alle spalle. Puntiamo su Richmond, capitale della Virginia e la Sgnuffi mi sussurra che vorrebbe andare a lavarsi le mani, poiché anche la mia vescica manda segnali di protesta, vado in esplorazione alla toilette, lentamente, voltandomi spesso a controllare la macchia lunare dei capelli della compagna della mia vita nell'assoluto nero vivente di questo bus profumato di muschio emanato da pelli aliene. Mi accoglie un tanfo di orina: è la prima volta che trovo puzza in un cesso pubblico americano, vuoi vedere che anche qui scendendo al sud cala l'igiene? Subito dopo mi accorgo, a spese dei miei pantaloni, dell'impossibilità di centrare la tazza di un pullman sobbalzante e dondolante che fa venire il mal di mare.
Torno al mio posto e consiglio alla Sgnuffi di aspettare la prossima fermata. La luna trae riflessi d'argento dalle foglie degli alberi che fanno parete da entrambi i lati della strada, impenetrabili e impenetrate. Neanche i fari riescono a bucare queste muraglie verdi. Per vedere questa parte degli States ci dovrò tornare senza Greyhound.
Scivoliamo in stato comatoso. La Sgnuffi avverte una presenza troppo prossima, spalanca gli occhi e urla: a tre centimetri dal suo, il naso camuso di un giovane negro sottolineato da un sorriso d'avorio. Il bianco di due grandi occhi che la stanno esaminando non ha contorni nel buio della faccia e del pullman. Il giovane nero annuisce e si siede al suo posto lasciando nella donna bianca una fifa blu.
Il bus si ferma e tutti si alzano e scendono, autista compreso.
- Siamo arrivati?- mi chiede speranzoso Sciltian.
- No.- mi alzo. Sale un nuovo autista, più giovane e più nero. Mi faccio coraggio e gli chiedo con umile sorriso:
- Richmond?-
Spalanca la bocca e mi risponde senza chiuderla mai. A Boston parlano con la bocca sempre chiusa, a labbra ferme, qui a labbra ferme ma con la bocca sempre aperta. Detto così l'inglese diventa un'altra lingua.
Mi pare di afferrare un "yea" che dev'essere un "yes" e un "tueni" che può essere un "twenty".
Integrando con audacia spiego alla famiglia che siamo a Richmond e che ci fermeremo venti minuti. Balzo a terra e mi piego sulle gambe per sgranchirmele. Un braccio mi serra le spalle in una stretta amichevole ma poderosa. Un uomo nero più alto di me e con un'apertura toracica doppia, spalanca la bocca e mi parla. Ha una testata di capelli ricci e bianchissimi e le sopracciglia candide nel buio della faccia sembrano di cotone. La sua cantilena sorridente mi è incomprensibile. Racconta e ride e mi accompagna dentro la stazione. Chissà quali cose spassose mi sta dicendo ma non riesco neppure a captare l'argomento del suo racconto. Conclude e mi guarda, aspettandosi la mia risata.
- I'm italian. Sorry but I did not understand anything."
- Nadi?- mi chiede sgranando gli occhi. Suppongo voglia dire "nothing" e confermo:
- Nadi.-
Scoppia a ridere piegandosi sulle ginocchia. Mi guarda e ride, dà manate agli amici suoi e scroscia ripetendo "nadi, nadi". La risata si comunica agli altri e mi trovo al centro di un cerchio di denti d'avorio in buie bocche spalancate.
La famiglia vuol sapere perché il grande uomo nero mi abbia abbracciato, lo vorrei sapere anch'io e quindi preferisco incitarli alla soddisfazione dei loro bisogni corporali di input e di output.
Son quasi le tre di notte e il bar è chiuso, ma c'è un'intera parete di cassettine, simili a quelle per la posta nei nostri condomini, che mostrano cadaverini informi e incelofanati. Decidiamo per tre cheeseburger e con cinquanta cents per ogni cassettina veniamo in possesso di un reperto ibernato e dall'aspetto repellente.
Imitando i gesti dei nostri compagni di viaggio ci avviciniamo alla parete di fronte: una lunga fila di forni a microonde sono a disposizione del pubblico poggiati su mensole senza catene e lucchetti. I passeggeri ci infilano quelle ignobiltà surgelate e ne tiran fuori succulenti piatti fumanti. Li guardo incuriosito: quanto durerebbe un forno a microonde in una stazione di bianchissimi romani? Tra i miei neri compagni non ci sono né ladri né vandali, quindi probabilmente neanche assassini e stupratori.
Mettiamo nei forni le nostre mummie di panini e li ritiriamo gonfi e filanti formaggio che metton l’acquolina in bocca. Con settanta cents un distributore automatico mi spara una scatola di birra fresca e con altri venti la Sgnuffi apre la porta di una toilette pulita e profumata. Sciltian e io ci sorridiamo, i denti affondati nelle nostre squisitezze resuscitate: che meraviglia l'America!
Faccio due passi fuori dalla stazione: siamo in una zona anonima. Richmond mi ricorda i film sulla guerra di secessione: questa fu la capitale dei confederati, qui il generale Lee inflisse una dura sconfitta ai nordisti all'inizio della guerra prima di essere battuto dal generale Grant. Scrivendo film per Sergio Leone sono diventato un esperto della guerra civile americana.
Rassicurati sulla moralità dei nostri compagni di viaggio facciamo tutto un sonno fino a Charlotte, North Carolina, dove arriviamo all'alba. Appena si alza il sole fa caldo e nel bus si accende Varia condizionata. Attraversiamo la South Carolina e arriviamo ad Atlanta all'una del pomeriggio, freschi come una coca cola rimasta un mese al sole.


ATLANTA
Le ultime ore di Greyhound sono state una sofferenza: le gambe urlavano crampi, le reni lanciavano avvertimenti sinistri, il paesaggio al finestrino non era più verde né definito alle palle gonfie dei nostri occhi insonni e il colore dell'erba tendeva al bruciato come le nostre chiappe surriscaldate sui sedili di plastica.
Scendiamo barcollanti e recuperiamo dalla stiva dell'autobus i nostri sisifei bagagli. Non ho la forza di rifiutare l'aiuto di un giovanotto nero che pretende cinque dollari per farmi superare la rampa delle scale.
La hall della stazione dei pullman è all'americana: sterminata e piena di gente. Ci fermiamo gementi al centro, impecoriti. Dovrebbe esserci qualcuno mandato dagli Edwards. Ma nessuno inalbera cartelli, né mostra interesse per questo spilungone pelato che ha accanto una vamp bionda e un cucciolo.
Che si fa? Leggo la domanda negli sguardi disperati di chi ripone in me tutta la sua fiducia e mi dirigo con passo sicuro verso un drugstore: la prima cosa da fare non appena si arriva in una città sconosciuta é comprare una mappa. Ho l'indirizzo degli Edwards e troverò il nome della strada sulla carta per giudicare se è a portata di taxy o se dovremo salire su di un altro autobus. Lullwater è il nome della strada e lo trovo subito: è in una zona vicina al centro. Possiamo prendere un taxi. Ma sulla scalinata esterna ci vengono incontro due giovanottoni biondi dall'aria simpatica che mi puntano un dito contro:
- Mister Gastaldi?-
- O yea! Nice to meet you!-
Sono i figli degli Edwards e son rimasti a casa. Ci spiegano, muovendo le labbra, che non ci daranno fastidio poiché la villa ha un grande giardino in fondo al quale c'è una dependance e loro si son trasferiti là.
Nei pochi minuti d’auto dalla stazione alla loro casa, scherziamo sul nostro viaggio in bus. Ridono alla follia di diciannove ore di pullman quando sarebbero bastate due ore di aereo e non cerco neppure di spiegar loro che credevo in tal modo di vedere meglio l’America.
Fermano l’auto, una Saab 5000, davanti a una grande villa in stile coloniale, tipo Via col vento, con tanto di colonne, timpano triangolare e gran prato verdissimo rasato davanti.
Penso alla nostra villetta al Circeo dove ora i signori Edwards staranno fissando la piscinetta e spero che non siano troppo delusi.
Ci viene incontro uno strano cagnotto dal pelo unto che ricorda quello di una lontra o di un cinghialetto. Su un lato della casa, sotto una tettoia, c’è una zona parcheggio con alcune auto, un mezzo campo di pallacanestro e tutt’intorno una giungla tropicale.
Scendo dalla macchina e alzo la testa verso le cime inarrivabili di alberi immensi, legati fra loro da intricate ragnatele di liane, sovraccarichi di rampicanti fioriti, pascoli per farfallone variopinte e uccelletti dal volo frenetico. L’aria ha un profumo dolce e denso e il frinire di insetti sconosciuti, il richiamo di uccelli mai sentiti, il ronzare di calabroni colorato orchestrano suoni nuovi e inquietanti.
I due giovani ci fanno entrare nella villa moquettata, in un alone che battezziamo "degli argenti" per la profusione di candelabri, brocche, vassoi e coppe del nobile metallo. Il pavimento della vasta cucina è in plastica rossa, tutt’intorno il full-appliances statunitense dominato dal solito megafrigo. Sul tavolo alcuni foglietti di istruzione per la casa e per la città com'è buon uso fra scambisti, accompagnati da una bottiglia di vino di benvenuto. Dieci minuti buoni di lettura sull’american way of life.
Portiamo le nostre pesanti valigie su per la scala di legno impellicciata di moquette folta come erba non rasata ma di colore bianco accecante e ci fermiamo ansanti davanti alle stanze del piano superiore: ce ne sono quattro. La Sgnuffi e io prendiamo quella matrimoniale e Sciltian può scegliere.
Uno dei ragazzi mi indica una botola nel soffitto: se sentiremo dei rumori nel sottotetto non dovremo spaventarci, ci han fatto il nido delle volpi volanti.
-Oh le simpatiche volpi volanti! – commento nel mio inglese più sciolto. I due ragazzi ridono e scompaiono nella foresta vergine del giardino diretti verso l’invisibile dependance.
Abbiamo sete e apriamo il frigo che trabocca di provviste. Abbiamo anche fame e prendo nel freezer un filone di pane sigillato in una busta di plastica trasparente. Qualcosa si muove dentro la gelida busta: chiuso nel nylon brinato, insieme al pane, c’è una bestia lunga sette centimetri! La blocca stringendo il nylon sulla crosta del pane e chiamo a raccolta la famiglia: l’insetto gigante è rossastro e sembra l’assurdo ingrandimento di uno scarafaggio.
Discutiamo di entomologia: potrebbe essere un grillo? La Sgnuffi tremante di disgusto è pessimista: solo uno scarafaggio erculeo può sopravvivere in un freezer!
Sciltian propone di dargli una buona sgnaccata, ma lo dovrei fare sul pane e poi non riuscirei più a mangiare un panino per anni.
Individuo segni di elitre sul dorso della bestia: gli scarafaggi volano?
La Sgnuffi si stringe nelle spalle arretrando in preda alla nausea: forse al tempo degli amori…
L’amore può tutto, anche far volare scarafaggi grandi come aragoste.
Decido per la libertà: attraversiamo il prato ben rasato e libero la bestia sulle sponde di una roggia che costeggia la strada alberata della villa: lullwater, acqua cheta, ecco spiegato il nome della strada.
Mentre l’incredula bestia rossa schizza fuori dalla sua fredda prigione e sparisce fra i cespugli cercando gli amici a cui raccontare la sua avventura, torniamo in cucina e rileggiamo con maggiore attenzione le istruzioni dei signori Edwards: presa acqua, contatori e valvole, aria condizionata, washer e dryer nel basement, aspirapolveri, scope, cere e insetticidi nell’armadio in cucina, pianoforte, chitarre, tamburi, violini e clarinetti nella sala musica, provviste nel frigorifero a disposizione totale, dislocazione dei negozi e nei ristoranti tipici e il consiglio di visitare Lenox Square per captare il way of life di Atlanta.
In fondo all’ultimo dei fogli, scritto piccolo piccolo: gli scarafaggi qui sono un fatto della vita, se vi può consolare li abbiamo tutti in ugual misura.
La Sgnuffi lancia un urlo d’angoscia: lo scarafaggio è la sua bestia nera!
Minimizzo, ricordandole che qui son rossi ma mi tocca sentire per la centesima volta il racconto di quella volta che, ancora ragazza, avendo visto uno scarafaggio sulla propria gonna, spalancò la bocca per urlare senza riuscirci terrorizzando a morte suo padre che per lunghi minuti temette un attacco di epilessia.
D’ ora in poi dovrò sempre entrare in cucina per primo e ogni volta abbatterò almeno un paio di enormi blatte sostanti sul sacco dei rifiuti sotto il lavello: è la loro zona fatale come l'abbeveraggio per i cerbiatti e il leone sono io, munito di pesante ciabatta: il colpo dev'essere fulmineo e violento. I georgian beetles hanno dura corazza e scatto drogato Ben Johnson. Nel tentativo di distogliere la nauseata Sgnuffi dal problema scarafaggi intavolo una dotta dissertazione sull'etimo beetle reso famoso dai Beatles di Liverpool. Sono certo che tutta la colonia degli scarafaggi riunita sotto l'acquaio mi ascolta compiaciuta. Ma beetle vuol dire anche mazzuolo, i rossi di Atlanta sono avvisati.
Sul tavolo del salone degli argenti è aperto un antico librone foderato in cuoio. Sono decine di pagine fitte di grafie diverse con inchiostri dal seppia al nero. Le ultime righe son scritte con una biro e riassumono i fatti della vita dell'attuale famiglia Edwards, ma il diarione comincia nel 1762 quando il primo Edwards americano lo iniziò con la data di nascita del suo primo figlio e qualche frase circa il suo lavoro di sellaio a Boston, Massachusetts. Girando le pagine passano i decenni: a quel figlio ne seguirono altri, poi i loro matrimoni e le nascite dei loro figli. La morte di quel primo Edwards è segnata di mano del suo primogenito senza alcun commento. E lo stesso ha fatto pagine dopo il figlio del figlio...
Una cascata di vite racchiuse in poche annotazioni e in date succedentesi ritmicamente: tra nascite e matrimoni passando poco più di due decenni, il terzo e il quarto è dedicato alle nascite dei figli, il quinto e il sesto all'arrivo dei nipoti e alla morte. Pochi arrivano al settimo decennio. Nel 1870 un Edwards si trasferisce ad Atlanta, un nordista che scende al sud per approfittare del proprio vantaggio? Chissà.
Un secolo dopo l'altro, su quel libro, gli Edwards hanno scritto di essere venuti al mondo, aver procreato e di essersene andati: nascita, copula, morte, mentre nel mondo si passava dalla rivoluzione francese alla conquista della luna.
Il libro ha molte pagine bianche: quei due giovanottoni che mi hanno accolto nella loro casa scriveranno delle loro nozze, dei loro figli, dei figli dei figli e, chissà, di questo scambio casa con degli italiani, mentre il nuovo millennio starà passando.
E sotto l'acquaio, generazioni di scarafaggi si succederanno a ritmi più veloci ma con lo stesso significato finale.
Chiudo il librone e ne accarezzo il cuoio consunto: devo cancellare un altro pregiudizio, quello che gli americani siano un popolo senza tradizioni. Chi di noi sa ciò che fece e quanti figli ebbe il proprio trisavolo materno? Gli Edwards di Atlanta lo sanno.
L'aria condizionata rende piacevole stare in casa ma abbiamo una gran voglia di dare una prima occhiata alla città di Via col Vento.
I giovani Edwards ci indicano il loro parco auto dalle targhe personalizzate e progressive. Scelgo la grande Saab diesel col cambio automatico.
Dopo attento studio della mappa, scopriamo che andare nella downtown è molto facile perché dobbiamo fare solo due strade ad angolo retto. Carico la famigliola nella Saab e sfidiamo i tremendi 105 Fahrenheit che segna il termometro del giardino: più di quaranta Celsius.
Anche in auto c'è la frescura artificiale e il vero caldo ci investe al parcheggio, ad un centinaio di metri dalla grande torre di vetro che è il simbolo della città.
Camminare sotto il sole é piacevole come fare un giro dentro a un forno a microonde. Infatti siamo soli a fare questa bruciante esperienza. Sciltian guarda il marciapiede screpolato: dalle fessure spuntano ciuffetti di erba gialla mai calpestata. Che fanno gli atlantini, volano?
Stiamo ansimando su per una lieve salita e da un cavalcavia vediamo scorrerci sotto un fiume di automobili coi vetri chiusi che viene da chissà dove e va in un posto uguale.
Sciltian mi guarda con la luce del dubbio e gocce di sudore che sembrano pianto. Davanti a noi c'è la cilindrica torre di vetro splendente nel sole venusiano e la skyline della downtown: siamo in pieno centro, se nessuno cammina per le strade vuol dire che qui la gente ha orari diversi per lo struscio.
Strusciamo anche noi, ansimando, e arriviamo ad un incrocio famoso: il Five Points, etto così perché quattro strade si incrociano a stella. Lo so che dovrebbero essere cinque, ma qui siamo al Sud e nessuno ci fa caso.
Tutto si chiama "peachthree", albero di pesche: strade, piazze, alberghi. Siamo davanti all’hotel più alto del mondo e si chiama "Albero delle pesche Plaza Hotel".
Al Five Points, dove ora c’è una banca, nel 1886 abitava il farmacista John Pemberton che ebbe l’idea di far macerare delle foglie di cocoa (che in inglese significa sia cocco che cacao) e noci di cola, sapendo che con questi popoli delle isole tropicali fabbricavano una bevanda eccitante. Chiamò il suo sciroppo coca-cola e lo vendette come medicinale. Ha fatto più questo farmacista per l’affermazione del suo Paese nel mondo di Washington e Lincoln messi insieme.
E dopo il farmacista nel PR americane, viene un altro cittadino di Atlanta: la scrittrice Margaret Mitchell che col suo romanzo "Gone with the wind" ha creato il più gigantesco spot in favore delle virtù americane.
Sui sahariani marciapiedi della Peachthree Street incrociamo una signora sudata che ci guarda incuriosita e ho la tentazione di chiederle che fine abbiano fatto tutti gli altri abitanti, ma corre giù per una scala e scompare oltre una porta girevole.
Siamo di nuovo soli nel sole.
Sciltian mi indica alcuni segnali che puntano verso quei vetri girevoli: uno dice MARTA, ma l’altro dice SHOPPING.
Scendiamo la scala e facciamo girare la porta: la frescura deliziosa di un ampio corridoio ci invita a proseguire sperando che la signora Marta non si arrabbi.
Un brusio di folla, di risate: forse la signora Marta sta dando una festa…
Sbuchiamo in un mondo sotterraneo pieno di bar, ristoranti, negozi, con gente che mangia colossali gelati, bambini che si rincorrono, ragazze bianche o nere o cioccolato elegantissime, splendide quelle nere, alte e sottili, ornate di gioielli e con abiti di gran taglio. Una mi guarda dritto negli occhi e mi sorride: due metri di grazia e di bellezza.
L’aria è fresca e profumata dai grandi fiori colorati che traboccano da vasi tenuti umidi da un torrentello che gorgoglia tra i sassi.
Ci si dimentica quasi subito di essere sottoterra perché la luce diffusa è uguale a quella di una fresca ombra naturale. Se il buco di ozono si allarga, vivremo così.
Chiedo della signora Marta e mi indicano una stazione del metrò: a Roma potremmo chiamarlo Romolo e a Milano Ambrogio. In America han la passione per le sigle e quella atlantina gli è venuta così: M.A.R.T.A.
Prendiamo anche noi un gelato scegliendo in una vasta gamma di offerte e ci sediamo su comode poltroncine: dopo il caldo esterno, i marciapiedi screpolati e la difficoltà di respiro, qui sotto è un paradiso. Siamo entrati nel celebre, per gli altri, Underground Atlanta.
La Sgnuffi fa shopping per tre ore, camminando sempre in nuovi corridoi che sbucano in altri corridoi per poi confluire in piazze, slarghi su più livelli, fino a sfociare in un'immensa hall arredata con poltrone in cuoio. Vasi ricchi di carnose orchidee colorano i tavoli con un'abbondanza da Nero Wolf.
Ci sediamo stanchi: bolle di vetro adorne lampadine salgono e scendono veloci e silenziose lungo le pareti del pozzo di vetro sul cui fondo noi stiamo. Dai depliant su uno dei tavoli, leggo che siamo nello Hyatt Regency Hotel, 22 piani e soffitto girevole. In lontananza riesco a distinguere il bancone per check-in.
Sostiamo in assoluta pace guardando gli ascensori che van su e giù portando donne eleganti yuppies in blazer.
Dobbiamo tornar fuori nel sole per recuperare l'auto. La vampa abbagliante di caldo ci ferisce gli occhi e, come la talpa della storiella, viene spontaneo chiederci:
- Ma come fa la gente a sopportare tanta luce?-
Quando un neighbor ci dice che ad Atlanta c'è il quadro più grande del mondo, non ci facciamo caso. Siamo abituati alla mania americana del più alto, più grande, più grosso, più qualcosa del mondo.
Stamattina abbiamo fatto provviste di verdure e, dopo aver cercato invano il prosciutto crudo, mi decido a chiedere lumi all'inserviente del mastodontico supermarket, spiegandomi con un giro di parole:
- Do you know a pig?- inizio e l'inserviente brufoloso alla parola "maiale" mi dà un'occhiata storta ma annuisce per dovere professionale- If you take a leg of a pig...- continuo mentre qualcuno mi picchietta su una spalla - the whole leg of a pig conserved crude... no crude, raw...- - Il picchettio diventa più deciso e mi volto seccato: gli occhi blu intenso di una bionda mi avvolgono di luce d’amicizia e le sue rosse carnose labbra articolano in morbido inglese:
- We say that "pro-sciut-to"…- la guardo con aria cretina e lei sorride convincente- … a leg of a pig: "pro-sciut-to"! Got it? –
- I got…- farfuglio e mi faccio indicare in quale cornucopia posso trovare "the prosciutto".
C’è una bustina di San Daniele prezzata 24 dollari la libbra, che al cambio contemporaneo, fa circa centomila lire al chilo. Ripiego sul buonissimo bacon, tanto è solo per una carbonara.
- Where are you coming from? – la bionda mi tampina e la Sgnuffi finge di non accorgersene. - Rome. Italy. –
La parola "Italy" produce sempre, sulle facce americane, o un’espressione dolce sognante o una ironica sarcastica seguita dalla domanda "Mafia"? La bionda appartiene ai sognatori e mi parla di statue e di quadri finendo col dirmi di andare a vedere il Cyclorama, il quadro più grande del mondo.
Nel pomeriggio pago i canonici tre dollari for adults e un dollaro e mezzo for children ed entriamo, insieme a una folla di gente di colore, in teatro buio.
Ci sediamo in comode poltrone. Si accende un riflettore mentre tuona un cannone: sulla parete curva uno spot illumina l’esercito di Sherman nell’atto di muovere all’attacco. La pittura è molto realista e gli altoparlanti frastornano coi rombi della battaglia. Uno speaker con voce emozionata ci informa che era il 22 luglio del 1864.Il dipinto ha una profondità straordinaria. Arriva dal soffitto al pavimento e continua poi con cespugli veri e statue di soldati. Una locomotiva d’epoca passa sui binari fra la platea e il quadro aumentando la sensazione di realtà.
I nordisti attaccano mentre altre luci si accendono in crescendo: la scena è sempre frontale perché la platea lentamente ruota. La battaglia è vissuta dallo speaker con accorati accenti sudisti mentre le luci esaltano gli atti di valore dei confederati in quell'infausta giornata.
E' un'americanata, come diceva l'Italia in camicia nera, eppure ha un suo fascino e una sua presa emotiva questo succedersi di luci sulle immagini dipinte, e le migliaia di personaggi del quadro vivono come in un film.
Coi suoi 130 metri di lunghezza per 16 di altezza è davvero il più grande quadro del mondo, opera di artisti tedeschi e polacchi venuti negli States apposta per dipingerlo nel 1885, appena un anno dopo la battaglia che segnò la fine del Sud.
Mentre la vecchia Atlanta brucia nei falò vivacissimi dei pittori europei, la voce profonda del dicitore conclude con parole toccanti: "... e quel giorno finì un grande sogno!"
Esplode un eccitato applauso e si accendono le luci in platea: il quadro appare in tutta la sua maestà. Guardo le facce nere degli spettatori luccicanti di lacrime di commozione. Accanto a me un vecchio negro piange e si arrossa le palme chiare delle mani nell'applauso. Vorrei fermarlo per dirgli che il sogno morto in quel giorno del 1864 per lui era un incubo perché includeva la sua schiavitù. Ma sarebbe uno sbaglio: questi neri adesso si sentono americani, americani del Sud e fanno il tifo per il loro Paese.
Nella villa degli Edwards viene una vecchia signora nera a fare i lavori tre volte la settimana: la donna ha più di novant'anni e cammina curva. Manovra con lenta perizia scope e aspirapolvere, arrancando rigida e anchilosata come una tartaruga. A guardarla mi vien voglia di offrirle una poltrona e di fare io le pulizie, ma anche questo sarebbe uno sbaglio.
Al tramonto la viene a prendere suo nipote con una lussuosa Cadillac color crema e l'aspetta fuori dal cancello. Vado a presentarmi e l'uomo, sulla quarantina, elegante, mi stringe la mano imbarazzato.
E' un medico ma non è riuscito a convincere la nonna a non venir più a fare la serva in casa Edwards. La vecchia è testarda: in quella casa ha lavorato sua madre e anche la madre di sua madre. Non ha bisogno di denaro perché i nipoti sono ricchi e la mantengono nell'agiatezza e anche gli Edwards hanno un'altra donna, una giovane portoricana, che fa davvero le pulizie. E' un rito di nostalgia che andrà avanti finche durerà la vecchia. Stringo più forte la mano del dottore e vorrei stringerla anche agli Edwards.
Oggi andiamo a Lenox Square. Studio la mappa con Sciltian. Io alla guida e lui come navigatore. Non è semplicissimo, sbagliamo due volte strada ma alla fine giungiamo in un piazzale asfaltato largo un paio d'ettari. Il paesaggio è squallido: bassi capannoni e migliaia di auto parcheggiate coi pneumatici che si stanno liquefacendo sotto il sole rovente. Ma ormai conosciamo i segreti di Atlanta, il bello dev'essere sotto terra!
Parcheggiamo anche noi ed entriamo sicuri nel capannone più vicino, spingendo una pesante porta a vetri. Pull vuol dire tirare e push vuole dire spingere, ci sbagliamo ancora qualche volta. Uno scalone mobile ci porta verso le delizie della profondità immergendoci in un'aria profumata con musica di sottofondo. La scala ci lascia su una balconata: un mondo a più livelli si apre davanti a noi che ci affacciamo sbalorditi su di un gigantesco pozzo circolare nella cui vastità ruotano improbabili pterosauri appesi a fili invisibili, plananti con ali di plastica colorata su una vertiginosa spirale di fiori, di vetrine sgargianti, di ristoranti, discoteche, palestre, studi medici e dentistici, parrucchieri per ogni sesso, cinema e teatri.
Curatissime aiuole ci accolgono al terzo livello e mangiamo un hamburger leccandoci i polsi, seduti tra i fiori. Sciltian guarda affascinato uno pterodattilo che col suo becco dentato veleggia verso il suo panino.
Cascatelle d'acqua saltellano di livello in livello per raccogliersi poi nel laghetto sul fondo: la gente passeggia, compra, mangia, beve, chiacchiera e si rilassa senza l'assillo del traffico, dei rumori e dello smog. Mi lascio portare da antichi sogni: sono un astronauta e sono appena arrivato in questa stazione spaziale... fuori non c'è Atlanta ma il nero alieno dello spazio... qui dentro si sta bene, viene spontaneo amare quelli che condividono questo rifugio privilegiato, ci sente uniti come quando con gli amici di gioventù costruivo una capanna o andavo in tenda sui ghiacciai vergini delle Alpi. Siamo animali da tana non scimmie da savana.
I due giovani Edwards mi sfidano ad una gara di pallacanestro: una serie di tiri da varia distanza. Son trent'anni che non tocco un pallone da basket ma in tempi antichi ero stato selezionato per la nazionale giovanile. Mi metto in posizione, afferro il pallone con mani che ricordano ed eseguo un armonico tiro con piegamento sulle gambe: corto di un metro! Il cervello ha dato gli ordini giusti, non si disimparano i movimenti automatici, da qualche parte neuroni han creato ragnatele durature: non si può disimparare a nuotare o ad andare in bicicletta e neanche a tirare a canestro. Gli ordini sono giusti ma gli esecutori si sono indeboliti. Dove son finiti i miei bicipiti? E i dorsali?
I due Edwards infilano il canestro sorridendo superiorità statunitense. Sciltian tira mettendocela tutta e il primo tiro gli va bene ma gli altri sono troppo da lontano per le sue braccia sottili.
Tocca di nuovo a me: ordino al cervello di amplificare, come se il tabellone fosse posto un metro più lontano. Eseguo e il fluff della rete mi ricorda dimenticati orgasmi sportivi.
I due giovanottoni georgiani mi guardano incuriositi e io passo alla seconda postazione: piegamento e tiro. Fluff! E così dalla terza, dalla quarta e dalla quinta.
- Are you professionist? – Penso alle cene che mi pagava la Libertas di Biella quando vincevamo una partita: in un certo senso sì, giocavo per mangiare. Mi danno pacche di amicizia e rinunciano alla competizione. Sciltian mi guarda orgoglioso: ho tenuto alto il nome dell’Italia.
C’è una veranda dietro alla villa, immersa nella foresta tropicale del parco, isolata da un fine zanzariera, con due poltrone liberty e un binocolo con montatura da occhiali.
Lo inforco e guardo la giungla: le foglie paiono vicinissime ed enormi, un grosso ragno rosso balza sopra un coleottero giallo iniettandogli il suo veleno paralizzante. Seguo affascinato una liana orlata di polline d'oro su cui camminano in fila indiana centinaia di bruconi verdi e marroni muovendosi come fisarmoniche di un'orchestra lineare.
Il grosso becco di un uccello dal piumaggio blu interrompe la fila prendendosi una
fisarmonica e volando via. I bruconi ricompongono la processione con fatalità assoluta.
Una cascata di bianchi fiori carnosi è frequentata da nuvole di api, vespe e calabroni dai colori e dalle dimensioni insolite. Un colibrì si unisce alla folla, fermo a mezz'aria, sorretto dalle sue ali invisibili. Qualcosa di bruno si tuffa sull'uccello e lo agguanta con fauci da topo. L'animale precipita con la preda in bocca, spalanca le zampe e dischiude una pelle che gli fa da paracadute uscendo a vela dal campo visivo dei miei occhiali-binocolo.
Me li tolgo e guardo l’albero tornato lontano: forse la bestiola è planata sul tetto della casa, dev’essere una delle volpi volanti ospiti, come noi, della famiglia Edwards.
La notte nel giardino esplodono milioni di voci su cui predomina un coro di grilli così possente da far temere insetti da incubo. Non riusciamo a superare il clangore neppure suonando a modo nostro tutti gli strumenti della sala musica.
Mister Edwards torna dopo appena dieci giorni d'Italia. Mi saluta sorridente e mi dice che dormirà nella dependance.
-Didn't you like Italy?-
Ride: gli è piaciuta moltissimo ma non è ricco come gli italiani. Le sue ferie durano solo due settimane, nessuno ad Atlanta gode di ferie più lunghe. Non ho risposte pronte: da noi ad Agosto chiude l'Italia intera. L'ironico georgiano mi parla di Roma deserta, i bellissimi monumenti abbandonati, di Napoli così unica nella sua gente libera da qualsiasi legge compresa quella sanitaria e di quando durante la seconda guerra mondiale arrivò in Italia con l’ottava armata. Devo ringraziarlo per averci liberato?
No, il georgiano parla già del suo paese e ci consiglia una gita a Stone Mountain, il sasso più grande del mondo.
Il giorno dopo, obbedienti, siamo in fila per la teleferica che ci porterà sulla più grande massa monolitica di granito della Terra.
Stone Mountain è il ciottolo di un gigante abbandonato in mezzo ad un prato, una collina fatta di una sola pietra che porta, scolpito su un lato, un altorilievo raffigurante Jefferson Davis, presidente dei confederati, e i suoi generali Lee e Jackson. Il più grande altorilievo del mondo, of course.
Un gruppo di ragazze in fila dietro a noi ci guarda e ridacchia nel modo complice degli adolescenti. Ne fisso una dritto negli occhi grigi. Arrossisce ma non abbassa lo sguardo:
- Where are you coming from?-
- Rome.-
- Rome? Very curious, you look like foreigners!-
- But we are.-
Tutto il gruppo mi guarda perplesso, poi una dai capelli carota si illumina:
- Jesus! Rome ... Italy?- - Of course!-
Ridono a scroscetti intermittenti: c'è una Rome anche vicino ad Atlanta, costruita su sette colli in onore di quella dei cesari. Una moretta mi chiede dondolandosi sulle anche come mai potendo vivere a Rome-Italy siamo venuti a Stone Mountain-Georgia.
- To meet people.- Tutto il gruppo sorride lusingato. La teleferica ci porta sulla cima del sasso. Camminare sulla sommità tonda di Stone Mountain ci fa sentire formiche sulla cupola di un sasso di fiume. Giriamo lo sguardo su un panorama di boschi intatti, non un tetto buca il mare di foglie: gli Stati Uniti sono vuoti e disabitati per un occhio europeo.
Sul gran sasso c'è un bar ristorante con una mostra di cimeli sudisti: bandiere, coccarde, cappelli, divise grigie, armi e banconote della Confederazione. C'è un avviso appeso al muro: Warning! Non buttate queste banconote ... potrebbero servire di nuovo!
Serpeggia ancora in Georgia una vaga speranza di rivincita.
Ritorna anche la signora Edwards con la figlia: non si sono divertite al Circeo? Rispondono di sì ma con scarso entusiasmo. Le guardo girare per casa coi loro grandi culi tedeschi e decido che dobbiamo scorciare la nostra permanenza, ma il volo di ritorno è fissato per la fine del mese. Un'altra ragione per partire è che Sciltian e la Sgnuffi sono andati a curiosare nella dependance aldilà della giungla: un cottage di due stanze costruito sui rami di un grande albero, come la casa di Tarzan o quella di Qui, Quo, Qua. Ci si sale con un montacarichi elettrico, anzi ci si saliva perché la mia bionda Jane nel far su e giù ha bruciato il motore.
Sciltian ed io studiamo la grande carta dell'America del Nord che mi son portato da Roma e decidiamo per Disneyworld, vicino a Orlando, Florida.
Un'occhiata triste al vicino Cape Canaveral, diventato Kennedy e poi tornato Canaveral: quando vent'anni fa l'Apollo 11 partì per la Luna avevo sperato in un progresso rapido dei voli interplanetari per riuscire a fare, prima di morire, un giretto su Marte.
Alle dieci di sera Sciltian lamenta mal di testa. La Sgnuffi gli mette il termometro che annuncia centodue di febbre. Provo con un'aspirina ma a mezzanotte la febbre supera i centoquattro. Il termometro continua a salire e tocca i centosei che sono quasi 41 Celsius! Chiamo la signora Edwards: bisogna far venire un medico! La signora mi guarda come se non avesse capito, ripeto sillabando:
- Please, we need a doctor!-
Scuote la testa prussiana e mi spiega che i medici non vengono a domicilio. Per far visitare Sciltian bisogna portarlo all'ospedale, con l'autoambulanza, se necessario.
Avvolgiamo il Prucino (con il febbrone è tornato piccolo!) in una coperta e la signora viene con noi. Son quasi le due del mattino quando parcheggio davanti ad un pronto soccorso.
Entriamo e subito due infermieri si prendono cura di Sciltian svolgendolo e sdraiandolo su un letto in una stanza dove Varia condizionata è da inverno biellese.
- Prenderà una polmonite...- geme la Sgnuffi. Il Prucino batte i denti e ha gli occhi accesi come lampare: L'efficienza dell'ospedale si scatena lasciandomi ammirato: in venti minuti scrutano Sciltian dentro e fuori come fosse un alieno di cui scoprire i segreti metabolismi: esame del sangue, delle urine, encefalogramma, doppler, radiografie dei polmoni e dei reni. Un otorino gli illumina il fondo della gola e delle orecchie, un internista gli palpa la pancia, un urologo medita sul pipino, un cardiologo gli ausculta il torace.
Nella hall entra un nero pieno di sangue che si regge le budella con le mani e bianchi infermieri lo stendono su un lettino a ruote e partono con un'accelerazione che dà conforto.
Alle due e quaranta il medico responsabile ci chiama: ha in pugno gli esiti di tutte le analisi e sentenzia che si tratta di influenza. Poiché la febbre è ancora alta, ordina che il Prucino venga spogliato ed esposto al gelo artico della stanza. Tento una flebile protesta:
- Ah già - risponde cantilenando l’inglese della Georgia- voi europei mettete coperte su chi ha la febbre, ma quando l'organismo si surriscalda bisogna permettergli di smaltire il calore.- La Sgnuffi vorrebbe continuare la protesta ma il medico se ne va, ha altro da fare. Sciltian trema sul lettino nudo come un polletto spennato sul banco dei surgelati e mi vien freddo nonostante la giacca. La Sgnuffi guarda con gli occhi a tazzina ma non possiamo opporci a tanta sapiente efficienza. Abbiamo la sensazione di essere scesi da montagne analfabete e di essere in città per la prima volta.
La signora Edwards ci chiama al bureau: le cure son state praticate senza far domande ma non sono gratuite come in Italia e adesso la bella ragazza nera con la cuffia celeste sui riccioli blu notte vuol sapere chi pagherà.
Tiro fuori il portafoglio ma non vuole denaro perché le fatture non sono pronte, vuole solo l'indirizzo. Quando sente Italy sospira rassegnata e mi guarda senza simpatia: e la prima volta che entro in un ospedale americano? Sì. Ho il numero del Medical Care? Non so neppure che cosa sia. Dovrò farmi dare un numero se resto negli Usa. Non resterò. OK.
La signora Edwards offre il proprio recapito ma la bellissima dalla cuffia blu decide di fidarsi della mia pelata rosa e del mio sguardo onesto e dice che riceverò a Roma le fatture da pagare. Quel plurale mi fa venire i brividi ma mi passano vedendo che son passati a Sciltian: la sua temperatura adesso è di appena novantotto gradi, Fahrenheit of course, ossia trentasei gradi e mezzo Celsius. E' guarito. Il mattino di due giorni dopo siamo tutti e tre sulla grande Saab lanciati verso Orlando, dove ho prenotato una stanza ad un Holiday Inn strategicamente ben piazzato rispetto all'entrata di Disneyworld.


LA FLORIDA
- Prendiamo la settantacinque che ci porta dritti fino ad Orlando...- e il mio navigatore allegro come una quaglia alla chiusura della caccia, batte l’indice sulla carta stradale della Florida.
- Quante miglia, navigatore?-
- Quattrocentocinquanta.-
- A cinquantacinque di media ci vorranno otto ore.- - Diciamo nove, contando le soste.-
- Diciamo. -
La Sgnuffi ascolta distrattamente sdraiata a mo' di Maya sul sedile posteriore.
Sono un po' teso: è la mia prima autostrada statunitense. Sto sulla corsia di destra come faceva il bus della Greyhound e controllo il tachimetro fisso sulle cinquantacinque miglia.
Sulle altre cinque corsie, rade macchine mi sorpassano lentamente. Accelero un po': cinquantotto miglia.
Raggiungo un bus che mantiene la velocità legale, metto la freccia per fare il mio primo sorpasso ma sento un clacson di protesta. Guarda nel retrovisore: a cento metri da me sta arrivando un'auto rossa che dopo mezzo minuto mi raggiunge e mi supera alla folle velocità di sessanta miglia orarie. Rimetto la freccia e sorpasso ma quando cerco di rientrare, cinquanta metri davanti al bus, questi protesta con due colpetti di clacson.
Imparo la prima regola autostradale americana: la tua velocità è cosa tua e della polizia, ma la corsia è sacra.
Resto nella seconda che mi va benissimo, la giornata è serena, fuori fa caldo ma nella Saab è primavera.
Puntiamo su Valdosta che nel nome porta aria di casa mia.
A mezzogiorno affiorano i primi bisogni: la Sgnuffi deve rinfrescarsi e Sciltian e io dobbiamo più volgarmente pisciare. Abbiamo anche appetito. Da quattro ore stiamo correndo, se così si può definire il nostro cauto avanzare, su questa pista per aerei che porta in Florida e abbiamo trovato tre soli distributori di benzina e due rest area di cui non abbiamo saputo valutare il significato perché dalla strada non era visibile alcuna costruzione.
La campagna è piatta, le piante rade e l’erba gialla, si potrebbe essere sulla Mediana di Latina se non fosse per l’esagerata larghezza della strada e per l'assoluta
mancanza di segni dell'inciviltà umana. Alle due siamo quasi a Valdosta, l'appetito 6 diventato fame e Sciltian propone di bagnare l’erba gialla della prateria ma voglio comportarmi da gentiluomo in terra straniera e poi la Sgnuffi sull'erba non riesce proprio a "rinfrescarsi".
Rest Area. Rallento. Solo alberi ma c'è una deviazione e la prendo. Giro intorno ad una collina e mi trovo davanti ad un cottage pitturato di fresco e qua e la', sotto gli alberi, panche e tavoli di legno per picnic. Scendiamo dall'auto: non c'è nessuno. C'è un'aria incantata, da fiaba. Spingo la porta del cottage.
- E' chiuso..- - Papà, c'è scritto pull, vuol dire tirare.-
Sciltian tira e la porta si apre. Entriamo a disagio in una sala con divanetti imbottiti e tavoli di plastica, Varia e' freschissima, una musichetta sembra venire direttamente dalle lucide pareti celesti.
- Nobody at home?- azzardo schiarendomi la voce. E' come dire grazie alla voce automatica che scandisce l’ora esatta al telefono. La Sgnuffi con un gridolino di sollievo corre ad infilare una monetina da venti cent nella porta di una delle toilette sul fondo. Sciltian ed io ce la caviamo con una moneta in due, tenendo il piede fra la porta e lo stipite: l'italianità affiora anche nei migliori ...
I gabinetti sono lindi e profumati. I rubinetti zampillano al passar delle mani nel lavandino e gli asciugatori soffiano un bel getto d'aria secca e bollente.
Sul lato opposto del salone ci sono le ormai note cassettine con dentro hamburger e quarti di pollo. Scegliamo il nostro pranzo e lo infiliamo nei forni a microonde. Ci sediamo e mangiamo in perfetta solitudine.
- Qui non c'è nessuno...- realizza la Sgnuffi con una vaga paura - ... può succedere di tutto...-
- Se non c'è nessuno non succede niente.-
Logica provocativa. Impedisce l'innesco della discussione, la voce di Sciltian che suggerisce:
- Magari ci controllano con la televisione...-
Guardo tutto intorno e scuoto il capo. E' un enigma tutto americano: delinquenza ce n'é più qui che in Europa ma posti come questo non vengono saccheggiati e restano puliti e funzionanti. I moderni vandali gonfi di crack e di eroina quando entrano nelle rest area diventano cittadini perfetti? Invece di sfondare le porte delle toilette a calci, cacare in mezzo al salone, rompere i vetri delle cassettine piene di cibo, rubare i forni a microonde come farebbero da noi, infilano diligenti monetine e badano a non schizzare urina fuori dalle tazze?
Entriamo in Florida. Le auto che ci seguono danno gas e ci sorpassano rombando. Accelero anch'io per simpatia. Sessantacinque miglia orarie e la Sgnuffi mi ricorda con dolcezza che qui per eccesso di velocità si va in galera. Altre auto mi sorpassano: a Roma come i romani, in Florida come i floridiani! Accelero fino a settantacinque miglia, orarie, sorpassando un bus della Greyhound lanciato a sessantacinque: 6 evidente che in Florida la polizia chiude un occhio.
Costeggiamo la grande palude di Okefenokee che noi pronunciamo con stupidi sghignazzi "0 che finocchi" ma in lingua Seminole vuol dire "terra che trema". E' il posto dei grandi caimani ma devo seguire il programma, finché non sarò certo che abbiamo una camera in cui dormire non mi sentirò tranquillo.
Due ore dopo siamo alla periferia di Orlando e il mio navigatore cerca la statale novantadue che a tratti si chiama anche diciassette. E' abbastanza frequente questo tipo di binomia sulle, strade Usa. Ci infiliamo nel petalo sbagliato di uno dei quadrifogli tripli con cui qui si incrociano le autostrade e perdiamo la rotta.
Dopo un disperato girovagare mi fermo sotto un grande cartello a freccia che annuncia MERGE. Ordino al navigatore di trovare la città di Merge sulla carta per sapere dove siamo e fare il punto macchina. Ma sulla carta, Merge non è segnata. Andiamo avanti, a Merge faremo benzina, ci berremo un caffé e chiederemo la strada. Dopo un miglio incontriamo un cartello più grande. WARNING - MERGE. Attenzione Merge. Che vuol dire? Che Merge é città pericolosa?
Il cervello finalmente mi lampeggia: sul mio Commodore 64 "merge" significa mescolare. Su queste strade merge significa che si stanno per mescolare due flussi di traffico diversi. Non esiste una città che si chiami Merge. Dove siamo?
Alla confluenza annunciata un cartello benefattore ci avverte che sotto di noi scorre la Novantadue. Si svolta a destra e via a caccia dell'albergo.
L'Holiday Inn ci appare con la sua tipica insegna verticale: e' una costruzione ampia, di soli due piani. Parcheggio in mezzo a molte auto ed entro con Sciltian per il check-in, la Sgnuffi resta a guardia dei bagagli.
Usciamo dopo pochi minuti con la chiave di una camera, il compito dell'albergo è esaurito. Le stanze sono accessibili solo dall'esterno ed è come avere affittato casa. Attraversiamo un giardino con piscina Jacuzzi a forma di cuore affollata di allegri bagnati e saliamo al primo piano. Su una lunga balconata si affacciano quadroni vetrati e porte numerate: la nostra e' la centocinque. La camera e' grande, perfettamente standard secondo i criteri americani: due vasti letti doppi, moquette dovunque, grande bagno con aspiratore. C'è il problema del quadrone di vetro che da' sulla balconata, non ha persiane ma solo tende che lasciano poco alla privacy quando la luce è accesa, e quando è spenta danno a noi italiani un gran senso di insicurezza. E questo é un altro enigma americano: ci mandano film pieni di violenza ma le loro casette hanno porte di vetro chiuse coi catenaccini che un tempo usavamo nei gabinetti per libero-occupato e finestrone basse assolutamente indifendibili.
Nei film americani capita spesso di vedere che la protagonista inseguita da un maniaco assassino riesce a raggiungere la propria casa, chiude la porta dietro di sé e ... tira il catenaccino! Di solito si appoggia al vetro della porta respirando, misteri delle sceneggiature, di sollievo. Il mostro sfonda il vetro con la mano e gira il catenaccino dando il via ad una seconda sequenza di suspense. Al cinema può essere utile, ma nella vita? Ora anche noi siamo separati dalla balconata che porta alla scala che porta al parcheggio e alla Novantadue da un vetro e una porta chiusa col catenaccino. La Sgnuffi mi si stringe addosso e bisbiglia:
- La Florida e' un posto sicuro?-
- Ma certo! Qui vengono solo bambini e pensionati...- mento per la sua tranquillità.
Sciltian si infila il costume da bagno e corre in giardino per farsi la sua Jacuzzi. Lo sentiamo strillare perché l’acqua e' bollente mentre un colpo di vento fa piegare le palme fino a terra e dal cielo precipitano jacuzzate d'acqua devastanti. Colto sulla balconata mi sembra di fare un tuffo al contrario: e l’acqua che si tuffa su di me, tiepida e violenta: non è pioggia, è lo scarico di un polifemico sciacquone del cielo.
Sciltian torna ridendo e grondante:
- In questo paese è tutto grande, anche la pioggia!- Lo scarico si esaurisce in pochi minuti e splende di nuovo un caldissimo sole. I clienti, esperti, sono rimasti nella Jacuzzi bollente.
Non c'è tramonto. La notte cade davvero, come se qualcuno spegnesse il sole con un interruttore.
Usciamo per andare a cena. La statale corre dritta per decine di chilometri punteggiata da hotel e motel: molti hanno il cartello "No vacancy" a significare che non c'è vacanza di stanze e altri invece reclamizzano i loro prezzi che sono meno della metà di quello che ci han chiesto al momento della prenotazione. Dovrò imparare a scegliere tra la sicurezza della camera e la possibilità di un enorme risparmio. Molti motel offrono stanze a dodici dollari che al cambio del momento fanno ventiquattromila lire: posto per quattro, bagno privato con doccia vasca e acqua calda e televisione a colori. A Roma costa di più l'Ostello della Gioventù con brande in corsia, un bagno puzzolente ogni dodici disgraziati e l'unica acqua calda è quella da bere.
Mangiamo un bisteccone per uno in una steak house (costa come due hamburger da Mc Donald's e torniamo in albergo.
La Novantaduesima è tutta uno scintillare di insegne ma quella verticale dell'Holiday Inn e' distinguibilissima. Parcheggio e saliamo la scala fino alla stanza centocinque. My God! C'è qualcuno in camera nostra! La luce è accesa e attraverso la tenda l’enorme culo bianco e lentigginoso di un irlandese dal pelo rosso che si sta levando le calze (gli irlandesi si riconoscono anche da dietro .... ). Blocco la Sgnuffi che vuole irrompere nella stanza e mi affaccio dalla balconata sperando di vedere qualche inserviente dell'albergo a cui chiedere aiuto. La Jacuzzi in giardino e' ovale. La indico a Sciltian che si gratta la testa:
- L'hanno cambiata. Prima era a forma di cuore...-
Questi americani fan miracoli ma a tutto c'è un limite: è più probabile che abbiamo sbagliato hotel.
- Non è il nostro albergo. E' solo uno uguale.-
Torniamo in macchina con un'angoscia sottile: io, lettore e scrittore di fantascienza, almanacco sui mondi paralleli. Se il vuoto è un oceano di particelle virtuali, se anche le traiettorie meno probabili degli elettroni intorno ai nuclei coesistono con quelle più consuete, allora anche la nostra vita è solo una delle molte possibili e si può passare da una all'altra con un piccolo movimento psicologico. Magari mentre tagliavo la bisteccona alla steak house mi sono spostato in un universo parallelo dove tutto è uguale al precedente meno la nostra prenotazione della stanza 105 all'Holiday Inn...
I miei pensieri si infrangono contro una seconda insegna verticale che annuncia in modo identico che stiamo arrivando ad un secondo Holiday Inn. E in questo nella stanza 105 ci sono soltanto le nostre valigie. Passando davanti alla 104 vedo uno scarafaggio rossomarrone di lunghezza atlantinea che mi saluta agitando le lunghissime antenne.
Passeremo tre notti in questo albergo e lui sarà lì tutte e tre le sere a rassicurarmi che siamo nell'universo giusto: sarà lo stesso che ho salvato ad Atlanta?
Sono troppo stanco per pensare e domattina dobbiamo affrontare Disneyworld.


DISNEYWORLD
Stando bene attenti ai petali giusti degli svincoli stradali, arriviamo sulla pianura asfaltata davanti a Disneyworld alle otto e un quarto. Il sole approfitta del buco dell'ozono e ci arrossa la faccia. Parcheggiate nei quadretti della chilometrica scacchiera dipinta da emuli dei disegnatori di Nazca, ci sono già centinaia di auto. Gente che ha dormito qui?
Sistemo la Saab al centro di un rettangolo numerato 332/C, ne prendo nota e lo dico a Sciltian affinché mi aiuti a ricordarlo.
Un trenino da Paese dei Balocchi raccoglie i car-people e li porta alle biglietterie: diciotto dollari per entrare. Trentaseimila lire in questo scorcio d'estate. Molto, ma una volta dentro é tutto gratis.
Trentasei, trentasei e trentasei sono un piccolo capitale, adesso bisogna proprio che ci facciano divertire! Saliamo su una navetta che ci scarica nel Magic Kingdom, all'imbocco di una Main Street USA degli inizi del secolo sullo sfondo del turrito castello della Bella Addormentata e tutti i personaggi dell'infanzia ci salutano sgambettanti sotto gli alberi fioriti e i lampioni a gas: c'è Pippo, che qui chiamano Goofy, ci sono Paperino, Topolino, Clarabella, Qui,Quo,Qua, tutti coi loro nomi originali americani ma coi testoni inconfondibili. C'è un'aria da fiera di paese e un forte odore di hot dog e patate fritte. L'impatto non é entusiasmante per un europeo: davanti ad ogni "attrazione" c'è una lunga coda, diligentemente avvolta in serpentine ristrette e parallele per occupare meno spazio. Facendo la fila si raggiungono cartelli depressivi con annunci del tipo "da qui ancora 1 ora e 40 minuti". Gelati e bicchieroni di coca-cola gonfiano epe sempre più obese. I serpentoni di folla son punteggiati da bambini pancioni, nere gigantesche con tre culi appesi dietro, colossali virago nordiche con grandi chiappe pendule divise da un naso aquilino e uomini di ogni colore infilati in grotteschi salvagenti di grasso tremolanti sulle anche.
Una guida informa che Magic Kingdom si divide in sei land: oltre a questo ci sono quello dell'Avventura, della Frontiera, della Libertà, della Fantasia e del Mondo di Domani.
Cedendo alla nostra natura di italiani preferiamo muoverci a casaccio e ci accodiamo ad un rettile umano impedendo a Sciltian di saltare da una spira all'altra per guadagnare decine di minuti. Dopo quasi due ore, abbastanza disperati, entriamo nella casa degli spettri: un salone Settecento inglese con grandi quadri senza cornici che arrivano fino al pavimento.
Siamo una ventina di persone e ci aggiriamo incuriositi sperando sorprese. I quadri mostrano austeri signori nerovestiti che ci fissano malevoli e... si stanno allungando: prendo la mano di Sciltian e la Sgnuffi si avvicina apprensiva: non sono i quadri che si allungano, é il pavimento che scende e, nel movimento, scopre le lunghissime scheletriche gambe dei personaggi dipinti sui muri. Le minacciose figure diventate altissime ci sovrastano diaboliche. Buio improvviso, qualcuno urla.
Veniamo catapultati in un mondo privo di dimensioni: ci troviamo in un infinito spazio nero, sospesi nel nulla e da sotto si levano verso di noi lamenti agghiaccianti e gemiti spaventosi, mentre deboli lucori affiorano dall'eternità buia, un vento freddo di sotterranei arcani alita morte sulle nostre facce pallide.
"Quivi sospiri, pianti ed alti lai / risonavan per l'aer senza stelle/perch'io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,/parole di dolore, accenti d'ira,/voci alte e fioche e suon di man con elle."
Io non lagrimo perché so che siamo a Disneyworld ma l'effetto è dantesco. Ingegneri e architetti creatori sono stati bravi: i lucori si stanno avvicinando e diventano strisce di pallida luce, con facce e membra distorte, pozzi di buio disperato al posto degli occhi e della bocca gemente.
"La bufera infernal che mai non resta/mena gli spirti con la sua rapina"
Non mi sarei mai aspettato Dante in questo megalunapark e tanto meno questa sensazione violenta di poesia. Cerco Paolo e Francesca, ma gli spirti non si fermano, ci girano intorno per alcuni minuti, disperati e mugolanti, e sprofondano di nuovo nelle tenebre insondabili dell'illusione ottica.
La bufera infernal si placa mentre le note di un organo a canne piange sull'eterna felicità perduta, suonato da un fantasma trasparente in cappa e cilindro.
Siamo seduti, solitari, sui panchetti imbottiti di una collana di vagoncini in cui ci sarebbe posto per due: il treno si avvia all'uscita passando davanti ad una parete di specchi neri.
Nell'immagine riflessa, la Sgnuffi è abbracciata da una megera con dita adunche, Sciltian è avvolto da un fantasma e io sono stretto da uno scheletro che mi sussurra: da ora in poi starò sempre con te...
Accanto a me il posto è vuoto, eppure nello specchio... Tocco l'aria sopra al sedile e la voce mi sospira nei timpani in un inglese lento e oxfordiano: anche se non puoi vedermi starò sempre con te...
Torniamo nel caldo esterno con un brivido che ci corre giù per la schiena.
Ci guardiamo, pallidi, emozionati e scoppiamo a ridere, forse avrà riso anche Dante per scaricare la tensione dopo esser tornato a riveder le stelle.
A Fantasyland, dopo un'altra congrua coda, scendiamo sott'acqua col sottomarino del Capitano Nemo: per me che sono un discreto sub è come esplorare la mia vasca da bagno. Sciltian ci trascina sulle giostre classiche da fiera: un immenso polpo ci porta verso il cielo agitando i suoi tentacoli, tazzine volanti ci fanno planare a velocità da sfondamento timpani e canoe su taboghe d'acqua ci bagnano fino alle mutande.
Ad Adventureland ci imbarchiamo per un giro in quella che vorrebbe essere una jungla ma che sta tra i mostri di Bomarzo e le fontane di Tivoli con cascatelle multiple e finte belve dietro ad ogni groviglio di mangrovie attorcigliate in laboratorio.
A Liberty Square passiamo in rassegna ai fantocci di tutti i presidenti americani e a Tomorrowland ci imbarchiamo su un'astronave per una missione su Marte. Ci sediamo rilassati sui grandi sedili e ci leghiamo le cinture come ci viene ordinato: una barra imbottita si chiude sulle poltrone bloccandoci. Il conto alla rovescia fatto da autentiche voci NASA e i panorami che si vedono dagli oblò danno un'accettabile illusione di essere su una rampa di Cape Canaveral.
Da bambino ho sognato una partenza come questa, ero un vero precursore in materia di sogni. Mi rilasso e annullo ogni senso critico: l'astronave comincia a tremare, siamo vicini allo zero che si confonde con il rombo traumatico dei motori che si accendono. L'astronave ne é squassata, gli oblò sono acciecati da fumi densi e vampe di fuoco, il rombo si assottiglia fino a diventare un'insopportabile fischio poi, my god!, la poltrona preme contro i nostri corpi dando la sensazione di un'accelerazione violenta, la sbarra che ci blocca si gonfia e ci comprime, stiamo davvero partendo per Marte!
Il cielo fuori dagli oblò è già marrone, poi nero. Un'esplosione ci avverte che abbiamo staccato il primo stadio: il cielo si punteggia di stelle, stiamo ruotando e per un attimo siamo abbagliati dal sole che fonde l'idrogeno in elio senza l'azzurro schermo della nostra atmosfera. Una seconda esplosione ci avverte che abbiamo sparato via il secondo stadio. La pressione delle poltrone e della sbarra si allenta e mi pare di galleggiare privo di peso. I rumori cessano tutti insieme e il silenzio é solido. A uno degli oblò appare un lontana pallina arancione: Marte.
Una voce ci dà i dati tecnici del viaggio e la rotta parabolica che ci porterà ad attraccare alla stazione che orbita intorno a Marte. Il sole illumina gli oblò alle nostre spalle più debolmente: ora possiamo guardare la nostra stella a occhio nudo. Il pianeta rosso ingrandisce fino ad occupare tutto l'oblò e poi diventa panorama con una fuggevole visione della Nix Olympica che si eleva sul deserto marziano come un foruncolo alto venti chilometri con una bocca larga sessantacinque. Ci avvertono che l'astronave sta frenando ed é iniziata la manovra per l'attracco alla base spaziale. Le poltrone ci premono contro la sbarra mentre negli oblò appaiono le strutture bianchissime della stazione orbitale. Il docking avviene con dolcezza e ci agganciamo con un corridoio flessibile simile a quello degli aeroporti. I motori si spengono, il viaggio é finito. Ci fanno uscire da una porta sul fondo e l'illusione continua per qualche secondo perché camminiamo in un corridoio ermetico... Usciamo nel verde della Terra e mi dispiace come quando, bambino, al risveglio dovevo accettare di aver soltanto sognato.
Ogni "land" ha i suoi ristoranti: possiamo scegliere tra un "vero pasto medievale" a Fantasyland o "una tipica cena del New England con pesce bianco di Boston" a Liberty Square, menù che mi ricorda un ristorante di Torino che offriva "torta di mais e pesce veloce del Baltico" ossia polenta e merluzzo.
Ne scegliamo uno caraibico ad Adventureland, davanti a grandi barche in partenza per l'assalto dei pirati contro Maracaibo: polpette piccanti e cocktail di frutti tropicali che, come droghe, lasciano una gran voglia di berne ancora.
Ci imbarchiamo per Maracaibo e navighiamo in un mare nero sotto la costa rocciosa della città che ci prende a cannonate.
I pirati-robot vanno all'assalto e nell'acqua intorno a noi esplodono i colpi di spingarda sollevando alti spruzzi. La guarnigione perde e i pirati fanno razzia nelle case rubando tesori e donne.
E come stare dentro a uno spot pubblicitario.
Viene sera e c'è ancora una codina di mezz'ora davanti al Roller Coast. Ci mettiamo in fila con la Sgnuffi che vuol sapere "che giostra è", ma io e Sciltian stiamo sul vago. Lei non ama le montagne russe. Un cartello avverte che la corsa è vietata ai malati di cuore, alle donne incinte e ai bambini al di sotto dei quattro anni, ma è scritto in inglese e con caratteri gotici...
Ci sediamo su un trenino da miniera che parte sprofondando in un tunnel male illuminato la cui volta é sostenuta a fatica da alcuni grossi vecchi pali tarlati. Il trenino prende velocità mentre piovono goccione d'acqua e piccoli sassi. Svoltiamo bruscamente in un secondo tunnel ancora più malandato del primo: una delle assi che reggono la volta cede di schianto e una frana crolla sui binari davanti a noi! L'urto sembra inevitabile, la Sgnuffi urla ma all'ultimo istante il treno piega ad angolo retto evitando la cascata dei massi. Precipitiamo verso un orrido canyon e i binari si interrompono divelti irti e contorti oltre l'orlo dell'abisso: so che non ci ammazzeremo ma é difficile convincere il cervello che ciò che gli dicono i sensi, di cui si fida da cinquant'anni, è una menzogna.
Il trenino infila uno scambio ad un metro dal precipizio e guardo gli occhi sgranati della Sgnuffi, aggrappata con ambo le mani al mancorrente del vagoncino. Sciltian ride forte e cerca di nascondere nella sghignazzata la nota dissonante della paura.
Saltiam giù dal trenino scappando alla Sgnuffi che ci insegue, ma non é arrabbiata, ora che la fifa é passata, ridiamo tutti e tre come bambini: un momento felice.
Cala la notte e un esserino luminoso attraversa il cielo: è Campanellino, quello di Peter Pan, che vola a dare il via ai fuochi artificiali che per mezz'ora esplodono fantasie scintillanti.
Per fare fiocchetto a questo finale da "e vissero insieme felici e contenti" avanza verso di noi una sfilata di carri luminosi: migliaia di lampadine disegnano nel buio la sontuosa carrozza di Cenerentola a forma di zucca, l'orologio del campanile su cui scocca la fatidica mezzanotte, Dumbo con le ali spiegate, una buffa vecchia locomotiva guidata da Pippo e un barcone a ruota stile Mississippi che annuncia questa "MAIN STREET ELECTRICAL PARADE", e castelli, balene, damine, fatine ballanti ai ritmi di un'allegra orchestra dei personaggi di Disney. La gente applaude soddisfatta. Siamo soddisfatti anche noi e stanchissimi: domani ci aspetta la gigantesca palla da golf che troneggia su Epcot, complemento fantascientifico e fantatecnologico del mondo fiabesco di Disney.
Di notte, il parcheggio punteggiato dai lampioni sgomenta per la sua sconfinatezza.
- Era il 332/C!- esclama Sciltian orgoglioso della propria memoria. Camminiamo per mezzo chilometro seguendo i numeri dei rettangoli che si vanno svuotando di macchine.
Il 332/C é perfettamente leggibile sull'asfalto sgombro.
- Ci han rubato la macchina!- geme la Sgnuffi.
- Prendiamone un'altra!- mi esorta il figlio spinto dalla stanchezza a una soluzione semplice.
Mi viene un dubbio e mi incammino verso la prossima area: ahimè anche in questo reticolo sterminato trovo un 332/C che un Toshiba sta lasciando libero. Un cartello annuncia a lettere colossali che siamo nel parking MICHEY MOUSE.
A quale maledetto sgorbio disneyano era intestata l'area in cui abbiamo lasciato l'auto? Nessuno lo ha notato. Propongo la soluzione meno faticosa: sedersi a terra e aspettare che se ne siano andati tutti affinché su quella landa lunare risalti la nostra Saab.
Famiglie con nugoli di bambini schiamazzanti passano e ci guardano: tre poveri italiani perduti in un parcheggio. Alle due di notte il mondo d'asfalto è quasi vuoto: poche decine di auto separate fra loro da chilometri di liscio bitume quadrettato paiono carcasse di insetti abbandonate dopo la sciamatura.
A due chilometri da noi, una di quelle carcasse é la nostra Saab: siamo nella zona di quello stronzo di Scrooge, il vecchio Paperon de' Paperoni.
Mezz'ora dopo salutiamo con affetto il fedele scarafaggione rosso di guardia sulla balconata che ci conferma che siamo nell'albergo giusto agitando le antenne in segno di bentornato. Rispondiamo con un cenno di mano e cadiamo addormentati sui nostri king size.
La mattina seguente, rinfrancati dal breakfast di frittelle alla nonna Papera, french toast, hamburger, uova e bacon cementati da milk shake alla banana diluiti dal succo di dieci pompelmi, parcheggiamo l'auto nella zona dedicata a GOOFY, che è il nostro Pippo, e ne prendiamo nota con la massima attenzione.
Epcot ci aspetta e, dopo aver pagato i soliti diciotto dollari a "skull", ci avviamo incontro alla gigantesca palla da golf che risplende aliena nel sole del primo mattino. Grandi fontane zampillano contornate da aiuole fiorite, più camminiamo verso la palla e più si fa gigantesca. Mi fermo col naso all'insù e qualcuno con accento orgoglioso mi dice che è la palla più grande del mondo. Ringrazio il biondo americano, la sua camicia a fiori e i suoi braconi al ginocchio e lui se ne va felice come se quei sessanta metri di palla l'avesse fatti lui. Lo invidio: tutto ciò che è pubblico é suo, per noi tutto ciò che é pubblico é di nessuno.
Entriamo nella palla, nel mondo del futuro, nell'astronave Terra accodandoci ad un giovanottone in pantaloni mimetici, binocolo al collo e maschera antigas.
Incontro il suo sguardo azzurro ombreggiato da un cappellino da ciclista con la visiera calata su un orecchio. Capta il mio entusiasmo e sogghigna:ù
- Qui a Epcot la Disney Corporation si è fissata su due cose per dedisneyarsi: un futuro noioso e romper le palle al mondo intero. Walt é morto e, dopo un paio d'ore in questa palla, vorrete esserlo anche voi.-
Faccio finta di non capire e sorrido ebete.
L'AT&T ci mostra la storia delle comunicazioni, dai primi disegni graffiti sulle grotte dai nostri progenitori alle animazioni frattali dei computer grafici. Son lì che cerco di entusiasmare Sciltian ed ecco di nuovo lo strano giovanottone con la maschera antigas a tracolla, passa e sibila:
- Chi se ne frega di quanto é sofisticato il sistema delle comunicazioni quando la gente non ha più niente da dire!-
La Exxon ci fa la storia dell'energia dalle prime sudate alla fusione nucleare, la General Motors quella dei trasporti dal cavacecio allo shuttle, la Kodak annuncia un viaggio nella nostra immaginazione e il giovanottone dal cappellino a sghimbescio mi sussurra traditore in un orecchio che essendo Epcot uno spettacolo per famiglie non s'aspetta certo che mostrino quello che lui ha nella propria immaginazione e infatti la Kodak se la cava con tunnel psichedelici e turbanti effetti ottici assolutamente casti, la Kraft offre culture idroponiche e gigantesche verdure che ballano e cantano, la Sperry stupisce con animazioni elettroniche mentre la General Electric mostra cristalli in formazione, il DNA in sviluppo e come vivremo (o vivranno!) nel ventunesimo secolo e la United Technologies ci porta sui fondi degli oceani.
Se in Italia l'Olivetti, la Sip, l'Eni, la Fiat e Ferruzzi decidessero di spendere miliardi per mostrarci questo genere di cose mi inginocchierei miracolato, ma, son certo, sarebbe una mostra noiosa del guardare-e-non toccare con la spocchiosità che da noi inturgida chi sa una cosa e ne fa mostra a chi quella cosa non sa.
Epcot invece é la grande favola della scienza, più stupefacente di quelle inventate dai poeti. Qui il muro del tempo crolla, un umanologo alieno ha raccolto angoli di passato e di futuro e quello che ancora non c’é é così vero che pare esserci già stato.
Cento milioni d'anni fa. Venghino signori, offre la Exxon! Ci accodiamo alla serpentina di folla e mezz'ora dopo entriamo in una grande sala, ci sediamo e sulla parete di fondo proiettano un film pieno di sole, di pioggia e di vento ma il cui sonoro mi giunge senza movimento di labbra e quindi piuttosto incomprensibile. Alla fine della proiezione ci muoviamo per alzarsi ma le poltrone si muovono prima di noi e ci portano, con altri stupiti spettatori aggrappati ai braccioli, a formare un trenino che prende velocità entrando in un tunnel buio.
Sbuchiamo in un ambiente illuminato da una luce rossastra, da tramonto, anche se nel cielo artificiale un grande sole ramato brilla alto, offuscato dall'umidità che ne filtra i raggi. Grandi ciuffi di palmacee spuntano rigogliosi dalla terra molle e acquitrinosa e i cespugli, ricchi di felci, sono fioriti di grandi gigli, orchidee e amarillis. E' una natura densa e ostile immersa in un'aria che riempie la bocca di sapori e il naso di odori. Un fiato rumoroso, un barrito gorgogliante, un cespuglio si apre sotto il peso di uno stegosauro che tende il suo lungo collo verso di noi. La sua testa crestata mi sfiora. Mi sfugge un grido, ci sottraiamo alla bestia e le mascelle di un tirannosauro si chiudono con uno scatto orribile dieci centimetri dietro le nostre teste sovrastandoci, dritto sulle zampe posteriori, come un palazzo di tre piani.
n triceratops (non sapete cos'è? Andate a vederlo a Epcot...) esce dall'acqua e agita il testone con il gigantesco becco a papera mentre il lungo collo di un brontosauro porta la testa a brucare germogli sulla sommità di un banano. Qui non c'é bisogno di sognare, qui siamo in pieno Cretaceo, milioni d'anni prima che i mammiferi dominino il pianeta. Non so se la ricostruzione é fedele ma è impressionante.
Uno pterosauro plana sulle nostre teste facendoci piegare d'istinto. Una voce soffocata dice qualcosa alle mie spalle, mi volto e mi trovo faccia a maschera antigas: capire l'inglese soffiato in un filtro é oltre le mie capacità.
L'uomo si leva la maschera e mi fissa coi suoi occhi chiari:
- La vera novità di Epcot é l'uso degli odori per aumentare l'illusione. Of course nessuno conosce che odore avessero i dinosauri ma la Exxon ha deciso che puzzavano di merda marcia...- si cala di nuovo la maschera sul volto. Annuso profondamente: non è puzza di merda marcia, direi piuttosto merda putrida.
Tornando nell'afa della Florida di cento milioni d'anni dopo non la trovo più soffocante.
Come bambini che si sian fatti prendere la mano, i creatori di Epcot hanno allineato sulle sponde di un lago i paesaggi urbani più famosi del mondo. Piramidi azteche accanto a pagode giapponesi, palazzi Tudor vicino al Cancello d'Oro cinese e un arzillo svettante campanile apre una piazzetta San Marco con tanto di Palazzo Ducale: sotto i famosi archi Alfredo offre i suoi celebri piatti trasteverini serviti, giuro!, da camerieri cantanti.
Attraversiamo il Marocco, ci fermiamo su una piazzetta tedesca, assistiamo all'esibizione di un gruppo folcloristico inglese, ci facciamo delle foto sotto la Tour Eiffel, evitiamo il sushi offerto sotto la pagoda di Nara da nippoamericani, salutiamo fuggevoli Jefferson e Franklin intenti a discutere la Costituzione americana e ci imbarchiamo sul traghetto a pale sperando di incontrare l'ironico Mark Twain. Ma il River Boat non marca due, marca shopping e dopo esserci salvati da una cena reclamizzata come "Luigi XV" ci troviamo scaricati al World Shopping Village che, come dice il nome, offre cose e cosette da tutto il mondo allo stesso prezzo in cui si acquistano nei paesi d'origine, viaggio compreso.
E' il fascino degli States questo continuo miscuglio di genialità e di cattivo gusto.
La notte ci sorprende a guardare i prezzi del ristorante polinesiano e il musical degli "Hoop-Dee-Doo" coi ballerini tutti vestiti di rosa.
A mezzanotte trasciniamo gli stanchi piedi verso l'area di Goofy per rimetterci in macchina. Pippo è il più simpatico dei personaggi di Disney e gli hanno riservato l'area parcheggio più grande: ci saranno diecimila macchine da Goofy e noi non ricordiamo il numero del nostro posto auto. Ci sediamo muti a terra e aspettiamo le due. Incredibile: la nostra Saab é sul rettangolo 332/C.
Sciltian, seduto al suo posto di navigatore, mi mostra tutto quello che avremmo potuto vedere in Florida e ci siamo persi, mentre sto guidando verso Atlanta. Ha fatto il pieno di depliant in albergo prima di partire. Sarà per la prossima volta. Sciltian lo prende come un augurio e sorride raggiante: gli accarezzo la testa tonda, a noi questa America é entrata nel sangue.
Tutta una galoppata veloce fino a Gainesville, tanto la polizia della Florida é di manica larga. Ci fermiamo per un ricambio di liquidi e per comprare cartoline. Gainesville é tutta distesa lungo la main street con il gruppo dei supermercati a chiudere un grande piazzale: non sono abituati a sentirsi chiedere cartoline del posto, hanno solo quella che pubblicizza la vicina università.
- Pensa vivere qui - fa la Sgnuffi stiracchiandosi - dev'essere una noia tremenda. Non succede mai niente.-
Mi ricorderò queste parole quando, qualche mese dopo a Roma, i giornali cominceranno a parlare del "mostro di Gainesville", un serial-killer che fa fuori le belle universitarie a gruppi di due per volta. Qualcosa succede anche a Gainesville, dopotutto!
A notte parcheggio la Saab a fianco della villa degli Edwards. Domattina ci aspetta l'aereo della Sabena che ci riporta a Roma via Bruxelles.


IL RITORNO
L’aeroporto di Fiumicino si é rimpicciolito. I prati pieni di auto sembrano favelas di rottamai, l'autostrada che ci porta al raccordo anulare è un sentiero asfaltato. E dovunque case, casette, ville, palazzi, hangar, tettoie, depositi, cantieri, cascine, borghi, borgate, si affollano sul verde macilento, calpestato da millenni, fino all'ossessione della periferia romana con le sue migliaia di orridi "condo" stipati gli uni sugli altri, divisi da strettissime rue ingombre di auto abbandonate che li assediano coi musi contro i muri e disgraziati pedoni tentano di filtrare, scavalcare, saltare imprecando e rigando e ammaccando i cofani di latta mentre l'onda continua di altre macchine schiaccia, impesta, strombetta e strombazza la propria impotenza e disperazione.
Al volante della mia Mercedes impolverata da due mesi di abbandono nei prati di Fiumicino guardo lo sguardo disperato dei miei cari: siamo tornati!
Ci chiudiamo in casa. Il jet lag ci fa incontrare vaganti per le stanze buie alle quattro di notte e cerchiamo reciproca consolazione: però noi abbiamo il Colosseo! E la Cappella Sistina! E il Cupolone! Annuiamo gli uni agli altri, serissimi e tristi.
- May I speak to mister Gastaldi?- sobbalzo di gioia.
- Gastaldi's speaking!-
E' Jerry di San Francisco. Ci aveva proposto uno scambio casa con il nostro appartamento di Roma, ma la Sgnuffi si era rifiutata, e a lui e Gloria, sua moglie, non interessava il Circeo. La Sgnuffi era stata irremovibile, a nulla erano valse le poetiche lettere di Jerry che decantava la propria villa a San Rafael, aldilà del Golden Gate, dalla cui "window picture" vedeva all'alba la nebbiolina sui vigneti tingersi di rosa e poi diradarsi per permettere all'occhio di spaziare sulla baia incantata fino alle cento colline di San Francisco.
Jerry e Gloria han trovato un altro scambio, al centro di Roma. Li invito a cena per uno scambio di esperienze. Lui é dentista di successo, lei é psicoterapeuta e insieme editano un bollettino dall'incredibile titolo di "Mental Dental". Sono americani diversi da quelli che abbiamo conosciuto sulla costa Est. Più divertenti, più cinici, più ironici, più europei insomma. Jerry mi racconta con aria sognante del suo appartamento di Roma a via Urbana: sesto piano senza ascensore, bagno senza acqua calda e una vicina di casa che ad ogni domanda gli risponde sempre con un romanesco "Nun hai da toccà".
- Però- gli ricordo - pensa al gusto della famiglia romana che sta davanti alla tua window-picture a guardare la rosea nebbiolina che si alza dai vigneti con la gioia interiore di aver fregato un americano...-
I due californiani scafati sghignazzano. Apprezzano anche i vini piemontesi perché quei vigneti poetici davanti a San Rafael sono vitigni di nebbiolo e producono baroli e barbareschi di gran pregio.
Stappo bottiglie d'annata e dopo una ventina di assaggi e confronti ci troviamo alle tre di notte in Campidoglio ad ascoltare Gloria che, con bella voce di soprano, ci canta la Traviata in un italiano perfetto. Non capisce una parola di quel che dice, ma prima di fare la psicoterapeuta ha fatto la cantante d'opera: la luna tinge di fascino i ruderi del Foro e finalmente posso mostrare qualcosa con orgoglio a questi stranieri: non sono i ruderi più grandi del mondo e neppure i più antichi, ma con questa luna son certo i più belli e il barolo mi aiuta a far silenzio per invitarli ad ascoltare le magiche voci latine del Foro.
La sera dopo Jerry e Gloria ci invitano a cena al ristorante Papà Giovanni, vicino a piazza Navona, per le otto e trenta. La Sgnuffi e io ci affanniamo per arrivare puntuali e non cadere nel consueto cliché dei romani ritardatari. Il ristorante è chiuso a chiave. Bussiamo e ci viene aperto. Camerieri in divisa, sentito il nome di Jerry, ci scortano ad un tavolo prenotato. C'è pochissima luce e intorno a noi solo turisti: nessuno parla italiano, solo qualche parola romanesca che i camerieri si scambiano sottovoce. Sussurro alla Sgnuffi di parlare inglese, può essere divertente.
Passano tre quarti d'ora prima che Jerry e Gloria, avvolta in un turbinante vestito di veli azzurri, si siedano al nostro tavolo. Sono stupiti e dispiaciuti: amici han detto loro che a Roma si usa arrivare con almeno mezz'ora di ritardo e quindi a Roma come i romani...
- Sì, certo, ma non quando l'appuntamento é con due "blockhead" di San Francisco che si suppone che nella loro americanità arrivino spaccando il minuto!-
Jerry ridacchia e mi chiede se ha scelto bene il ristorante. Annuisco: sembra una perfetta trappola per turisti. Ma il vino è buono e i ravioloni anche. Io sono un panefilo e alla mia richiesta di "some bread, please" mi portano alcune fette di pane casareccio. Ne prendo una: c'è un vellutato verde sulla mollica che, anche alla luce scarsissima del locale, non è difficile identificare come muffa.
Faccio una voce nasale e cerco di dare Oxford alla mia protesta. Un cameriere mi sorride, con la faccia simile al fondo schiena, e mi dice che si tratta di un pane speciale romano, "green bread". Lo guardo a denti stretti per non scoppiare a ridere e lo prego di portarmi "usual white bread", normale pane bianco. Il cameriere si inchina e obbedisce. Portando via il pane ammuffito incrocia un collega e sbuffa in romanesco pesante:
- Aò, ma nun vedono quelli sprocedati in cucina che sto pane c'ha la muffa?-
Spiego ai miei ospiti increduli che il pane verde non é una specialità romana. Sgranano gli occhi e ridono come bambini. Al momento del conto Jerry, da gran signore, continua a ridere mentre posa quattro biglietti da centomila sul vassoio del cameriere. Usciamo passando davanti alla fila dei camerieri che si inchinano. Mi fermo sorridente davanti a quello del pane e gli dico serafico in inglese:
- Everything was good, very good...-piccola pausa e poi giù pesante in romanesco alzando la voce- Però n'antra vorta er pane muffo te lo magni te!-
L'intera fila dei camerieri vacilla e quello addetto a girare la chiave nella toppa per aprirci la privatissima uscita mi guarda con occhi da bue. Devo guidargli la mano e stiamo ancora ridendo forte quando il Bernini ci mostra le sue delizie in Piazza Navona. Batte l'una di notte, c'è di nuovo la luna e l'acqua mormora storie antiche nella fontana dei quattro fiumi, mentre l'angelo del Borromini, sulla facciata della sua chiesa, volta via lo sguardo disgustato. Roma è bella senza i romani. L'aveva già detto la Pimpaccia, sponsor di questa piazza che è la più bella del mondo.
Jerry e Gloria tornano nella loro San Francisco lasciandoci l'indirizzo di un loro amico: un altro dentista di successo che abita in una delle più belle zone della città, vicino al Golden Gate, in fondo a Lombard Street, dalle cui finestre si vede la Baia e il parco del Presidio. Si chiama Bruce e vuole scambiar casa con un italiano.
Iniziamo subito la corrispondenza. Non solo con Bruce ma anche con famiglie di New York. Ormai sappiamo come si fa: una prima lettera di presentazione, chi siamo, quanti siamo, che facciamo nella vita, quale tipo di casa offriamo e per quale periodo. Rispondono tutti, anche per dire di no. Con quelli ben disposti si inizia l'approfondimento, per conoscersi un poco di più.
Si parla dei propri interessi, delle attrazioni e dei difetti dell'area in cui sorge la casa da scambiare, di com'è attrezzata la cucina, se c'è la lavapiatti, la lavapanni, l'asciugatore, il forno a microonde, la TV, il VCR, dove sono i negozi, quanto costa la vita, quali sono le gite più interessanti che si possono fare nei dintorni e se si hanno amici o parenti in grado di dare assistenza se fosse necessario.
Bruce è il primo a rispondere entusiasta: per agosto prossimo siamo a posto. Per luglio ci accordiamo con una famiglia di NewYork che abita al ventiduesimo piano dell'East Side, all'incrocio tra la seconda avenue e la ventitreesima: una zona più che discreta, mi dice la mia memoria di scrittore di gialli falsoamericani.
Passiamo l'inverno a parlare di America sopportati dagli amici. Metto in vendita il mio due alberi a vela, frutto di sanguinose fatiche e risparmi: non ho più tempo per il Mediterraneo.


PRIMO PREMIO UNA SETTIMANA A NEW YORK,
SECONDO PREMIO DUE SETTIMANE A NEWYORK...
Luglio a NewYork: un intero mese per assaporare la Grande Mela. L'aria è satura di fumi e fa caldo ma nel nostro appartamento al ventiduesimo piano c'è l'aria condizionata in tutte le stanze: è centralizzata, l'intero grattacielo è un sorbetto al carbonio.
Stavolta non abbiamo avuto problemi con quelli dell'immigrazione e neppure col tassista giamaicano: il nostro inglese è assai più fluido dell'anno scorso. Sciltian ha continuato a studiare durante l'inverno e io mi sono aiutato con le cassette di Speak-Up, la Sgnuffi non ne ha bisogno perché il suo é un inglese personale immutabile. Tuttavia quando un amico del padrone di casa ci apostrofa con un "jit yet?" lo fissiamo imbambolati mentre le rotelle traduttrici vorticano a vuoto nella nostre teste. L'amico ride e chiede scusa, quello non è americano, è newyorchese: la Grande Mela ha sempre fretta e sintetizza. La domanda distesa sarebbe "Do you eat yet?". Che importa? ha già mangiato tutto lui lasciandoci appena due sillabe...
In portineria ci sono tre muscolosi negri in divisa con pistoloni alle cinture. Non ci lasciano entrare: italiani che hanno scambiato casa? Il più grosso mi punta contro un dito bazooka e socchiude gli occhi diffidente:
- Mafia?-
Saremmo ancora fuori se non garantisse per noi l'amico mangiaparole.
Il nostro appartamento è di una cinquantina di metri quadri ma lo spazio é sfruttato come in barca: gavoni e armadi a muro dovunque, stanze piccole ma comode, cucinetta e bagnetti completi di tutto ma senza finestre e con aspiratori, soggiorno pranzo con balcone e vista sulla Manhattan che conta. Il panorama però é meglio guardarlo da dietro la vetrata perché sul balcone si respirano gli scarichi fetidi e bollenti di tutti i condizionatori dell'East Side.
Siamo custoditi da una porta con doppia blindatura ed enormi catenacci di rinforzo, altro che i teneri cricchini dell'altra America! Perfino la spia per vedere chi bussa è periscopica per evitare, mi spiega sorridendo l'amico del padrone, che ti sparino nell'occhio mentre controlli. La Grande Mela si deforma assumendo i contorni di una Grande Pera.
Gli amici di Boston vengono a trovarci: Paula resta una settimana con noi ma è spenta dal dolore per la perdita del marito dagli occhi blu. Una notte saliamo sull'Empire State Building: il vento fa svolazzare i capelli a chi li ha, e a me drizza due ciuffetti sopra le orecchie. Sotto di noi, milioni di luci pulsanti: geometrie verticali fitte e audacissime che si perdono all'orizzonte, ben oltre l'abbraccio dell'Hudson e colonne di minuscoli globuli luminosi in movimento che danno alle avenue l'aspetto di arterie alimentanti un grande corpo vivente.
Mi suonano nel cuore le note di "NewYork NewYork" e la voce della Minnelli. Dà sgomento vista da quassù, sotto buio intenso e col vento che drizza i capelli, capisco che si possa amarla tanto, conquistata lei si è conquistato il mondo. Paula fissa tutta questa vita con occhi morti.
Motorino e il marito arrivano la seconda settimana e si mettono in movimento alle sette del mattino. Noi li raggiungiamo verso le undici dopo una robusta colazione americana e insieme rovesciamo la Grande Mela come un guanto.
Dal Radio City Music Hall fino alla Statua della Libertà.
Per prendere il traghetto per Liberty Island occorre mettersi in fila all'alba e Motorino fa la coda anche per noi che arriviamo alle dieci gonfi di french toast e pancakes. Il fiume di gente in attesa sgomenta: il prossimo quattro luglio la Signora Libertà compie cento anni. Sull'oceano sembra che abbia nevicato barche: migliaia di yacht punteggiano di bianco la Upper Bay dai moli di Jersey City fino a quelli di Brooklyn, sono in attesa dei grandi yacht a vela che si son dati appuntamento qui per solennizzare il centenario della grande statua.
Piove. Scroscia dal cielo un acquazzone da paura ma il fiume di gente in attesa non si scompone, nessuno cede di un palmo.
Ci imbarchiamo fradici sul traghetto che poco dopo ci scarica a Liberty Island: scatto il primo rullino di foto mentre la nave gira intorno al donnone con la fiaccola.
Liberty Island è gremita. Anche Motorino desiste dal mettersi in coda per salire dentro la statua: ma noi teniamo duro, chissà se mai torneremo qui. Sole e pioggia si alternano, bagnandoci e asciugandoci, ma tre ore dopo siamo sugli ultimi scalini della tortuosa scala a chiocciola dentro la testa della statua: ci è permesso sostare pochi secondi, ma vediamo il mondo da uno degli occhi della Statua della Libertà! Ci può anche stare un "chi se ne frega" ma son cose retoriche che danno piacere. Come dice oggi la Tv agli americani: siate fieri di essere fieri.
Stanotte ci saranno i fireworks più colossali di tutti i tempi. Per chi come noi non ha raccomandazioni speciali il posto migliore per vederli é Battery Park, la punta verde all'estremità di Manhattan. Ci raggiunge da Filadelfia dove sta studiando al San Joseph College, il mio secondogenito Costantino, alto quasi quanto me e forte dei suoi vent'anni. Viene a scortarci perché tutti ci sconsigliano di andare a Battery Park stanotte: ci sarà una folla paurosa di negri, cinesi e portoricani.
La Sgnuffi non vuole salire sul metrò, qualcuno le ha detto di non prenderlo mai dopo le diciotto. I taxi non si trovano più. Andiamo a piedi, sei chilometri passo più passo meno. La camminata si fa vischiosa per la troppa folla già nel piazzale della City Hall, poi dobbiamo avanzare a zigzag, approfittando dei vuoti che si creano nel movimento denso dei sei milioni di persone che cercano di arrivare sulle prime aiuole di Battery Park. Non ci sono bianchi. La tinta è dal cioccolato al nero viola, con qualche variante butterata portoricana e liscia alla cinese. Molti hanno sulle spalle giganteschi stereo che trasmettono musiche frenetiche. Chiazze di folla ballano dimenandosi nei pochi centimetri di spazio che riescono a crearsi intorno, sculettando tutti insieme prima a destra e poi a sinistra: chi perde il tempo prende una culata storica e vien buttato sulle anche di altri sculettatori.
Sentiamo sotto i piedi l'erba del parco e sopra di noi le chiome degli alberi con grappoli di ragazzi neri contro nero a cavalcioni dei rami: ora la musica sfonda i timpani dalla terra e dal cielo.
Costantino, nervoso per problemi suoi, guarda minaccioso in alto sostenendo che qualcuno gli ha sputato in testa. Sopra di noi pendono dai rami grossi frutti firmati Nike o Reebock taglia 45 e più. Lo spingo oltre di qualche centimetro, cercando di convincerlo che sarà stato un uccello notturno.
Siamo parte di una massa compatta che scivola amebica in avanti strusciando su milioni di suole. La nostra parte di bestia é ferma a cento metri dall'Hudson quando cominciano i fuochi: la notte si incendia a centottanta gradi. Soffioni luminosi dai pappi arancio fioriscono per decine di miglia riempiendo il cielo e cambiando colori alla notte. Sonchi gialli come soli illuminano le nostre facce protese alla meraviglia, sui nostri nasi camusi spiccano stupite cornee bianche e tra le nostre labbra tumide l'avorio perfetto dei denti riflette i colori delle immense begonie di luce che fioriscono in cielo. I biondi capelli della Sgnuffi sono un difetto di melanina nella pelle scura del manto animale che copre Battery Park.
Candidi tromboni d'angelo si espandono in verbene vermiglie e muoiono in cascate di glicini blu mentre mille rose sultane nascono dalle acque per salire verso dio gridando col loro giallo acceso e rosso vellutato che qui l'umanità fa festa grande. Per un'ora intera non abbassiamo la testa, gli occhi abbagliati dal continuo esplodere di fiori: rami di ginestra, arbusti di corallo, fiori d'angelo, crisantemi accecanti, paffute peonie, affusolati lupini, svettanti con prepotenza ben oltre la pallida corona della Libertà festeggiata, coi loro botti fanno vibrare i vetri dei grattacieli che colano sangue, miele, neve al cambiare della dominante di quest'orgia di colori. La mia cervicale urla pietà, ma non riesco a staccare lo sguardo da questa magnificenza: il cielo si riempie di strisce bianche e rosse e da una grande esplosione blu cade una pioggia di stelle.
Tre botti sovrastano tutte le musiche. Il mondo resta buio. I fuochi sono finiti. Noi sei milioni di umani restiamo annichiliti davanti al nulla per alcuni secondi, poi ci voltiamo e muovendoci sui nostri dodici milioni di piedi ci spostiamo verso la City Hall dove migliaia di autobus tentano di prosciugare quest'oceano di gente.
La stanchezza e l'ora tarda rendono queste code assai poco americane: c'è chi spinge, chi fa il furbo, e chi con arroganza minacciosa ruba i posti cercando la rissa.
Poiché non ho un carattere cristiano davanti alle offese, per evitare guai, convinco gli stanchi figli e l'esausta Sgnuffi ad un'allegra passeggiata sui sei chilometri del ritorno.
Abbiamo appena lasciato la piazza col suo turbinio di autobus assaliti dal blob con dodici milioni di piedi, che un autobus privo di grappoli umani alle porte ferma all'inizio di Madison Street. Una gran corsa e salto a bordo: prima di pagare i biglietti chiedo al nerissimo autista con la testa infilata in una cuffia di lana gialla:
- Are you going to the twentysecond street?-
La cuffia annuisce con uno sbadigliante -Yeah!-.
Pago felice e trascino la famiglia verso il fondo dell'autobus dove c'è perfino un posto a sedere. La Sgnuffi si accascia sul sedile e io dispiego la mia mappa di NewYork cercando di seguire su di essa il percorso del bus.
- Ecco, - dico a Sciltian e a Costantino- probabilmente passeremo per Allen Street e prenderemo la First Avenue e poi...-
Una signora mi tocca su una spalla. Mi volto: é una vecchietta caruccia coi capelli candidi e un grande sorriso. Scuote la testa e indica il mio dito che punta su Union Square:
- No, sir. This bus turns on right at Manhattan Bridge to go to Brooklyn.-
La guardo smarrito, poi mi precipito verso cuffia gialla a protestare. Non mi guarda neppure mentre mi dice che passa dalla 22esima, ma quella di Brooklyn. Dobbiamo scendere alla prossima e alla mia domanda disperata:
- Che hell di mezzo possiamo prendere?- cuffia gialla mi dà un'occhiata di disprezzo:
- Andagràun'- sbuffa e vuol dire il metrò.
Costringo la famiglia irritata a scendere. Il bus di cuffia gialla ci lascia all'angolo di una street umida e buia che si chiama Caterina. Guido la famiglia fingendo una sicurezza che non ho. Caterina mi porta alla Broadway: mi si apre il cuore, la Broadway attraversa tutta Manhattan ed é una strada sicura.
Rincuoro la Sgnuffi e ci avviamo sul marciapiede stretto e maleodorante: due gang di cinesi si stanno fronteggiando nascosti dietro le auto. Davanti ai pochi locali aperti pendono lanterne orientali. Le bande di giovinastri si scambiano razzi, castagnole, bombe e raffiche di rauti. Noi ci dobbiamo passare in mezzo se vogliamo proseguire verso nord. Mi faccio coraggio e conquisto il centro della strada, stretta per essere Broadway! Cammino deciso seguito dalla famiglia. Le due bande sospendono la guerra. High midnight.
Scruto le loro facce inespressive, sento tutti i loro occhi puntati su di noi. All'angolo una targa avverte East Broadway. Mi blocco incerto: questa non è la Broadway che dico io! Abbiamo sbagliato strada. La mia incertezza spezza l'incantesimo: le due gang concentrano il loro fuoco contro di noi. Esplosioni crepitano fra i nostri piedi, missili luminosi ci costringono a piegarci, bombe squassanti ci convincono ad una fuga ignominiosa.
Inseguiti da un uragano di fuoco torniamo indietro e guido la famiglia al riparo dietro il primo angolo possibile. Continuiamo a correre: la nuova strada é la Bowery. Quanti racconti d'orrore ho letto ambientati nella Bowery! La strada dei mendicanti e degli assassini! Dobbiamo continuare a correre!
Il nostro galoppo, sorretto dalla paura, ci dà la forza per arrivare alla Kenmare: non è quella che incontra Mulberry Street, la strada dove Al Capone uccise la sua prima vittima? E' proprio quella! Continuare la fuga!
Siamo allo stremo, i nostri fiati sono gemiti, quando arriviamo alla Houston: la strada larga e illuminata ci rinfranca. Un uomo elegante sta passeggiando a braccetto di due belle signore: la tranquillità delle donne ingioiellate é garanzia di cessato pericolo. Possiamo fermarci, appoggiarci ai grattacieli e ansimare dall'inguine alle flippanti tonsille.
Alla terza settimana cominciamo ad averne abbastanza di NewYork: scavalcare le bag-ladies stese sui marciapiedi é diventata un'abitudine ignobile, dalle bocche dell'aria condizionata escono piccoli scarafaggi che qui chiamano roaches e che si trovano ovunque, dalla minestra al pigiama e strade anche famose come la Quinta danno un senso di insicurezza quando senza motivo evidente si vuotano e ci troviamo noi soli a sgambettare intorno ai grattacieli.
L'allarmante numero di squilibrati che si parlano addosso, queruli o minacciosi (uno ci ha tirato una bottiglia che si è sfranta ad un passo dalla Sgnuffi), le facce tese della folla che mai passeggia ma sempre corre, urta, sgomita per vincere una misteriosa gara in cui dev'essere in gioco vita o morte, l'aria sporcata da milioni di bocche, la sporcizia e il degrado di interi quartieri animano un desiderio di fuga. Solo la Sgnuffi ripete testarda che NewYork é la più bella città del mondo. Io e Sciltian ci raccontiamo una vecchia barzelletta adattandola per questa megalopoli:
"Grande lotteria internazionale: primo premio una settimana a NewYork, secondo premio due settimane a New York, terzo premio tre settimane a NewYork, quarto premio quattro settimane a NewYork..."
Abbiamo vinto il quarto ma bariamo coi noi stessi e dopo tre settimane facciamo una puntatina a Filadelfia a trovare Costantino, prima di volare a San Francisco.


SAN FRANCISCO!
Gita breve a Filadelfia, giusto il tempo per visitare il college di Costantino, prendere un'insolazione lungo l'infinito viale che porta al Museo, sudare a litri sulle scalee da allenamento di Rocky I, II, III, IV e V... e farsi sfilare il portafoglio da un negretto in una sala giochi.
E' la prima volta che lasciamo Sciltian solo, l'Arcade è vicina al nostro albergo e lui si é infognato in una battaglia elettronica contro gli alieni. Dopo qualche minuto torna accompagnato da un giovanotto color ebano lucido che ci chiede scusa a nome della sua città: un ragazzo con mano lesta ha sfilato il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni di Sciltian e si è dato alla fuga subito ferocemente inseguito da un poliziotto pancione, da Sciltian arrabbiatissimo e da questo giovanotto che ora ci chiede scusa in nome di Filadelfia. Una corsa acrobatica, da film, giù per le scale del metro, ma una corsa persa. Ringrazio il bel giovane nero e con un sorriso lo informo che nel portafoglio di Sciltian c'era un dollaro soltanto. Forse è il mio cinismo di europeo decadente a illudermi di cogliere nello sguardo del giovanotto un'ombra di delusione?
Questo è l'unico contatto che abbiamo con gli indigeni di Filadelfia perché qui siamo turisti, viviamo in albergo e parliamo solo fra noi andando in giro naso all'aria e guide in mano. Il grande vantaggio dello scambiocasa è la possibilità di entrare in contatto con la società civile locale perché chi cede la propria magione a degli sconosciuti stranieri incarica gli amici di dare loro un'occhiata. Come turisti non possiamo lasciare la città voluta dal signor Penn senza visitare le stanze in cui fu firmata la prima costituzione americana, senza vedere la storica campana tenuta sotto vetro e la pianta cresciuta da un seme che fu portato sulla luna dall'Apollo 11.
Torniamo in treno a NewYork e poi in taxi fino al Kennedy Airport per imbarcarci per San Francisco. La Sgnuffi è abbracciata all'unicorno bianco e io ho in mente le orecchie a sventola di Clark Gable e lo scintillio perverso dei night della Costa dei Barbari.
La Sgnuffi ha letto un articolo sulla faglia di San Andreas e ha qualche perplessità: e se a San Francisco ci aspettasse un terremoto distruttore? La tranquillizzo: sarebbe la casa di Bruce a cadere e non la nostra. Sorride sollevata.
Voliamo attraverso tutta l'America. Sotto di noi, negli squarci delle nubi, le praterie di grano del Middle West quadrettate con geometria perfetta dalle righe bianche delle strade.
Dietro a noi una coppia texana ha esclamazioni di stupore. Il marito tiene l'indice premuto contro la doppia plastica dell'oblò. Guardo anch'io sperando in un disco volante: il cielo e sereno, nessun alieno ci svolazza intorno. La coppia guarda in basso e scoppia in una risata larga come una bistecca. Seguo il loro sguardo: il reticolo squadrato dei campi gialli e rettangolari é deturpato da una strada che si permette un doppio inspiegabile zigzag. I texani ne ridono fino alle lacrime.
Le pianure si fanno aride a ridosso delle Montagne Rocciose e i campi diventano cerchi scuri su sfondo avana: sono gli irrigatori automatici che, girando su se stessi, alimentati da batterie solari, disegnano quei grandi rotondi fertili.
Le Montagne Rocciose evocano sogni di infanzia, i romanzi di Motta e di Mioni e poi i grandi western dell'adolescenza, la costruzione della ferrovia, gli indiani, la corsa all'oro... ma a vederle dall'alto coi miei occhi di alpino sono una delusione: tondeggianti, con poche bave di neve nei canaloni meno soleggiati, non hanno nulla di epico. Mi sembrano larghe più che imponenti, ma è il giudizio di uno che ci vola sopra, attraversarle a cavallo o a piedi daranno diversa impressione.
L'aereo si abbassa, é iniziato l'atterraggio: sotto di noi un deserto di sabbia di tipo sahariano e poi uno spicchio di baia. Rulliamo, già sulla pista. Siamo a Frisco, ma qui odiano questo abbreviativo.
Ci sono stati degli attentati terroristici in Italia e il dentista Bruce si é spaventato: nella sua ultima lettera mi ha detto che ci dà la sua casa ma lui non userà la nostra, se ne andrà dai genitori vicino a Chicago.
E' con un po' di imbarazzo che stringo la mano ad un uomo bruno, più alto di me, col volto pallido illuminato da due grandi occhi etruschi. Il padre di Bruce nacque in Toscana e ha lasciato il segno. Bruce ci aiuta a caricare i nostri valigioni sulla sua Chevrolet e sopra ci mette il grande unicorno bianco senza alcun commento.
Entriamo in macchina e partiamo. Il silenzio si fa torturante. Devo trovare qualcosa da dire. Fuori il cielo è percorso da cilindri di bambagia colorata che sfiorano le colline, brulle come gobbe di bisonti.
- Clouds?- chiedo.
- Fog.- risponde.
Poco per un inizio di conversazione. Bruce è concentrato nella guida ma io sento il suo imbarazzo che copula col mio. Oltre le colline intravedo alcune casette bianche in stile messicano.
- What's this?- chiedo.
- San Francisco.- risponde.
Soffoco nell'amplesso degli imbarazzi e rinuncio. Apro un dialogo in italiano con Sciltian e la Sgnuffi giusto per riempire l'auto di onde sonore prodotte da gole umane.
La macchina corre lungo la baia e lo spettacolo si fa grandioso: le nubi cilindriche si allungano per centinaia di metri e si contorcono al rallentatore sullo specchio acqueo cambiando colore come per un sapiente ruotar di filtri: dal verde all'arancio cupo e al violetto passando attraverso infinite sfumature di giallo. Arditissimi ponti scavalcano la grande baia unendo fra loro città, e colline verdi, con saltuarie pretese di monti, aggirano la baia puntinate da villaggi e da porticcioli, allungandosi in penisole antropomorfe, come mani tese verso l'isola di Alcatraz. Sull'acqua calma il vento scolpisce marezzature che riflettono i cangianti colori delle nuvole in viaggio perenne dall'oceano Pacifico verso il deserto. Fa caldo ma l'aria che soffia dall'oceano sembra venir giù dritta dal polo nord. Colpa della corrente di Humbolt, mi spiegheranno i sanfranciscani, che gela l'acqua sulle coste.
Scendiamo verso la città: un'isola di una trentina di grattacieli, su cui svetta una bianca piramide quadrilatera ad angolo acutissimo chiusa da una cuspide che ricorda la punta di un campanile alpino, galleggia su un mare di case basse, chiare, intervallate dalle chiazze verdi dei giardini e dalle macchie rosse dei pochi muri in mattoni. Ma é un mare mosso da grandi onde, come se sotto i palazzi la terra si divertisse ad arricciarsi prima di sparire sotto il blu cupo della baia dove le dita dei moli offrono appoggio a grandi navi che da lontano sembrano giocattoli: ad aumentare l'impressione di falso, larghe volute di strade sopraelevate nascono dalla radice del lunghissimo armonico ponte per Oakland e si avvolgono intorno all'isola di grattacieli. Oltre la linea chiara della città, a ovest, un grande promontorio verde dà piede al volo del ponte pensile più famoso del mondo: il Golden Gate, che disegna due grandi leggerissimi festoni in ferro rosso, simili all'onda stilizzata di un oscilloscopio.
Siamo affascinati e gli occhi non si sazian di guardare.
- San Francisco.- ripete pleonastico il sillabico Bruce. Scoppiamo a ridere. Sorride anche il dentista che capta la nostra emozione per la sua città e ne è orgoglioso.
Credo lo faccia apposta a passare ai piedi della cascata fiorita di Lombard Street: non possiamo salire perché la strada è a senso unico a scendere. La Lombard è larga ma il suo pezzo finale precipita verso il mare con una pendenza eccessiva per le auto. Come si fa per superare il pendio troppo arduo di un monte, è stato tracciato nella sede stradale un sentiero ad ampie anse mattonato in cotto che, come un serpe rosso, collega la marina con la parte alta della Lombard. Le anse sono state trasformate in aiuole dense di fiori, alberelli fanno ombra alle rampe di scale che, su entrambi i lati della serpentina conducono i volenterosi in cima alla salita. Villette graziose dai grandi balconi fioriti fanno da quinta. E' di una bellezza da amore a prima vista, come la scala di Trinità dei Monti fiorita di azalee.
Bruce è soddisfatto dell'effetto che ci ha fatto la Lombard e sembra un po' più disteso, ma non apre bocca.
Infila una delle famose strade a saliscendi (chi non ricorda "Bullit" o "Le Strade di San Francisco"?) e fa arrampicare l'auto verso Filbert Street. Si ferma davanti ad una villetta di tre piani, color cilestrino, col tetto a punta. Tocca un telecomando e si apre la porta basculante del garage: la strada è ombreggiata da alberi fioriti e tutte le villette han l'aria di essere appena dipinte.
Cerco di comunicare con Bruce con una domanda ironica:
- Have you repainted all the city for our coming?-
Bruce mi guarda serio, chissà se ho detto giusto, chissà se ha capito che voglio scherzare. Scuote la testa e risponde:
- No.- Dalla villetta esce un ragazzo biondo di quattordici anni che ci corre incontro a mano tesa: è Jason e ci presenta la sorellina Leyla dai lunghi capelli sulle spalle e la madre Jean dall'aria chiara di nordeuropa.
Ci aiutano con le valige, ci chiedono se abbiamo fatto buon viaggio, ci portano in casa e poi su per uno scalone in lucido noce americano fino alla camera degli ospiti: io e Mara dormiremo lì, invece Sciltian deve salire di un altro piano e dividerà la camera con Jason.
I nostri anfitrioni si ritirano per permetterci di aprire le valige e rinfrescarci. Cambiati d'abito, lavati e profumati teniamo consulto nelle nostre stanze: sono le diciannove, ora locale, ora di dinner. Che dobbiamo fare? Scendere nel dining con l'aria di chi si aspetta di essere sfamato sembra invadente, andare a mangiar fuori sembra scortese, invitare Bruce e famiglia al ristorante può sembrare un modo per farsi dire "ma no, cenate con noi".
Risolve Jason che spalanca la porta della nostra stanza e ci apostrofa in inglese masticando noccioline. Il senso della sua frase è:
- Allora gente, in Italia non si cena? Giù, si sta raffreddando tutto!-
Jason da baciare.
Da adesso in poi è tutta discesa. Il grande gelo si scioglie gorgogliando in vino californiano, anche Jean, la moglie di Bruce, nordica e attorney, abbassa un poco le difese quando mi inoltro in una discussione accademica confrontando il diritto romano e napoleonico con la Common Law anglosassone.
Io li capisco questi simpatici sanfranciscani che ci hanno accolto, sconosciuti e privi di titoli validi, nella loro casa avendo perfino rinunciato allo scambio per paura del terrorismo e implicita sfiducia nelle misure di sicurezza italiane. Guardo me e la mia famiglia coi loro occhi: ho detto loro che sono un writer, uno scrittore, screenwriter scrittore di cinema, di un cinema sconosciuto perché non ho mai scritto copioni né per DeSica né per Fellini.
Fortuna che ho scritto "La Pupa del Gangster" recitato da Sofia Loren e Marcello Mastroianni. Si illuminano ai nomi dei nostri due attori più famosi, felici di poter darmi un segno di apprezzamento. La Sgnuffi si è presentata come attrice ma i film da protagonista li ha fatti con la mia regìa e non fanno pedigree. Può però vantare record negativi: ha detto no a Vadim e a Fellini. Anche lei riceve segni di apprezzamento. Sciltian si fa valere col suo inglese più sciolto e lega con Jason e Leyla, sghignazzano insieme accomunandoci: matusa, viventi sulle sponde di due diversi oceani.
Un boato ruggente segna la fine del pasto: Jason ha fatto la bocca a tromba e ha emesso un pantagruelico rutto. La Sgnuffi resta con le passion fruit e panna a mezz'aria, allibita con occhi tondi come piedi di flute per champagne, io guardo Bruce e Jean che ammoniscono bonariamente il figlio con parole che corrono apposta per non farsi acchiappare da noi. Tuttavia il senso del rimprovero è che forse noi non siamo abituati. Jason ride e capisco che ha di nuovo ragione lui: ci ha detto che siamo di casa.
Dopo cena Bruce, euforico e ciarliero, vuol recuperare l'orribile silenzio del nostro primo incontro e ci trascina sulle punte dei Twin Peaks: i due colli gemelli che si alzano appuntiti a dominare la città. Soffia un vento triestino: una bora gelata ci spinge al lasco verso il precipizio mentre Bruce ci indica i punti distintivi della San Francisco notturna. Ci attacchiamo al legno di un mancorrente, intirizziti e affascinati dallo spettacolo della grande baia festonata delle mille luci degli archi elegantissimi dei suoi ponti.
Lontani i pochi grattacieli sembrano alberi di natale illuminati su un presepe di villette aggraziate in colori pastello, vittoriane, ornate di bow-window, cupolette, colonnine e balconcini, timpani isosceli con finestre quadrate perfettamente iscritte, allegre torrette tonde o quadrate o esagonali. C'è allegria nel vento freddo che soffia regolare su questa architettura della gioia.
Non sembra America sembra come dovrebbe essere l'Europa.
Si dorme bene a San Francisco il mese di agosto, con un leggero piumino d'oca e senza aria condizionata. Non c'è neanche l'impianto per il condizionamento dell'aria, ci pensa il vento che trae note basse e nenianti dai cavi d'acciaio che sorreggono il Golden Gate.
Il giorno dopo alle sei del mattino Bruce e Jean sono in piedi e si cuociono un copioso breakfast. Jean prende l'auto e va al tribunale di Oakland, Bruce indossa maglietta e short e scatta nella corsa che lo porterà dopo tre miglia di saliscendi al suo studio di affermato dentista ai piedi della Piramide. Doccia, abiti professionali e drill in pugno per entrare nella bocca spalancata dei pazienti. Perforazioni in serie: lo studio è ricavato in un antico opificio in mattoni rossi di cui si sono conservate le travature e le alte volte, lo spazio è diviso in più salette, ognuna attrezzata con poltrona pieghevole, trapani, ultrasuoni, raggi X e ogni diavoleria tecnologica per aumentare la durata dei nostri denti e sorvegliata da due assistenti che preparano tutto e fanno aprire la bocca al cliente: a questo punto irrompe Bruce, the professor, che impugna il trapano e compie l'intervento. Acqua, sciacquo, salvietta e commenti sono di nuovo per gli assistenti perché Bruce è già entrato nel molare di un altro paziente. Così fino a mezzogiorno, poi un lunch leggero e bocche spalancate fino alle cinque quando il nostro bravo dentista si rimette maglietta e short e corre per tre miglia fino a Filbert Street. Bruce è alto e sottile ma quando coglie una lieve ironia italiana nel mio sguardo per il suo superefficientismo americano mi mostra delle foto di qualche anno prima dove appare un ciccione che gli assomiglia: era lui trenta chili fa. Ha ragione di correre!
Jason si alza alle nove e ci prepara le frittelle sbattendo uova e farina che poi versa in stampi rotondi e arroventati: addolcite con miele e marmellata sono buonissime. Oggi siamo affidati a lui e a Leyla, saranno le nostre guide per la nostra prima giornata a San Francisco.
Dietro la Filbert c'è la Union dove passano i bus per il centro. Uno ogni due minuti, belli puliti eleganti e con posti a sedere. Cari però: 1 dollaro e 25 cents che bisogna avere in change, ossia in monete che si infilano in una vaschetta trasparente sotto lo sguardo del driver che solo dopo averle valutate ne permette l'ingoio nelle viscere del bus.
Jason ci fa scendere a Union Square: è la piazza cuore della città. In tutte le strade intorno si stende il paradiso dello shopping.
Saliamo da Macy's, entriamo nelle cento boutique di artigianato, c'è molta roba indiana in cuoio e in legno e poi le solite offerte a prezzi stracciati di alta tecnologia giapponese e non. E' difficile convincere la Sgnuffi che quel bel telefono fatto con tubi fluorescenti colorati potrebbe non funzionare in Italia per via del tune o del pulse e che quella consolle per videogiochi avrà bisogno di 110 volts a 60 periodi mentre in Italia troverà un micidiale 220 volts a 50 periodi. La famiglia mi guarda con la perplessità degli ignoranti che temono di esser presi in giro con paroloni di falsa scienza, un po' come quando il medico chiama epistassi una perdita di sangue dal naso. La moda è quasi tutta made in Italy e scopriamo che, volendo, conviene comprar qui che in via Condotti a Roma, ma noi non vogliamo.
Jason ci vuol stupire e con instancabile entusiasmo ci trotterella davanti spronandoci a muovere il culo. Ci porta vicino al mare là dove Market Street, che taglia tutta la città, si congiunge con la California Street lungo la quale si arrampica una vecchio tram a cavo che è la gioia dei turisti che fanno file lunghissime per salirci al capolinea. Jason ci fa l'occhietto e ci salta sopra alla penultima fermata: riusciamo perfino a sederci. Ma il giovane californiano non ci lascia prender fiato, questa è la terra del movimento: decine di pedalatori faticano su per le storiche salite, skate precipitano lungo le folli discese, camminatori ancheggianti si fan largo sugli ampi marciapiedi.
Ci sono anche molti ancheggianti morbidi con calzini rossi di seta, brache di lamè, giacchette pastello attillate e tagliate in vita e morbidi cannoli di capelli vezzosamente raccolti da un lato del viso dipinto. Questi esercitano uno sport assai particolare, diffusissimo in tutto il mondo e in tutte le civiltà: però mai come ora questo loro sport particolare ha il sapore di una fregatura. Come ci dice un milanese greve, berlusconiano ante litteram, in cui ci imbattiamo davanti allo Hyatt Regency: "con l'AIDS, i pede se la son proprio presa nel culo."
San Francisco è città libera e tollerante: qui c'è un intero quartiere, Castro, abitato da omosessuali, anche il sindaco è gay e molti malati di Aids vengono qui a morire. Eppure le strade son piene di una umanità vitale, felice. Le strade di NewYork traboccano disperazione, qui anche i pochi barboni che sostano al sole sulle panchine di Union Square, sembrano tanti Diogene alla ricerca dell'Uomo più che miserabili homeless.
La realtà è nell'occhio di chi guarda, ma questa città ci fa vedere così e accoglie, sorridente, pulita, intelligente e bella.
Jason e Leyla, in perpetua lite fra loro con veloci parole a mezza voce, ci guidano su e giù per i primi piani di cinque grattacieli che costituiscono un unicum uniti come sono fra loro da scale e passaggi aerei che permettono di passeggiare per alcuni chilometri tra grandi bar fioriti, ristoranti alla moda, centinaia di boutique che vendono scarpe italiane, vestiti italiani, gioielli italiani... Attraversiamo terrazzi grandi come piazze con splendida vista sulla baia, camminiamo lungo balconi larghi come viali con grandi alberi ombrosi che affondano le loro radici in giganteschi vasi e prendiamo un caffè espresso in un bar italiano dove troviamo anche un numero di Repubblica del giorno prima. Al livello strada, Jason si infila in un shop di articoli buffi, pieno di pupazzi e di scherzi: all'improvviso mi si para dinnanzi un uomo con l'impermeabile.
- Look at!- grida Jason da qualche parte e il pupazzo a grandezza naturale spalanca di scatto il proprio impermeabile mostrando il suo personale bompresso di grandezza assolutamente innaturale.
Leyla si ferma incantata a guardare un gadget cinese tutto fili colorati e girandole che pende dal soffitto: glielo regalo e mi sembra che il suo becchettare Jason diminuisca di intensità. Intanto lo scatenato californianino ci spinge su un bus promettendoci delizie in un posto che lui chiama "Pier thirtynine".
Pier thirty nine significa letteralmente Molo 39. Dall'Embarcadero Center ci si arriva percorrendo il lungomare e i moli partono dal numero 1 e si sgranano dispari indicando prima verso Treasure Island, un isolona verde che dio ha messo in mezzo alla baia per permettere all'Oakland bridge di poggiarci un piede e all'esercito americano di farci una base, poi verso la disabitata ma severa Alcatraz. I moli dall'1 al 37 sono moli veri per carico e scarico merci, con grandi docks lindi e puliti da parere falsi e, come tutta la città, appena riverniciati.
Il Molo 39 è invece una pura delizia. Camminiamo su quello che sembra il ponte di un'antica nave di giganti, attorniati da balconate fiorite, orchestrine allegre, gruppi di giocolieri e di funamboli, giostre coi cavallucci di legno della mia infanzia, botteghe specializzate in cose curiose: ce n'è uno che vende soltanto oggetti per persone mancine, un altro addobbi per Natale, c'è chi espone una gigantografia del Presidente degli Stati Uniti e fa fotografie in cui sembra che ti abbracci amichevolmente, c'è chi stampa finte copertine di Time e di altre riviste con le scritte e le foto scelte dal cliente e chi vende ostriche perlifere a "scatola chiusa".
Una pubblicità invita a provare i terremoti di San Francisco e con un dollaro ti mostra gli effetti dei passati terremoti con proiezioni di fotografie e ricostruzioni mentre il pavimento ripete i movimenti ondulatori e sussultori dei vari cataclismi. Una voce morbida e bene impostata suggerisce la data e il grado della scala Richter. Nel 1906 bisogna agguantarsi ai mancorrenti per non cadere, poi sullo schermo stappano champagne e la voce si fa allegra, un po' brilla, e urla:
- And now... the Big One!- "Quello Grande", come qui chiamano l'atteso terremoto che cambierà la faccia della California. Massimo della scala Richter!
Il pavimento sussulta come un cavallo imbizzarrito e tutti ci abbracciamo per non cadere mentre sugli schermi i grattacieli crollano, le onde della baia abbattono le case vittoriane in un frastuono orribile da apocalisse, poi il pavimento ondeggia rabbiosamente facendoci rotolare qua e là in disperata ricerca di un appiglio mentre lo speaker urla la sua folle gaiezza levando il calice e inneggiando al terremoto che forse distruggerà la città prima della fine del secolo.
Jason e Leyla si divertono del nostro sconcerto. La Sgnuffi vede la pubblicità di una coppa di gelato, molto ricca e ornata e ne ordina una, il cameriere le sussurra una precisazione che lei non capisce e insiste nel suo ordine: quella coppa lì!
Ce la portano: ha le dimensioni di un portafrutta con dentro due chili di gelato.
A pancia fredda, ci sediamo sull'estremità di questo piacevole Molo 39 a guardare il tramonto. Alcuni pellicani pescano coi loro becchi a borsa nell'onda molle che si esaurisce sciacquando contro i pilastri vellutati di verde che sorreggono il belvedere. Lo sguardo va oltre l'arco nero controluce del Golden Gate e vaga nella bassa foschia dell'immensità del Pacifico appena intuito sentendo di guardare dentro se stessi. I grandi spi di una regata, gonfi di vento, passano sotto il ponte veleggiando nel barbaglio di rame che il sole trae dalla baia. I colori a strisce e spicchi delle grandi pance piene d'aria si stingono allo spegnersi del giorno. La foschia si inspessisce e si fa viola, si perde il senso del posto e del tempo. Raffiche fredde asciugano gli occhi e i gracchi dei gabbiani sono la dissonante casualità degli eventi del mondo. Sale la nebbia a soffocare il ponte mentre il sole muore con un urlo verde.
Fa freddo e le giostre hanno acceso le luci. Jason decide che é ora di tornare a casa. Siamo così gonfi di emozione e di filosofia che non parliamo fin dopo la doccia.
Bruce e Jean hanno organizzato un party per presentarci i loro amici. La Sgnuffi si veste da schianto, Sciltian da signorino in cravatta e io faccio del mio meglio pescando una maglia bianca a collo alto da mettere sotto il mio unico completo scuro. Non guardo i vestiti ma le persone, ma a volte si è obbligati a sottoporsi al giudizio del costume: spero che Bruce e Jean siano contenti di noi. Ci sono anche Jerry e Gloria e facciamo ridere Bruce e Jean raccontandogli la nostra cena romana, poi facciamo ridere Gloria e Jerry raccontando il silenzio di Bruce dall'aeroporto fino a casa. Adesso ride anche Bruce e ammette che al primo impatto è un po' "shy".
I party americani hanno qualcosa di scientifico: ogni persona si fa un punto d'onore di conversare almeno cinque minuti con ognuno degli ospiti. Siamo una quarantina nel grande soggiorno di Bruce, fate il conto, se sapete, delle combinazioni possibili per gruppetti di quattro cinque persone.
Stiamo tutti in piedi lasciando sedie e poltrone vuote, beviamo spumanti californiani migliori dello champagne in flute di vetro e mangiamo in piatti di ceramica con posate inox. Anche in questo San Francisco è Europa però qui non fuma più nessuno. La sigaretta è considerata roba da poveri di spirito.
Si parla di cinema pensando di farci piacere. Tutti conoscono "Filini", la Lollo, Sofia Loren, Mastroianni, De Sica e Rossano Brazzi. Qualcuno arriva fino a Sergio Leone. La Sgnuffi tiene banco parlando con molta confidenza della Magnani con cui ha recitato in "Risate di gioia", della Gina eterna con cui ha recitato in "Venere Imperiale" e di Marcello e Sofia con cui ha recitato in "Matrimonio all'italiana". Io faccio lo schivo, "sì, ho scritto per Sofia... Anche un paio di film per Leone... l'emozione più grande? Ascoltare Henry Fonda che recitava le mie battute ne - Il mio nome è Nessuno -."
Sono fortunato: "My name is Nobody" lo hanno appena dato per sei mattine consecutive in TV.
Mi parlano di Lucas e della sua impresa a Lucas Valley, posto che ha scelto perché casualmente portava già il suo nome e dei grandi computer grafici usati per i film di fantascienza.
Sono molto interessato ai computer. Il primo me lo sono costruito negli anni '70 con saldatore e schede di montaggio seguendo gli articoli di Nuova Elettronica. Mi ricordo l'amico Valerii che mi guardava con occhio critico mentre stavo "perdendo tempo" con quelle centinaia di stupidi condensatori colorati invece di lavorare al suo copione e scuotendo il capo mi diceva che i computer non sarebbero mai serviti a niente. E io gli rispondevo con una frase famosa "Anche i neonati non servono a niente, lasciali crescere…"
Una signora si illumina sentendomi nominare sigle come il Cray 2 e mi trascina in un angolo del salone dove c'è l'unico ospite seduto che beve piano, lo sguardo perduto contro la parete. E' Paul, suo marito, professore di informatica a Berkeley. Mi presenta come grande esperto di computer. Paul non mi lascia il tempo di sminuirmi, si alza di scatto, l'occhio vivacissimo, e mi dice che ha dei problemi nella compressione delle immagini grafiche. Mi passa la paura, seguo bene il suo discorso e sono in grado di dire qualcosa di non completamente sciocco. Paul è felice, mi serve da bere e da mangiare, vuol sapere tutto dei miei "esperimenti". Gli parlo di un mio "adventure" interattivo e di un vago progetto tendente a trasformare un film oggettivo in un film interattivo, interfacciando il computer con un disco video e registrando molte sequenze della stessa azione in modo che lo spettatore, interrogato dallo schermo, possa dire quello che avrebbe fatto lui nelle vesti del protagonista e cambiare il corso della trama. Paul ha un'esclamazione all'Archimede quando aggiungo che si potrebbe girare il film lasciando il protagonista senza faccia montando nel bordo del monitor una telecamera in modo che riprenda il giocatore-spettatore inserendo la sua faccia sul corpo del protagonista per immedesimarlo di più nell'azione. Mi guarda come se fossi Leonardo, poi sospira e scuote il capo: è tipico degli italiani avere una cultura coranica con lampi di genio.
- Koranic? Could you explain?-
Mi guarda perplesso, poi decide che può osare. Secondo Paul di Berkeley noi chiamiamo colti quelli che han letto un po' di narrativa, di poesia e qualche saggio filosofico proprio come all'università di Teheran chiamano colto chi sa a memoria il Corano. Nella vita del ventesimo secolo sono povere scimmiette ammaestrate a schiacciare bottoni senza avere idea di quello fanno. Si chiamano umanisti, questi cultori delle idee dei morti, senza sospettare che gli umanisti erano uomini di scienza (filosofia naturale si diceva allora) che conoscevano il proprio tempo e che cercavano di ridare slancio al loro mondo radicandosi nelle filosofie precristiane per sottrarsi ad un condizionamento di secoli. Paul di Berkley si appassiona nella sua accusa: secondo lui i nostri "intellettuali" sono tra i più ignoranti del pianeta, scambiano la scienza con la tecnologia vantandosi di non capire nulla del funzionamento di un televisore e vivono come se la Terra fosse piatta e il sole trascinato da est a ovest dal povero Fetonte. I grandi problemi che la scienza è vicina a chiarire come la nascita dell'universo, l'origine della vita, le infinite forme del caos, l'evoluzione dell'intelligenza e che hanno tormentato le grandi menti antiche, quelle stesse che questi becchini credono di onorare, sono assolutamente fuori della portata dei loro neuroni, della loro cultura e dei loro interessi. Vivono in un mondo di chiacchiere e ci si avviluppano dentro come bologna. E io so che per lui "bologna" vuol dire mortadella.
Mi guarda per vedere se mi sono offeso e io lo bacio in fronte: i nostri intellettuali sono molto fieri perché in Italia abbiamo il sessanta per cento delle bellezze artistiche del pianeta e non pensano mai che i loro artefici sono morti da secoli e che sopravvivono solo becchini. Paul annuisce triste:
- I know, I know... you have the Coliseum...- mi guarda speranzoso e solleva il mignolo della mano destra contando all'americana: Roma ha il Colosseo, Atene ha il Partenone, l'Egitto le Piramidi... ma i tempi grandi erano quando gli italiani costruivano il Colosseo, gli ateniesi il Partenone e gli egiziani le Piramidi!
- We hope we are building now our Coliseum, our Parthenon, our Pyramids! Get the picture? Now!-
Mi viene alla mente lo scarpone di Neil Armstrong che cala sulla Luna: now!
La mappatura del genoma umano: now!
I frattali e la matematica del caos: now!
Aristotile e Archimede, Pitagora e Platone, Leonardo e Galileo vivono oggi in qualche università americana non certo nelle chiacchiere degli esteti nostrani.
Mi viene una gran voglia di andare a Berkeley. C'è un metrò che passa sotto la baia e che si chiama BART ma noi preferiamo guidare l'auto lasciataci da Bruce che è appena partito con la famiglia per i dintorni di Chicago lasciandoci padroni di casa.
Berkeley è più festoso di Harvard, californiano. Anche più scostumato da quel che si legge sui vetri delle finestre dei dormitori: lesbian club, here gays, multisex e, assai peggio, pubblicità alla droga con scritte come harpoons (siringhe), goof butt (marijuana), chokers (sigarette con cocaina).
Il grande cortile dell'università è attraversato da gruppetti di ragazzi, quasi tutti alti biondi con occhi azzurri e da ragazze in tinta. Rare le sfumature sul bruno, più comuni quelle sul giallo. Ridono, scherzano, parlano a voce alta. Mi sembra di essere in un film anni cinquanta. Mi metto in fila alla mensa insieme a Sciltian: lui col cappelletto dei Red Socks, io con la maglietta California University. Mi illudo di essere scambiato per qualche tutor un po' avanti negli anni...
Riempiamo i vassoi e alla cassa mi fanno uno sconto: forse ci sono cascati. Mangiamo ad uno dei tavoli del cortile, in mezzo a un centinaio di studenti. Lasciatemi godere il mio ingenuo sogno per dieci minuti. Al risveglio noto che nessuno fuma, comico pensando che han smesso di fumare tabacco per uccidersi con le droghe.
Facciamo un giro per la città che è tutta dedicata all'università: scarpe, vestiti, arte, tecnica e grandi librerie zeppe di testi universitari. Mentre Sciltian sceglie le sue inesorabili cartoline, sfoglio qualche libro di matematica: sono allegri, colorati e chiarissimi. Chiunque può imparare che cosa sono i logaritmi in dieci minuti senza neppure comprare il libro, il concetto di entropia quasi sempre sconosciuto alla gran parte dei nostri studenti e dei loro insegnanti, qui è reso evidente con disegnini tipo sillabario. Gli autori di questi libri vogliono davvero insegnare, farsi capire e non dimostrare ai colleghi come sono bravi.
Mi ricordo il mio primo esame di matematica generale all'università di Torino: dovetti studiare sulle dispense del professor Giaccardi che avrebbe reso incomprensibile anche un'addizione a una cifra, immaginate che cosa aveva fatto con l'analisi matematica! Anche i libri di Sciltian sono pieni di quei famosi "da cui" secondo i quali si dovrebbe passare da una formula ad un'altra totalmente diversa a colpo d'occhio.
Andiamo a far la spesa: questo è uno dei momenti magici per noi scambisti. Diventiamo americani a tutti gli effetti, dobbiamo preoccuparci del latte, del pane, del sugo e di quella lampadina che si è bruciata all'ingresso. Dà godimento diventare americani? Dà godimento diventare "altri", vivere per un mese come se si fosse "altri". E' il fascino di chi recita e di scrivere storie: diventare altri per un po' aiuta poi ad essere davvero se stessi.
Oggi Gloria e Jerry hanno scuola di sesso. Una cosa seria da ventimila dollari a corso. Il primo corso di coppia consiste nella scoperta del clitoride psicologico. La moglie si piazza a gambe larghe davanti alla scolaresca e il marito la titilla alla ricerca del punto di massima voluttà.
Leggo nel programma dell'advanced class che l'istruttore porterà gli allievi ad orgasmi valutabili in decine di minuti.
Un occhicerchiato giovanotto mi spiega che tutti possono giocare a tennis se si intende per tennis colpire una palla con una racchetta, ma pochi possono giocare a Wimbledon. Gli batto una paterna pacca su una spalla: non m'interessa scopare a Wimbledon.
Scendiamo ridendo le vertiginose discese che dalla Filbert portano a Marina, il quartiere elegante sulla baia. Alcune sono davvero difficili da percorre senza cadere in avanti.
Davanti alla baia, col Golden Gate sulla sinistra, c'è un prato verde lungo un chilometro. Qualcuno gioca a pallavolo, altri a calcio, non quello americano, il soccer, il nostro calcio. Sciltian si unisce subito ai ragazzotti e dà lezioni: siamo ancora campioni del mondo!
Io chiedo se posso fare qualche salto a pallavolo e vengo accettato con un sorriso. La Sgnuffi naso all'aria guarda deliziata gli enormi aquiloni colorati che decine di esperti manovrano con fili di lunghezza infinita.
Più tardi ci facciamo un hot dog seduti sulle panchine lungo la baia, ammirando due diverse regate di derive che filano sull'acqua come siluri: mare piatto e vento forte e costante, una pacchia per la vela. Ci sdraiamo sull'erba: il cielo si contorce in un groviglio di nuvole colorate, il sole è caldo ma l'aria ci accarezza con mano lieve e fresca, ragazzi giocano allegri sul prato e dopo cento metri di verde la fila delle villette vittoriane celesti, gialle, rosa, fucsia sono uno scenario da fiaba: tempo férmati, qui ne vale la pena.
Il quinto giorno siamo ormai totalmente entusiasti di San Francisco e andiamo all'aeroporto a prendere il resto della famiglia inalberando un grande cartello che recita: Gastaldi's & Bragalia's welcome!
Stanchi dal viaggio, confusi dal salto dei fusi, Amarilli e Riccardo trascinano la loro catena di bagagli portando in braccio i miei due nipotini.
- Com'è?- ci chiede Riccardo dando un'occhiata intorno. Non vogliamo rispondere. Zitti come Bruce aspettiamo che scopra da solo quanto è bella la "nostra" San Francisco.
Guido l'auto con lentezza sapiente, rallentando davanti alla Lombard per farli esclamare di stupore, corro lungo Marina per sbalordire Amarilli diplomata al liceo artistico, li porto ai piedi del grande Golden Gate tra i grossi fiori da cui partono le putrelle di ferro per conquistarli definitivamente con l'oro del tramonto.
- Porca miseria...- balbetta Riccardo- Ma questa è la città più bella del mondo!- Godiamo San Francisco per tre settimane: dalle patriottiche composizioni floreali del Golden Gate Park alla realtà quasi virtuale di una corsa in macchina a trecento all'ora attraverso la città, con curve e salti da far sembrare "Bullit" un film di lumache paralitiche; dalle strade di Castro, dove anche le case sono gay, alla cima di Tamalpais che domina la baia a nord del ponte.
Facciamo un esagerato shopping a China Town, la più grande comunità cinese all'estero, in mezzo a dragoni e pagode, dove una vestaglia ricamata di seta pura costa come uno slip di cotone all’UPIM di viale Libia a Roma ma una borsa di tela per portar via gli acquisti costa come una Louis Witton ed é altrettanto ignobile.
Ci fotografiamo davanti ai grandi cani di pietra che sorvegliano l'ingresso della città cinese e curiosiamo nei vicoli dove migliaia di "schiavi" dai volti uguali tagliano e vagliano, impagliano e impastano, cuciono e cuociono, per un giaciglio e un piatto di riso.
Andiamo all'Exploratorium a fare esperimenti insieme a torme di bambini divertendoci con quelle leggi che a scuola erano così barbose: gravità, ottica, elettro- magnetismo, entropia, probabilità. Pressione e spazio curvo sono spettacolarizzati da clown e belle ragazze con palloncini che si gonfiano e si sgonfiano al cambiare della temperatura: penosi vermetti quando immersi nella neve carbonica e di nuovo turgidi pìspoli appena fuori dal freddo, rotolanti poi in larghe spirali verso il fondo di un imbuto creato da una sfera di acciaio che distorce uno spazio di gomma. Così i bimbetti americani conoscono il mondo più dei nostri accademici della chiacchiera.
Di là dal ponte d'oro una foresta di sequoia, immense come i boschi dell'infanzia, ci dà lo sgomento di Pollicino mentre ghirigoriamo in macchina su sentieri asfaltati in mezzo a radici da orchi per andare a pranzo nella villa di marzapane di Jerry e Gloria, a San Rafael. Arriviamo affannati alla meta (ma come ci pentiremo al ritorno, nel buio, di non aver seminato mollichine!) e ci affacciamo alla famosa window-picture godendo finalmente in diretta il poetico panorama di vigne stese sulle valli di Sonoma e di Napa, fino alla grande baia che tremola all'orizzonte per l'aria bollente del deserto.
Dopo una mangiata californiana e una bevuta di autentico barolo locale, ci tuffiamo nella piscina olimpica sospesa nel vuoto, oltre il pendio del giardino, circondata da un piazzale di legno scuro.
Scherziamo con ospiti gay tutti moine e carezze, insensibili ai nostri volgari commenti latini, immemori del detto spagnolo che dice "pones un dedo al culo a un ninio italiano: si llora es un tenor, si no llora es una marica"... e nessuno di noi é tenore.
Ridiamo di un'allupata amica di Gloria che si sente molto sexy facendo l'occhio da pesce al bel Riccardo, succhiandosi le dita e sussurrando "delicious!" con voluttà che sa di sole, sabbia e cavalloni.
Sorvoliamo la prigione di Alcatraz in elicottero, ci allunghiamo a nord fino all'altissimo lago Tahoe, dove passò gli ultimi giorni della sua vita Marilyn Monroe dopo l'ignobile stupro dell'aborto forzato per uccidere il Kennedy che aveva nel ventre. Qui si scia di inverno e si fa il bagno d'estate, in acque da bere, fredde e profonde, chiuse tra montagne fitte di boschi e può capitare di sentire la voce del vecchio Frankie che canta "My way".
Da quel che si racconta qui non é stato un gran bel way.
Dal verde scuro di un paesaggio alpino al giallo ocra di uno sahariano: scendiamo in pochi minuti a Rino, Nevada, dove si può cambiar moglie ogni mezz'ora e migliaia di pensionati con le mani nere di ossido infilano ossessivi nichelini nelle slot machine.


LOS ANGELES
Puntiamo verso sud: correndo a 100 miglia orarie sul rettilineo che porta a Los Angeles veniamo fermati dalla più dura polizia del mondo.
- Are you funked out?- ci dice a brutto muso questo stupendo motociclista da "sulle strade della California".
Fingiamo di non capire l'inglese, sbattiamo palpebre innocenti come vergini gazzelle mentre l'agente, grosso come un quarter di football americano, incrocia ripetutamente i polsi ripetendo la parola "jail". Noi ripetiamo la parola "italiani" con sorrisi sempre più ampi. Ci lascia andare dopo averci scritto un 55 con un grosso pennarello su un verbale in bianco: 55 sono le miglia orarie che non dobbiamo superare.
Fatichiamo a trovare Los Angeles, L.A., "el-ài" come la chiamano qui, dispersa com'è su un'area grande come il Piemonte: ci facciamo guidare da un gruppo di grattacieli e, dopo ghirigori da giostra sulle highway, parcheggiamo ai loro piedi. Piedi sporchi: tanto San Francisco è pulita e sofisticata, così Los Angeles è sporca e volgare. Miseria umana senza la grandezza drammatica di NewYork e la scritta a caratteri falansteriali sul dirupo che annuncia HOLLYWOOD sembra un trampolino per suicidi.
Ci arrampichiamo con la nostra Mercury su per i viali di Beverly Hills, superati da Porsche, Rolls Royce e Ferrari, davanti a strambe ricche ville che hanno pupazzi al posto di statue: un finto bambino scavalca una cinta inseguito da un falso poliziotto con un falso cane, falsi curiosi guardano in un parco con falsi binocoli, castelli medievali con fossato e ponte levatoio di plastica fanno più tristezza delle disperate piatte casupole di Watts giù nella pianura piena di neri, ispanici e coreani, dove le bande dei Cripps e dei Bloods si ammazzano e ti ammazzano per il colore del giubbotto che porti. Se la Seconda Rivoluzione Americana partirà da qui sarà "Blade Runner".
Passeggiamo in mezzo alle pretenziose boutique di Rodeo Drive poi ci facciamo tutti i 120 chilometri del Sunset Boulevard fino all'oceano. Diamo un'occhiata alla decantata Santa Monica e calpestiamo celebri spiagge punteggiate da club stile Viareggio anni Trenta separati da decine di chilometri di sabbie vergini dove mare e terra si mischiano intatte dal pliocene e nessuno fa il bagno perché nessuno l'ha mai fatto dai tempi in cui tribù mongole di raccoglitori vagavano alla ricerca di molluschi e di vermi. Antichi depositi di alghe si sono stratificati in promontori, vecchi tronchi e radici fossilizzano semicoperti da ondate di sabbia, laghetti salmastri bucherellano le rive con pozze d'acqua ferma, paradisi di artropodi e platelminti. Ti aspetti il barrito del mammut e il balzo della tigre coi denti a sciabola.
Riattraversiamo questa città regione per visitare gli studi cinematografici della Universal: la prima impressione è traumatica. Universal City sta a Cinecittà come una fabbrica di scarpe di Varese sta a una bottega di ciabattino: l'artigiano può fare qualche capolavoro ma le scarpe per tutti i piedi del mondo, mai.
Con un'oretta di trenino visitiamo ettari di costruzioni passando da una Mulberry Street della NewYork anni Venti fino ad una Michigan Avenue della Chicago dei giorni nostri, da un villaggio western al motel angoscioso di Psycho, dalla piazza di Back to the Future fino ad una stazione di metropolitana dove un terremoto da urlo fa crollare il soffitto, ci butta addosso treni che arrivano a cento all'ora e fa scoppiare le tubature dell'acqua che inondando l'esterrefatta Sgnuffi seduta vicino ad un finestrino.
Approdiamo infine sulle rive di una falsa laguna: é il set di "Miami Vice", uno dei tanti serial che l'intero pianeta si sciroppa in TV.
Per quindici minuti acrobati e stuntmen sollevano meraviglia e spruzzi d'acqua con le loro spettacolari cadute e furiose sparatorie che fanno esplodere un gazometro con una grande fiammata, distruggendo un lungo pontile di legno.
Il bello viene quando lo spettacolo é finito: qualcuno da qualche parte pigia un bottone e il pontile risorge dall'acqua e si ricompone, il gazometro torna intero e il villaggio si autoaggiusta come in una sequenza proiettata alla rovescia: tutto è pronto per una seconda ripresa.
Io, ciabattino italiano di sceneggiature, resto con la lesina in mano, bocca spalancata e sgomento nel cuore.
Abbiamo preso una camera nella Little Tokyo, giù nella DownTown e alle sei di sera non c'è più nulla di vivente sui marciapiedi, anche i ristoranti stanno chiudendo. Ci infiliamo in un buco coreano e ordiniamo ordiniamo il primo piatto di un incomprensibile menù: mangiamo alghe e misteriosi esserini lacustri o marini immersi in salse d'ogni sapore e colore prima di fuggire affannati verso la "nostra" città d'oro.
Anthony Quinn mi dirà poi che Los Angeles fa un'orribile prima impressione ma che a viverci è eccitante, dovrei credergli, lui ci ha vissuto sia da povero "danceur pour dames" che da marito della figlia di Cecil DeMille, ma gli attori son bugiardi.
Dormiamo a Ventura, dove Sofia ha comprato un ranch e alle nove di sera la grata dei grandi viali é già deserta, geometricamente illuminata da lividi lampioni, c'é un senso di desolato day after che ci fa ribattezzare il posto "Sventura".
Attraversato il Big Sur, che è una versione ingrandita del passo del Bracco anteautostrade, ammiriamo la fioritissima costazzurrina Carmel, mayor Clint Eastwood, tutta botteghe di moda e di souvenir indiani più o meno autentici.
Sono sculture "by Native Americans", che sarebbero i pellerossa però qui "redskin2 è considerato un insulto. I "nativi americani" crepano nelle loro riserve ma chiamati in modo "politically correct".
Ne abbiamo incontrato uno a una cena data in nostro onore a San Francisco, un uomo massiccio sulla cinquantina, naso aquilino da copertina, nativo di Seattle. La Sgnuffi, saputo che era un indiano, si è alzata e gli ha stretto la mano:
- Onorata di conoscere un vero americano!- ha esclamato giuliva. I nostri anfitrioni bianchissimi erano un po’ in imbarazzo mentre gli occhi nerissimi e scintillanti del "nativo americano" si appannavano per la commozione. Gli ho stretto la mano anch’io:
- Lieto di conoscere uno dei padroni di casa…- ho aggiunto. Il padrone della grande villa con parco e vista sulla baia che ci ospitava ha sbuffato:
- Allora qui siamo tutti stranieri…- - Sì – ho sorriso – ma noi ce ne torniamo a casa tra una settimana…-
San Francisco è la città più "liberal" d’America ma era calato un silenzio di disagio e tutti avevano affondato la forchetta nella polenta al sugo di carne.
Ho spiegato loro che amavo gli indiani americani da quando avevo studiato la loro storia per scrivere il film di Sergio Leone "The Genius". Il discorso fatto da Toro Seduto al Congresso di Washington era stata un’orazione degna di un retore greco del secolo d’oro: il gran capo sioux aveva dato uno straziante addio alla sua terra, alla sua gente, alla sua cultura che faceva venire una gran voglia di piangere.
L’indiano mi aveva abbracciato forte.
- Tu, europeo, l’hai letto. Ma qui non lo conosce nessuno quel discorso. Qui tutti credono che i nostri padri sapessero a malapena dire "Augh!". Nessuno insegna la nostra storia nelle scuole. -
Il silenzio di tutti era diventato ancora più profondo, colpevole.
A Monterey troviamo un gigantesco totem in legno scolpito che la Sgnuffi accarezza sognante: peserà tre quintali e riesco a convincere l'irragionevole bionda che neanche in tre potremmo portarlo fino a Roma.
San Francisco, la bella, ci riaccoglie con un vestito da sposa fatto di nebbia bassa densa e rosata, i palazzi più alti della città galleggianti tra i festoni emergenti dei ponti come una corona reale, l'oceano e la baia sepolti dalla soffice crinolina e nel cielo tersissimo e viola un sole di ghiaccio abbagliante. Viva San Francisco! Verrà inghiottita dal Big One perché é troppo bella per durare.


HONOLULU
Per la Sgnuffi, Sciltian e me c'è un volo prenotato per le Hawaii: 399 dollari a testa, andata e ritorno e sette giorni d'albergo.
Il Pacifico è di un blu più scuro dell'Atlantico e le isole dei vulcani coi loro Dei che ci vivono dentro, risaltano verde-marroni finte come un technicolor anni Cinquanta.
Atterriamo nello sterminato aeroporto tra la baia di Pearl Harbour e la città di Honolulu.
- Aloha! Aloha! Aloha!- giapponesine abbronzate travestite da hawaiiane ci salutano col calore della voce sintetica che recita l'ora esatta nei telefoni della Sip. Come manichini su una catena di montaggio, veniamo assemblati con collane di orchidee, talloncini per breakfast gratuiti, buoni per visitare Pearl Harbour, advertising sulla bellezza stravolgente delle altre isole dell'arcipelago che ci fan capire d'essere sbarcati sulla più brutta.
Fioriti e opuscolati veniamo caricati sui bus che ci portano ad Honolulu: una megarimini coi grattacieli lungo la spiaggia dove tutto si chiama Waikiki.
Possiamo scegliere l'albergo tra il Waikiki Banyan, il Waikiki Beachcomber, il Waikiki Grand, il Waikiki Sand Villa, il Waikiki Surf, il Waikiki Tower, tre o quattro Aston Waikiki e lo Hyatt Regency Waikiki.
Scegliamo un Waikiki vicino all'oceano, la Sgnuffi, con la sua "lei" di orchidee al collo non vede l'ora di andare a stendersi sulla sabbia all'ombra delle palme fruscianti di vento: fin da piccola ha sognato questo momento magico, persa nelle fantasie infantili dei mari del Sud. Gli anni son passati ma l'infantile le è rimasto dentro. Al tempo del vino e delle rose un fotografo impotente aveva mascherato il suo difetto promettendole notti di fuoco dopo un loro ipotetico matrimonio cattolico-hawaiiano.
Microbikini, grande spugna rossa, cappello di paglia a larga tesa e via, verso il sogno!
La realtà, ahimè, è, come sempre, diversa. Dopo tre minuti la Sgnuffi scopre che il sole tropicale ignora le sue creme a filtro 20 e la brucia come una calamaretta sulla griglia, ancora sorridente si rifugia all'ombra frastagliata delle palme che frusciano col vento come da sogno. Al sesto minuto di Tropico scopre un'altra imprevedibile verità: le palme non fanno ombra! Con quel continuo parpadeare delle loro ciglia non fanno schermo al sole, almeno non sufficiente per la delicata pelle della Sgnuffi che deve avvolgersi come un paguro in una conchiglia di spugna e calarsi il cappellone di paglia sul naso. Al decimo minuto si arrende e chiede pietà: dobbiamo andarcene da quella graticola!
All'hotel ci danno l'opuscolo riservato agli sconfitti che in copertina mostra una falsa hawaiiana nuda tratta da Playboy. Ritagliata a forma di ananas, la brochure suggerisce consolazione alla nostra fuga elencando le precauzioni che dovrà prendere il temerario che volesse bagnarsi nel Pacifico:
1- Saper nuotare a livello olimpico, anche contro forti correnti avverse.
2- Calzare scarpe di gomma poiché nei bassi fondali e sugli scogli ci sono pesci velenosi e alghe urticanti.
3- Non camminare lungo le scogliere anche se l'oceano è calmo poiché si alzano improvvise immense ondate che annegano i malcapitati in mare.
4- Accertarsi che il filtro solare delle proprie creme sia uguale a quello del calcestruzzo per evitare bruciature che si infettano per la grande virulenza della vita tropicale.
5- Non superare MAI le boe rosse stese a collana davanti alle spiagge poiché oltre ci sono gli squali (si incontrano anche a riva ma non troppo spesso (!)
6- In caso di puntura o morsicatura in mare rivolgersi immediatamente al Pronto Soccorso perché i veleni di molti pesci uccidono in pochi minuti.
Un'ultima scritta in grassetto tra i culi tondi di due hawaiiane made in California assicura che la piscina dell'hotel è olimpionica, alimentata con acqua del Pacifico filtrata con cura, priva di onde, di squali e di bestie velenose ma con poltrone, ombra, servizio bar e... hawaiiane! L'ingresso è libero ai clienti e ai loro invitati.
Ci guardiamo perplessi, la Sgnuffi arrossata, Sciltian e io abbrustoliti: siamo agli antipodi di Roma, abbiamo sorvolato metà del mondo per farci un tuffetto in piscina? Mai, meglio gli squali!
Il mattino dopo facciamo colazione gratuita usando un tagliando di benvenuto con torri di pancakes alla banana e litri di succo d'ananas.
Il sapore di banana e di ananas è al cubo per chi come noi è abituato a bere i succhi delle scatolette sui banconi zincati dei bar romani. Satolli ci avviamo verso uno dei tanti rent-a-car e prendiamo l'acquazzone delle dieci e venti.
Uno scroscio caldo che dura due minuti e che inzuppa le nostre sgargianti camicie di nylon e gli short con le palme, appena comprati alla botteguccia dell'albergo per sei dollari. Gli hawaiiani non ci fanno caso e uno di loro vedendo il nostro sguardo smarrito nell'inutile ricerca di un riparo ci fa uno strano gesto: chiude il pugno, allunga il pollice e il mignolo in orizzontale e lo fa oscillare due o tre volte. Dalle mie parti montanare è un gesto sconcio: vuol dire fottere o essere fottuti. Ma è difficile che questo giapponesino sorridente sia un biellese e decido che qui abbia il senso di "prendila come viene". Ricambio il segno e l'amico trotterella via contento.
Il cielo si spezza in nuvoloni bianchi e pannosi che il vento dell'oceano schiaccia contro le verdi ripidissime Koolau Mountains. Il sole sbuca improvviso e inferocito seccandoci in pochi secondi e pittando nel cielo un triplo arcobaleno. Ripariamo nell'aria condizionata del rent-a-car come polli in fuga da un grill.
Ci propongono un'automobilina giapponese per dodici dollari al giorno, chilometraggio libero, più, se vogliamo, nove dollari al giorno per un'assicurazione casco che paga anche se ci buttiamo in uno dei tanti burroni. Una pacchia. Aloha, e per farci la mano mi lancio lungo la Kalakaua avenue, giro per la Kalaimoku, corro per la Ala Way, scendo per la Kanekapolei, salgo per la Liliuokalani, torno giù per la Kealohilani e mi ritrovo sulla Kalakaua: facile per chi usa una lingua sillabica. Suoni dolci ripetitivi come quelli dei bambini, ma sta andando in disuso. Gli hawaiiani veri non esistono più, tranne un centinaio sull'isoletta privata di Niihau tenuti in segregazione come i gorilla di montagna, di proprietà esclusiva della famiglia Robinson di Kauai che acquistò isoletta e abitanti nel 1864 direttamente dal re delle Hawaii Kamehameha V. Dev'esser stato un gran bel popolo, generoso nell'amore e più intelligente di noi se sono riusciti ad abbandonare la loro religione plurisecolare in una sola serata seguendo un pensiero logico: i bianchi infrangevano i tabù dei loro Dei e non erano puniti, quindi tabù e Dei erano falsi. Fecero un bel falò degli idoli e una grande mangiata tutti insieme, uguali e felici, uomini e donne.
Noi invece crediamo ancora in un dio che si è incazzato a morte per una mela e poi ci ha perdonati in massa non appena abbiamo inchiodato suo figlio su una croce.
Abbiamo una meta: Hanahuma bay. Vista su una cartolina dell'albergo sembra uscita dal piano regolatore dell'Eden. Purtroppo molti hanno visto la cartolina e quando arriviamo sull'altopiano che domina la baia troviamo i grandi parcheggi esauriti come la domenica intorno allo stadio all'Olimpico. Ci sono dei posti erbosi vuoti, con la scritta "no-parking". Dovrei andar via ma ho il senso civico rovinato da trent'anni di traffico romano e infilo la giapponesina nel vietato.
Dall'alto Hanahuma bay è proprio da pubblicità turistica: il cratere di un vulcano invaso dal mare disegna un cerchio quasi completo di acqua blu che trasfigura in turchese sul lato sabbioso dove pochi tetti di paglia coprono bar e servizi. L'unica dissonanza siamo noi e gli altri tremila.
Scendiamo il viottolone scosceso sotto il sole a microonde che cerca di farsi la testa della Sgnuffi all'occhio di bue.
Sciltian ed io abbiam comprato maschera e pinne perché mi han detto che enormi pesci tropicali vengono a mangiarti in mano come colombi a piazza San Marco.
Mentre la Sgnuffi si avvolge nella spugna e si siede triste su una panca all'ombra di un grande tetto di paglia, noi corriamo sotto le palme e ci tuffiamo nell'acqua chiara. Ho al collo la mia macchina fotografica subacquea e pinneggio verso il centro del cratere. Le maschere mi schiacciano dolorosamente il naso perché son fatte per le facce piatte dei giapponesi ma i primi pescioni blu a strisce gialle che mi vengono incontro fanno da anestesia. Sono anch'essi sillabici e si chiamano Kihikihi. Un branco di iridati Humuhumunukunuku mi volteggia sulla destra, mentre fitte nuvole arcobaleno di Humuhumu-'ele-'ele rossiverdimarrone, di Paku'iku'i rossobruni profilati in blu e di gialli Lau-Wiliwili-Nukunuku-'oi-'oi dondolano davanti al vetro della mia maschera fissandomi con cento occhietti curiosi.
A sette metri di profondità due sub con le bombole, seduti sulle rocce danno da mangiare ad una folla di pesci di ogni dimensione, forma e colore, porgendo pesciolini e molluschi. I grossi pesci starnazzano e si azzuffano ad ogni boccone come le galline intorno a mia nonna nel pollaio in fondo all'orto.
Accarezzo la testa globosa di un Pa-'u'u rosso vermiglio che batte la spessa mandibola per salutarmi e scatto 36 foto in tre minuti. Poi resto a guardare il paradiso. Non ho la muta e la mia schiena galleggia al sole.
Fortuna che i miei avi celtici si son fatti qualche bella araba o succosa negrotta, o viceversa, e mi han lasciato una melanina efficiente che accorre alle urla delle cellule epiteliali con apprezzabile velocità, altrimenti sarei caduto nel numero 4 dell'avviso dell'albergo a proposito delle scottature solari.
Per un subacqueo da "Ponza e dintorni", Hanauma bay vale da sola tutto il viaggio.
Passeggiamo la sera lungo la Kalakaua avenue, con la pelle che irradia calore da abbacinare un rivelatore a infrarossi. Negli esotici padiglioni dell'International Market Place vendono perle come noccioline, bellissime spugne ricamate, costosissime collane di piume, economici sandali zori in paglia di riso, acrobatici trampoli geta in legno e calze tabi col posto per l'alluce come muffole. Ceniamo al Royal Hawaiian Shopping Center dove Sciltian scopre un ristorante italiano, "da kine" come dicono qui per "that kind", il McDonald's degli spaghetti. Il palazzo del Royal Hawaiian è bellissimo, tutto vetrate e legno chiaro in una jungla di orchidee, di vermiglie 'ie'ie, rugginose 'ohi'a lehua, violacee 'uki'uki e immense foglie di banano. Dopo lunga astinenza la vista di fettuccine e spaghetti guizzanti, penne lisce e rigate, fusilli bollenti e sguscianti, bucatini rovesciati fumanti su venti metri di banco, ha la meglio sulla curiosità dell'esotico. Zuppiere di sughi pronti e colorati come la tavolozza di un pittore vaporano profumi di casa: dal verde pesto genovese fino all'aranciato dell'amatriciana, dal rosso cupo del ragù stracotto alla chiara e veloce puttanesca con le olive, dal nero pepato della carbonara al bianco raro delle vongole veraci. Gustiamo col naso e con gli occhi prima che con le idonee papille. Ci si serve da soli: quanta pasta si vuole, quante volte si vuole, con tutti i sughi che si vuole. Costa sempre 5 dollari. Nel corridoio veranda su cui si affaccia il ristorante, Sciltian ha trovato dei tagliandi pubblicitari che danno diritto allo sconto di un dollaro, quindi costa sempre 4 dollari. Mi riempio di pasta come ai tempi della sora Giggia, quando l'amico Valerii mi invitava una volta alla settimana e dovevo fare scorta per sei giorni. Per gustare meglio alcuni sughi, a papilla mia, serve un pezzo di pane, ma sul menu il pane non c'è: qui siamo in oriente, la patria del riso non del grano.
Scovo un "garlic bread" e mi portano autentica bruschetta su pane casareccio!
Gonfi in modo indecente ci trasciniamo verso la cassa.
Sciltian ha ritagliato sei tagliandi di sconto e la giapponesina batte 18 dollari, poi ritira i coupon e ci scala sei dollari. Se ne avessimo ritagliati diciannove avrebbe dato un dollaro a noi!
Ci sediamo a meditare su una panchina del Royal davanti ad una fresca fontana che zampilla tra enormi fiori. I tagliandi sono liberi e chiunque può abusarne, ma poiché il ristorante non fallisce vuol dire che pochi lo fanno: forse solo noi italiani che veniamo dalla culla del "dritto."
Oahu è l'unica isola delle Hawaii ad avere un grande porto naturale: Pearl Harbor. E' un'escursione prevista dai nostri tagliandi e il bus parte da uno degli infiniti Waikiki Hotel. Fatichiamo a trovare quello giusto e ci imbarchiamo appena in tempo. La baia si divide in tre grandi bacini chiamati East, Middle e West Loch (dev'essere passato uno scozzese da queste parti) e il nostro autista, di pelle marrone intenso, ci racconta di quel 7 dicembre del 1941 quando, lui bambino, arrivarono gli aerei giapponesi. La prima ondata fu scambiata per un'esercitazione americana. Ma sull'Arizona fu subito morte. Un suo zio, cuoco negro a bordo della corazzata, da solo riuscì ad abbattere tre aerei giapponesi manovrando la mitragliatrice che non gli avevano mai permesso di toccare.
L'USS Arizona Memorial è un padiglione costruito sui resti affondati della nave, migliaia di morti per quel bombardamento non si quanto davvero inaspettato. Le portaerei avevano preso il largo la sera prima, forse per ordine dell'interventista Roosevelt che non riusciva a convincere il Congresso ad entrare in guerra: alla Casa Bianca era arrivato il messaggio della spia Cicero e anche la segnalazione di un sottomarino che aveva intercettato le portaerei giapponesi al largo delle Hawaii e c'erano gli ambasciatori giapponesi con la dichiarazione di guerra da ore in anticamera. Roosevelt lasciò che i giapponesi bombardassero Pearl Harbor per sfruttare l'indignazione del Paese? Qui molti pensano di sì. Metà della popolazione è di origine giapponese, ma durante la seconda guerra mondiale questi giappohawaiiani combatterono eroicamente per gli USA in Europa contro di noi e contro i tedeschi.
Questo cimitero galleggiante fa tristezza come tutto ciò che prova la nostra malattia mentale di scimmie che hanno infestato il pianeta.
I Giapponesi affondarono tutto ciò che galleggiava nella baia per colpire a morte la potenza navale americana nel Pacifico ma non scagliarono una sola bomba sui cantieri a terra permettendo così agli americani di ripescare parte delle navi e di costruirne di nuove a ritmo forsennato.
Anche i giapponesi, nella loro apparente maggior razionalità, sono matti.
Seguendo la strada di nord-est con la nostra giapponesina da 12 dollari al giorno arriviamo a Pali, il posto dove le cascate cascano all'insù. Ci si affaccia su uno strapiombo verde contro cui il vento dell'oceano sbatte e si arrampica sconfiggendo la forza di gravità: i ruscelli scorrono verso l'alto e la loro acqua invece di cadere nel vuoto viene spinta sulle nostre facce stupite.
Sciltian butta una moneta e il vento la fa schizzare sopra le nostre teste. Da qui si buttavano gli antichi guerrieri hawaiiani per non doversi arrendere: chissà se cadevano.
Lungo la strada che porta a nord costeggiamo una foresta tropicale. Fermo la macchina e andiamo a dare un'occhiata: dopo pochi passi sotto le gigantesche foglie perennemente gocciolanti è quasi buio. Camminiamo su un tappeto di muschio e di foglie marce, fiori dalle corolle ricurve si fan succhiare da uccelli dal becco ricurvo e dagli improbabili colori onirici. Sciltian si ferma, non vuole addentrarsi. Cerco invano di rassicurarlo giurandogli che i rettili non sono mai riusciti ad arrivare alle Hawaii, tartarugone a parte, e quindi, nonostante l'ambiente faccia pensare a pitoni e boa, non c'è pericolo. Perfino le piante e gli insetti si sono ingentiliti arrivando su queste isole vulcaniche e han perso veleni, spine e puzze difensive. Sciltian scuote la testa e torna indietro badando bene a dove mette i piedi. La nostra esplorazione è durata nove passi.
Poco prima di Punta Kahuku all'estremo nord dell'isola, arriviamo al Polynesian Cultural Center: un grande assemblaggio, un po' alla Disney, di sette villaggi e culture polinesiane dall'isola di Guam fino alla Nuova Zelanda passando per Tahiti, Samoa, Fiji, Tonga e Marchesi. Un grande spettacolo sull'acqua con danze hawaiiane di belle donne, un po' pienotte che mettono voglia di sprimacciarle, mostra che quando dimenano i fianchi non stanno sempre e soltanto alludendo all'unica cosa che nessuna civiltà è riuscita a cambiare, ma raccontano lontane avventure: quelle brunette polpose mimano con convezioni a noi sconosciute messaggi complessi che non siamo in grado di capire, l'ondeggiare delle mani e delle braccia forse significa mare ma che vorranno dire quei brividi che fanno vibrare i gonnellini di rafia come se fossero pieni di vespe?
Il sole cala e le ballerine accendono torce: siamo in un antico ahupuaa prima che Cook venisse a rompere l'incanto portando la sifilide e il vaiolo. Sullo sfondo un grande heiaus, un tempio fatto con grosse pietre piatte, ornato di grandi kapu, idoli scolpiti in legno. Il capo, l'alii, dà un ordine e cominciano le danze in onore degli Dei: Ku, dio della guerra; Kane, padre delle creature viventi; Lono, dio delle messi e della pace e Kanaloa, signore del mondo degli spiriti mentre Pele, dea del fuoco, trascurata, sputa lava furibonda da dentro un vulcano. Il dono reciproco dei corpi era felicità senza peccato su questa spiaggia prima che arrivassero genti che come simbolo d'amore avevano un uomo torturato a morte su una croce.
C'è qualcosa di struggente nella musica e nei canti mentre sull'acqua scivolano zattere a doppio scafo con copertura di paglia. E' la nostalgia di un paradiso perduto dove visse per secoli un popolo che non c'è più.
La costa ovest di Oahu è famosa per i cavalloni. Non quelli da tiro, ma quelli alti sei metri che scaricano sulla spiaggia tonnellate d'acqua con cinquanta metri di schiuma e dozzine di surfisti che han sbagliato a prendere l'onda. A vederli sommersi dai quei castelli d'acqua sembrano perduti, ma poi quasi tutti riaffiorano rotolando nella schiuma che si stende e smuore sull'infinita spiaggia. Chissà se c'è qualcuno che li conta. Al tramonto, col sole che cala come una mongolfiera luminosa sull'oceano, è spettacolo da non perdere: queste isole sono davvero lontane dal resto del mondo: ci sono almeno tremila chilometri d'acqua da ogni parte prima di trovare altra terra.
La parte alta di Ohau è il mondo degli ananas: milioni di frutti si ergono virili e incolonnati da Dole e da DelMonte. Ci sono aiole per l'assaggio con i cartellini che ne specificano le varietà. Ma non siamo sicuri che sia permesso a tutti e poi nei bar di Honolulu mezzo chilo di polpa di ananas gelata costa un paio di dollari. Con venti dollari si può mandarne una cassa in qualunque paese del mondo.
La sera, stanchi, guardiamo i depliant che magnificano le altre isole dell'arcipelago: Kauai, l'isola misteriosa, bella fra le belle che innalza al cielo, come un germoglio, la sua montagna Waialeale che ferma gli alisei bevendo a tonnellate la loro acqua; Molokai, l'isola amica, del silenzio e delle lunghe spiagge, senza un semaforo, senza un cinema, senza un McDonald's; Lanai, l'isola degli eucaliptus, proprietà privata di Kamehameha il Grande, dai misteriosi petroglifi azzurrini incisi sulle rocce; Maui, dalle foreste festonate di bruna, silenziosi mari d'argento, ombrose caverne blu e spiagge di agata e di perle, e Hawaii, la più grande, fatta di ghiaccio e di fuoco, col gigantesco vulcano Kilauea, ultimo rifugio della dea Pele che sputa pennacchi di lava fino a seicento metri d'altezza.
Abbiamo acuta le sensazione che la nostra povera Oahu sia la più brutta dell'arcipelago ma per vedere quelle belle bisogna affittare piccoli aerei e un giretto di due giorni costa più di un migliaio di dollari a testa. A malincuore devo decidere che per noi è troppo caro. Sarà per un'altra volta, ma si verrà un'altra volta dall'altra parte del mondo?


WASHINGTON
L'inverno è passato dicendo agli amici "Sai, quest'estate a Honolulu...." e sfogliando l'ultima edizione del libro per lo Scambiocasa alla ricerca di nuove combinazioni.
Il sindaco di Cremona ha suggerito di fare un film su Stradivari per celebrare il 250esimo della sua morte, e io ho scritto una storia ispirata, di quelle che vengono così bene che ti danno il coraggio di presentarla ad Anthony Quinn firmando con lui un contratto per un miliardo e cento milioni pur essendo presidente di una cooperativa di autori che ha 450 mila lire di capitale sociale. Cerco soci danarosi, meglio se americani, per produrre il costosissimo film ambientato nell'Italia del Settecento e che vanta un preventivo di sedici miliardi. Mi dicono che all'hotel Flora è sceso uno della N.I.A.F, National Italian American Foundation, la potente associazione newyorchese che promuove la cultura italiana negli Stati Uniti.
Alle diciotto prendo il primo drink con mister Albert che parla benissimo italiano essendo originario di Fontana Rosa. Il primo per me, per lui dev'essere già il decimo. Capisco che prima di esporgli il mio problema sarà bene fargli mettere qualcosa di solido nello stomaco per cui lo invito a cena a casa mia.
Mister Albert si commuove: un invito a casa è qualcosa che introduce nell'intimità, un segno di affetto. Per me è anche un segno che non posso permettermi una cena al Toulà.
In allegria, dopo la squisita cucina della Sgnuffi che quando si impegna i grandi chef le fanno un baffo, stappo sei bottiglie della mia riserva personale di barolo 1964, una rarità che ha superato il tempo e le cantine non ottimali dei condomini romani. Alla prima bottiglia mister Albert ci racconta di essere stato viceministro con Nixon, travolto poi col presidente dallo scandalo Watergate, alla seconda già mi spiega che non c'è problema: io vado a Washington, suo gradito ospite, poi si va insieme nel vicino Delaware e si fa una società per azioni. Si va nel Delaware perché in quello Stato non ci sono tasse sulle società. Come capitale iniziale mettiamo cinquecento dollari per uno, totale mille dollari rappresentati da mille azioni da 1 dollaro ciascuna, metà mie e metà sue. Queste sono azioni di categoria A. Su questa A ci scoliamo la terza bottiglia di barolo e la spiegazione riprende: la società emetterà poi dieci milioni di azioni sempre da 1 dollaro di categoria B. Su questa B vuotiamo la quarta bottiglia di vino dei re, poi Alberto mi sorride come Archimede nel bagno:
- E il gioco è fatto! La società resta nostra perché solo le azioni A hanno diritto di voto. -
- Ma... a chi li vendiamo i diecimilioni di azioni B?-
- Oh bella, agli Investors!-
Un'altra bevuta prima di chiedere chi sono gli Investors. Adesso Alberto non riesce più a centrare il bicchiere col getto del barolo e bisogna guidargli amorevolmente la mano, ma sollecitato spiega che gli Investors sono cittadini americani che vogliono investire un po' dei loro risparmi in qualcosa di rischioso nella speranza di fare un buon affare. La nostra società proporrà la produzione del film e gli investors arriveranno a frotte. Devo essere assai dubbioso se la mia espressione buca i fumi del re dei vini nella testa di Alberto che mi chiarifica di avere amici importanti fra i Counsellors che il fumo dell'alcol mi traduce come Consigliori. Alle due di notte, lasciate a casa le sei bottiglie di barolo vuote come la testa di certa gente, guardiamo i ruderi del Foro, ma non c'è la luna e l'ospite non é un vero americano: guarda senza stupore. Con voce allegra e lingua un po' impastata Alberto ci abbraccia, ci dice che possiamo chiamarlo Guido, come fanno i suoi amici veri e ci invita a casa sua a Washington.
Abbraccio anch'io scaldato dal barolo, ma nei mesi seguenti non do importanza all'americanate del socio N.I.A.F. e vendo il progetto Stradivari ad uno dei tanti tirapiedi del Berlusca. Ma un progetto tira l'altro e torna d'attualità il grandioso "Terremoto di Messina" perorato dalla LenFilm di Leningrado e, in primavera, mi rimetto alla ricerca di capitali. Soldi, dollari... perché non andare a trovare il mio sedicente potente amico di Washington?
Unisco l'utile al dilettevole e trovo uno scambio casa nel District of Columbia, stato capitale degli Stati Uniti.
Combino con un colonnello a riposo che ha una villetta ad Upper Marlboro, appena fuori della Belt di Washington. La Belt è un grande raccordo anulare all'americana a dodici corsie. Lì non fanno come a Roma che costruiscono una corsia alla volta in modo da poter tenere il cantiere aperto per sempre e lucrare tangenti. Se ci sono tangenti, gli americani ne pappano dodici in un colpo solo e gli automobilisti vanno come spose.
Voliamo via Londra perché con la British Air Way costa un terzo di meno che con l'Alitalia.
Volo di routine con sguardi distratti alle grandi nuvole là in basso, ai bordi dei continenti che si vedono negli squarci di sereno, con quei pensieri pigri che la gente scambia per filosofici e che vengono a pancia piena e culo comodo: potrei essere Giove che guarda i terragni... neanche l'imperatore Augusto o il Re Sole hanno mai potuto goduto di una vista così... un secolo fa mi avrebbero scambiato per un dio...
All'aeroporto di Washington c'é Guido Alberto che ci aspetta. Non ne ero proprio sicuro nonostante una telefonata, per via di tutto quel barolo.
Sono appena le tre del pomeriggio e il nostro promesso socio è lucidissimo: si è messo in contatto col colonnello del nostro scambio casa e ha combinato un incontro, per intanto potremo dormire nel suo appartamento in un residence di cristallo ad Arlington, al di là del Potomac. Dalle finestre del suo appartamento vediamo il pentagono del Pentagono e il complesso architettonico del Watergate, che un ciclopico insieme di uffici e di appartamenti, dove Nixon e il nostro nuovo amico lasciarono le penne.
Il giorno dopo Alberto Guido ci porta al cimitero. Quello di Arlington è il più grande cimitero militare del mondo: giriamo in macchina per i suoi viali, ghirigori infiniti fra colline coperte di piccole croci. Verdi vallate dal lento pendio sono punteggiate di bianco come una fioritura di primule in marzo e sotto ognuno di quei punti il corpo di un soldato: un ragazzo di vent'anni morto chissà dove, sacrificato dalla follia umana. In questo immenso nulla dove filari di croci giocano con la prospettiva al nostro lento passare di vivi motorizzati, il silenzio del non senso mi blocca la mente.
Come le scalinate maya colanti il sangue dei sacrificati, o le torce umane con cui i romani illuminavano la via Appia, o il fetore dei campi di battaglia delle grandi vittorie di Napoleone fino all'obbrobrio puro dei campi nazisti, il non senso della morte di massa leva ogni speranza. Sotto ognuna di quelle croci è sepolto un ragazzo che non ha vissuto la maturità e intorno ad ognuna di esse c'è un alone di tremendo dolore di chi lo ha partorito, allevato, amato. Quante candeline su quelle torte?
Una fiammella annuncia John Kennedy, poco più in là una piccola croce testimonia per Bob. Sollevarono l'entusiasmo del mondo e sono lontani come le tombe dei Gracchi.
All'ombra dei cipressi, caro Ugo, le tombe dei grandi mettono voglia di sedersi lì e aspettare la morte: è tutto così stupidamente inutile e il dio che abbiamo inventato mostra il canovaccio del nostro autoinganno.
Guido Alberto mi scuote per un braccio e mi indica un pezzo di prato accanto ai Kennedy: quello sarà il suo posto. Strizza l'occhio alla Sgnuffi:
- Quando sarà, non fiori ma spaghetti alle vongole...-
"Washington: città a cui moltissimi vogliono arrivare ma da cui tutti sono ansiosi di andarsene", così nel giudizio di un deputato del secolo scorso.
Definita né città né villaggio, incompiuta per decenni per mancanza di denaro, bruciata dagli inglesi e ricostruita, malabitata dagli uomini ma ricca in zanzare e serpenti, riconosciuta "miasmatica" dal Congresso, facile agli incendi tanto che anche i Presidenti partecipavano alla catena dei secchi per spegnere le fiamme, colpita dal colera portato dai lavoratori tedeschi e irlandesi venuti per scavare il C&O Canal che causò una moria nella maggioranza negra formata da schiavi liberati ma miserabili, con una Casa Gialla davanti alla Casa Bianca che serviva da centro smistamento schiavi e una malavita che ancora oggi fa un morto al giorno, con bordelli adiacenti alle chiese che scandalizzavano i benpensanti, con code di poveri per la minestra gratuita che trascinano gli scarni piedi da più di un secolo a cento metri dalle finestre dello studio ovale del Presidente, Washington è diventata la capitale del mondo.
"Questi sono i veri templi a cui ogni generazione dovrà inchinarsi prendendo da essi un po' del fuoco di libertà che bruciava nel petto di chi li ha costruiti: libertà non solo per essi ma per l'intero mondo", così Nehru, primo ministro dell'India, si espresse visitando la capitale degli Stati Uniti.
A noi romani di nascita o di adozione, questa Roma del duemila solleva impressioni contrastanti: templi, cupole, obelischi sono troppo "nuovi" e istintivamente ci sembrano falsi, scenografie messe lì da qualche regista megalomane che girerà un film di fantastoria dove ad un Campidoglio ingigantito fa eco un Pantheon pantografato in bianco che più bianco non si può, sullo sfondo di un obelisco così alto e turgido che urla di essere il padre di tutti gli obelischi.
La gente si muove in mezzo a questa monumentale scenografia con naturalezza: le scalinate del Campidoglio sono gremite di operai della scarperia NIKE che protestano e deputati e senatori si mischiano ad essi in dialoghi diretti e feroci mentre nell'immensa vasca della fontana in cui si rispecchia l'obeliscone, bambini e bambinoni fanno veleggiare barche di carta e modellini radiocomandati.
Guido Alberto blocca un Kennedy e me lo presenta: a quelli della mia generazione il nome Kennedy fa salire la pressione. Abbiamo sognato e sofferto nell'illusione della Nuova Frontiera. Stringo la manona di questo Joseph irlandese col ciuffo che mi guarda dritto negli occhi col sorriso del mitico John.
- This is the man who discovered Clint Eastwood!- millanta Guido presentandomi e il Kennedy aumenta la già possente stretta fecendomi ripassare la lezione di anatomia della mano:
- Big discovery! Thank you!- e mi lascia per rispondere a qualcuno che grida "Joe, come here!"
Questo Campidoglio non copia quello di Michelangelo, ma quello della Roma antica. La plebe urla ai senatori le sue rivendicazioni sulla scalea ed essi rispondono.
Quando ci sediamo sui banchi riservati al pubblico e mi affaccio sull'aula del Senato, la sensazione si fa più forte.
"Usque tandem Bush abuteris patientiam nostram!" avverte solenne uno con l'accento dell'Arkansas.
Washington, come Filadelfia, é una città costruita da architetti. La città di Penn è maestosa ma Washington ha maggior sacralità: la prospettiva che si gode dal Campidoglio è magnifica. Imponenti musei fanno ala e coro alla fuga di acque, prati e monumenti che si fondono in un insieme armonico.
Arrancando nell'afa d'agosto, lungo i grandi viali, l'aria della vecchia palude non riesce a spegnere del tutto il sentimento di esaltazione che dà il Jefferson Memorial e di orgoglio umano che ispira la severa statua di Lincoln, seduto, marmo nel marmo, nella prospettiva delle colonne greche del tempio a lui dedicato.
A fianco, sul grande prato c'è un vallo con un'alta parete in lucida pietra nera. Una folla perenne cammina lentamente lungo il muro buio. Qualcuno appoggia contro di essa un foglio di carta che poi annerisce con un carboncino, portandosi via la copia di uno delle decine di migliaia di nomi incisi in quella granitica illusione di eternità. Sono i nomi dei caduti in Vietnam.
Ne leggo qualcuno a caso, e immagino una faccia, una vita. John Smith. Quanti John Smith sono morti in guerra? Giocando ridevano, hanno baciato la prima ragazza sognando futuro, sono andati a scuola per imparare a vivere e li hanno obbligati a morire. Migliaia e migliaia di nomi diversi. Un'anziana signora piange perché non trova più il nome del figlio. Ne copi uno qualsiasi, signora, son tutti John Smith.
Tanto la grandiosa bellezza monumentale della celebrazione della democrazia americana fa sentire piccoli, così i luoghi storici dove gli avvenimenti si sono svolti, fa sentire grandi.
Entriamo nel Ford's Theater, dove Booth sparò a Lincoln, e ci troviamo in un teatrino parrocchiale di poche decine di posti, attraversiamo la strada e visitiamo la casa del signor Petersen dove il povero Lincoln morì: stanzette lillipuziane, mobiletti piccoli ed essenziali, stretto e corto il lettuccio col cuscino ancora sporco del sangue del grande presidente.
Alberto Guido ci porta alla fattoria che fu di Giorgio Washington e ancora ci troviamo in stanze microscopiche, con arredi che oggi sembrano miseri ma che dovevano apparire lussuosi agli schiavi del primo presidente alloggiati in locali non molto diversi dalle stalle.
Anche le strade dei due centri preesistenti la costruzione della capitale e che ormai ne fanno parte integrante sono strette e anguste: elegantissime quelle di Georgetown, piene di ristoranti, negozi e discoteche, più commerciali quelle di Alexandria dove si sta tenendo una festa italoamericana con spaghettate e salsicce.
Ogni 4 luglio c'è una parata in costume che sfila per i viali del centro: se ricordate le parate sovietiche sulla Piazza Rossa, basterà immaginare il loro contrario. Gruppi non organizzati di college interpretano la storia patria dai Padri Pellegrini a oggi al suono di orchestrine incitate da majorettes coi pompom in un incrocio tra solennità e carnevale.
Questo quattro luglio, quando Sciltian, la Sgnuffi, Alberto Guido e io sostiamo sotto i verdeggianti alberi ad ammirare questa festa dai ritmi quasi sudamericani, si aprono le cateratte del cielo. A Washington l'acqua casca dalle nuvole a metà fra lo stato liquido e solido, non divisa in gocce. Cerca l'antica palude e tenta di ricrearla nelle strade. Gli ombrelli si schiantano sotto il peso dell'acqua come se ci ostinassimo a tenerli aperti sotto una cascata.
Scolanti torrentelli dai pantaloni raggiungiamo a nuoto un Marriot Hotel e, dopo aver attraversato la sontuosa hall di marmo, scendiamo nella sottostante stazione del metrò.
A Washington c'è un bel metrò, vasto ed accogliente, funzionante con carte magnetiche. Le carrozze sono nuovissime, comode, pulite e sfrecciano una dopo l'altra con poco rumore.
Sbracati sui sedili imbottiti della carrozza che va ad Arlington, Sciltian ed io ci scambiamo occhiate perplesse leggendo sui biglietti che la ditta che ha costruito questo gioiello è italiana. Allora com'è che da noi le metropolitane son così brutte?
Alberto Guido é frequentato da gente interessante e curiosa: un giorno mi trovo a discutere con un ingegnere che ha scritto un programma di traduzione automatica dall'inglese al francese e viceversa per computer IBM, una sera la passo con il proprietario di una televisione in lingua italiana furibondo contro la RAI che non lo aiuta, un'altra coi proprietari di un brevetto di pompe di profondità atte a rimettere in funzione i vecchi esausti pozzi di petrolio americani. Tutti si rivolgono al mio amico americano per avere un appoggio presso il "governo". Alberto Guido non parla mai di queste cose, preferisce lasciare intendere, così sembra più importante di quel che è.
Ci porta al Palazzo delle Lobbies: qui i gruppi di pressione sono istituzionalizzati con tanto di uffici. Tutto si svolge senza sotterfugio, almeno così dice Alberto Guido, ma poiché gli aspiranti pompisti non hanno lobby, cercherà di interessare il senatore della Pennsylvania affinché faccia loro ottenere una qualche sovvenzione o ordinativo.
- E perché il senatore dovrebbe ascoltarti?- chiede Sciltian accusatore. Alberto Guido si esibisce in un sorriso mediterraneo:
- Perché mi conosce. -
- E allora?-
- Sa che non sono un ingrato. -
- Ho capito. Lui perora in Senato e se ottiene i soldi tu gli dai una mazzetta. Come in Italia, uguale!-
Alberto Guido gli accarezza la testa ammirato:
- Senti, io non ho figli. Se resti qui con me ti faccio diventare senatore. Presidente degli Stati Uniti no, perché chi è nato all'estero non può diventarlo, ma senatore... eh? Tu studi e al resto penso io. -
Sciltian mi guarda lusingato. Così é la natura umana, facile conquista per gli sparatori di palle.
I fabbricatori di pompe ci invitano nella loro città: Oil City, in Pennsylvania. Albert Guido ha lasciato credere che i due milioni di dollari di cui han bisogno per darsi alla produzione in serie delle pompe, se non li dà il governo, li metterà lui, oppure potrei trovarli io nell'ambiente del cinema. Sono o non sono lo scopritore di Clint Eastwood?
La Pennsylvania si affaccia per un pezzetto sul lago Erie, in quella zona c'è la "la più grande piccola città del mondo", quella che inventando i pozzi ha reso sfruttabile il petrolio.
Ci aspettano nel miglior hotel della città, ci han messo cesti di fiori e di frutta nelle stanze con bottiglie di champagne. La sera siamo a cena coi maggiorenti del luogo e signore. Anche figlie e ce n'è una carina che siede accanto a Sciltian chiedendogli se fa l'attore. Sciltian nega felice.
Il cameriere offre insalata come antipasto ed elenca vari tipi di condimenti con la consueta disperante velocità.
Per non far brutte figure Sciltian nega tutto ordinando "only salade". La ragazza guarda il mio ultimo nato con ammirato stupore e Sciltian affonda la forchetta in un piattone di verdure crude e non condite. Si costringe a masticare con rumore da coniglio. Sempre più ammirata, la ragazza di Oil City si informa se egli sia vegetariano. Perso nei suoi grandi occhi, Sciltian annuisce macinando coi denti quelle che io essere per lui odiatissime verdure.
Visitiamo il parco museo, dove ancora c'è il primo pozzo costruito dal signor Drake nel 1860, mentre Garibaldi sbarcava a Marsala.
Ci proiettano un vecchio film a colori con un giovane Vincent Price che interpreta il ruolo del pioniere perforatore.
Il direttore del museo, saputo che sono un regista italiano, mi chiama nel suo ufficio e mi offre di dirigere la nuova versione del film che il museo ha intenzione di produrre con un budget di molti milioni di dollari. Se mi interessa, dovrò fargli avere una scaletta della sceneggiatura proposta.
Mi accarezzo la pelata: che sia vero che l'America è terra di grandi occasioni? Cremona ha Stradivari, a Oil City hanno il signor Drake. E ho la sensazione molesta che l'umanità debba essere più grata al signor Drake che al grande liutaio.
- Andiamo ad Atlantic City?- ci esorta Alberto Guido e poiché vede perplessità precisa l'offerta- Tutto gratis: alberghi di prima categoria, ristoranti di lusso e biglietti per gli spettacoli serali.-
- E chi paga?-
- Pagano i padroni dei casinò. Io sono autorizzato a portare amici.-
- Ma allora dovremo giocare...-
- Non è obbligatorio. Io non gioco mai. Contano sulla statistica: la maggior parte degli ospiti non resiste alla tentazione e gioca. Perdono molto di più di quanto avrebbero pagato per l'albergo. Capito il "bisniss"? Noi andiamo, non giochiamo e ci divertiamo gratis.-
- Un'altra "sola" come quella di Oil City...- sussurro a Sciltian che ha una smorfia di disgusto.
- Non dovevamo andare nel Delaware per fare la società di produzione cinematografica? - interloquisce la Sgnuffi petulante.
Messo così brutalmente allo scoperto, Alberto Guido si incazza:
- Adesso stiamo socializzando e non parlando d'affari!-
Decidiamo di declinare la socializzazione e ci trasferiamo nella nostra villetta ad Upper Marlboro a giocare a bigliardo nel basement con puntatine all'antica Annapolis o alla goduriosa Baltimora mentre ci precipita addosso la data del ritorno.


CHICAGO
Per il "Terremoto di Messina" ho trovato capitali italiani e mi accordo con la Lenfilm che era di Leningrado e adesso è di San Pietroburgo e quindi, a rigore, dovrebbe chiamarsi San Pietro Film.
La RAI ripesca una mia vecchia commedia musicale intitolata "Al Capone Superstar" ma poi non se ne fa niente. Resta in bocca il sapore di Chicago.
Gli amici arricciano il naso:
- Andare in vacanza a Chicago? Che idea! E' una città industriale, sarebbe come andare a passare l'agosto a Sesto San Giovanni.-
Ma io sono testardo e dal mio libro per gli scambi tiro giù la lista dei chicagoans che vogliono venire in Italia.
In febbraio, tra le risposte, scelgo quella di una famiglia ebrea: i Dershin di Evanston, un quartiere verde a nord della metropoli dell'Illinois. Albert mi aveva parlato di una spia che si chiamava Dershin ed era di Chicago: ma... no relation. Sembra.
Io ho il fax, anche loro hanno il fax: combinare è questione di minuti. Si riaggregano alla spedizione Amarilli, Riccardo, Melissa e Fabrizio. Sciltian, la Sgnuffi e io partiamo alla fine di luglio in avanscoperta prenotando da Roma, col libro della Best Western, un hotel sulla Michigan Avenue che è la Via del Corso di Chicago: strano che una camera costi solo trentadue dollari a notte, prezzo da motel, che col cambio di quest'anno a millecinque fanno sì e no cinquantamila lire.
Volati a Chicago scopriamo, condotti da un tassista pakistano, che è una via del Corso lunga ventidue chilometri.
Il tassista storce la bocca sentendo l'indirizzo e poi ci guarda con pii occhi da bue:
- Bad area, sir.- mi dice.
Ma come? La Michigan Avenue, una brutta zona? Gli occhi dolci da vacca sacra del taxi-driver sorridono:
- South Michigan Avenue, sir.-
Ormai abbiamo prenotato e dobbiamo andare. Il pakistano obbedisce docile. Attraversiamo tutta la città e filiamo giù per la Michigan: gran bella strada, con lussuosi negozi e musei.
Ogni palazzo ha un suo stile architettonico, questa è la città di Wright, qui fu costruito il primo grattacielo americano.
Sulla sinistra brillano al sole le acque senza sponde del lago Michigan, un mare blu, appena increspato dal vento. Tra noi e il lago si stende un curatissimo parco con una fontana monumentale. Il taxi naviga verso sud per alcuni chilometri e le aiuole del parco terminano contro il palazzone dell'acquario e la cupola del planetario. Sulla destra la strada cambia di colpo: dopo l'undicesima street i palazzi sono in rovina. Infissi sbilenchi, muri scrostati, scritte oscene sui muri. Molte finestre son prive di vetri e i negozi sono sfondati e vuoti con cumuli di macerie e sfasciume sui pavimenti. E' cambiato film: da "La Vita é Meravigliosa a "Day After".
L'asfalto della strada s'è fatto pieno di buche e tra le pietre sconnesse dei marciapiedi spuntano piccoli rovi.
Il pakistano ferma il taxi nel cortile-parcheggio del nostro albergo e mi guarda con occhio umido e buono: l'hotel sembra un nobile con l'AIDS. La struttura ricorda passate pretese di eleganza ma la lebbra dell'incuria lo ha corroso. Gli occhioni della Sgnuffi e di Sciltian riflettono perplessità.
Scendo soltanto io: una densa aria impregnata d'urina mi avvolge appiccicosa. Entro e vado al bureau. All'odore di urina si mescola il tanfo dolciastro di borotalco e sperma. L'inconfondibile aroma dei bordelli infimi. Entro in apnea. Dietro il bancone unto mi sorride una grossa negra.
- This is a Best Western Hotel?- chiedo accusatore. La cicciona d'ebano scuote la testa. Lo era fino a due anni fa.
- I booked from Rome...-
La donna scende dallo sgabello e muove il vasto culo nello stretto spazio della reception pescando da uno scaffale un bigliettino col mio nome.
- Of course, I can't stay here with my wife and my son.-
- Of course, sir.- sorride tutt'avorio e simpatia- No problem, sir.- strappa la mia prenotazione e io scappo fuori per prendere ossigeno: guardo il cronometro, neppure due minuti, non ho più la resistenza di una volta.
Il pakistano riprende la via della downtown e cominciamo un avvilente pellegrinaggio in cerca di un posto per dormire. Sembra che tutte le ditte degli Stati Uniti abbiano scelto questa settimana per le loro Convention. Tutto esaurito. Non c'è posto neppure negli alberghi da 180 dollari a stanza, che qui è il prezzo più alto.
Dopo tre ore di taxi propongo al pakistano di ospitarci a casa sua, visto che non riusciamo a scaricare la camionata di bagagli che anche quest'anno la Sgnuffi s'è portata appresso.
Il buon pakistano sospira e annuisce: certo non può lasciarci in mezzo alla strada...
Ultima chance: un Best Western al centro, esaurito of course, ma in grado di testare l'intera catena. Dopo una dozzina di telefonate, il magro irlandese del bureau ci sorride nelle lentiggini: ha trovato!
Guardo l'indirizzo con angoscia: è quasi lo stesso del bordello in cui avevo prenotato da Roma! Anche il pakistano scuote il capo ricciuto, ma l'irlandese muove il ciuffo rosso per incitarci: è un albergo nuovo.
Il tassista si rimette in moto e riattraversiamo tutta la città, ripercorriamo la Michigan Avenue: ecco di nuovo il lago, la fontana, il parco e il planetario sulla sinistra, e sulla destra... il taxi si ferma centro metri prima dell'altra volta davanti ad un palazzo ancora non finito, stretto nell'incastellature di costruzione. E' il nostro albergo. Scendiamo dal taxi. L'aria è profumata dai fiori del parco. Entriamo spingendo la porta girevole e un piacevole lusso ci avvolge, dovunque efficienza e pulizia. In fondo ad un salone di freschi stucchi e moquette, tre ragazze in divisa ci sorridono. Novanta dollari a notte, possiamo scaricare i bagagli.
Il pakistano mi guarda con aria triste: il suo tassametro segna settanta dollari. Lo abbraccio grato e gli do un biglietto da cento ringraziandolo per la sua gentilezza. Mi guarda coi suoi occhioni umidi, più felice per le parole che per la mancia.
Sgambettiamo per la Michigan Avenue, direzione nord, per arrivare al Magnificent Mile, il chilometro e mezzo iniziale della strada che mostra il meglio della città, sia come architettura che come negozi. Il lungo lago è tutto riservato al pubblico: spiagge, prati, piste per biciclette, schettini e skateboard, tavoli con scacchiere graffite nella pietra e zone attrezzate per picnic si susseguono per miglia lasciandoci spaziare sull'immenso lago che oggi ha una robusta risacca mediterranea.
Guido la famigliola nel Loop, il famoso quartiere delimitato dalla ferrovia sopraelevata, dopo aver fatto colazione al bar dell'hotel: quattro dollari a testa per pancakes, salamini fritti, hamburger alla menta, caffè e pompelmo a volontà. Il servizio breakfast termina alle undici, dovunque, sia nei ristoranti che nei fast food. Se dessero da mangiare tutta quella roba dopo le undici per quattro dollari, nessuno spenderebbe più un cent per il pranzo.
Chicago è la storia dei grattacieli americani: qui fu inventata la costruzione a scheletro d'acciaio, le fondamenta elastiche, le lunghe finestre vetrate che poi diventarono intere pareti di vetro.
Una folla variopinta con tendenza al nero, gremisce i marciapiedi, entra ed esce dai lussuosi negozi, con l'aria di chi sa quel che deve fare. Chicago è meno nevrotica di NewYork, ha il ritmo della Milano migliore.
L'incontro coi nostri ospiti é cordiale, c'è il consueto velo di diffidenza iniziale che viene lacerato dal mio invito a cena in un ristorantino vietnamita di Evanston. ' ormai routine e sto diventando un homexchanger esperto.
Prendiamo possesso della villetta con giardino, su un viale tranquillo e fiorito, con l'asfalto lucido che sembra tirato a cera e le aiuole pettinate da mani esperte, senza un filo d'erba fuori posto. Sul retro c'è un prato con il garage che dà in una piccola alley, la strada di servizio.
Faccio l'inventario con mappatura dei soprammobili fragili a portata di bambino e li chiudo al sicuro in un armadio a muro: domani arriverà Amarilli con consorte e figliolanza, e Fabrizio ha compiuto quattro anni ed è un fracassatore di suppellettili.
Chicago è il nodo ferroviario più grande del mondo e anche come aeroporti è nella hit parade: ne ha sei. Il Midway è il più importante e non è difficile trovarlo seguendo le highway disegnate sulla carta della città, comodamente impoltronato in una grossa Buick automatica.
Il volo da NewYork con cui sarebbe dovuta arrivare Amarilli scarica regolarmente la sua ondata di passeggeri ma di mia figlia, genero e nipotini non c'è traccia. La Compagnia aerea interpellata si stringe nelle spalle: chi è salito a NY è sceso a Chicago. Non perdono mai passeggeri per strada.
Abbasso la voce e mi informo se hanno notizia di qualche guaio sulla linea Roma -NewYork.
- Today no airplane fell down, sir.- e la rassicurante risposta.
Probabilmente han perso la coincidenza.
E' venuto buio. Con qualche fatica ritroviamo la Buick, con cui non abbiamo preso famigliarità, in uno dei grandi palazzi di parcheggio gratuito dell'aeroporto e riprendiamo la via per Evanston. Trovare l’aeroporto è stato facile ma non altrettanto è ritrovare Hartzell Street! Il navigatore sbaglia un'uscita, o, come sostiene lui, la segnaletica è ambigua, e ci troviamo di fronte la massa nera e imponente della Sears Tower, il grattacielo più alto del mondo, all'angolo tra la Wacker e la Adams.
- Ma qui siamo nella zona del nostro albergo! Diametralmente opposti a Evanston!- protesta il guidatore. Il navigatore si irrita e dichiara sciopero.
Dopo qualche circumnavigazione vedo il lago Michigan su cui splende una luna limone. Gli altissimi getti d'acqua della Buckingham fountain sembrano arrivare a lavarla mentre passano dal verde ad un rosso acceso.
Giro intorno alla grande fontana a passo d'uomo: è un arcobaleno di colori comandato da un computer che non ripete mai le stesse sequenze. Inutile dire che è la più grande fontana colorata del mondo.
Ritrovata la Lake Shore, la bella strada che corre lungo il lago, basta puntare a nord e si arriva ad Evanston.
Alle undici riceviamo una telefonata: Amarilli and family sono arrivati all'aeroporto. Consiglio loro un buon taxi.
Arriveranno dopo mezzanotte con un taxi-driver peruviano stralunato e nervoso con cui Riccardo ha avuto l'intelligente idea di stabilire un forfait e che ha girato per quaranta minuti prima di riuscire a trovare la Hartzell Street: dieci minuti di più di quel che ci ho impiegato io.
I tassisti in America son quelli che meno conoscono le strade.
Il giorno dopo siamo sulla cima della Sears Tower che erge due antenne radio a far le corna a tutta la città.
La veduta è grandiosa e il lago Michigan non mostra l'altra sponda. Dal lato opposto si estende la zona industriale, tutta ferrovie e capannoni con vaste plaghe di casupole e condo fatiscenti.
Nella downtown c'è il problema del parcheggio, non nel senso romano perché non si può lasciare l'auto nelle strade, ma perché grandi garage hanno tariffe orarie assai salate, più in centro si vuol lasciare la macchina e più alta è la tariffa. Casualmente scopriamo un ignobile trucco: quando si va a ritirare la macchina, entrando a piedi dall'ingresso auto se una persona sosta davanti alla prima cellula e una seconda davanti all'ultima, la sbarra si alza e l'automatico emette una nuova scheda. Cinque ore di parcheggio reale si trasformano così in cinque minuti e si paga di conseguenza.
Non resistiamo alla tentazione di pagare sei dollari invece di trenta e dovremo lottare contro l'innata furbizia latina ogni volta che andremo in centro.
Amarilli si scatena in uno dei suoi estenuanti shopping passando al pettine tutto il Magnificent Mile poi, insoddisfatta, ci porta a Kenosha, a mezza strada verso Milwaukee, dove c'é uno dei più grossi outlet d'America. Sono decine di padiglioni grandi come hangar pieni zeppi di negozi: si vende di tutto a prezzi bassissimi. Ne usciamo con cappotti di pelle, amache, parure di lenzuola e asciugamani per un intero albergo, piatti e bicchieri, scarpe per una tribù di millepiedi e una notizia sconvolgente: pare che in Canada, a Edmonton, ci sia uno shopping center così enorme che i clienti si muovono a bordo di carrelli elettrici...
Poiché Kenosha è sulla strada, accontentiamo Sciltian e allunghiamo fino a Milwaukee, la città di Happy Days. Ci arriviamo che son le tre del pomeriggio. Fa caldo e la città è deserta. Dal lago Michigan si levano vapori. Parcheggiamo sotto un palazzo a cubo di vetro blu e trotterelliamo in cerca del fast food "da Arnold's".
L'esperienza di Atlanta ci ha insegnato a non cercare la gente per le strade quando fa caldo. Entriamo in un grattacielo e ci immettiamo in un sistema di corridoi trasparenti che uniscono i palazzi in un intrico di vasti passaggi aerei. C'è folla come nella via Veneto della dolce vita: dozzine di bar e di negozi affollati, cinema, teatri, supermercati, tutto in aria rigorosamente condizionata.
I corridoi aerei si allargano in piazzette fiorite dove carrettini senza tempo vendono gelati e noccioline come in un paese dell'Italia d'anteguerra.
Ma Arnold's non c'è. L'avranno costruito ad Hollywood.
L'idea di una puntatina in Canada convince il gruppo. Edmonton è troppo lontana verso ovest, ma girando intorno ai Grandi Laghi si può arrivare alle Niagara Falls, e puntare su Montreal.
Noleggiamo una vasta auto bianca taglia vecchia America dai comodissimi sedili in pelle rossa per 46 dollari al giorno, assicurazione compresa, grande bagagliaio per metà occupato dal passeggino per il quattrenne Fabrizio e per il resto dal "minimo indispensabile" per una settimana della Sgnuffi.
Prendiamo la Ohio Turnpike e costeggiamo il lago Erie, dormiamo in un motel tipo Psyco per 16 dollari a notte, attraversiamo Cleveland a mezzogiorno, la città dove non succede mai nulla per antonomasia, e prima di sera guardiamo la massa d'acqua che precipita dal lago Ontario.
Niagara per la mia generazione vuol dire Marilyn Monroe col vestito rosso. Quelle cascate cinematografiche scuotevano dentro. Queste deludono un po'. Sono larghe ma basse. Quando uno dice Niagara si aspetta la fine del mondo. E la solita storia del sogno e della realtà.
Tutti gli opuscoli, le cartine, le pubblicità che abbiamo trovato nel raggio di cinquanta chilometri, dicono che il grande ferro di cavallo liquido che romba schiuma, è più spettacolare se visto dal lato canadese. Attraversiamo il ponte segnato a metà dal confine. Guardie canadesi esaminano i nostri passaporti con sospetto: come mai tanti ingressi negli Stati Uniti?
Che rispondere al biondo dal grande cappello: ci piace l'America. Non sembra convinto ma ci lascia passare.
Le cascate, anche viste dal Canada, sono più basse di come le aveva create l'immaginario. Di notte le illuminano con fari colorati, ma la nebbiolina d'acqua in sospensione guasta lo spettacolo.
Ci consoliamo con una iacuzzi in un hotel dal costo di 66 dollari la stanza. Di fronte c'è un ristorante italiano con un bar latteria.
C'è una copia di "La Repubblica" sul tavolo e la radio trasmette i risultati del nostro campionato di calcio. I clienti si sfottono sul Milan e la Juve. E' proprio uguale a uno dei nostri bar dello sport. I proprietari ci raccontano la storia di famiglia: emigrati quarant'anni fa come tagliaboschi, ha fatto poi i muratori e infine ristoratori. Adesso sono ricchi ma è stata dura, gli italiani non erano benvisti subito dopo la guerra.
Costeggiando le rive nord del lago Ontario arriviamo a Toronto puntando la bussola sulla CN Tower che coi suoi 553 metri d'altezza è, of course, la più alta torre del mondo, svettante come uno spillo gigante su una massa di grattacieli di vetro. Fino a qualche tempo fa Toronto era per gli americani quello che per noi è Canicattì. Il suo nome veniva citato come sinonimo di posto dimenticato dal mondo, adesso è una metropoli con due milioni di abitanti, così simile a quelle statunitensi che ha dovuto costruirsi lo spillone per farsi distinguere.
Lo scaliamo di notte, su fino allo space deck che gonfia la sua bolla di vetro a 447 metri d'altezza. Guardar giù, sui grattacieli illuminati diventati capanne di uno sterminato presepe di formiche, fa formicolare d'angoscia i testicoli dei maschi e fremere di desideri sadomaso gli uteri delle donne.
Non è come guardare dall'aereo: la sensazione di sfidare dio e le leggi di gravità è prepotente ed entusiasmante.
Una biondona al mio fianco geme di piacere mentre spiega al suo biondone che di giorno si può vedere parte dei quattrocentomila laghi della provincia di Ontario. Chiedo conferma della cifra e due occhi azzurri mi fissano per un attimo, annuisce orgogliosa la bella canadese: quattrocentomila.
C'è troppo vento ed è vietato uscire sulla balconata. Per una malefica deriva genetica "vietato" per noi italiani suona come un ordine alla rovescia, così Sciltian e io apriamo una porta ed usciamo.
La mano cattiva del vento ci afferra e ci schiaccia contro le vetrate. Arranchiamo nel tentativo di avvicinarci alla rete di protezione per guardare di sotto ma non riusciamo a staccarci dalla parete. Sciltian mi grida qualcosa che l'urlo della bufera porta via, poco dopo braccia nerborute portano via noi trascinandoci all'interno della torre. I miei ciuffetti sopra le orecchie sono in erezione e Sciltian sembra quella vecchia pubblicità delle matite coi capelli rigidi a raggiera intorno alla testa.
Ci scusiamo in un balbettante inglese, sperando nella tolleranza canadese. Ci va bene.
La nostra puntatina in Canada deve essere breve. Scambiar casa e poi pagare alberghi è un nonsenso. Però ci piacerebbe vedere Montreal e Riccardo è guidatore di lunga durata e di velocità da ritiro immediato di patente. Andiamo, non andiamo... Decidiamo che è già pomeriggio e lo schema geometrico delle strade di Toronto non promette una gran serata.
Scattiamo verso Montreal che dista circa 480 chilometri verso nord-est, nel Quebec francofono, col sole già basso sull'orizzonte.
L'autostrada è bella, di dimensione statunitense, e il traffico è molto scarso. Sterminata pianura verde da entrambi i lati, qualche fila di alberi, rarissimi segni della presenza dell'uomo. Tre ore e mezza dopo siamo a Montreal.
E' sera e la città ci accoglie col bailamme delle sue strade strette, dense di odori partenoeuropei, i piccoli negozi, gli infiniti bistrò, e un sudiciume latino.
Ho l'impressione di essere capitato in una Napoli che parla francese.
Entro in un negozio per comprare una mappa della città e dopo un tonante "Bonsoir madame" mi trovo a balbettare:
- Je voudrais... es que vous avez...une.... map... a downtown map, please!" -
Ci deve essere nel cervello una struttura addetta al richiamo degli automatismi linguistici che ha bisogno di tempo per adattarsi. La mia richiede, ahimè, almeno 24 ore.
Mappa in mano, iniziamo il giro degli alberghi. No vacancy dappertutto. Finalmente troviamo due suite in un hotel gestito da giapponesi. Chissà quanto costerà una suite! Ma siamo stanchi e non abbiamo scelta. La suite costa 96 dollari a notte ed è composta di due stanze, bagno e angolo cucina. Oltre alla camera da letto c'è una sala con un tavolo tondo, quattro poltroncine e un divano trasformabile in un letto a due piazze. Mobile bar in cucina, fornelli per cuocersi i pasti, macchina del caffè coi filtri e naturalmente aria condizionata e moquette dovunque. Sciltian, la Sgnuffi ed io ci stiamo da principi. Nel bagno c'è perfino l'asciugacapelli. Sciltian calcola che oggi 96 dollari equivalgono circa a 140 mila lire. Albergatori italiani, vergogna!
Manca il bidè. E' questo utile attrezzo del tutto sconosciuto alla civiltà anglosassone ma essendo Montreal di cultura francese pensavo di trovarlo. Forse anche i giapponesi non si lavano le chiappe.
Il giorno dopo su e giù per Montreal a guardare la gente, ad ascoltare la loro parlata francese, a desiderare le tante "parigine" che sculettano davanti alla basilica di Notre Dame, copia di quell'autentica di cui ripete lo stile e le due torri, ad ammirare la "tour inclinée" al
Parc Olimpique che, chi l'avrebbe detto!, è la più alta torre inclinata del mondo. Il "fleuve Saint-Laurent" è imponente, scavalcato da grandi ponti. Il fiume forma molte isole e sulla più grande c'è Montreal, proprio come Manhattan. Dietro alla piccola isola di Sainte Hélène c'è la zona del porto, pieno di navi che dall'Atlantico risalgono il vasto fiume fino ad attraccare alle sue banchine. La Senna al confronto è uno scolo di grondaia.
Sulla strada del ritorno deviamo verso Ottawa, dopo breve discussione e democratica votazione. Ne vale la pena: Ottawa è bellissima, ci accoglie con un parco verde intenso incorniciato dai neogotici palazzi del Parlamento, l'Università e un'altra Notre Dame. Le giubbe rosse di guardia aumentano la sensazione di fiaba nordica.
Pranzo veloce lungo un viale che vuol ricordare gli Champs Elysées e puntiamo nuovamente su Toronto. Lasciamo l'autostrada e Riccardo lancia il nostro bolide bianco su strette levigatissime strade provinciali immergendoci nella prateria. La parola Canada fa venire in mente foreste di alte conifere abitate da orsi e qui sembra di essere nella pianura padana.
Ci fermiamo davanti a un casotto che pretende di essere un drugstore. Dentro, in dieci metri quadri, c'è un bancone dove un omone sta affettando salame, e due scaffali su cui i saponi in polvere si mescolano coi biscotti e i preservativi. A terra sacchi di granoturco e di frumento.
L'omone ci guarda con diffidenza ma annuisce alla preghiera di prepararci dei panini con salame e formaggio. Dopo un minuto arriva una ragazzina in bicicletta e ci guarda affascinata come se fossimo animaletti rari usciti di bacheca. Prima che i nostri panini siano pronti arriva una dozzina di persone, tutte in bicicletta, e ci esaminano sfrontatamente. Un tamtam avrà segnalato il passaggio della nostra auto attraverso la sconfinata pianura e son venute a darci un'occhiata.
- We are coming from Italy.- tento, ma nessuna luce di comprensione si accende nei loro occhi. Una signora mette due sacchi da un quintale sul manubrio di un vecchio triciclo, tira su col naso e scuote la testa.
- Italy is near to France...- preciso e una ragazzina trasalisce colpita dalla rivelazione:
- Paris!- esclama sognante.
Ma sì, Roma è vicina a Parigi in misure canadesi.
Riprendiamo l'autostrada a Detroit e la città fumosa e grigia non ci invita ad una sosta. Passiamo la frontiera e siamo di nuovo negli States: é buffo ma abbiamo la sensazione di essere tornati a casa


LAS VEGAS E SAN DIEGO
Atterriamo a Roma ai primi di settembre. Le strade ci sembrano ancora più strette e il traffico insopportabile.
Sui marciapiedi i cani cacano continuamente, gli automobilisti buttano cartacce dai finestrini e i pedoni scatarrano dovunque. Eppure i romani sono quasi tutti lavati profumati e ben vestiti e abitano appartamenti dai pavimenti lucidi, con linde cucine e tende di bucato: la sporcizia comincia sul pianerottolo, là dove noi italiani sentiamo che non è più casa nostra.
E' sempre stato così ma adesso ci dà un fastidio acuto e un senso di vergogna. Guardo i muri dei palazzi imbrattati da scritte imbecilli tipo "Lazio di merda", su cui la mano di un homo sapiens sapiens ha scritto Roma, e un'altra ha riscritto Lazio. Qualche genio ha pennellato enormi "Meridiano zero" sui muri delle scuole e un saggio ha corretto la "d" in "t": sì, meritiamo zero.
I muri delle metropoli americane sono coperte di graffiti e di murales che hanno una qualche capacità di comunicazione artistica. Le scritte della metropolitana di NewYork sono state mostrate al Museo d'Arte Moderna. Le nostre sono banali e volgari e sono andate sempre peggiorando. Nei vespasiani di un tempo si poteva leggere: povera umanità dove si perde, nel buco delle urine e delle merde. Non era Dante ma conteneva un pensiero.
Oppure: non grosso che sfondi, non lungo che tocchi, ma duro che duri è il cazzo coi fiocchi. Potrebbe essere Della Casa.
Ancora durante gli anni piombo si poteva trovare un po' di humour, sia pure involontario. Mi ricordo un "Contro la stato di guerra, guerra allo stato", e anche un "Basta con le prime pietre, mettiamo prima le ultime!".
La notte di Natale stendiamo sul tavolo da pranzo la grande carta del Nord America su cui Sciltian ha disegnato pallini rossi sulle città visitate ed evidenziato le strade che abbiamo percorso. Ci manca ancora tutto il Middle West e il Sud-ovest. Però guardiamo tristi la pancia di Amarilli che sta crescendo per la terza volta: Clarissa's coming. Dovremo saltare un'estate.
Un amico di Riccardo, uso a vomitare l'anima quando veniva in barca con noi, è diventato miracolosamente grinder sul Moro di Venezia e ci manda cartoline da San Diego.
Poiché l'attesa Clarissa avrà pochi mesi l'estate prossima, San Diego, dolce e tranquilla, ci sembra una buona scelta.
Mi attacco al fax e spedisco le mie proposte ai sandieghegni vogliosi d'Italia. Dopo una settimana ho già concluso uno scambio con una famiglia di La Mesa, un'area residenziale a est di San Diego.
Seguiamo in TV l'America's Cup con un occhio al rosso scafo della Montedison e un altro ai panorami che si intravedono dietro le barche: grandi baie, lussuosi yacht club, doratissime spiagge. Dev'essere un buon posto.
Come ormai è uso, partiamo prima Sciltian, la Sgnuffi e io. Riccardo e Amarilli verranno qualche giorno dopo, stavolta si portan dietro una famiglia di amici che ha affittato un appartamento sulla baia e un'altra coppia che ha scelto un residence a La Jolla.
Roma-Madrid-Los Angeles. Diciotto ore, sosta compresa. Arriviamo a El Ai all'una e trenta dopo mezzogiorno avendo guadagnato un po' di ore col fuso, giusto in tempo per noleggiare una giapponesina alla Avis da 26 dollari al giorno e scattare verso Las Vegas. Quattrocento chilometri di riposante guida americana sulla statale 15 sono un piacere. Dopo Barstow ci inoltriamo nel deserto. L'aria è secca e le montagne brulle si stagliano scolpite con violenta precisione di dettaglio.
L'ingresso in Nevada mette allegria: si passa sotto un arco di trionfo colorato come l'entrata in una Luna Park. Subito dopo la linea di confine ci sono i primi alberghi con casinò. La pubblicità luminosa annuncia prezzi incredibili: offrono stanze gratis e colazioni per due dollari ma solo giocatori incalliti si possono fermare in mezzo al deserto.
Abbiamo prenotato ad un Best Western perché quello è il libro di hotel che ho a Roma ma meditiamo un cambio dopo la prima notte. Non prenotiamo mai alberghi tramite le agenzie perché triplicano i prezzi.
La strada si inerpica verso le montagne. Cartelli ci avvisano di spegnere l'aria condizionata per non far bollire l'acqua nel radiatore. Eseguo e un coro di proteste si alza dai passeggeri:
- Sei matto ad accendere il riscaldamento?-
La temperatura esterna è ben oltre i quaranta gradi. Rimetto l'aria condizionata sperando nella tecnologia giapponese. Incrociamo alcune auto ferme coi cofani aperti e fumanti, ma la temperatura nel nostro radiatore non passa i novantacinque gradi.
Superiamo le montagne col sole al tramonto e scendiamo in un immenso cratere lunare: una conca grande come l'orizzonte di color ocra e giallo sul cui fondo si alzano i grattacieli di Las Vegas.
Quante volte abbiamo visto Las Vegas al cinema! Eppure non siamo preparati allo spettacolo: nell'aria che imbrunisce rapidamente chilometri di grattacieli si incendiano di cascate luminose. Insegne rutilanti alte decine di metri disegnano quadri di luci in movimento, un abbagliante pagliaccio ci invita sulla destra mentre rubinei flamingos disegnano i contorni di un Hilton.
Il Caesar Palace mostra la sua romanità fastosa e pacchiana mentre in un giardino d'acqua un vulcano erutta lingue di fuoco. Lo Stardust si erge bellissimo con una vertiginosa parete che sfuma dal blu al rosso e alle nostre spalle l'hotel Excalibur illumina le sue folli torrette medievali con cupole colorate da castello delle fiabe di Disney..
Una sottile euforia trasforma il mio stupore in desiderio di godere, di mettere nella mente tutta quella gioia luminosa che infrange le barriere critiche del mio gusto europeo per conquistarmi, proprio come nella lontana infanzia facevano le giostre nei giorni di fiera.
Il nostro Best Western non è un granché in confronto a ciò che abbiamo intravisto e il suo prezzo è uguale a quello pubblicizzato con pannelli immensi dal buffo ma grandioso Excalibur: 45 dollari a notte.
Siamo stanchi e andiamo a letto ma da domani sposteremo i bagagli nel mondo di Re Artù.
Camminare sotto il sole è impresa eroica. Il termometro annuncia 44 gradi centigradi. Un vigile donna in un incrocio dirige paonazza il traffico.
- It's hot, sir, but no humidity. No humidity.- ci rassicura uno degli scudieri in costume che ci accoglie all'Excalibur. Anche negli altiforni non c'è umidità...
La hall dell'hotel è grande come quella di un aeroporto. Per il check-in sono in funzione venticinque sportelli davanti a cui sono incolonnati centinaia di nuovi clienti. Ci danno una suite al ventisettesimo piano: le finestre sono bifore, l'arredo imita il fratino, il bagno è così vasto che dalla tazza si fatica ad arrivare al rotolo di carta igienica. Malgrado tanto spazio non c'è il bidet.
Ci rinfreschiamo e scendiamo al casinò. Ogni hotel ha il suo. Qui la gente viene per giocare.
La prima volta che si entra in un casinò di Las Vegas si è frastornati dalla sue prospettive senza fine di slot-machines in un orgia di velluti e di moquette dai colori violenti, centinaia di tavoli da poker, di blakjack, di chemin de fer, tavoli per i dadi, macchine per cambiare i soldi che ingoiano banconote e carte di credito di ogni nazione sputando monetine o tokens di vario valore. Ragazze in guêpière dalle lunghe gambe fasciate di rete nera portano vassoi con bibite ghiacciate offerte dalla casa ai poveri esausti giocatori.
Faccio un accordo con Sciltian: giocheremo solo monetine da cinque cents. Limiteremo le perdite e il divertimento sarà lo stesso. Be’, proprio lo stesso no, a giudicare dalle urla di giubilo di una cicciona mentre la cascata delle monete vinte non accenna a fermarsi, furbescamente amplificata dai piatti a risonanza posti sotto le slot-machine che annunciano la possibilità di un jackpot da 23.645.837 dollari se si giocano quattro token da un dollaro per volta. E il jackpot continua ad aumentare alimentato dalle giocate di tutti.
Sciltian ed io infiliamo monetine da cinque cents nelle macchinette del poker e con dieci dollari giochiamo per cinque ore e possiamo toccar con mano una verità banale ma che chi gioca sempre dimentica: si può vincere soltanto se si smette quando si è in attivo, continuando si perde sempre. Infatti questi casinò si vantano di trattenere soltanto il tre per cento del valore delle giocate e con quel tre per cento possono permettersi questa magnificenza.
Abbiamo solo quattro giorni e poi dobbiamo andare a San Diego per l'appuntamento con la famiglia di La Mesa e non possiamo vedere tutta Las Vegas. Gli spettacoli costano 25 dollari e si esibiscono le più grandi star del mondo, si può mangiare in un ristorante anni 50 con dodici dollari oppure nei self-service con cinque. Anche mentre si fa la fila per la cassa si può continuare a giocare con le slot-machine che sono ovunque. In qualche albergo le han messe anche nei cessi.
Da Las Vegas a San Diego son sei ore d'auto, costeggiando l'infinita periferia di Los Angeles.
Scendendo verso il Messico il deserto lascia il posto a collinette inverdite blandamente da una vegetazione mediterranea stentata per la mancanza d'acqua, punteggiata da gloriosi cactus di ogni forma.
Ci fermiamo a pranzo in un curioso villaggio annunciato con grandi insegne come Sun City. Ampie strade perfettamente lisce e senza traffico si snodano in mezzo a lunghe teorie di cottage a un solo piano con garage giardino e alberello. Non ci sono scale, dolci rampe portano alle larghe porte d'ingresso delle villette tutte dipinte in un delicato azzurro. Il posto ha un suo fascino, c'è un gran bel silenzio e un'arietta tiepida fa stormire gli alberelli bassi, tutti uguali anch'essi, posti accanto ad ogni uscio.
- Sembra un cimitero...- sussurra Sciltian dando parole ad una vaga sensazione di disagio.
Su un vasto piazzale si fronteggiano due pompe di benzina e due ristoranti. Entriamo in quello di destra. Tavoli in legno chiaro con tovaglie azzurre e fiori in piccoli vasi di coccio gli danno un'aria serena. Ai tavoli, una ventina di persone, la più giovane delle quali ha un'ottantina d'anni. Anche loro molto sereni, sorridenti, coi capelli bianchi sfumati dello stesso azzurro delle tovaglie. Il nostro ingresso genera movimento, dandoci l'impressione che prima tutto fosse fermo e che solo adesso fingano di vivere. Camerierotte pimpanti ci sottopongono menù e ci spiegano che Sun City è una delle tante città per anziani che punteggiano la California. Tutto è studiato per loro in modo che possano andare dal letto al ristorante anche su una sedia a rotelle. Gli unici maschi giovani sono quelli del servizio di vigilanza. Curatissima è la parte sanitaria, con buoni medici e assistenti sociali: un bellissimo parcheggio per vecchi prima del cimitero.
La cucina è buona ma è con sollievo che ci rimettiamo sulla 15 alla volta di San Diego.
Passiamo Temecula, città dal nome indiano che si presta a battutacce volgari, e dopo Escondido arriviamo all'incrocio con la 8.Il navigatore Sciltian mi dice che devo immettermi sulle corsie che vanno a est per arrivare a La Mesa. Infatti dopo una decina di minuti un cartello ci avvisa che dobbiamo uscire. Lasciata la statale ci troviamo un labirinto di strade e stradelle che si inerpicano ghirigorando su per un'erta collina su cui un grosso crocefisso allarga le sue lignee braccia. Tanto le grandi strade sono facili, dritte e ben segnalate, così quelle residenziali sono labirintiche e curve: dev'essere lo spirito di compensazione a far credere agli americani che i ricchi debbano abitare lungo strade a spire, con poche indicazioni, dove sia facilissimo perdersi.
Abbiamo una mappa dettagliata della zona che i nostri partner ci hanno mandato via fax: assomiglia a quei giochetti dove bisogna seguire un tracciato con la matita per portare il gatto a mangiare il topo, con tanto di punti ciechi, finti incroci, ritorni indietro. Dopo aver evitato Bonnie Vista Road, superato il tranello di una Bonnie Vista Boulvard, riusciamo a parcheggiare a Bonnie Vista Drive davanti ad una villetta dall'aria triste: la più brutta dell'area, di color militar mimetico detto più volgarmente merda di scarabeo.
Il cottage è grande orizzontalmente ma sembra avere un solo piano mentre noi sappiamo che deve averne due. Grandi abbaini si levano sul tetto fatto di assicelle inchiodate.
Ci scambiamo un'occhiata di apprensione: stavolta abbiamo preso la fregatura! Suoniamo con apprensione. Ci apre una signora maturata bene e lancia esclamazioni di benvenuto introducendoci in un bellissimo salone dal soffitto alto sei metri con finestroni immensi che danno su un prato che termina su uno strapiombo davanti al panorama di San Diego. Sospiriamo di sollievo: l'interno di quel misero cottage è una bella villa con grandi spazi, (ad un piano vista da fuori ma a due vissuta da dentro!) con un'ampia cucina fornita di tutto dove un gioviale signore sulla sessantina ci stritola le mani in grandi strette accompagnandoci al piano di sopra dove ci sono tre stanze da letto con bagno. La signora ben maturata con un sorriso di orgoglio introduce la Sgnuffi, me e le voluminose valigie nella suite padronale: la stanza da letto ha una moquette erba di campo, densa e alta come un prato da rasare ed un letto di schiuma bianca con baldacchino e specchio troneggia gonfio di rosei cuscini di pizzo a forma di cuore. Attraverso un passaggio armadiato a specchi ci conduce nella sala da bagno, grande come la camera da letto e occupata per metà da una rosea vasca Jacuzzi che sembra un'orchidea sbocciata in mezzo al green della moquette.
Doppi lavabi con specchi e una toilette regale con corona di lampade chiudono il nostro stupito sguardo panoramico.
La signora gode del nostro stupore ed è felice.
Il padrone ha origini tedesche e mi ha preparato un manuale per la manutenzione della casa di duecento pagine dattiloscritte. E' diviso in capitoli: il primo riguarda l'antifurto che va innestato uscendo e che riempie tutte le stanze di microonde segnalando ogni movimento sospetto. L'allarme suona direttamente nell'ufficio di polizia e l'agente prima di mandare una squadra farà una telefonata. Se nessuno risponde partono a sirene spiegate. Se risponde qualcuno che non sa la parola d'ordine spiegano ugualmente le sirene. Devo concordare coi poliziotti una mia parola d'ordine e divento patriottico: Italia. Il secondo capitolo riguarda l'innaffiamento del giardino. Complicatissimo perché ci sono tre sistemi di innaffiamento automatico più tre attacchi manuali. Per le rose quattro ore, per il prato due, per i fiori del giardino di fronte alla casa una. Di giovedì verrà un giardiniere negro a rasare l'erba. Di martedì verrà l'impiegata di un'agenzia che si occupa dei fiori interni e che spruzzerà le foglie con uno spray, metterà acqua e concime. Ha una chiave sua, va e viene, possiamo non farci caso. Il terzo capitolo riguarda gli elettrodomestici: gli appliances, come dicono qui. Ha come allegati tutti i libretti di istruzioni dei dodici pezzi forti della grande cucina, dal tritarifiuti al microonde.
Il quarto riguarda i televisori, i videoregistratori e l'impianto Hi-fi con dettagliate spiegazioni dei vari canali, della cable Tv, dei compact disc, cassette, ecc.
Il quinto riguarda le auto: ce ne lasciano due. Una Chrysler rossa di gran lusso che sta in garage e un'altra giallo oro che sta accanto alla casa. Documenti, assicurazioni, permesso di guida firmato dai legittimi proprietari nel caso che la polizia sollevasse qualche problema. Il sesto riguarda i gatti: sono tre. Vivono in giardino, entrano spesso ma non bisogna permetter loro di salire al piano di sopra. Mangiano due scatolette di carne al mattino e una busta di crakers nel pomeriggio.
Il settimo riguarda i colibrì: ci sono dei vasi di vetro colmi di liquido dolce appesi sui balconi dove i colibrì vanno a suggere da finti fiori. Non si debbono lasciare vuoti o i microuccelli moriranno perché sono talmente rincoglioniti da non saper più sopravvivere senza quella droga zuccherina. L'ottavo riguarda il pesce rosso nella stanza di una delle figlie: è tropicale, bisogna controllare temperatura, aria e cibo.
Prometto che passerò l'intero mese a studiare il manuale, correndo dai gatti agli uccelli ai pesci, riposandomi col controllo delle differenziali bagnature del giardino. Il mio inglese non è tale da trasmettere sfumature ironiche.
Il giorno dopo, alle cinque di mattina, i nostri ospiti partono per Roma e io li accompagno con la mia giapponesina fino all'aeroporto che è situato al centro di San Diego, in una zona accanto alle acque della baia. Comodo per chi deve volare, pauroso per gli abitanti della città che si vedono sfiorati da immensi Jumbo dai ventri imbullonati.
Lascio la giapponesina al deposito della Avis nel buio delle quattro antimeridiane, accolto nel parcheggio da un nero con un computer portabile che guarda la targa, batte sulla tastiera e poi mi dà una ricevuta per 343 dollari, quasi ottanta più del pattuito. Non devo pagare, la fregatura è automatica, va direttamente sulla carta di credito. Protesto e lo spilungone buio mi mostra la corona d'avorio della sua perfetta dentatura: è il computer che fa i conti. Cheese.
Mi siedo sulla sontuosa pelle rossa dell'auto dei miei ospiti e di fronte all'aeroporto loro scendono, ci abbracciamo con scambievoli auguri di buone vacanze e mi metto alla guida. L'auto scivola via silenziosa e feudale, docile al volante, voluttuosa nel cambio automatico che sembra precedere ogni mio desiderio.
Trovo con qualche difficoltà Bonnie Vista Drive e parcheggio di fronte al cottage color cacca d'insetto. La Sgnuffi e Sciltian stanno ancora dormendo. Ricomincio ad essere americano.
L'arrivo di Amarilli, Riccardo e tre figli scatenati tre, riportano aria di Roma. Melissa vuol suonare il piano che c'è nel salone e anche Fabrizio vorrebbe mentre Clarissa ha imparato a star ritta e tira a terra ogni cosa che riesce ad afferrare.
Andiamo a fare la prima megaspesa nel supermercato più vicino e per due ore ci immergiamo nell'abbondanza di dimensioni pantagrueliche: ma le differenze con l'Italia sono ormai solo nelle dimensioni. Anche da noi le cassiere fan passare le confezioni sulle finestrelle dei lettori dei codici a barre, anche da noi c'è la stecca di plastica che separa quello che ho comprato io da quello che ha comprato quel cliente che vien dopo di me e anche qui gli scaffali son pieni di acqua San Pellegrino, di prosciutto di Parma, di spaghetti e rigatoni nostrani.
Il primo guaio lo fa Riccardo ponendo le bottiglie d'acqua minerale sopra il frigorifero. Lo apre e una piomba sul pavimento in maiolica fracassando una mattonella. Nel giro di ventiquattr'ore si blocca il tritarifiuti, si brucia il microonde, si spezza la manopola del televisore del salone e il pesce tropicale galleggia morto a pancia in su in un'acqua che si è messa a bollire per la rottura del termostato.
Siamo costernati ma anche morsi a sangue da piccole pulci di gatto che si nascondono nella moquette della sala da pranzo. Riccardo propone di finire l'opera mettendo i gatti nel forno a gas e impallinando i colibrì con la doppietta che abbiam trovato nello studio del padrone di casa, sotto la sua foto di ufficiale dei marines.
Abbiamo scambiato otto contro due e forse otto persone sono troppe per uno scambio casa, occorrerebbe organizzare uno scambio albergo.
San Diego è una grande pacifica città stesa su due stupende baie, col porto militare più grande del mondo e dei marina per yacht privati da far urlare di rabbia chi come noi è stato costretto per anni in quarta fila nel porto del Circeo sopportando le angherie delle mafie locali.
Corazzate potenti, sottomarini atomici semimmersi, portaerei maestose solcano le acque dei golfi attraccando ai moli di Coronado che è una quasi-isola unita alla terra ferma da una sottile striscia di sabbia lunga dieci chilometri su cui passa una strada. Dal centro di San Diego si può arrivare a Coronado percorrendo una soprelevata a pagamento che sembra il ramo di una gigantesca giostra di montagne russe tanto si alza nel cielo prima di riabbassarsi sulle più belle spiagge del mondo.
Riusciamo a interrompere lo shopping di Amarilli e andiamo a Point Loma, l'estremità del braccio che chiude la grande baia a nord: il panorama è davvero unico. Decine di migliaia di yacht a vela e a motore riempiono i marina degli specchi d'acqua interni formati da barriere naturali, migliaia di villette, di residence, di club inframmezzati da imponenti viali di palme occupano tutto il lato est e nord della baia. Al centro c'è la downtown coi suoi pochi grattacieli che si specchiano nel mare, antiche navi a vela trasformate in musei attraccate ai moli e la vincitrice dell'America's Cup esposta sotto le palme. In un cantiere di Shelter Island, una penisola messa lì apposta dalla natura per creare yacht club, c'è anche il "Moro di Venezia" coperto da un bianco sudario di delusione.
San Diego è molto latina. Lo spagnolo è parlato più dell'inglese. Siamo a venti minuti d'auto da Tijuana che è la sua corrispondente messicana.
La pressione dei messicani che vogliono entrare negli Sates ha fatto sì che lungo tutte le migliaia di chilometri di confine, ad ogni città statunitense ne corrisponda un'altra messicana. A San Diego entrano circa mille clandestini al giorno, ogni dieci giorni qui arriva il corrispettivo degli albanesi in Puglia che gettò l'Italia nel panico, e la California li digerisce con qualche problema, ma come potrebbe essere altrimenti?
Andiamo a Tijuana insieme agli amici di Riccardo, lasciando le auto in zona statunitense. Un pullman ci porta al centro della città.
Dovunque c'è sporcizia e miseria, della peggiore, quella che vede le ricchezza vicinissima ma difficile da raggiungere.
Le guardie californiane non sparano e non usano violenza contro i clandestini, si limitano a riportarli in Messico e quelli caparbiamente ci riprovano tante volte finché ce la fanno. Scavalcano muri, tagliano fili spinati, si stipano nei sottofondi delle auto, attraversano il deserto. Sull'highway c'è un terribile cartello: in un triangolo di pericolo è disegnata una messicana con due bambini per mano. Attraversano col buio, è facile investirli.
- Hai più visto quella moretta coi capelli lunghi e quel bambino in braccio?- chiede una guardia ad un compagno.
- No. Son tre giorni che non la becchiamo...-
- Allora é passata.-
Tijuana è un grande lurido bazar pieno di mercanzia scadente, venduta al triplo del suo valore.
- Dieci dollari! Non es nada!- strilla uno dei tanti venditori agitandomi sotto il naso un braccialetto di dubbio argento. Poiché lo sorpasso senza interesse, urla:
- Cinco, senor! Cinco dollares!- Io tiro dritto e lui:
-Tres, senor! Tres! Dos! Dos! Este por un dollar, senor, por favor!-
Torno indietro e compro il braccialetto ma glielo pago dieci dollari.
Abbiamo noleggiato un van con nove posti a sedere e dovremmo partire per un lungo giro fino a New Orleans e poi, attraverso le riserve indiane risalire fino al Gran Canion.
Ma, come dice un amico mio, l'uomo propone e dio cane. L'uragano Andrews vortica davanti alla Louisiana e nessuno sa dove andrà a sbattere.
Per raggiungere il Gran Canion decidiamo di tornare a Las Vegas e prenotare sette posti (Clarissa non paga) su un piccolo aereo che sorvola il millenario scavo del Colorado. La pubblicità parla di 125 dollari a testa, coi bambini a metà prezzo. Alloggiamo di nuovo all'Excalibur e troviamo un depliant che ci promette uno sconto sul volo di quasi la metà. Col depliant ci presentiamo alla cassa dell'agenzia per pagare ma non possono farci lo sconto poiché noi abbiamo accettato telefonicamente il prezzo col broker: abbiamo quindi perfezionato il contratto verbale e loro non possono più mutarne le condizioni. Mi dà un tremendo fastidio pagare più degli altri due italiani che voleranno con noi: due ragazzi biondi, con gli occhi chiari che si tengono dolcemente per mano. Insomma il controcliché dell'amante latino.
L'aeroplanino monoelica, monomotore, monotutto si alza dalla pista di un aeroclub e ballonzola nell'aria calda sopra Las Vegas tentando di guadagnar quota. Poiché son quello con le gambe più lunghe il pilota mi ha fatto sedere accanto a lui e poso la mano sulla cloche del doppio comando. Sogghigna e mi avverte di non muoverla. Metto le mani in tasca mentre ascolto in cuffia una voce che spiega in un italiano esitante le meraviglie di Las Vegas, del vicino lago Mead creato con una ciclopica diga che sbarra il Colorado, e dei milioni di anni impiegati dal fiume per scavare il Gran Canion.
Dall'alto Las Vegas sorprende ancora: la città si estende su un'area molto vasta. Si vedono campi da football, da baseball, un'infinita spuntinatura di piscine blu accanto alle innumeri villette o cottage che sono il modo di abitare di gran lunga preferito in America da una costa all'altra.
L'aereo cade per una decina di metri levandoci il fiato. Un vuoto d'aria. Guardo le facce della famiglia: palliducce ma sorridenti. Uno dei due gay seduto in fondo comincia a vomitare nell'apposito sacchetto.
Il lago Mead è surreale: l'acqua blu è in contrasto violento col marrone assoluto delle sue rive scoscese, prive di vita come le pianure di Marte mostrateci dal Viking. Noi siamo abituati ad associare il verde ai laghi: questo è lungo cento miglia ma l'unico verde è quello artificiale piantato intorno alle poche case di un imbarcadero.
L'aereo ballonzola, vibra, scivola d'ala. L'elica gira davanti a me e il motore a quattro tempi scandisce nettamente i suoi colpi trasmettendo un senso di insicurezza, potrebbe fermarsi come quello di una normale automobile. Scendere e mettere il triangolo.
Il canyon si apre sotto di noi e l'aereo è colpito da una corrente d'aria ascensionale e sbalzato in alto per alcuni metri. Adesso sul fondo i gay vomitano entrambi e imprecano in un italiano ingolato chiedendo di tornare indietro. Il pilota ha le cuffie e non li sente o finge di non sentire: vira e si abbassa sul più grande taglio della Terra.
L'altezza appiattisce la voragine centrata dal sole alto nel cielo blu puro. Sul fondo il nastro limaccioso del Colorado barbaglia come una catena d'oro. I dirupi colorati a strati sono una torta millefoglie. C'è la storia del pianeta scritta in quelle fasce ma io non la so leggere.
L'aereo vola sul canyon seguendolo verso sud. L'Arizona si stende a vista d'occhio arida e marziana. Là galoppavano gli indiani e i carri dei coloni cercavano di passare per raggiungere la California. Sfugge alla razionalità di oggi come siano riusciti a farcela in quel forno assurdo senza acqua e senza ombre.
In cuffia la voce sgrammaticata mi racconta della prima esplorazione del fiume : partirono in cinquantadue e arrivarono in tre. Ecco spiegato il mistero: per ognuno di quelli che ce la facevano, venti morivano.
Questo non è vedere il Gran Canyon, è intravederlo nella sua prospettiva peggiore. Chiedo invano al pilota di abbassarsi dentro il gran taglio, risponde che non può perché due settimane prima un aereo s'é schiantato contro le pareti ed è stato proibito. Rimpiango di non aver insistito per l'elicottero anche se costava il doppio ma che atterrava sul fondo del canyon.
Dopo due ore di svolacchiamento sull'arie perturbate del deserto, l'aereo gira l'elica verso Las Vegas per il ritorno. Quando le ruote toccano l'asfalto della pista c'è allegria in famiglia mentre esplode la rabbia dei due omosessuali che urlano contro il pilota, l'aereo e chi li lascia volare, usando insulti pesanti che tutti facciamo finta di non capire.
Ci lasciamo alle spalle Las Vegas e le sue tentazioni e al tramonto siamo a Calico, una ghost town vicino a Barstow. Siamo fuori dell'orario previsto per le visite e il trenino che porta su per la montagna è fermo. Ci arrampichiamo come tutti i giorni facevano i minatori d'argento e le loro famiglie.
Il vento della sera soffia su quelle rocce bollenti, si infila nei piccoli canyon, entra nelle bocche delle miniere abbandonate e accarezza le vecchie baracche, in gran parte rifatte per uso turistico ma uguali a com'erano. Una lapide racconta la breve storia della città che con la scoperta dell'argento passò da pochi abitanti a molte migliaia per poi spopolarsi con la crisi del commercio di quel metallo fino a ridursi a due persone, poi a una: una donna. Era questa la maestra della città che visse in mezzo a quei sassi i novant'anni della sua vita. Mi arrampico fino in cima al monte dove c'è una grande buca scavata da quegli eroi della fatica che picconavano sotto il sole a 45 gradi Celsius, spostando tonnellate e tonnellate di rocce. In quel posto, dice una lapide, vennero cavati quintali d'argento in pochi giorni.
Sta calando la sera. Sono solo al sommo di una roccia. Intorno a me il silenzio e la maestosità di una natura ostile ma bellissima. Nel cielo colori viola gettano un riverbero strano sulle pareti graffiate e bucate da povera gente in cerca di ricchezza e le finestrelle delle baracche sembrano fissarmi come occhiaie vuote di teschi.
Un possente senso di sacro. Dovunque giro lo sguardo non c'è segno di vita.
Tra le baracche ombre piccole e grandi mi chiamano e il mio nome mi arriva flautato e distorto dalle folate di vento. Sto ancora là, ritto sulla roccia, a sognarmi indiano o minatore per riempirmi gli occhi dello stesso panorama che si mostrò a loro nel passato.
Nulla è cambiato, si respira eternità. Anche questa è America.


HAWAI'I A GOGO'
Siamo tornati a essere soli la Sgnuffi e io come in luna di miele.
Il Prucino è ormai un giovanotto e va in vacanza per suo conto. Amarilli e Rik si sono dedicati alle profondità del mar Rosso. E allora dev’essere Hawai’i! Non la Rimini di Ohau, ma una delle altre deliziose isole per passionali amanti.
A gennaio trovo un ex-pilota militare che abita a Denver e che mi propone uno scambio con una sua villetta a Kaua’i per luglio. Perfetto! Ma qualche mese dopo mi scrive affranto che la villetta non c’è più: se l’è portata via il vento! La brezzolina del Pacifico ha distrutto un centinaio di case sull’isola, ma l’ex-pilota mi propone una sostituzione: un appartamentino a Maui in un residence sul mare. Okay, purché non tiri non troppo vento!
A fine giugno io e la Sgnuffi soli come sposi, mano nella mano, atterriamo a Denver, Colorado. E’ lì che abita la nostra anziana coppia di scambisti. Ci hanno invitati a far tappa da loro re tre giorni: giusto per conoscerci e mostrarci le bellezze del luogo che per l’ex-pilota comprendono anche una grande base aerea militare, di quelle che si vedono nei film e dove tutti salutano battendo i tacchi anche quando ti portano un hamburger.
Veramente il lussuoso ristorante riservato agli alti ufficiali è un self service con immensi tavoli rotondi affollati dalle vedove. Non che i valorosi ufficiali siano tutti caduto in guerra, semplicemente le donne vivono più a lungo e comincia a vedersi bene.
Anche questo vecchio pilota mi racconta di quando bombardò l’Italia durante la seconda guerra mondiale per liberarci dalla dittatura. Buttare le bombe sui popoli per liberarli è diventato da allora una dipendenza tossica americana.
Non glielo dico al vecchio pilota ancor acosì orgogliosi della sua divisa e delle sue medaglie.
Dottie, la moglie, è dolcissima e molto "friendly". Ci rimpinza di leccornie e frutta fresca e insieme andiamo sulle Montagne Rocciose: c’è un’autostrada che sale fino a cinquemila metri e di colpo siamo in mezzo alla neve e a una terra rossa come quella dei campi da tennis. C’è un posto magico lassù, un posto che gli indiani, pardòn i nativi americani, chiamavano "Giardino di Dio", dove immensi massi dalle strane forme si ergono come dolmen naturali su quello sfondo rosso sangue del terreno che trasmette un messaggio di eternità e di mistero. Un cervo dalle corna ramificate ci guarda dall’alto di uno sperone proteso sul nulla: dev’essere quello del film "Il Cacciatore", ha lo stesso sguardo fiso e penetrante. L’aria è immobile, anche il tempo sembra fermo.
"Restate umana al quia…" mi sovviene il vecchio Dante, ma qui siamo in una quarta cantica: né inferno, né purgatorio, né paradiso. Qui siamo "altrove". E’ una sensazione aliena.
Per arrivare a Maui bisogna passare per Honolulu poiché lì c’è l’unico aeroporto internazionale dell’arcipelago. Si scende dal jumbone e si sale su un "pajarito": una ventina di posti in tutto. Gli isolani pagano 10 dollari andata e ritorno (per loro è il tram che va in centro) e i turisti 150. L’uomo dei ticket lo chiede a me se sono residente a Maui ma non ho la faccia tosta di dirgli di sì e pago 300 dollari per due.
"Maui no ka oi" dicono nelle agenzie turistiche, "Maui è il meglio". Dipende dai gusti. L’isola è splendida però è un po’ la Capri delle Hawai’i: rovinata dal troppo lusso importato.
Il nostro residence sorge dove un tempo c’era un mulino per lo zucchero di canna e si chiama infatti Sugar Mill e ostenta un’antica gigantesca ruota all’ingresso del vasto parcheggio.
Spiagge, mare, sole sono hawaiiani, ancora intatti, e le coste a nordest sono stupende e quasi vergini tutte rocce, foresta pluviale fantastica, cascate e laghetti di una bellezza assoluta, ma molto sull’isola è stato turistizzato e si è perso gran parte del fascino esotico che giustifica un salto di 180 meridiani.
Forse bisogna vivere a Hana, un paesino sulla punta a est raggiungibile con una stradina asfaltata dove passa solo un’auto alla volta, percorribile a passo d’uomo, tutta contorsioni su torrenti e torrentelli, dirupi, onde mugghianti e immensi alberi fioriti dalle foglie larghe come amache, per gustare l’atmosfera antica dell’isola.
Hana è così piccola che io e la Sgnuffi al primo viaggio (cinque ore di tornanti e tornantini!) l’abbiamo mancata. Dopo averla superata senza vederla, abbiamo chiesto al guardiano di un aeroporto grande come un campo da calcio, quanto mancava ancora per arrivarci.
- Probably you blinked while you have passed through…- (probabilmente avete sbattuto le palpebre mentre ci siete passati in mezzo) La Sgnuffi e io siamo di nuovo in luna di miele e Maui ci incanta.
I primi giorni li dedichiamo all’esplorazione dell’isola, così la mia bionda metà dà tempo alla sua pelle di assumere quel delizioso color cioccolata che la rende ancora più sexy.
Tre sono le meraviglie di Maui oltre ad Hana e le sue "pools": il cratere di Haleakala, la Iao Valley e la antica città di Lahaina. Antica in senso americano, vecchia di un paio di secoli.
Lahaina pare significhi "sole crudele" e io e la Sgnuffi ci siamo trovati a camminare sulla sua Front Street alle 2 del pomeriggio e abbiamo battezzato la camminata che separa il entro della città al parco "la traversata del deserto": all’inizio la Sgnuffi era bianca, alla fine era già bruciata.
E’ una città tutta di legno che conserva la struttura del centro baleniero che fu con un museo che mostra come venivano cacciati e squartati i giganti buoni dell’oceano. Pare fosse uno dei luoghi preferiti dai Kamehameha, ultimi re delle Hawai’i.
L’isola di Maui ha un po’ la forma di una tartaruga e la Iao Valley è nella testa dell’animale: è una vasta area di foresta pluviale lussureggiante dominata da un picco di roccia.
La Sgnuffi e io, dopo una notte di passione, ci arriviamo tenendoci per mano, ancora un po’ frastornati dal jet lag, e ci incamminarci sotto le foglie immense e stillanti acqua. Anche stavolta l’esplorazione dura nove passi: il fango sdrucciolevole e la ripidità del pendio ci fermano. Però anche dopo soli nove passi intorno a noi il mondo è verde, fresco, pieno di vita come un utero vegetale.
Haleakala è la Luna, è Marte. Una caldera spenta larga quattro chilometri, la bocca immensa di un vulcano grande come una vallata punteggiata da alti coni di pomice bianca, di sabbia rosa, di cenere grigia, di sabbia rossa. Un’aria fredda e sottile, oh qui siamo sui tremilatrecento metri eh!, aumenta la sensazione di essere su un altro pianeta. L’unica pianta che fiorisce è la "silver sword" e ha foglie che sembrano di argenteo metallo fabbricate da qualche civiltà aliena con un’estetica assai diversa dalla nostra.
Io e la Sgnuffi, dopo un’altra notte di passione, ci arriviamo un po’ stanchi in macchina, su, fin sulla piazzola che si affaccia sulla voragine. La visione di tanta magnificenza aliena cancella in noi ogni stanchezza e corriamo giù nella caldera, tra i fiabeschi coni di polvere colorata. Scendendo l'aria diventa calda, molto calda, e quelle polveri colorate si sollevano e ci colorano. Mi lascia cadere su una finissime pomice bianca che sembra neve se non fosse che è secca secca e più sottile. Mi ricorda il fumetto di farina che si stendeva su ogni cosa e persona nel mulino di un mio zio a Graglia, sulle alpi biellesi nel medio evo della mia infanzia.
Ogni luogo ha la sua leggenda. Qui si racconta che il sole correva veloce nel cielo e i giorni erano troppo corti e le ore di lue non erano sufficienti agli hawaiiani per raccogliere il rizoma e le foglie del taro, base della loro alimentazione, né a lavarsi e fare asciugare il tapo, base del loro abbigliamento.
Allora Maui, il semidio, salì al cratere dell’Haleakala con un laccio e riuscì ad accalappiare il sole e alo costrinse a un patto con lui: meno velocità in cambio della libertà. Così da allora si ebbero 12 ore di luce e 12 di buio.
Il buffo è che in tempi geologici antiche il moto della Terra era davvero più veloce e i giorni più corti, ma non c’erano umani per notarlo. Del resto anche la genesi delle Hawai’i è correttamente riportata dalla leggenda dei suoi primi abitanti, arrivati appena 1500 anni fa da Tahiti e dintorni a bordo di piroghe a bilanciere.
La scienza spiega che le isole sono il prodotto di vulcani sottomarini e poiché la zolla tettonica su si trovano le Hawai’i si sposta nei millenni verso est mentre l’eruzione proveniente dal mantello terrestre resta ferma ecco che si è formata questa mirabile collana di perle in mezzo al Pacifico: le più belle e più isolate isole del mondo.
E la leggenda degli hawaiiani si sposa bene con le scoperte della scienza: per loro la dea Pele, dea del fuoco, cambia casa passando da un vulcano all’altro spostandosi però sempre da est a ovest, in modo da restare sempre a perpendicolo sul pennello di lava che erompe dalle profondità magmatiche del mantello terrestre., di cui ovviamente nulla quei primi abitanti potevano sapere.
E neppure potevano sapere che nell’antichità i vulcani attivi erano quelli ora spenti che sono sulla lontana Kaua’i, per poi passare a quelli di Ohau, di Moloka’i, di Maui e infine a quelli di Big Island. L’avranno arguito vednedo la fila di vulcani spenti di cui l’ultimo invece in eruzione. Infatti dal fondo dell’oceano sta crescendo una nuova isola davanti a Hawai’i, ma è ancora 500 metri sotto il livello del mare quindi è improbabile che io e voi riusciremo a sdraiarci sulle sue coste.
La prima settimana passa così, da una meraviglia all’altra con qualche tuffo in un mare color acqua marina.
L’ottavo giorno, dopo una notte di passione, guardo fuori: la spiaggia gialla assolata che disegna una larga ansa costeggiata dalla strada per Lahaina, il mare placido che nella baia smuore senza cattiveria accarezzando i granchietti che abitano la battigia e mi prende un senso di vuoto allo stomaco mentre nel cervello nasce una domanda non voluta:
- Ma che cazzo ci sto a fare qui? E che cazzo farò per altre tre settimane adesso che l’isola l’ho vista quasi tutta?- Ancora non lo so ma sto vivendo l’inizio della seconda fase di ambientamento. La prima è quella della scoperta, delle gite, della meraviglia, del godimento davanti ai grandi spettacoli della natura. Questa è la seconda: qui manca lo stress, mancano i fini, gli scopi.
Andiamo a fare colazione, la Sgnuffi e io, in un silenzio tormentato: le pancake sono sempre squisite, il caffè americano ottimo e senza fine ma allora che cos’è quel vuoto che resta nello stomaco e quella domanda che torna impertinente a tormentarmi?
- Ma che cazzo faccio adesso? – Si va al mare. Si deve andare al mare. Magari cerchiamo una spiaggia nuova. Così per variare.
Questa fase di disagio dura quasi per tutta la seconda settimana.
La mattina della terza, dopo una notte di passione, mi sveglio riposato e rilassato. Mi stiracchio e guardo fuori: che pace! Quel mare eterno che lecca quella spiaggia con dolezza senza fine. L’ha fatto da milioni di anni, lo farà per altri milioni di anni, e io lì, a guardarlo per un attimo talmente breve da essere incommensurabile sulla scala dell’esistenza geologica. Eppure è un attimo lungo, bello, appagante.
La Sgnuffi e io si va fare colazione mano nella mano. Il sole ci scalda senza più bruciarci, la pelle si è assuefatta e non solo la pelle. Ci sorridiamo sereni: non è felicità, è qualcosa di più completo. E’ assonanza col creato. LA Sgnuffi si stiracchia come una gatta e le pancake sono davvero buone e nutrienti. Mi casca l’occhio su una cartolina. C’è scritto:
"Another shitty day in paradise" e mostra delle palme allungate su una spiaggia d’oro con un mare smeraldino.
"Un altro giorno di merda in paradiso" : perfetto! Ho capito! Stupendo!
La terza settimana è la più goduriosa: tutte le mattine ci svegliamo dopo una notte di passione e ci stiracchiamo complici e felici. Guardiamo fuori: il sole, la spiaggia, il mare e scandiamo all’unisono "another shitty day in paradise!" e andiamo allegri a sbafarci le pancakes e poi a stenderci su una qualche spiaggetta all’ombra delle palme.
Al termine della terza settimana inizia la quarta fase: la vacanza volge al termine, il mese è volato via. Una domanda sorge di nuovo a rompere la serenità mentale:
- Riuscirei a vivere qui per sempre? – Vivere per vivere. Vivere senza avere niente da fare ma facendo le cose che ti va di fare giorno per giorno. Bisognerebbe provare, non si può rispondere senza provare.
Ma prima di essere sicuri di questa risposta la Sgnuffi e io siamo già sul piccolo aereo che ci riporta a Honolulu dove ci aspetta la balena volante che con uno straziante viaggio di quasi 20 ore ci riporterà a casa.
Ci ho pensato per tutto l’inverno e l’estate dopo io e la Sgnuffi decidiamo di riprovare.
Stavolta sarà Big Island, ossia l’isola Hawai’i che dà il nome all’arcipelago.
Niente scambio casa: ho scoperto che per due persone soltanto costa meno affittare uno studio. Luglio e agosto per le Hawai’i sono bassa stagione e i fitti non sono cari. Per meno di mille dollari affitto un appartamentino in un residence.
Bruttino da fuori: quando lo vediamo io e la Sgnuffi restiamo un po’ male. Sembra un grosso canile formato da una trentina di grosse cucce.. Invece dentro è carino e bene arredato con tutto quello che serve.
Big Island è davvero big: quasi come mezza Sicilia, 10.458 kmq! Per fare il giro completo del suo perimetro basta a mala pena un intero giorno in auto. Anche qui c’è un lato dell’isola che è impraticabile dove spesso la lava del vulcano Mauna Loa si versa nel mare.
Sono 18 anni che il Mauna Loa erutta in continuazione con la sola eccezione di questo luglio. E dire che ho scelto Big Island proprio per vedere l’eruzione.
La salita al vulcano è comunque uno spettacolo: la strada asfaltata porta fino al cratere e man mano che si sale la vegetazione cambia. A mille metri di altezza sembra di essere nelle valli biellesi: querce, castagni, pini. A duemila siamo a Oropa e sono rimasti solo i pini mentre i rododendri fioriscono tra le rocce affioranti. A tremila siamo al lago del Mucrone: più niente alberi, solo qualche arbusto e stelle alpine. A quattromila siamo sulla vetta del monte Mars: muschi e licheni e qualche spruzzata di neve. A quattromila cinquencento metri c’è la lava. La sento ribollire sotto la crosta fumante. Fino a pochi giorni fa c’era una fontana di lava alta cinquanta metri che illuminava la notte! Al centro sismologico posso controllare le registrazioni grafiche. Da un momento all’altro l’eruzione potrebbe riprendere. Potrebbe, ma non lo sa.
Anche sul Mauna Kea la strada porta fino al cratere, però il vulcano è spento e c’è il grande osservatorio astronomico internazionale. Il Mauna Kea è poco più alto del suo fratello bollente ma sulla cima c’è la neve. Mi dicono che questo è uno dei pochi posti al mondo che in inverno si può sciare e poi tuffarsi nelle acque calde del Tropico.
Però l’ultimo tratto di strada che porta all’Osservatorio non è asfaltato ed è consigliato l’uso di un’auto a quattro ruote motrici. La Sgnuffi e io ci siamo arrivati imbacuccati come se fossimo a Cortina ma con una normale auto a noleggio e guardiamo invidiosi il gruppo dei turisti equipaggiati che viene sottoposto dalle guardie locali ad uno strano esercizio per far loro ricordare i nomi di tutti quelli che saliranno all’Osservatorio. Non ho capito il perché, ma mette tensione. Lascio partire la carovana e poi attacco la salita ghiaiosa, stretta e con uno strapiombo folle sulla destra, innestando una rabbiosa ridotta sul mio cambio automatico. L’auto sale bene ma la Sgnuffi no. Ha paura e devo tornare indietro: grandi telescopi, addio!
Il centro della parte nord dell’isola è occupata dall’immenso ranch di mister Parker.
Il primo Parker è morto da tempo. Fu lui a portare mucche e tori sull’isola e sposò anche una figlia del re Kameahameha I, nativo di Big Island, il napoleone delle Hawai’i che, più o meno contemporaneo del napoleone nostrano, unificò tutto l’arcipelago sotto il suo potere.
Non c’erano cowboy e pare che i primi che Parker importò insieme alle mucche fossero spagnoli, per cui qui il mandriano si chiama "paniolo".
Scoviamo una spiaggetta personale. Si arriva ad Anaheo’omalu Bay e si parcheggia, poi si cammina lungo la costa per una ventina di minuti e si sbuca in paradiso. Una caletta con un istmo sabbioso che dà l’illusione che gli oceani siano due, incoronata da folte palme stracariche di noci di cocco. Ci sono due grossi scogli in mezzo alla baietta, ideale per una caccia subacquea poco sub e appena acquea.
Dopo una notte di passione e le pancake del mattino col litrone di caffè, verso l’una PM è mio compito far cadere un cocco, aprirlo, berlo insieme alla mia compagna, spezzarlo e mangiarne una metà. Vale come un piattone di spaghetti alla matriciana e non si ha più fame fino a sera.
Di solito il parcheggio di Anaheo’omalu Bay è popolato di una cinquantina di auto, pick-up isolani e vetture a noleggio affittate dai turisti. Però oggi, alle 5 PM, quando la Sgnuffi e io torniamo dalla nostra giornata di paradiso, io un po’ stanco per una lunga pescata all’inseguimento di un grosso pesce che si era infrattato in un labirinto di piccole grotte e che, una volta preso, si era rivelato un immangiabile pesce palla che mi fissava con occhi tondi e interrogativi e a cui avevo restituito un’incerta libertà., il parcheggio è completamente vuoto: c’è uan sola auto, la mia. E le sbarre d’uscita sono abbassate. Prigioniero nel parcheggio, nel nulla della sabbia e della lava della grande pianura.
Vedo la garitta di un guardiano e vado da quella parte. La guardia mi vede e mi viene incontro:
- Did you meet anyone? – mi chiede sarcastico. Porca puttana, uno squalo! Ecco perché non c’è nessuno! Hanno fatto andare via tutti! Sì, mi conferma il guardiano, hanno dato l’avviso tante volte con gli altoparlanti. C’è uno squalo tigre sotto costa, una bestiola di lunga tre metri, un po’ nervosa perché ha azzannato il fondo di una barca.
E io che stavo beatamente infilzando pesci !
- No, sir. Of course I didn’t meet anyone!- rispondo sorridendo con noncuranza, forte del mio fucile a elastici e col mio borsone gonfio che potrebbe contenere chissà quale pescato.
Mi allontano camminando alla John Waine, cercando di tenere la pancia dentro il costume da bagno. Mi sembra di sentirmi seguito da uno sguardo di ammirazione.
E così la prima fase, quella dell’esplorazione, si è portata via la prima settimana. Ormai conosco il meccanismo e quando mi ritrovo a pensare "ma che cazzo ci faccio qui adesso?" non mi dà più tanta ansia: so che passa.
Bastano infatti quattro giorni per arrivare lisci lisci alla fase stiracchiante con sbadiglio da felino soddisfatto della "another shitty day in paradise", così ho più tempo per rispondere alla domanda cruciale "riuscirei a vivere qui per sempre?"
"So you want to live in Hawai’i" è il titolo del libro che scovo in libreria. E’ quello che fa per me e me lo leggo sbracato al sole sdraiato sugli sdrai del Ritz-Carlton sulla Kohala Coast così la Sgnuffi si sente più al sicuro dal morso degli squali. Non c’è bisogno di essere clienti del lussuoso hotel per usare le sue "facilities". Qui le spiagge sono tutte libere e ognuno va dove gli pare senza essere importunato.
Allora, vediamo un po’ se sono pronto a diventare un kama’aina, ossia un residente stabile in paradiso oppure restare un haole, praticamente un pirla che non si sa adattare all’eden.
Tra i requisiti del test ce n’è uno che la Sgnuffi non supererà mai. Dice " siete un kama’aina quando uno scarafaggio volante lungo due pollici atterra sulla tua camicia e tu non fai una piega".
In paradiso non c’è niente di velenoso, niente che ti sbrana. Puoi camminare per giorni nella foresta pluviale hawaiiana e il massimo che ti può capitare è la puntura di una vespa, però gli scarafaggi ci sono, magnifici, bruni, lucidissimi e puliti.
Peccato! Il paradiso senza le notti con la Sgnuffi sarebbe paradiso? Gli altri requisiti sono ala portata nostra, come il dar via tutti i vestiti invernali, non togliersi mai il costume da bagno di dosso (in verità gli abitanti fanno il contrario, usano i normali bragoncini anche in mare), levarsi sempre le scarpe prima di entrare nelle case, mettere nella lista della spesa le micidiali salse orientali, non uscire mai dall’oceano dandogli la schiena e sorridere senza motivo, solo perché uno è vivo.
Mi resta il dubbio: finora, in tante settimane, di scarafaggi volanti che atterrino sulla Sgnuffi non ne ho visti.
E’ già tempo di tornare nella vecchia Europa e faccio le valige ancora roso dal dubbio: potrei diventare un kama’aina?
Per tutto l’inverno incontro amici che mi chiedono la stessa cosa: ma tu vivresti alle Hawai’i per sempre? L’amico valerii di cultura cinematografica per mestiere aggiunge: ricordi Odissea Nuda?
Come no! Enrico Maria Salerno, amico dei tempi andati e protagonista di quel film, mi raccontava di aver trascorso trenta notti in un amaca tesa tra due palme, le cui corde erano state isolate con degli imbuti sperando di fermare il cammini di ragni e insetti, rannicchiato nella rete, ossessionato da qualcosa che vicino, troppo vicino, faceva un suono come "zzzzzz-tèèk!".
- Le Hawai’i sono USA – rispondo scuotendo il capo – E’ questo il bello. L’esotico, il paradiso tropica, ma non lontano dalla civiltà. Se ti prende un coccolone in pochi minuti un elicottero ti porta in un modernissimo ed efficiente ospedale di Honolulu. Probabile che ci arrivi prima che non dai Parioli al Policlinico di Roma.- Gli amici sospirano dubbiosi: le Hawai’i per tutti sono le immagini inventate da Hollywood con stupende donne in sarong che colgono banane mature da compiacenti banani, bevono latte di cocco sullo sfondo di piccole onde dalle schiuma gentile mentre Elvis Presley canta "Blue Hawai’i".
E invece non è così. Elvis Presley di solito non canta. A essere pignoli anche le banane devo essere colte verdi altrimenti se le mangiano le formiche prima delle morbide donnine dei film hawaiiani e le donnine, se le vuoi, è meglio che te le porti appresso. A molti ne basta una.
Guardo le mappe dell’arcipelago per rivivere quei giorni di merda in paradiso, come dicono i locali. I nomi die posti sono talmente lungi e sillabici he li confondo tutti" Anaeho’omalu bay, Anauma bay, Ka’alu’alu bay, Kalapana beach, Waikaumalo park, Laupahoehoe beach, Pu’ukohola heiau, Kalahuipua’a beach, Honokohau bay, Kealakekua bay, Ho’opuloa Miloli’i, Humuhumu point…." e poi quasi tutte le isole hanno una "Waimea", una "Maunaloa", una "Ki’ei", "Kihue" "Lihue"… insomma si fa prima a lasciar perdere e a inventarsi nomi più semplici..
Un’isola attira la mia attenzione: Moloka’i. C’è stato un lebbrosario qui fino al 1946 e il turismo se ne tiene ancora lontano. La capitale ha un nome che non si dimentica: Kaunakakai. Abitanti: seimila amici, dice la guida.
L’estate prossima ci vado. C’è un cottage in affitto per mille dollari proprio davanti a un campo da golf accanto alla spiaggia più lunga delle Hawai’i: Papohaku, sette chilometri e mezzo di sabbia rosa. L’"owner" mi dice che non si usano chiavi là, ogni porta ad una tastierina e basta formare il numeretto giusto di tre cifre e si entra.
Tre cifre? Anche un bambino troverà quello giusto in pochi minuti! L’"owner" ne conviene ma non sembra turbato: così se me lo dimentico riuscirò a entrare lo stesso!
La vita è quella cosa che succede mentre tu stai facendo altri piani, ha detto un saggio.
Infatti, nonostante la caparra di 500 dollari già pagati ci si deve rinunciare: il Prucino s’è beccato una brutta infezione e non si può partire. Sarà per l’estate prossima.
Macchè. Nonostante la conferma del gentile "owner" del cottage che dichiara buona la vecchia caparra versata anche quest’estate non si può partire per guai famigliari.
Sarà per le estate prossima. Insomma una di queste estati ci vado.
E’ la volta buona. Il prucino quest’anno fa degli stage ri giornalismo. Si è laureato, il bambino, in Scienze Politiche, ha preso un Master in relazioni Internazionali e si è iscritto a Bologna per una seconda laurea in Storia e frequenta a Urbino la scuola di giornalismo.
Sta benone e quindi contato di nuovo il gentile "owner": si ricorda perfettamente di me, i 500 dollari versati valgono ancora e così saldo e faccio le valige.
La Sgnuffi e io voliamo fino a Los Angeles dove ci aspetta un’amica che vive a Mission Viejo 80 km più a sud. Ci fermiamo da lei tre giorni per spezzare il viaggio e godere dell’ospitalità affettuosa di Marcia e Mike. Marcia mi ha dato una mano con l’inglese nelle traduzioni dei miei copioni che sono diventati "script" e io finalmente uno "screenwriter".
E’ comodo spezzare il lungo volo intorno al mondo e così arriviamo a Moloka’i freschi come rose. E stavolta, quando facciamo scorrere le grandi vetrate del nostro cottage e usciamo sul "lanai", il paradiso ci si presenta in tutta la sua perfezione: una larga striscia di prato verdissimo, morbido come una moquette, chiusa da un cerchio di bassi cottage confina con un ondulato campo da golf dove il green è però diventato brown e sfuma nella sabbia rossa delle calette ricamate intorno a nere rocce laviche lucide come la testa di certa gente. Palme altissime e snelle frusciano come grandi ventagli alla perenne brezza fresca che soffia nord-ovest, imponenti alberi di eritrina dai fiori color sangue fresco esplodono come un fuoco d’artificio mentre i maggiociondoli arcobaleno formano immense cascate di fiori sulle spade fiorite degli ibiscus.
Poco oltre si apre la spiaggia di Papohaku: ci andiamo, storditi, affascinati, la Sgnuffi e io, mano nella mano. Attraversiamo boschetti di palme da cocco circondate da centinaia di noci di cocco a terra, come gigantesche corone di elmi di cavalieri che hanno abbandonato le armi entrando in paradiso. A "mauna", ossia verso terra, un erta rossa con grossi ciottoli caotici ricorda talmente la foto scattata su Marte da insospettire che l’abbiamo fatta qui, e poi il beach! La spiaggia immensa che si distende in un ampio arco pigro, rosa carico in contrasto col blu del Pacifico. Sono le tre del pomeriggio di un giorno di luglio e non c’è nessuno! Non solo: l’immenso arenile accarezzato dal vento non presenta traccia di impronta di piede umano!
Io Adamo e lei Eva avanziamo su questa spiaggia vergine, in un mondo vergine e bellissimo, privo di serpenti e di padreterni incazzosi. Guardo le orme che lasciamo: sembrano davvero i primi passi dell’Uomo!
Le onde muoiono dolci sull’arenile, tiepide, carezzevoli, invitanti. C’è una scogliera che chiude la spiaggia su un lato, nerissima e travagliata, certo piena di grotte, anfratti, cunicoli pieni i pesci. Ho lasciato il fucile ad elastici nel cottage, per oggi solo estasi estatica.
A Moloka’i i classici periodi: esplorazione, "che cazzo ci faccio qui", rilassamento nei beati "shitty days" e poi la domanda tarlo: riuscirei a vivere qui? non vengono scanditi.
Il posto è troppo perfetto. Gli abitanti di questo eden hanno appositamente mandato in malora il golf e lo Sheraton Hotel perché non guastassero la perfezione naturale. L’amministrazione di contea con sede a Maui ha chiesto 25 milioni di dollari ai "golfer" per bagnare il campo e ha impedito la costruzione di altri cottage. Così il campo da golf ha diciotto buche ma sul brown anziché sul green e ci giochiamo assolutamente gratis.
La Sgnuffi e io viviamo in un paradiso di privilegiati dove non è il denaro a fare il privilegio: anzi, il denaro viene punito! Quindi è proprio il paradiso.
Kaunakakai è un villaggio western di Sergio Leone. Peccato che ci sia qualche automobile perché qualche cavallo attaccato alla barra davanti al saloon si vede ancora.
Le costruzioni sono tutte di legno, basse e senza pretese con delle loggette per riparare dal sole. Un paio di supermercati ben nascosti e due ristorantini pizzeria.
Per mangiare del buon pesce senza spendere molto meglio arrivare a Kualapu’u, alla Casa Internazionale dello Slow Food, vicino al grande smercio di caffè della Malulani Estate che è la prima coltivazione dell’isola e il migliore caffè del mondo. Ne potete bere di ogni tipo, anche al gusto di cioccolata, assolutamente gratis, seduti sulla veranda dello smercio, poi potete comprarne un kilo o dieci kili o niente. Potete sorseggiare cento caffè e basta. Qui il denaro non è tutto.
Quando la Sgnuffi e io sentiamo il bisogno di un pranzetto elegante allora andiamo a Maunaloa. C’è un lussuoso albergo in questo villaggetto con un ristorante di classe.
C’è perfino una multisala con tre schermi! L’ufficio postale invece è uno sportelletto aperto direttamente sulla strada, vicino al bazar delle cineserie.
Qui nessuno chiude le auto anche se piene di pacchi e pacchetti. Nemmeno le barche chiudono: c’é uno yacht a vela ormeggiato giù a Hale o Lono Habour, dove parte la regata della Aloa Week affidato solo alle cime e all’onestà di tutti.
Tutti vanno piano. Camminano piano. Mangiano piano. Lavorano piano.
- Take it easy! It’s a island! – ti dicono se ti affretti. Certo, dove vai? E’ un’isola. Anche la vita, se ci pensate, è un’isola: ad un certo punto finisce e affrettarsi non ha senso.
Sento che sto diventando un kama’aina…..
Il lebbrosario era sistemato sulla penisola di Kalaupapa, una lingua di terra triangolare larga e lunga qualche chilometro, separata dal resto dell’isola da una parete a strapiombo alta seicento metri. Portavano i malati verso la penisola con le navi, ammassati a prua e, arrivati a cento metri dalla costa li spingevano in mare con delle pertiche. I più fortunati annegavano subito e gli altri arrivavano sulle coste sabbiose di Kalaupapa e venivano sottoposte a ogni tipo di angheria da parte dei violenti e dei più forti che comandavano sul branco di disgraziati buttati lì a morire.
Poi un giorno del 1873 arrivò un prete belga, cattolico, di 33 anni, chiamato Father Damien. Il prete avrebbe dovuto restare coi lebbrosi due settimane ma fu talmente colpito dalla disperazione di quei disgraziati che ci rimase tutta la vita riuscendo a creare una parvenza di società civile anche in mezzo a quella gente dannata a non vedere più i propri i cari e a morire.
Father Damien morì di lebbra anche lui 16 anni dopo ma intanto aveva costruito dozzine di case, alcune chiese, degli ospedali e 2000 bare. Questo sì che è un santo! La Chiesa di Roma ha aperto un lungo lentissimo processo di canonizzazione: aspettano che qualche allucinato dica di essere stato guarito da lui, aspettano i miracoli, come se quello che ha fatto in vita non fosse sufficiente.
Quasi sopra il dirupo che strapiomba su Kalaupapa c’è un gigantesco fallo di pietra creato dalla natura. E’ il mitico Phallic Stone presso cui le donne hawaiiane che non riuscivano ad avere figli andavano a passare la notte…. anche i giovani dei villaggi lo sapevano ovviamente e spesso il miracolo si compiva. Tanto la paternità naturale è l’ultima delle preoccupazioni degli hawaiiani di oggi che, pur avendo solo qualche gene antico nelle vene, hanno assorbito e trasmesso i meme culturali dei primi abitanti.
Tra il nostro cottage la capitale c’è una quarantina di chilometri di una bella strada perfettamente asfaltata percorsa da un paio di dozzine di pick-up e qualche automobile alla rigorosa lentezza di 88 km/h come massimo. Strada ampia, strada deserta in un panorama di terre rosse che solo a metà dell’isola iniziano ad essere coltivate: perché noi viviamo nella parte dry di Moloka’i, dove non piove mai. Ci si può fare una canzoncina.
Gli abitanti originari invece vivevano nelle profondi valli "wet" scavate dai torrenti che cadono in mare dove se pianti un seme il giorno dopo c’è già una foresta.
A volte compro filettoni di mahi-mahi (a Roma si chiama lampuga e non se la fila nessuno) e poi io e la Sgnuffi ce li facciamo al barbecue sotto la luna piena che ci inonda di luce magica, nel frusciare dei flabelli delle palme, avvolti dai profumi dei fiori, della terra vergine, dell’oceano. Di notte stiamo con lo stesso costume da bagno che abbiamo di giorno, l’aria è tiepida e vien voglia di togliersi anche quello.
Per quanto mi aggiri in questo paradiso non riesco a trovare l’albero del bene e del male.
Questo è un vero eden, senza scherzi da prete.
Guastano tutto il computer e la TV. Il computer mi permette di leggere i giornali italiani e la TV commenta un massacro fatto dai poliziotti italiani a Genova dicendo he abbiamo al governo una gang di postfascisti di xenofobi comandata da un signore dal passato losco e da un conflitto di interessi comico.
Adesso rimanere qui sembra una fuga. Che sta succedendo in Italia? Dobbiamo tornare.


GLI AMERICANI A ROMA
Tempi brutti per l’Italia. Tutti i giornali del mondo ci deridono e ci insultano.
Sempre più spesso amici americani e amici degli amici degli amici americani vengono a Roma e fanno tappa a casa mia. Hanno scoperto che ho una stanza per gli ospiti e loro si sentono ospiti. Sono contento, così posso spiare le loro reazioni a contatto col nostro way of life. Però molti mi pongono una domanda spinosa: noi Italiani siamo un popolo di coglioni o di furfanti?
Tergiverso. E' che loro non capiscono le nostre anomalie.
Fortuna che hanno tutti un problema di bidè, this stupid thing, sconosciuto negli States. Non riescono a capirne la filosofia. Uno mi ha chiesto se é un orinatoio da restroom staccato dal muro e messo sul pavimento, un altro mi ha consigliato di lavarmi tutto il corpo invece che solo quelle parti lì...
Qualcuno finge di usarlo e lo inserisce nella conversazione:
- While I was using my bidè this morning...-
L'amica di un amico di un amico di Bruce di San Francisco (gli americani usano considerare amici gli amici degli amici e ogni tanto uno sconosciuto suona alla mia porta mostrando le sue "credenziali") mi ha detto che quella cosa la usano solo le puttane: a lei basta fare la doccia ogni mattina per sentirsi pulita. E' stato imbarazzante parlarle di merda, ma non ho trovato argomenti migliori.
Càpita anche che si ripetano vecchi aneddoti: un giornalista, amico degli scambiatori di Chicago, mi ha detto che siamo pieni di rovine: abbiamo avuto 2000 anni per sistemarle e invece son sempre lì.
Un architetto, amico degli scambiatori di NewYork, mi ha confessato di trovarsi a disagio in Europa, perché le nazioni han confini così ravvicinati che se si prende un gatto per la coda e lo si fa girare si rischia di espatriare due o tre volte. Ha un senso di claustrofobia continuo: strade strette, macchine piccole, letti corti, ascensori che sembrano armadietti per le scope, negozi in cui non ci si può muovere, affollamento dovunque anche nelle campagne dove non si riesce a trovare un panorama vuoto di case.
La figlia di un amico di Jerry che studia in Germania è venuta a Roma per una settimana: bella ragazza molto aperta in ogni senso, loda i maschi italiani sempre pronti e disponibili, ma é disgustata dagli europei in genere:
- Dovunque in Europa, ci sono due file davanti alle nostre ambasciate: una per protestare contro l'imperialismo e l'altra per ottenere la green card e venire a vivere nel nostro Paese.-
La bella californiana ha ragione, a Roma si fanno megacortei per la pace ogni volta che si può insultare l'America: "Saddam dacci un altro Vietnam" dicevano i cartelli durante la guerra del Golfo e spero che il mio ospite di turno non abbia capito.
Dopo aver visto la parete nera di Washington c'è da vergognarsi di appartenere alla stessa razza di quegli infami scrittori di slogan. Nessuno ha manifestato durante la guerra Iran-Irak, per il genocidio in Cambogia, lo sterminio degli Armeni o per le stragi jugoslave: che gusto c'è se non si possono insultare gli americani?
E c’erano ancora le torri gemelle in piedi!
Un amico di Baltimora mi ha fatto notare che a Roma tempo e spazio sono elastici: cinque minuti possono significare un quarto d'ora o un'intera mattinata. "Torno fra cinque minuti" vuol dire semplicemente "tornerò prima o poi", e quando chiede una misura di distanza, è sempre "five miles", sia che si tratti di cinque chilometri o di venti. Gli batto una mano sulle spalle: la cortesia sta già tutta nel rispondere in inglese a Roma e poi anche alle Hawai’i c’è il cosiddetto "hawaiian time", ossia "arrivo quando mi pare".
- Adesso, che vuol dire entro una mezz’ora, magari andiamo a vederci il Colosseo dal vivo -
Il baltimorese mi stacca un polmone con una manata sulla schiena scoppiando a ridere.
Il Colosseo è chiuso per lavori in corso e l'americano mi chiede di tradurgli "magari". Magari fosse facile! Tento mentre ci incamminiamo verso Piazza di Spagna:
- Magari vuol dire "volesse dio", magari è una cosa che si desidera ma che non si osa sperare. Qualche volta si usa per indicare il male minore oppure per non dire né sì ne no.-
- Come ni? -
- Magari in modo meno dichiarato... oh scusa, ho usato di nuovo magari che in questo caso ha più il significato di forse... -
- Italiano lingua difficile, troppo precisa.-
- Magari! L'italiano è ambiguo, è una lingua letteraria che nessuno usa realmente. Per comunicare usiamo i dialetti e gerghi.-
L'americano guarda la scalinata del De Sanctis gremita di gente. Un boro con l'orecchino piantato nel lobo carnoso e il chiodo sulle spalle si avvicina ad una bionda un po' punk gonfiandosi come un ranocchio e le chiede:
- T'arisulto?-
Quella gli dà un'occhiata indifferente e risponde:
- M'arimbarzi.-
In due parole dichiarazione d'amore e rifiuto che non lascia speranze: in lingua italiana sarebbe impossibile.
Ritirandosi nella stanza degli ospiti, l'amico di Baltimora (Balmore, dice lui) ci dà la buonanotte e ci assicura che si farà un bel bidè prima di andare a dormire. Cerca di essere gentile, son più che certo che si farà la doccia e quando arriverà a lavarsi lì penserà che siamo proprio strani con quella stupida inutile cosa piantata vicino alla tazza.
Sono contento che rimanga quest'incomprensione per il bidè: ormai le differenze tra il vecchio e il nuovo continente si son fatte piccole e presto saremo tragicamente tutti omologhi ma la fiaccola della civiltà nel suo secolare giro da oriente verso occidente è oggi arrivata sulle sponde del Pacifico.
Come mi disse quel professore di Berkeley, laggiù stanno cercando di erigere le loro Piramidi e i loro Partenoni, che saranno la conquista dello spazio, il miglioramento del cervello dell'Uomo, la sconfitta della vecchiaia e della morte... noi purtroppo alziamo le nostre matite, nere animelle di grafite chiuse in asticelle di legno per vergare segni su papiri di pasta di cellulosa, e diciamo con orgoglio da stronzi che esse sono e rimarranno i nostri unici computer.
Loro sono giovani, facili agli entusiasmi e all’inganno, ma ancora credono negli ideali e cacciano ministri sol perché non han pagato i contributi alla serva, noi siamo vecchi cinici e ci teniamo ministri sospetti di estorsione, furto e connivenza con la mafia. Noi sappiamo come va il mondo e quei poveri ingenui sulle coste del Pacifico credono ancora nell'onestà insista nell'uomo.
Noi pisciamo tutti i giorni contro un cippo dell'Impero sull'Appia Antica e portiamo i cani a cacare sui ruderi millenari di morta grandezza e quei poveri americani senza radici conservano religiosamente l'orinale del loro primo presidente.
Noi abbiamo letto le due o tre dozzine di libri che ci permettono di conversare nei salotti o nei talk show facendo "bella figura" e quei poveri figli di cow-boys non riescono neppure a capire che cosa sia un "bella figura" e poi, ma avete visto come si vestono?
Ai primissimi di settembre, un avvocato di Washington chiede ospitalità e mi capita a cena anche un amico intellettuale regista cinematografico di sinistra, ormai non più rosso ma rosa shocking. Il discorso si fa subito politico:
- Aveva vinto Gore! Bushetto è al potere perché c’è negli States un'invincibile cricca di reazionari al potere, tenuta su a suon di dollari da fascisti, razzisti ed ebrei!-
Questa la tesi del mio amico rosso stinto. Taccio per carità di patria e lui si aggiusta la zazzera grigia.
Siamo alla frutta e si parla ancora di guerre: Golfo, Jugoslavia, Kosovo. Il regista sospira e fissa l'americano negli occhi, infilandosi in bocca acini d'uva:
- E' che voi non siete mai stati invasi. Non conoscete l'orrore della guerra. Per voi la guerra é come...-
L'avvocato lo precede sorridendo:
... come un film di John Wayne, right?-
Rosa shocking è un po' spiazzato ma annuisce.
- Con i buoni da una parte e i cattivi dall'altra, perché noi siamo semplici e stupidi, right?-
Prima che l'ex-rivoluzionario possa aggiungere sillaba, l'avvocato parte in quarta arrochendo la voce e simulando un pesante accento texano, stomaco in fuori e posizione western:
- E allora senti questa: noi siamo cattivi. Siamo i peggiori figli di puttana che mai abbiamo corso nelle Reeboks. Non siamo mai stati invasi? Voglio vedere chi ha il coraggio di provarci! Noi beviamo napalm per colazione, violentiamo e rapiniamo per tenerci in allenamento, siamo più alti, parliamo più forte, sputiamo più lontano, scopiamo più a lungo e abbiamo più cose di quelle che voi potete nominare. Facciamo morire di fame il terzo mondo e abbiamo fatto crollare i paradisi comunisti. Noi mangiamo piccoli Paesi come i vostri a colazione e li cachiamo prima di pranzo.-
Guardiamo l'avvocato a bocca aperta. Lui ride forte e dà una manata sulle esili spalle del mio amico regista:
- E così che ci vedete voi europei, isn't it?-
It is. It is.
Poi buttano giù le torri a New York e noi diventiamo tutti americani e andiamo in piaza a sventolare le "loro bandiere! mai visto, neppure in colonia...
Al ritorno da Moloka’i, la Sgnuffi e io ci siamo fermati a NY per qualche giorno. Volevo visitare il nuovo planetario al Museo di Scienze Naturali a Central Park: erano gli ultimi giorni di agosto. Non siamo andati giù a Battery Park a guardare le torri gemelle, non potevamo sapere che non le avremmo viste mai più.
Questa è una delle più grandi fregature del vivere: c’è sempre un momento in cui fai una cosa per l’ultima volta ma quasi mai si hai coscienza che è l’ultima.
Chissà se è stata l’ultima volta che io la Sgnuffi siamo stati alle Hawai’i.

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