Letture Varie

GREYHOUND
Torniamo alla stazione degli autobus con l'unicorno e i nostri bagagli stile Amundsen e alle diciotto partiamo per il profondo sud, destinazione Atlanta, o "Elèna" come la chiamano i suoi abitanti, imbarcati su di un lussuoso bus della Greyhound, il cui levriero in corsa è dipinto sulla fiancata metallizzata, e suggerisce scatto e velocità.
Il bus è comodo, sul fondo c'è una pulitissima profumata toilette in inox come quella degli aerei. Lo guida un ercole nero col cappelletto della ditta. I nostri compagni di viaggio sono per metà bianchi e per metà neri.
Mi siedo accanto ad un finestrino, deciso a dare una buona occhiata a questa parte di America. Il bus attraversa Manhattan e si infila sotto l'Hudson nel lunghissimo Holland Tunnel che collega NewYork con Jersey City. La Sgnuffi, che soffre di claustrofobia, ha attimi di angoscia pensando che sopra la sua testa scorre un fiume.
Torniamo alla luce nel New Jersey. Brutto posto, case squallide, terreni erbosi macchiati di acquitrini, grandi fabbriche fumose, capannoni, carcasse arrugginite della civiltà dei rifiuti. Il bus prende la statale numero 1, si tiene sulla corsia di estrema destra e stabilizza la propria velocità di crociera: 55 miglia, circa ottantotto chilometri orari. Questi sono i limiti di velocità dello Stato di New York e di tutti gli stati dell'Est: muoversi ad 88 chilometri l'ora su un'autostrada a dodici corsie dà la sensazione di essere fermi. Il levriero dipinto sulla fiancata si sarà messo comodo a sonnecchiare.
Mi consolo pensando che andando piano potrò vedere meglio questa fetta di States: alberi, boschetti, foreste, pianure verdi, ondulate colline disabitate e di nuovo alberi e alberi e alberi. L'unico segno della presenza dell'uomo sono le auto che lentamente ci sorpassano, infrangendo i limiti di velocità del dieci per cento, delitto tollerato dalla polizia stradale, che è l'altro segno di umanità su questo mississippi d'asfalto che attraversa selve mai abitate. Ogni ventina di miglia scorgo un'auto bianca e blu appostata fra i cespugli oltre il guardrail, oppure una coppia di agenti in moto pronti a scattare, ma spesso sono finti: spaventapasseri per uccelloni motorizzati.
Il sole cala sulle cime altissime degli alberi che hanno chiuso intorno alla highway ogni possibilità di panorama.
La prima fermata é alla periferia di Trenton: pochi minuti di sosta e via verso Filadelfia. Qualche passeggero bianco è sceso, qualche passeggero nero è salito. Sciltian si é appisolato e la Sgnuffi mi lancia un sorriso in cerca di incoraggiamento:
- Manca molto?- mi chiede, sollevandosi dall'unicorno.
- Diciassette ore.- Abbassa le lunghe ciglia come una bambola messa bruscamente supina.
Filadelfia è ben illuminata, il bus infila un vialone con chilometri di prospettiva. Una molletta da bucato alta dieci metri fa monumento nella piazza del municipio, forse in ricordo dell'unico giorno in cui il signor Penn si lavò le mutande e le stese ad asciugare nel proprio giardino, la Penn...silvania appunto, dove costruì la "città degli amici". Mister Penn in oro tiene d'occhio la molletta dal sommo della City Hall.
Il bus sosta pochi minuti: gli ultimi bianchi scendono e altri neri salgono. Quando ci rimettiamo in moto, la biondissima Sgnuffi, il biondo Sciltian e il pelato io siamo gli unici esponenti della razza padrona, torturatrice e massacratrice di migliaia di poveri schiavi negri. Adesso i loro figli ci guardano.
Un senso di disagio coglie me e la Sgnuffi mentre Sciltian, annullato dal sonno, non avverte l'aria di pericolo. Studio le facce dei miei compagni di viaggio e scopro la radice del razzismo. Queste facce d'ebano, queste labbra carnose, questi nasi camusi piantati fra muscoli facciali dai movimenti sconosciuti, non mi dicono niente. Siamo abituati a farci un'idea del nostro prossimo alla prima occhiata: quello è un impiegato, questo dev'essere un operaio, vicino a quell'altro è bene tenere una mano sul portafoglio, con quella signora elegante ci potrebbe scappare qualcosa, questa biondina non ha ancora scopato e quel vecchietto là dev'essere stato negli alpini. Molte di queste "idee" sono probabilmente sbagliate, ma le facce ci suggeriscono giudizi immediati: di questo mi fido e di quello no. Questa mi piace e quella no.
Invece queste sessanta facce nere non mi dicono nulla, se mi servisse aiuto non saprei a chi rivolgermi, non riesco a distinguere un possibile santo da un possibile assassino.
Questo dà una sottile angoscia che si sfoga in irritazione: ma perché non stanno a casa loro questi musi neri? Ma qui stanno a casa loro e i diversi siamo noi, maledetti musi bianchi.
A Baltimora qualcuno sale e qualcuno scende, tutti assolutamente neri. Sonnecchio tenendo l'animo alzato. E' quasi mezzanotte quando nel finestrino passa la Casa Bianca illuminata dal basso come il Colosseo, ma da luce bianchissima.
Sveglio Sciltian che apre un occhio: non guarda la Casa Bianca, guarda le facce tutte nere dei nostri compagni di viaggio. Gli sorrido rassicurante:
- Siamo gli unici bianchi. Su queste linee di lunga percorrenza viaggiano solo persone di colore.-
- Perché sono abituati a soffrire...- mi risponde il pargolo e resta con gli occhi sgranati sulle quelle facce inclassificabili.
Uno sguardo dal ponte sul Potomac, pochi minuti di fermata in una stazione anonima e Washington D.C. é già alle spalle. Puntiamo su Richmond, capitale della Virginia e la Sgnuffi mi sussurra che vorrebbe andare a lavarsi le mani, poiché anche la mia vescica manda segnali di protesta, vado in esplorazione alla toilette, lentamente, voltandomi spesso a controllare la macchia lunare dei capelli della compagna della mia vita nell'assoluto nero vivente di questo bus profumato di muschio emanato da pelli aliene. Mi accoglie un tanfo di orina: è la prima volta che trovo puzza in un cesso pubblico americano, vuoi vedere che anche qui scendendo al sud cala l'igiene? Subito dopo mi accorgo, a spese dei miei pantaloni, dell'impossibilità di centrare la tazza di un pullman sobbalzante e dondolante che fa venire il mal di mare.
Torno al mio posto e consiglio alla Sgnuffi di aspettare la prossima fermata. La luna trae riflessi d'argento dalle foglie degli alberi che fanno parete da entrambi i lati della strada, impenetrabili e impenetrate. Neanche i fari riescono a bucare queste muraglie verdi. Per vedere questa parte degli States ci dovrò tornare senza Greyhound.
Scivoliamo in stato comatoso. La Sgnuffi avverte una presenza troppo prossima, spalanca gli occhi e urla: a tre centimetri dal suo, il naso camuso di un giovane negro sottolineato da un sorriso d'avorio. Il bianco di due grandi occhi che la stanno esaminando non ha contorni nel buio della faccia e del pullman. Il giovane nero annuisce e si siede al suo posto lasciando nella donna bianca una fifa blu.
Il bus si ferma e tutti si alzano e scendono, autista compreso.
- Siamo arrivati?- mi chiede speranzoso Sciltian.
- No.- mi alzo. Sale un nuovo autista, più giovane e più nero. Mi faccio coraggio e gli chiedo con umile sorriso:
- Richmond?-
Spalanca la bocca e mi risponde senza chiuderla mai. A Boston parlano con la bocca sempre chiusa, a labbra ferme, qui a labbra ferme ma con la bocca sempre aperta. Detto così l'inglese diventa un'altra lingua.
Mi pare di afferrare un "yea" che dev'essere un "yes" e un "tueni" che può essere un "twenty".
Integrando con audacia spiego alla famiglia che siamo a Richmond e che ci fermeremo venti minuti. Balzo a terra e mi piego sulle gambe per sgranchirmele. Un braccio mi serra le spalle in una stretta amichevole ma poderosa. Un uomo nero più alto di me e con un'apertura toracica doppia, spalanca la bocca e mi parla. Ha una testata di capelli ricci e bianchissimi e le sopracciglia candide nel buio della faccia sembrano di cotone. La sua cantilena sorridente mi è incomprensibile. Racconta e ride e mi accompagna dentro la stazione. Chissà quali cose spassose mi sta dicendo ma non riesco neppure a captare l'argomento del suo racconto. Conclude e mi guarda, aspettandosi la mia risata.
- I'm italian. Sorry but I did not understand anything."
- Nadi?- mi chiede sgranando gli occhi. Suppongo voglia dire "nothing" e confermo:
- Nadi.-
Scoppia a ridere piegandosi sulle ginocchia. Mi guarda e ride, dà manate agli amici suoi e scroscia ripetendo "nadi, nadi". La risata si comunica agli altri e mi trovo al centro di un cerchio di denti d'avorio in buie bocche spalancate.
La famiglia vuol sapere perché il grande uomo nero mi abbia abbracciato, lo vorrei sapere anch'io e quindi preferisco incitarli alla soddisfazione dei loro bisogni corporali di input e di output.
Son quasi le tre di notte e il bar è chiuso, ma c'è un'intera parete di cassettine, simili a quelle per la posta nei nostri condomini, che mostrano cadaverini informi e incelofanati. Decidiamo per tre cheeseburger e con cinquanta cents per ogni cassettina veniamo in possesso di un reperto ibernato e dall'aspetto repellente.
Imitando i gesti dei nostri compagni di viaggio ci avviciniamo alla parete di fronte: una lunga fila di forni a microonde sono a disposizione del pubblico poggiati su mensole senza catene e lucchetti. I passeggeri ci infilano quelle ignobiltà surgelate e ne tiran fuori succulenti piatti fumanti. Li guardo incuriosito: quanto durerebbe un forno a microonde in una stazione di bianchissimi romani? Tra i miei neri compagni non ci sono né ladri né vandali, quindi probabilmente neanche assassini e stupratori.
Mettiamo nei forni le nostre mummie di panini e li ritiriamo gonfi e filanti formaggio che metton l’acquolina in bocca. Con settanta cents un distributore automatico mi spara una scatola di birra fresca e con altri venti la Sgnuffi apre la porta di una toilette pulita e profumata. Sciltian e io ci sorridiamo, i denti affondati nelle nostre squisitezze resuscitate: che meraviglia l'America!
Faccio due passi fuori dalla stazione: siamo in una zona anonima. Richmond mi ricorda i film sulla guerra di secessione: questa fu la capitale dei confederati, qui il generale Lee inflisse una dura sconfitta ai nordisti all'inizio della guerra prima di essere battuto dal generale Grant. Scrivendo film per Sergio Leone sono diventato un esperto della guerra civile americana.
Rassicurati sulla moralità dei nostri compagni di viaggio facciamo tutto un sonno fino a Charlotte, North Carolina, dove arriviamo all'alba. Appena si alza il sole fa caldo e nel bus si accende Varia condizionata. Attraversiamo la South Carolina e arriviamo ad Atlanta all'una del pomeriggio, freschi come una coca cola rimasta un mese al sole.

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