Letture Varie

TRE GIORNI A NEW YORK
Il possente autobus con bagno si rompe a metà strada tra Boston e NewYork e siamo salvati dal pullman seguente dopo un'ora di naufragio. Viaggiamo in piedi sogghignando in complicità con una coppia di milanesi sbracata sui legittimi sedili del mezzo salvatore.
Siamo stanchi quando il bus imbocca la Fifth Avenue ad Harlem.
- Siamo nella Quinta Strada.- dico con aria paciosa alla Sgnuffi che subito si eccita e si spencola in avanti, inarcando la schiena, con palese interesse dei maschi di prima fila.
Fuori scorrono casette di mattoni rossi in avanzato stato di degrado con nugoli di ragazzini neri che giocano sui marciapiedi. Grasse matrone d'ebano sudato debordano da sgabelli posti sulla soglia di negozi o di bassi alla napoletana. Ovunque negri vanno e vengono non parlando di Michelangelo.
- La strada é più larga ma sembra un po' a Vico Secondo di Porta Piccola a Monte Calvario...-
La Sgnuffi, che odia Napoli e il vicolo in cui ha passato gli anni dell'adolescenza, mi lancia un'occhiata indagatrice, ha il dubbio che, come dice sempre in questo nuovo continente, io le stia tirando le gambe, che da queste parti sta per "prendere in giro" e pare derivi dall'uso gioviale di tirare le gambe agli impiccati che venivano lasciati ciondolare dopo le esecuzioni.
- Don't pull my legs! Questa non è la Quinta!- sbuffa la mia bionda metà raddrizzandosi. Richiamo la sua attenzione su una palina stradale che proclama "Fifth Avenue".
Resta a guardare senza commento, i suoi occhi vagano sui tetti bassi delle villette rosse alla ricerca dei famosi grattacieli e si riempiono di un dubbio angoscioso: possibile che gli altissimi palazzi, Times Square, i fasti del Metropolitan siano stati soltanto propaganda?
Nella sua irrazionalità la Sgnuffi crede solo a quello che vede: questa è NewYork e questa è la sua miserabile Quinta Strada.
La sua delusione è cosi feroce che mi muove a compassione e le spiego che la Quinta inizia ad Harlem ma il suo tratto famoso è dopo Central Park.
Il bus costeggia il verde del grande Parco e, oltre gli alberi, riflettono il sole le mille finestre dei grattacieli.
La Sgnuffi lancia un grido di gioia:
-NewYork!-
Il bus ci lascia in una megastazione puzzolente di gas di scarico a far la fila per salire su un taxi. Spaesati emigranti con una catasta di borse e valigie, spingiamo avanti l’unicorno e le masserizie finché arriva il nostro turno: una lunga auto gialla accosta al marciapiede, al volante un robusto negrone mastica qualcosa e mi dà un’occhiata distratta tenendo le mani sul cerchio.
C’è un’afa da stalla d’agosto. L'aria , già respirata troppe volte, non soddisfa i polmoni.
Guardo il tassista immobile dietro i vetri alzati. Trascino il mio carico verso il posteriore della lunga Cadillac e apro il bagagliaio. Sciltian mi aiuta a stivare le valigie della Sgnuffi che ci guarda da dietro il grande unicorno bianco.
Apro le portiere ed entriamo nel gelo polare del taxi che ha il condizionatore al massimo. Starnuto con violenza e mostro agli occhi bovini dell'autista il voucher col nome dell'hotel. Annuisce e partiamo.
Torniamo verso Central Park, su per la Broadway, giriamo Per la 57esima e ci fermiamo davanti all’ Holiday Il tassametro segna tre dollari e novantacinque cents. Do al tassista una banconota da Cinque. Il grande uomo nero sorride con una bella esposizione di avorio:
-Thank you, sir.-
Scuoto la testa e tendo la mano, lo fisso negli occhi e scandisco:
-The day is hot and the baggage is heavy. Give me one dollar and five cents, please.-
Resta un attimo sospeso, forse il mio accento distorce il senso delle parole poi sghignazza e mi dà sia il dollaro che i cents.
Scendo e scarico, e lui non si muove continuando a ridere.
Mi diventa simpatico questo negrone colossale: anch'io non muoverei il culo per spostare le faraoniche valigie della Sgnuffi per un dollaro e cinque cents.
Entriamo nell'hotel dopo aver misurato con un'occhiata la sua vertiginosa altezza. Nella agorafobica hall dagli svettanti pilastri si muove una folla cosmopolita: tutti sanno dove andare e ci vanno sorridendo e ciarlando i cento lingue che forse è sempre inglese.
- Dobbiamo passare al check-in...- sussurra Sciltian come suggerimento al vecchio padre rincoglionito e a me viene di pensare al Cecchin, un veneto con cui giocavo a pallacanestro nei tempi beati. "Passa al Cecchin!" mi urlava l'allenatore dalla panchina...
- One room for tree-. Mi guarda strano il pallido impiegato da dietro il marmoreo banco.
- Hai chiesto una stanza per un albero.- mi sussurra il paziente figlio. Alzo le dita come Cristo e ripeto:
- For tree.- Il pallidone é sempre più confuso.
- For two?- mi chiede con faccia da schiaffi. Mara mi sibila qualcosa di troppo
sommesso e Sciltian si appoggia, stanco, al suo papà e alla sua mamma.
Il movimento del cucciolo illumina la mente bionda dell'impiegato che storce la sua faccia brufolosa in un sorriso di sufficienza:
- Gosh, for "three" people!- e alza indice, anulare e medio.
- Sì, due pìpoli e una pìpola. Il monocornuto bianco non dorme mai.- commento accorgendomi che "brufolini" occhieggia adesso la Sgnuffi abbracciata al suo unicorno.
Dodicesimo piano, piano basso per NewYork, con veduta su un garage. Nella stanza ci sono due letti matrimoniali, king size, misura da re, come imparerò col tempo.
Ci buttiamo ad angelo con gridolini di sollievo: vasti lettoni comodi, soffice moquette sul pavimento, lussuoso bagno con lavabo, vasca e doccia.
- Manca il bidet.- nota la Sgnuffi delusa.
Siamo a NewYork, ombelico del mondo, e abbiamo solo tre giorni, non possiamo sprecare tempo prezioso a letto! Tutti sotto la doccia bollente e poi via, lungo le famosissime strade della megalopoli.
All'angolo della Eight Avenue dichiaro con bella sicurezza che dobbiamo attraversare perché la prossima sarà la Broadway e, seguendola, scenderemo nel cuore di Manhattan. Il semaforo ordina "Walk!". Afferro Sciltian con la destra e la Sgnuffi con la sinistra e affrontiamo la traversata.
Trotta trotta, siamo appena al centro della vasta pista, sgambettanti davanti ad un mare compatto di taxi allineati per ventiquattro sulla linea dello stop, i motori ruggenti impazienza, che il semaforo ci sollecita imperioso: "WALK! WALK! WALK!" e poi, schizofrenico cambia idea e dichiara "DON'T WALK!". Non uocchiamo più, galoppiamo nel disperato tentativo di salvare le gambe perch6 i mille taxi son scattati massicci in avanti come gialli scudi compatti di una tartaruga d'ariete.
Ci aggrappiamo al marciapiede opposto, naufraghi che han salvato i calcagni dagli squali. Guardo moglie e figlio ansanti e chioso:
-Senza pietà. E' la legge della giungla d'asfalto.-
Ripresosi dallo spavento, Sciltian si guarda intorno cercando un negozio dove vendano cartoline. A Boston ne ha comprato tre dozzine e le ha mandate a tutti i compagni di scuola. Ci incamminiamo in mezzo alla folla
di Broadway. Si son date appuntamento qui tutte le razze del pianeta e tutti i possibili incroci. Due fiumi di gente scorrono davanti ai negozi e gorghi di facce ruotano intorno a una vetrina o si chetano in uno slargo in una reazione alchemica di fusione e commistione: il rapido susseguirsi di facce bianche e nere danno una sensazione mulatta, quelle indiane alternate alle chiare e alle scure si fondono in arcobaleni meticci. Facce gialle, bronzee, albine, ramate, dal nero caff6 al bianco latte si alternano veloci venendomi addosso come spume di cateratte. Rossi irlandesi, bruni italiani, pallidi polacchi, lentigginosi inglesi, spilungoni scandinavi, minuscoli orientali, paffuti olandesi e butterati portoricani, grassi, magri, coi capelli ricci e lisci, a treccine o a glomeruli, lasciano nella memoria creoli di ogni colore,
E' il melting pot al lavoro, ma una lunga sequenza di irlandesi inconfondibili, un serrato gruppo di cinesi' tutti uguali e famiglie nere dai riflessi lilla urlano una diversità insuperabile. E' proprio di NewYork mostrare una cosa e il suo contrario.
Postcards venticinque cents each. Sciltian con due dollari crede di poterne avere otto ma la cassiera pretende otto e sessantacinque. Qui l’IVA la aggiungono alla cassa.
Venti metri più in giù c’è un grande cartello: dodici cards per un dollaro. Non rimprovero Sciltian per la sua impazienza, si arrabbia da solo.
Nel negozio seguente le cards costano quaranta centesimi l'una. Anche questo insegna NewYork: la libertà non ha bisogno di logica. Ogni negozio offre un paio di articoli a prezzi bassissimi per invogliare la gente ad entrare. Si può comprare tutto per niente girando due dozzine di negozi. Incrociamo decine di frettolosi yuppies elegantissimi e donne fasciate in costosissimi abiti italiani che scavalcano barboni accucciati con le loro proprietà nelle rientranze architettoniche dei grattacieli che incombono dando vertigine e mal di mare.
In una vetrina piena di bracciali d'oro, commessi rovistano cercando quello adatto al polso di un'indossatrice watussa e al di qua del vetro un uomo nero di sporco sceglie con cura qualcosa da mangiare nel cassonetto delle immondizie.
La Sgnuffi vuol comprare delle T-shirt e prende nota dei prezzi: più si cammina più probabilità ci sono di trovare prezzi pia bassi. E' la legge di Gauss: non esiste il limite zero ma camminando all'infinito si troveranno T-shirt a una frazione di cent.
All'altezza di Times Square, un grande negozio le reclamizza a 1,95 each. La Sgnuffi esita ansimando: sarà il prezzo più basso?
- Compriamo al ritorno- suggerisco - scendiamo a Union Square, è a poco più di un miglio, lì ci sono negozi molto convenienti, poi con un altro migliotto arriviamo a Canal Street e giriamo per la West Broadway dove vi voglio mostrare Think Big. Vicino ci sono le torri gemelle del World Trade Center e ci andremo per goderci il panorama e mangiare un hamburger -. Sciltian mi fissa con occhioni pensosi:
- Daddy, quant'è un migliotto? -
- Queste son miglia terrestri, un chilometro e seicento metri circa.
- Vuoi dire che da qui all'hamburger ci sono ancora
quattro chilometri?-
- Più o meno, ma son quattro chilometri di NewYork!-
Sciltian guarda i palazzi di Times Square coperti dalle intelaiature delle grandi scritte luminose che la rendono rutilante di notte, ma di giorno la fan sembrare una scenografia vista da dietro e arriccia il naso:
- Okay Dad ... ma non dirmi che è la prima volta che vieni a New York...- e si avvia con le sue cartoline in mano.
Tra i grattacieli si aprono delle viuzze, delle rue strettissime dal fondo sempre umido perché il sole non arriva ad illuminare i loro selciati sconnessi e ingombri di scheletri arrugginiti di scale antincendio, griglie di sbocco di condizionatori polifemici, tubi enormi e misteriosi abbarbicati a muri di mattoni senza finestre, cose abbandonate e informi incrostate di sporco vecchio e punteggiate da bicchieroni nuovi di plastica semipieni di ghiaccio fuso e coca cola e da scatolette di cartone targate Mc Donald’s che, quando il vento soffia nella direzione giusta, si infila tra i grattacieli, le solleva come luridi aquiloni che si specchiano nelle più scintillanti splendide audaci pareti che mai abbia costruito l'uomo.
La Broadway è l'unica strada tragressiva di Manhattan in senso topografico perché attraversa in diagonale il monotono razionale reticolo ad angoli retti formato dalle avenue e dalle street, ed è un lunghissimo bazar: qui puoi comprare tutto, qualunque cosa venga coltivata o costruita sul pianeta, finisce in una di queste vetrine.
Compro uno zoom per la mia Canon, una scheda per il Commodore e la Sgnuffi una cintura messicana, un pareo melanesiano, una camicetta di seta cinese, un foulard francese, un paio di babbucce afgane e un sari indiano. Tutto con cinquanta dollari. Sono più preoccupato per il trasporto che per la spesa. Sciltian ha solo raddoppiato le cartoline.
Strusciamo i piedi su ogni minima gobba dell'asfalto e i nostri scatti agli imperiosi comandi dei semafori si son fatti pericolosamente lenti, quando guido la mia bionda e il mio pargolo giù per la West Broadway. Mi fermo davanti ad una vetrina occupata da uno spazzolino da denti lungo due metri con setole alte trenta centimetri. Sciltian lo guarda stupefatto e la Sgnuffi strilletta indicando una scatola di fiammiferi più alta di lei. Siamo a Think Big, il negozio dell'enorme.
E' divertente: si ha la sensazione di essere tornati piccoli. Una sedia col sedile che mi arriva alle spalle rimesta in ragnatele antiche facendo scorrere segnali lungo assoni dimenticati, metto le palme delle mani su quel sedile e guardo in su: là in alto, follemente in alto, c'era il sorriso amorevole della mamma.
Sciltian gioca con una palla da tennis grande il doppio di un pallone da calcio mentre la Sgnuffi è estasiata da un piumino per la cipria con cui potrebbe incipriarsi tutta in un colpo solo. Sorrido tranquillo: qui le cose son talmente grandi che l'irrazionalità baularia della mia bionda deve arrendersi.
In fondo alla West Broadway ci sono le due torri gemelle che hanno spodestato l'Empire State Building di ben cinque piani dal trono del più alto di NewYork.
I nuovi campioni sono parallelepipedi di vetro di vetro che sostengono il cielo come colonne di un tempio di giganti. Si svita la cervicale a guardarli dal basso. L'architetto deve essere quel tizio che usa lo spazzolino di Think Big.
Entriamo, gnomi ignobili in tanta grandezza. La hall, ampia come lo stadio olimpico, formicola di poveri terragnotti in attesa di elevazione. Ci accodiamo alla fila più corta davanti ai settantadue ascensori che trasportano questi pendolari del cielo.
Sciltian e la Sgnuffi hanno fame. Chiedo ad un gallonato se nelle torri ci sia un ristorante. Si fa ripetere due volte la domanda e poi mi avvolge con uno sguardo di dolce compassione:
- Twenty two, Sir-. Ventidue. Bene, lassù da qualche parte ci sono i nostri hamburger. Prendo un depliant e informo orgoglioso Sciltian che le torri hanno quarantatremila seicento finestre e circa sessantamila metri quadri di vetro e che in cinquantotto secondi saliremo fino al centosettesimo piano. Peccato che per entrare in uno degli elevatori dobbiamo far la fila per cinquantotto minuti.
Per tenere buono il figlioletto spiego che i visitatori giornalieri sono ottantamila e che cinquantamila persone lavorano nelle torri.
- Lavano i vetri, immagino...- commenta amaro il pargolo.
Manca il fiato e la gravità aumenta sensibilmente mentre il pavimento dell'ascensore preme sotto i piedi con forza bruta per farci schizzare in cima alla torre.
Usciamo dalla cabina-razzo con le gambe molli e un vuoto nello stomaco: intorno a noi una piazza coperta e chiusa da lastre di vetro che arrivano fino al pavimento.
Attraversiamo e andiamo a guardar giù: uno strapiombo da caduta mentale, da crampo ai testicoli e a distanza siderea stretti fondi di canyon punteggiati di giallo e di bianco con qualche macchiolina rossa: i colori dei taxi. Sciltian corre lungo le vetrate: da un lato si vede tanto mare con la statuina della Libertà che tende la sua
fiaccoluccia, da un altro i ponti di Brooklyn e di Manhattan, dal terzo il New Jersey, dal quarto la guglia dell'Empire State e la giungla delle cime dei grattacieli.
Ci sono alcune terrazze verdi sopra i palazzi: miliardari che hanno incollato finta erba sull'asfalto del tetto. Vicino all'Express Way stanno scavando le fondamenta per un nuovo grattacielo e tre pompe idrovore succhiano l’acqua marina che filtra dalla sabbia e trasforma lo scavo in un lago. Provo un senso di disagio al pensiero che questa megatorre ha i piedi nell'acqua.
Per saziare la famigliola evito il Windows on the World con la scusa che è richiesta la cravatta e ordino al self service tre doppi hamburger, tre porzioni di chicken nuggets, tre cartocci di patatine, tre milk shake e due caffé.
Come sempre dico "tree" invece di "three" e alzo tre dita come Cristo: pollice, indice e medio. Ottengo due hamburger, due chicken nugget, due patatine e due caffè.
Sciltian ha fame, anche la Sgnuffi ha fame, nessuno vuol dividere in tre le porzioni per due. Troppo giusto. Torno in fila e fisso i grandi occhi bianco-neri del mulattone che ha preso la mia ordinazione e scandisco:
- Three means two plus one!- e per "one" gli drizzo sotto il naso il mio dito medio rigido come il fallo di un cane in calore. Il mulattone trasale, mi guarda stupito e poi scoppia a ridere battendosi manate sulle cosce.
-Two plus one! Two plus one!- gorgoglia nella risata a cascata che non gli lascia il tempo per respirare. Tutti i boys e le girls del service fanno cerchio, ridendo per contagio prima ancora di sapere.
Raggiungo la famigliola al tavolo col vassoio colmo di buone cose e dieci bustine di salse di ogni continente. La giamaicana che mi ha servito piangendo dal ridere mi
ha mostrato come devo alzare le dita per significare tre: indice, medio e anulare. Il pollice qui non conta niente.
A pancia piena la stupenda vista non mozza più il fiato. Fuori dai vetri sigillati, sospesi sul baratro, in bilico su una passerella scarrucolante, due giovanotti color rame stanno lavando i vetri.
Sciltian li guarda affascinato, i due gli fanno un cenno di saluto e mimano un tuffo in quello spaventoso vuoto che hanno tutt'intorno.
- Pellirosse…- minimizza Sciltian – mi han detto che loro non soffrono di vertigini.-
- Poveracci, gli han levato tutto, che possono fare?- interloquisce la Sgnuffi dai grandi occhi da cerbiatta.
- Arrampicarsi sui vetri!- concludo cinico.
Ci sono cento shops sulla babelica torre e molte mostre di artigianato, di pittura, di scultura, da passarci l'intera giornata. Sciltian guarda estatico un computer che disegna, con migliaia di puntini, una faccia al centro di una banconota da un milione di dollari. Farsi ritrarre in questo modo costa dodici dollari, come il pranzo di tutta la famiglia, ma la grande banconota sarà supporto al ricordo di questo viaggio per decenni e lo mando a far l'ordinata fila degli aspiranti Paperon de' Paperoni.
E' quasi sera quando ci affidiamo di nuovo all'elevator che diventando un discendator leva il fiato: per alcuni secondi non sentiamo il pavimento sotto i piedi, caduta libera!
Usciamo nello sconfinato piazzale contenti come bambini schizzati fuori da una giostra divertente e terrorizzante, ridendo forte per scaricare la paura.
Piovicchia. Ci mettiamo alla caccia di un taxi. Fatica inutile: torme di yuppies escono dai grattacieli di Wall Street e dozzine di kamikaze si buttano sull'asfalto bagnato per acchiappare al volo le auto pubbliche che passano a stormi. Rinunciamo subito a ingarellarci con questi esperti newyorchesi.
La pioggia rinforza e scroscia feroce.
- Cerchiamo un negozio che venda ombrelli.- propongo stando al riparo delle tende di un grande magazzino. Nessuno si ferma accanto a noi, tutti camminano ignorando la pioggia. Sotto la cascata d'acqua che precipita sul fondo del canyon, tre signore elegantissime chiacchierano. La pioggia cola sui loro capelli, lava le loro facce, entra nei colletti, scivola a rivoli freddi giù per la schiena sfociando da sotto le gonne sul marciapiede. Ridono come se fosse un asciutto pomeriggio di primavera. Mi sento i reumatismi per simpatia.
- Terra di pionieri -sospiro- Selezione della razza, qui chi soffriva di reumatismi è morto prima di far figli.-

Noi che non siamo stati selezionati e non vogliamo fornire materia di selezione, corriamo coi depliant delle due torri sulla testa e schizziamo dentro un negozietto cinese che vende ombrelli per quattro dollari.
Arriviamo a Times Square che è buio. Non piove più, siamo bagnati perché gli ombrelli cinesi erano dei parasoli e si sono sciolti, fissiamo incantati le enormi insegne animate di pubblicità giapponese: ah, questa sì che è America!
Alziamo a fatica le scarpe bagnate. Indico alla Sgnuffi il cartello che annuncia la Cinquantesima: ancora sette street e siamo all'albergo. E' come camminare nel reticolo di una gigantesca battaglia navale: Cinquantasettesima angolo Ottava, colpito e affondato.
Mangiamo in ristorante cinese scegliendo pietanze fotografate a colori e numerate per facilitare le ordinazioni. Sciltian sceglie un cinque e un sette, io mi faccio un sei e un nove, la Sgnuffi opta per un otto. Da bere prendo il tredici e mi versano una bevanda rosata agrodolce che manda giù le alghe fritte e gli sconosciuti crostacei (non saranno insetti giganti?) in un lago di squisitezza.
Discutendo se i gamberetti abbiano le elittre e se le cieche siano distinguibili dai lombrichi quando vengono annegati in salsa d'arancio raggiungiamo i nostri king size all'Holiday Inn e ci addormentiamo parlando.
Da bambino sognavo i dinosauri e avventure in regioni sperdute dove i grossi rettili fossero sopravvissuti, nell'adolescenza il sogno divent6 viaggio nel tempo con balzi indietro di sessantacinque milioni di anni per assistere alla tragedia dei sauri cui forse un asteroide chiuse la strada verso l’intelligenza favorendo ignobili topinastri che cominciarono a rosicchiare la mela della conoscenza, quindi non mi perderei il Museo di Storia Naturale di NewYork neppure per una prima a Broadway e, con la Sgnuffi curiosa di passato, ascendo la scalinata monumentale trascinandomi dietro un recalcitrante figlio: chissà che sognano le nuove generazioni. Per noi italiani abituati a non andare nei nostri musei per l'imbecille incuria con cui sono tenuti, un museo americano è già un'esperienza di per sé. Fin dalla hall si ha una sensazione di festa, come nel foyer di un teatro dove va in scena uno spettacolo di successo. Gente eccitata e interessata sfoglia depliant e mappe, rigorosamente gratuiti, discutendo di itinerari e di padiglioni, come un operaio italiano che stia decidendo se passare le ferie alle Maldive o fare un salto ai Caraibi.
Un grande cartello avverte "Pay What You Wish", paga quel che vuoi. Entriamo mettendo cinque dollari nel cestone delle offerte, nessuno entra senza fare un'offerta: non e' civiltà?
Sulla rampa si legge una frase di benvenuto che voglio riportare per far capire Varia che si respira qui:
"Benvenuti al Museo Americano di Storia Naturale. Da ora tempo e spazio sono ai vostri comandi: potete viaggiare dalle Americhe all'Africa, al Sud Pacifico o farvi trasportare dall'età preistorica al dopodomani. Una visita nel Museo 6 un salto nel passato, nel futuro, nel mistero e nella bellezza."
Non vien voglia di entrare? In quello di Roma si legge "Aperto il lunedì, il mercoledì e il venerdì dalle 8,50 alle 11.15. Ingresso L. 8.000."
I dinosauri sono al quarto piano e cominciamo da loro. Prendiamo l’ascensore e usciamo sotto la mascella di un Tyrannosauro Rex spalancata a tre metri di altezza. Più in là un Diplodoco con un collo lungo tre volte quello di una giraffa e una coda della stessa misura mi guarda con la stolidità degli erbivori mentre un Plateosauro bipede mi fissa a braccia aperte in un gesto di invidia e di rassegnazione: forse da quelli come lui si sarebbe evoluto l’homosaurus sapiens sapiens.
Mentre io mi perdo nei miei sogni infantili, la Sgnuffi legge le grandi tavole a colori che illustrano l'habitat di quelle lontane ere come scimmieschi paleontologi riescono a immaginarselo concedendo lunghi e flessibili colli a quei lucertoloni che probabilmente erano rigidi come baccalà.
Sciltian sbadiglia facendo concorrenza alle fauci del tirannosauro: cartoni animati di robot giapponesi hanno riempito la sua infanzia e gli impediscono di fantasticare in questa direzione.
Scendiamo al terzo piano tra mammiferi e uccelli, che hanno ereditato la Terra. Lo scheletro degli uccelli dice che sono loro i pronipoti dei dinosauri.
E' buffo pensare che sul mio balcone di Roma cinguettino dozzine di passerosauri e che un merlosauro abbia fatto il nido fra i cespugli del parco, ma visti in soggettiva di lombrico i cari uccelletti riacquistano tutta l'atavica terribilità.
I grandi mammiferi imbalsamati testimoniano il nostro tempo e ci avvertono che un giorno qualche nuova razza potrebbe presentarci nudi sotto vetro, con tavole illustranti le nostre città piene di smog e intasate di macchine:
"Homo Stronzus Stronzus, vissuto due milioni di anni fa. La sua scomparsa si fa risalire ad un'esplosione demografica che lo ha fatto annegare nella propria merda."
Al secondo piano ci sono già degli Homo imbalsamati e collocati nel loro habitat ricostruito: africani, asiatici, aztechi, inca e maya. Inciviltà scomparse per mano di altre inciviltà.
Al primo piano insetti, minerali e gemme. La Sgnuffi resta dieci minuti a fissare un grosso diamante grezzo e ad immaginare che splendore di brillante potrebbe diventare. Sciltian si interessa un po' ai minerali e sbadiglia per la fame. Nel "basement" (le torri hanno radici profonde ventun metri....) c'è un ristorante popolare e ci facciamo servire il pranzo al tavolo per rompere l'economica praticissima abitudine dei "tree" hamburger.
A pancia piena si gradisce qualcosa di non faticoso: é questo il momento giusto per godere delle "facilities" che oggi offre il Museo: la proiezione su schermo avvolgente dello spettacolo NaturaMax.
E' lo schermo più grande di New York e proiettano bellissimi documentari su maestosità della natura. Per entrare si paga tre dollari, ragazzi metà prezzo.
Il Planetarium per me è la favola finale. Mi abbandono sulla poltrona inclinata e m'è dolce naufragare fra l'infinità delle galassie.
Come dice la pubblicità del museo, tempo e spazio sono ai miei comandi e la mia condizione di Homo Stronzus che vive per un attimo su una scoria che ruota intorno ad una palla di idrogeno di media grandezza in fusione nucleare situata nella semiperiferia di un'ordinaria galassia a spirale, componente banale di un ammasso di galassie, legato in uno dei tanti superammassi indistinguibile nel mare di miliardi di superammassi di galassie che ricama il buio della nostra bolla d'universo, mi piomba addosso con evidenza concreta e mi fa sentire mirabile e miserabile accidente di carbonio che il caso ha costruito giocando con lunghe molecole come un bambino con le carte, destinato a cadere e svanire al primo soffio di tempo o tremore di spazio e insieme, per rimbalzo di coscienza, un aspirante dio traboccante orgoglio perché posso abbracciare col pensiero tanta immensità.
Il terzo giorno a NewYork é per Central Park, gli hot dog squisitissimi e l'empire State Building, vecchiotto e battuto in altezza e volumi ma con il fascino degli anni folli e di King Kong. Il gorillone salta davanti a Sciltian appena uscito dall'ascensore facendoci sobbalzare: la bestiola, alta due metri e mezzo con un torace largo uno, allunga una manona per accarezzargli la testa. Passato il momento di paura, ridiamo e scruto dentro la maschera dove brillano due occhietti neri e allegri. Sarà un pellerossa, un negro o un sudamericano? Potrebbe perfino essere un italiano, anche se i Taranto mi hanno garantito che oggi gli italoamericani non sono più i "dago" di qualche decennio fa e raramente fanno lavori umili.
Il buon gorilla si fa fotografare abbracciato con Sciltian ed è festeggiato da bambini intimiditi e ammirati: forse non è un lavoro umile.
Dal terrazzo dell'Empire, NewYork arriva in faccia in modo più diretto, senza la protezione dei grandi vetri del World Trade Center. Solo una ringhiera con acuminate punte rivolte verso l'interno per scoraggiare i suicidi, ci separa dal baratro fumigante. Guardo in basso e una piacevole ebbrezza di vertigine mi prende: è il fascino dell’abisso, come precisa la Sgnuffi scivolando con lieve zeppola sul suono "sc".
All’albergo è già tempo di check out e il biondastro mi chiede 256 dollari. Sventolo i voucher pagati a Roma e quello sorride da buttargli giù i denti:
-This is for taxes…" e sventola in risposta un foglietto in cui il sindaco della metropoli spiega agli ignari borseggiati come il comune di NewYork effettua lo scippo: un tanto per persona al giorno.
Forse è per questo che i musei possono essere gratuiti e aperti tutto il giorno…

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