Letture Varie

IL PRIMO GOODBYE
Tutte le mattine alle otto accompagno mio figlio a scuola come milioni di padri americani e lo lascio sotto il colonnato della Newton South High School in jeans,
T-shirt e scarpe da ginnastica. Tutte le mattine vado con la moglie in un supermercatone Straboccante di ogni ben di uomo e giro in mezzo ai cumuli di adescanti prelibatezze inneggianti alla stravittoria del capitalismo sul comunismo e butto nel carrello cascate di corn flakes, chips, cookies, bacon, steak, coca cola, root beer e cibi cucinati secondo le ricette dei più strani paesi della terra.
Tutti i giorni all'una vado a prendere mio figlio e lui salta sulla mia Chevrolet buttando il guantone da baseball sul sedile e salutandomi con un allegro:
-Hit Dad!-
Tutti i pomeriggi prendo il metrò e vado a Boston e l’inglese che esce dalle labbra immobili dei wasp non mi mette più angoscia, seguo il senso dei discorsi.
Tutte le sere siamo invitati a cena in qualche villetta Old New England, centro di interesse di gruppi sempre piti numerosi.
La settimana scorsa un amico di Bill ci ha invitato nel Maine per la caccia al cervo, tre giorni fa un poeta di flamenco song a passare il Natale "lassù nel Vermont", oggi pranziamo a casa dei Taranto che han richiamato i parenti dagli Stati limitrofi per festeggiare l’arrivo "degli italiani".
Il vecchio capofamiglia ha un vago ricordo di sole e di mare avendo lasciato le isole Eolie col padre quando aveva cinque anni. Tenta di parlare italiano e trova solo parole del suo dialetto. Chiede alla Sgnuffi se le piace "la racina" e la bionda sgrana gli occhi. Un calcetto sotto banco la avverte che sta per fare una gaffe. Il vecchio si curva sconsolato:
- I forgot italian!- ma io lo raddrizzo con un gioioso:
- E' una smàfara? A 'Gna le piace scuncicari. Fodda va per la racina bianca, idda di Stromboli in particulari!-
Mister Taranto mi guarda felice e io ringrazio Carlo Ponti che mi fece scrivere una sceneggiatura per Sofia dal libro "La Mafiosa", in fondo al quale c’è un dizionarietto siculo-mafioso.
I nostri "tenants" ci invitano nella loro città d'origine che chiamano "Elena" con le due "e" molto larghe. Non possiamo andarci perchè il primo agosto dobbiamo essere ad Atlanta a casa degli Edwards. Solo dopo un'oretta di conversazione scopro che la mia "Atlanta" e la loro "Elena" sono la stessa città: pronuncia del profondo sud.
Banji ci adora e noi adoriamo lui. Quando andiamo a Boston ci segue coi latrati dal giardino fino a che non prendiamo il metrò.
Paula ci ha promesso una gita a Cape Cod (Capo Merluzzo) ma non può accompagnarci perché il marito, andato all'ospedale per un check-up di routine, è stato trattenuto. Ci presenta una sua compagna di college anni Sessanta che è felice di sostituirla.
Partiamo di buon mattino lungo strade tranquille e verdeggianti. Dopo dieci minuti corriamo in una natura vergine: oltre il nastro vellutato dell'asfalto ci sono grandi boschi. Casette, paesini, cascinali, tanto comuni da noi, coi filari degli alberi a segnare la mano millenaria dell'uomo, qui non esistono. A camminare in questi boschi potrebbe capitare di posare il piede su una zolla che mai ha conosciuto impronta umana, come Neil Armstrong sulla luna. Ho la sensazione acuta di un profumo mai aspirato, e sono nella "vecchia" culla degli Stati Uniti, che sarà lo sconfinato Ovest?
Giriamo intorno a Plymouth, prima città importante fondata dai Padri Pellegrini e ci inoltriamo sulla penisola di Cape Cod, punteggiata da stagni e laghetti.
Pranziamo in un ristorantino, accanto alla villa dei Kennedy, sgranocchiamo aragoste, succhiamo ostriche, respirando l'Atlantico. Le lunghe spiagge sono deserte, nessuno fa il bagno. Due sub escono dal mare con pesanti mute da dieci mm., vado a mettere un piede in acqua: toccata e fuga, è pura acqua groenlandese.
Passeggiamo lungo la spiaggia senza limiti incuranti dei cartelli "Warning! Birds!". Ammonisco Sciltian di non avvicinarsi ai cespugli sulle dune dove nidifica una qualche specie protetta.
E invece la specie da proteggere siamo noi! Gli uccelli madre, bestiole grandi come colombi ma con becchi lunghi e acuminati come fioretti, ci assalgono a ondate lanciando orribili stridi da combattimento. Sembra una sequenza di un film di Hitchcook.
Corriamo verso l’auto mentre un pennuto mi colpisc con un proiettile biologicoi al centro della pelata.
Se Bartolomeo Gosnold fosse sceso a terra nel 11602 qundo, bordeggiando, battezzò la penisola di Capo Merluzzo perché il mare ne era pieno, forse oggi qusto posto si chiamerebbe Cape Shit.
L’amica di paula ci porta sulla punta del Capo, a Provincetown e ci indica il punto preciso dove i padri pellegrini costruirono le prime baracche accolti on simpatia dagli indiani che qui pescavano il merluzzo da millenni. Non dovette sembrare un pericolo ai forti guerrieri quel manipolo di gente puzzolente, dimagrita per la traversata, arrivata con quella barcona a vela.
Vatti a fidare della prima impressione: quelle baracche erano l’inizio degli Stati uniti e duecento anni dopo erano gli indiani a essere pochi e macilenti.
Il giorno seguente Paula ci accompagna ad un pubblico concerto col consueto cestone del picnic e ci sdraiamo sulle grandi aiuole spartitraffico al centro di una piazza. Fa l’allegra ma si capisce che si sforza. Non le chiedo niente, questi bostoniani per la riservatezza dei sentimenti profondi mi ricordano i miei parenti alpini. La Sgnuffi non può capire, lei viene dalla terra delle préfiche.
E' già tempo di rimettere le armadiate di roba della mia dolce bionda dentro le sue grandi valigie e scoprire che non ci bastano più: sul letto c'è una pila di gonne, magliette, lenzuola a fiori con gli sham e un gigantesco unicorno bianco che Sciltian ha trovato accanto ai bidoni della spazzatura a cento metri dalla nostra casa.
Non provo neppure a discutere con la Sgnuffi sull'assurdità di voler portare quell'enorme peluche fino a NewYork, poi sul pullman per Atlanta e infine sull'aereo per Roma, lei trova perfettamente logico l'assurdo. Paula tenta sul terreno dell'irrazionalità e le dice che l'unicorno porta male, tanto più se l'ha buttato qualcuno per levarsi il malocchio.
- Non siamo a Salem.- è la secca risposta della Sgnuffi.
Domani trascineremo l'unicorno, le nostre grosse valigie e i nostri magoni alla stazione degli autobus di Riverside. Il mese é passato. Spirito Santo ci porta nel parco di una villa dove hanno montato una pedana per uno spettacolo di addio. C'è un'artista venuto da NewYork che dice battute. Devono essere irresistibili perché la gente ride da spaccarsi la gola. Noi abbiamo fatto l'orecchio all'inglese di Boston e questa ci sembra un'altra lingua. My God, sarà così ogni volta che ci sposteremo?
Non si può restare seri mentre tutti ridono, non è gentile verso il comico: Sciltian ed io ridiamo con gli altri una volta su due ma la Sgnuffi resta immobile e corrucciata, fissa sul niuiorchiese, accusatrice. Magneticamente attratto dalla sua fissità, la brillantezza dell'intrattenitore si spegne.
Spirito Santo sussurra qualcosa da orto dei Getsemani alla robusta Beth del New Hampshire che ci ha invitato per una caccia all'orso in settembre dalle parti sue. Beth si acciglia e scuote la testa sconsolata, come se avessero appena liberato Barabba.
Ho un'intuizione e chiedo:
- Paula's husband?-
Spirito Santo valuta la mia degnità con un'occhiata. Supero il suo esame perché mi sussurra che il marito di Paula ha un cancro incurabile e i medici gli han dato tre mesi di vita.
E’ il momento dell’addio. Una trentina di persone viene a salutarci e ci augura buona fortuna. I coniugi Taranto piangono. Banji uggiola e ci alta in braccio per non farci partire. Addio Banji!
Paula porta noie le nostre valigie a Riverside. Arriva l’autobus, i posti per noi ci sono e non saprò mai che sarebbe successo se fosse arrivato pieno. L’unicorno divide il sedile con la Sgnuffi.
Paula ci abbraccia forte. Promette di scriverci. Promettiamo anche noi. Vedo la disperazione in fondo ai suoi occhi per l’avvicinarsi di un addio ben più doloroso di questo. Sento che vorrebbe urlare e invece sorride e agita la mano mentre l'autobus ci porta via.

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