Letture Varie

BOSTON
Oggi è il 4 luglio, festa dell'indipendenza americana dalla perfida Albione.
Guidati da Motorino prendiamo il treno per andare a Boston, dopo qualche miglio si interra e diventa metrò. Scendiamo nel centro della città di Kennedy, a Copley Square. Ha voluto far lei i biglietti per tutti ma ora mi indica uno sportello e mi consiglia di comprarne un blocchetto da dieci perché costano la metà. Mi affaccio al gigante nero che vende i biglietti e gli sorrido più del mio consueto:
- Ten- dico e voglio dire dieci. Il negrone si ingrugna, da dietro Motorino si affretta a correggermi:
- Ten, ten tickets. He's coming from Italy!- e mi sembra che dica "scusa questo buzzurro che arriva dalla montagna con l'anello al naso".
L'indovina chi viene a cena scoppia in una risata cordiale tutta denti e mi dà un blocchetto di biglietti. Anche Motorino ride alla mia risentita richiesta di spiegazioni:
- Ten not tan. Do you know what's the meaning of tan?-
Mi sembra di afferrare una lieve differenza nelle "e" dei due ten in quella bocca che parla tenendo le labbra ferme.
- Ten: one, two. three...- mi intestardisco.
- This is ten, but you didn't say ten, you said tan that means...- ma quella che dovrebbe essere una spiegazione mi suona incomprensibile. Sciltian sfoglia il nostro dizionarietto tascabile e svela il mistero: pare che io abbia detto "tan" che vuol dire "abbronzato". Rivedo mentalmente l'ingrugnarsi di quell'ercole nero e mi rendo conto che il saper male l'inglese può diventare pericoloso.
Usciamo nel sole in una grande piazza dove una piccola chiesa romanica rubata alla Francia medievale si riflette in una folle parete di specchio, vicinissima, che le fa da quinta levandosi per cento metri e portandole come sfondo grandi nuvole bianche su un cielo reso verde dal piombo dei vetri del grattacielo.
La differenza dei due stili è così violenta che commuove. L'altissima grande parete di vetro sembra celare tecnologie aliene di civiltà superiori e la piccola chiesa par raccontare la fede nell'immenso di piccoli uomini che cercano di capire, senza vergogna per la limitatezza del loro cervello, confortati dalla speranza che ne illumina i cuori.
Motorino ci fa da cicerone nella sua lingua e le mie orecchie iniziano a mandare qualcosa di interpretabile al cervello: è proprio vero che ci si abitua a tutto.
Attraversiamo a passo spedito il Public Garden, ricco di fontane e con un laghetto su cui navigano romantiche barche ornate da cigni bianchi. Chiomati alberi ombreggiano un tripudio di verde e di fiori affollato di scoiattoli giocosi e di gente che va verso il Charles River, il fiume che separa Boston da Cambridge, e che oggi é il centro della cerimonia. La nostra mente è organizzata per stereotipi e mi aspetto un Tevere ingrandito di tre o quattro volte, secondo la scala americana. Invece è proprio un'altra cosa: lungo le rive si stendono per alcuni chilometri aree di verde attrezzato larghe trecento metri, dove centinaia di migliaia di persone si sono già sistemate per il picnic e gigantesche bistecche, hot dog e hamburger sfrigolano su migliaia di barbecue uguali, infissi a terra dal Comune. Grandi tavoli con panche di legno massiccio sono affollati da allegre famiglie che si son portate tovaglie di carta colorate, piatti e bicchieri di plastica, valigie termiche per le bevande e radio di tutte le misure. L'aria odora di arrosto, il vociare sottopuntato da musiche diverse, si compone in un frastuono da fiera paesana. Chi non ha trovato posto sulle tavole ha steso le tovaglie sull'erba verdissima del prato.
Due cose appaiono violentemente nuove al mio occhio romano: il numero dei bambini neri che giocano felici come gli scoiattoli sull'erba e l'assoluta assenza di sporcizia da quei prati che pure devono essere presi d'assalto dalla folla dei merendieri con notevole frequenza.
Motorino apre una grande tovaglia a quadroni rossi che nasconde dieci metri quadri di prato e apparecchia per tutti invitandoci a sedere a terra.
Il sole è al tramonto e l'aria tiepida di grigliato, quando tutte le radio tacciono e il vociare si spegne.
Le note dell'inno americano riempiono la sera. Mi alzo per vedere chi e dove stia suonando: sull'altro lato del fiume, sotto una grande conchiglia di cemento, un'orchestra sinfonica si sta dando da fare.
La gente è immobile, percorsa da un'esitazione, una cicciona mi guarda, mi sorride, approva e si alza. Dietro a lei si alza un intero gruppo, poi una famiglia di neri alla mia sinistra.
Come una ola da stadio il movimento si comunica al milione di persone sulla riva. Una voce canta e altre si uniscono sommesse al coro. Accanto a me, una grossa signora color cioccolato svizzero, si porta la mano sul cuore. Molti altri lo fanno e l'aria della sera vibra di commozione.
Questa gente canta il proprio paese con un'ingenuità che noi abbiamo perduto da tempo perché ci hanno costretto a capire, nel sangue e nel dolore, che chi stimola sentimenti di patria nasconde spesso il cinismo più turpe.
Motorino piange: una lacrima le rotola sulla guancia mentre gira lo sguardo sui suoi variopinti compatrioti rigidi sull'attenti e l'orchestra termina in crescendo. Esplode un lungo applauso.
Torniamo tutti ai nostri piatti e Motorino mi sorride imbarazzata. Parla più lentamente che può perché adesso vuole proprio essere capita, muove perfino le labbra. Mi dice che é la prima volta dopo la guerra del Vietnam che la gente di Boston è tornata ad alzarsi in piedi al suono dell'inno nazionale. Si soffia il naso: dopo quasi vent'anni, l'America é di nuovo America.
Ci sentiamo commossi anche noi versando un etto di ketchup sui nostri hamburger e io accarezzo nel mio cuore l'illusione che alzandomi per primo abbia dato una mano alla Storia.
A Boston si respira dovunque aria di Londra meno che nel North End dove andiamo per informarci sugli autobus per NewYork. Sono io che tiro il gruppo perché l'incognita di fine mese già mi disturba il sonno al quarto giorno americano.
Camminiamo lungo una gran via per soli pedoni con fioriere, panchine e bancarelle che danno un aria di bazar.
Tutta la strada è verandata: un salotto lungo mezzo chilometro, con piccole botteghe e grandi bar dai tavoli vivacemente colorati
C'è odore di spaghetti al sugo. La musica riempie la strada e una voce tenorile d'altri tempi fa tremare le volte trasparenti:
- Giovinezza, giovinezza, primavera di belleeeeezza...-
La mia infanzia mi viene addosso tutta insieme: camminavo piccolo per le strade di Biella, la mia mano in quella immensa di mio padre, l'ultima volta che da un bar uscirono queste note. E mentre il tenore assicura che per Benito Mussolini eja eja alalà, vedo la mia classe di prima elementare, tutti figli della Lupa con la M sul petto, cantare con convinzione per Benito e Mussolini eja eja alalà. Noi puri ne avevamo per due.
Un cortocircuito temporale come questo dà la dimensione della vita: la mia grande mano di scimmia nuda va a stringere quella del mio cucciolo a cui non posso dire che è subito sera e anche la canzone fascista diventa significante.
Le insegne dichiarano cognomi italiani e molte bancarelle ostentano il tricolore, c'è anche un carrettino siciliano pieno di arance e un odore antico di caffè e di pizza al forno di legna: non è solo la canzone, qui c'è un pezzo d'Italia che da noi è scomparsa, un'Italia com'è ricordata dai nipoti degli immigranti d'inizio secolo.
Dietro ai grandi palazzi si apre un dedalo di strade strette, affollate, imbandierate di bucati stesi, con gente dalle facce nostrane seduta accanto alle porte delle botteghe che parla in uno strano anglosiculnapoletano sottolineando ogni parola con ampi gesti delle mani. Qualcuno reclamizza gli "scungilli", una "Tratoria" annuncia "linguini - home made pasta-" e un "Ristorante" vanta un "veal cutlet limone alla napoletana".
Bill mi racconta che il North End era chiamato Little Italy e che è la zona più gaia e colorita della città, purtroppo con l'immancabile presenza di famiglie mafiose.
Per sollevarmi il morale umiliato dall'inesorabile equivalenza che gli stranieri fanno "italiani uguale mafia", mi racconta che il sindaco di Boston, a chi si lamentava perché la zona di Quincy Market era piena di scippatori e di mafiosi, rispose:
- If you're worried about handbag snatchers, you can live in the Berkshires and you'll never know what you're missing!-
Io non so dove e cosa sia il Berkshires ma deve essere un posto assai noioso perché i bostoniani si sganasciano dalle risate.
Alla stazione dei pullman c'è gran folla. Faccio la fila ad uno degli sportelli e arrivo in pochi minuti davanti ad un impiegato nero a cui chiedo smozzicando inglese l'orario degli autobus per NewYork. Mi risponde qualcosa che contiene la parola "scheduled" che mi mette in grande confusione. Sorrido, ringrazio e rifaccio la fila ad un altro sportello. Qui è un portoricano a rispondere alla mia domanda ma anche lui pronuncia la parola "scheduled". Al terzo sportello c'è una dolcissima indiana e, dopo una regolarissima fila, le chiedo che vuol dire scheduled. Mi sorride facendo brillare il diamantino incastonato sulla narice destra e mi porge il foglietto dell'orario su cui c'è scritto "scheduled". Ora so che tutti i giorni ad intervalli di due ore parte un autobus per NewYork arrivando nella megalopoli cinque ore dopo: la prima fermata è a Riverside, vicinissima a Newton Highlands. Adesso il mio problema è più complesso, devo chiedere se posso salire a Riverside evitando di trasportare le tonnellate dei bagagli della Sgnuffi fino a Boston. Dopo aver fatto altre file e aver tentato con un pakistano, un cinese e un vietnamita, chiedo all'impiegato che si occupa dei bagagli: è questo un irlandese lentigginoso che mi risponde affermativamente: posso salire a Riverside, of course. Sempre di corsa ma non con le valigie della mia concubina... Ho posto male la domanda: io voglio sapere se salendo a Riverside avrò i posti a sedere, posso prenotarli fin da ora?
L'irlandese scuote il suo top carrot e un ciuffo kennediano gli ciondola sulla fronte: non esiste prenotazione. Glielo faccio ripete due volte: non posso rischiare un viaggio di cinque ore in piedi.
Adesso me lo fa ripetere lui due volte e poi guarda me e la mia famigliola da capo a piedi come se temesse di vederci scalzi e col fango secco sugli alluci. Si arma di pazienza cattolica e mi spiega che gli autobus non possono portare passeggeri in piedi ma solo seduti. C’è una folla ordinata in file davanti alle dozzine di biglietterie: se non posso prenotare e il pullman parte pieno da Boston, come fanno a sapere che a Riverside ci sono tre italiani con grosse valigie? Rischierò allora di non poter salire a bordo?
L'irlandese alza gli occhi al soffitto, so che prega o bestemmia gli stessi santi miei, e mi dice seccamente che quando un autobus è pieno ne arriva un altro.
Poiché il colore delle sue lentiggini si sta incupendo preferisco ringraziare e andarmene, ma dentro il dubbio mi rode: chi ne manda un altro? Da dove? E in quanto tempo?
Abbiamo fame ed entriamo in un Mc Donalds. Studiamo il menu luminoso che sovrasta le casse. Decidiamo il nostro pranzo: tre Big Mac, tre cheeseburger, tre filet-o-fish, tre milkshake alla strawberry e due black coffee. Mando a mente il tutto in inglese esercitandomi in silenzio per non far brutta figura. Tocca a me quando la Sgnuffi si avvicina e mi dice che quasi quasi invece del Big Mac prenderebbe dei bocconcini di pollo e invece del milkshake preferirebbe un croissant...
Mi si annebbia il cervello, mi ribello ed escludo il quasi quasi della Sgnuffi ordinando seccamente: tree Big Mac, tree cheeseburger, tree di tutto. Solo che "tree" vuol dire albero perché tre si dice "three" con quella maledetta lingua tra i denti. La negretta mi guarda con occhioni interrogativi l'indice alzato pronto a calare sui tasti plastificati della cassa. Alzo alte tre dita come Cristo: pollice, indice e medio. Tre.
La negretta batte felice, pago nove dollari ma quando arriva il vassoio ci sono solo due Big Mac, due cheeseburger, due di tutto. Ormai mi sono rilassato e non ho più la forza di sottopormi ad un secondo stress: dividiamo equamente in tre e basta lo stesso.
Basta soprattutto a inzupparci di maionese e ketchup fino ai polsi: doppi hamburger divisi da strati di lattuga, pomodori e cetrioli sguscianti serrati tra due cupole di pane forano un edificio alto dieci centimetri che supera le aperture mandibolari dell'homo sapiens. Li mordiamo di lato con effetti di fuga spaventosi: un missile verde schizza dal Big Mac di Sciltian finendo sul tavolo accanto dove un vispo portoricano sta divorando il proprio palazzo di carne, verdura e salse senza toglierlo dalla scatola di polistirolo che fa da contenitore.
Lo guardiamo affascinati per imparare la tecnica. Tentiamo un'imitazione ma ci troviamo a masticare pezzetti di espanso alla maionese. Dobbiamo vergognosamente appoggiare il Big Mac sul tavolo e usare la scatola come se fosse un piatto, spilluzzicando con le dita. La Sgnuffi, che il complesso delle mani appiccicaticce, soffre la fame.
Un pomeriggio Bill ci porta ad Haward che va assolutamente pronunciato "Hawod" altrimenti ti lasciano fuori dai cancelli. Respiro aria di casa: è qui che è stato ambientato Love Story, i grandi viali, i palazzi in mattoni rossi, i fortunati studenti. Da un momento all'altro sbucherà fuori la Cavalleri. C'è anche qualcos'altro in quest'aria: un distillato di intelligenza che ti cola nei pensieri e ti fa diventare ansioso di capire.
Bill ci presenta il preside della facoltà di archeologia che ci invita a visitare il suo regno. Nella hall troneggiano due idoli mesopotamici e la Sgnuffi sorride al canuto studioso ancheggiando come sa fare lei:
- Mesopotamia, isn't it?- il buon uomo la guarda a bocca aperta e il suo pensiero è chiarissimo: possibile che quel pezzo di donna sia un'archeologa?
Affascinato dalla Sgnuffi ci mostra i primi risultati di un suo lavoro: ingrandisce fino a sei metri per tre delle fotografie del secolo scorso scattate nelle più antiche città del mondo per evidenziare dettagli altrimenti invisibili. E' molto orgoglioso di aver scoperto in antichi casamenti di Gerusalemme, un sistema di aerazione degli appartamenti simile al moderno condizionamento dell'aria di cui non c'è traccia alcuna nei libri dell'epoca.
Se il nostro venire dall'Italia provoca sempre un'inesorabile battuta sulla mafia, il fatto che veniamo da Roma suscita invece ondate di ammirazione. Il nostro preside ci racconta che la prima volta che si presentò ai Musei Vaticani per la sua ricerca, l'archivista gli portò una pila impressionante di volumi.
- Ho solo tre giorni- disse il preside- come faccio a studiarli tutti?- L'archivista lo guardò con la superiorità che può avere un colto vaticanense verso uno zotico del Massachusetts e rispose:
- Questi sono solo gli indici, signore.-
Il preside ride felice al ricordo e ci fa da cicerone nel museo archeologico della facoltà, deliziato dalla nostra istintiva capacità di distinguere un oggetto egiziano da uno greco-romano. Capacità che miseramente perdiamo passando nelle sale cinesi, giapponesi e tailandesi. Potenza delle radici!
Il mitico MIT (Massachusetts Institute of Technology) lo vediamo solo da fuori. Sciltian e la Sgnuffi sono più interessati alle vetrine dei negozi, eppure dietro quelle mura si decide una parte del futuro dell'umanità. Respiro profondamente: questa è aria da dozzine di Nobel.
Dopo ore di shopping per le strade antiche di Boston, mi siedo sfinito sullo scalino di un negozio nell'attesa che la Sgnuffi compri tutte le T-shirt che ha promesso a parenti e amici. Sciltian inganna il tempo scegliendo cartoline. Appoggio il mento nel cavo di una mano e il gomito su un ginocchio. Il mio sguardo si fissa nel vuoto in un esercizio di pazienza coniugale.
Un signore anziano mi sorride. Ricambio per cortesia.
- You're right staring that house...-
Trasalisco e innesto automaticamente la parte anglofona del mio cervello. Guardo la casa che mi indica il mio gentile interlocutore: una costruzione in legno, brutta e grigia, appoggiata contro un muraglione di mattoni rossi. Alzo uno sguardo interrogativo sull'americano che gongola spiegandomi che si tratta della casa di Paul Revère, la più antica costruzione in legno di Boston vecchia di tre secoli.
- Sa, - gli rispondo nel mio inglese- Io vengo da Roma e abito in una casa vecchia di duemila anni.-
- Rome, Italy?- mi chiede. Annuisco. Ha un'esclamazione soffocata e se ne va a grandi passi.
Io abito in un palazzo che ha trent'anni, ma mi è venuto di dire così.
Paul Revère è per Boston quel che Garibaldi è per noi: un eroe a cavallo della guerra d'indipendenza.
Visto che il bostoniano mi ha portato in clima storico conduco la famiglia a vedere la ricostruzione del bellissimo brigantino Beaver e la casetta rossa del famoso (per loro) Boston Tea Party, dove nel dicembre del 1773 dei patrioti travestiti da indiani (li han sempre messi in mezzo quei poveracci!) insorsero contro le esose tasse inglesi buttando un carico di tè nel porto e dando inizio alla guerra d'indipendenza. C'è un gran pubblico in riverente ammirazione, seduto sulle panche di legno massiccio costruite lungo i moli, che sgranocchia patatine e sorseggia coca cola guardando tre secoli indietro nel tempo che per loro sono i primordi della civiltà.
Per noi è solo una bella scenografia, le grandi navi a vela soprattutto, e Sciltian riserva le sue esclamazioni di ammirazione per gli squali che nuotano nell'immenso cilindro di vetro del vicino acquario.

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