Letture Varie

NEWTON HIGHLANDS
E' affascinante entrare da padroni in casa d'altri. Andiamo in esplorazione cominciando dalla cucina grande come un salone con un acquaio da albergo, un frigo a doppia porta per conservare provviste nel caso di un assedio tipo Fort Apache, un tavolone da pranzo per la truppa, mobile gas con forno a sei fuochi per cuocere i bisonti e un grosso cubo pieno di comandi elettronici: un forno a microonde, sconosciuto in Italia in questo beato Ottantacinque.
Un finestrone, buono come uscita d'emergenza, si apre a ottanta centimetri da terra rendendo abbastanza inutili le porte.
Il living col televisore è poco più grande della cucina, mobili in stile coloniale, poltrone ricoperte di stoffa color sacco, diviso dalla sala da pranzo per gli ospiti di riguardo da una vetrata pieghevole. Una lucida scala di mogano porta sotto terra e ai piani superiori.
Quello che c'è sottoterra si chiama basement ed è ingombro di attrezzi d'ogni tipo come se un giardiniere, un fabbro e un falegname vi facessero deposito. Sopra ci sono le stanze da letto: quattro, disposte lungo un corridoio in legno scuro che si affaccia a balconata sulla scala. La Sgnuffi sceglie subito la nostra: una matrimoniale tutta rosa col letto incastonato in una veranda trapezoidale tutto coperto di fronzoli e trine.
Le finestre a ghigliottina, non ci sono persiane e la privacy è difesa da esili trasparenti tendine a molla che si possono calare dall'interno.
- Ecco un posto che non sarà mai buio... - brontolo. Sciltian si stabilisce in fondo al corridoio in una cameretta ad un letto, molto vezzosa poiché mister Mangione ha solo figlie femmine. Una delle camere ha una porta che dà nel sottotetto: una profondità buia ingombra di vecchie bambole, cavalli a dondolo, cassettoni da pioniere e polverosi grovigli di ferro e di legno dai contorni misteriosi e inquietanti.
La scala si stringe e sale al terzo piano. Esploriamo in fila indiana fino ad una porta chiusa. Tentiamo la maniglia e l'uscio si apre: un grosso gatto d'angora ci soffia un malvenuto. La stangona in bikini che salta giù dal letto invece ci sorride accogliente e parte con una mitragliata d'inglese micidiale.
- Excuse me... excuse me...- cerco di ritirarmi salendo sui piedi di Sciltian che occhieggia da dietro ma l'amazzone scuote la lunga criniera e sorride a sincerità garantita sparando una seconda raffica in cui riesco a isolare la parola "tenant". Allora il tenente è lei!
Suona il telefono nel living e corro giù liberato, ma mi blocco davanti all'apparecchio nero e trillante. Se lo alzo qualcuno mi parlerà in quella lingua sconosciuta che usano qui.
- Papà, non rispondi?- mi sollecita Sciltian e nessun padre può mostrarsi vile davanti ad un figlio di undici anni. Sollevo la cornetta e una voce di donna mi aggredisce con entusiasmo e calore:
-Hallo! Blow-shon-blow-shon-bloubloublé... eibl, leibl, cassel... right? Blow-shon-blow-shon wonderful, aichén, aicàn, maiqun, ya? Gudtrip, gudtrap, yordick, no?...Aiem aion welcomiar...me Corsetti, Gastaldi's there?- So che Gastaldi sono io, Corsetti dev'essere quella che tartaglia questi suoni nasali.
Una donna spinge la porta d'ingresso ed entra sorridendo gioviale:
- Nice to meet you! I'm Paula!-
Ho un'idea luminosa, rispondo "nice to meet you" a Paula e le passo la cornetta del telefono.
Parla fitto e incomprensibile poi attacca la cornetta e torna ad investirmi con un inglese strettissimo e veloce. Le fisso invano le labbra: non le muove. I bostoniani parlano con un sette ottavi di bocca immobile.
Ho un'arma pronta mandata a memoria:
- If you speak slowly may be I understand a little.-
- Oh sorry!- si scusa Paula e riprende a parlare rallentando sulle prime tre sillabe e poi riconquistando la consueta velocità.
Mando sotto la Sgnuffi, che sa l'inglese quanto me ma ha molto più faccia tosta e abilità nella comunicazione gestuale. Me la ricordo anni fa a Praga dialogare per ore con una cecoslovacca usando parole italiane, mimica e disegnini.
Paula aspetta invano risposta ad una sua domanda e la Sgnuffi indica la villetta accanto alla nostra (nostra per un mese a tutti gli effetti). Paula annuisce vigorosamente. Punta il dito sul suo ampio petto e poi indica anch'ella la villetta. Abbiamo capito che abita là ed è quindi la nostra vicina di casa.
La Sgnuffi indica le nostre valigie chiuse e mima il gesto di aprirle aggiungendo la parola "baggage" tre o quattro volte. Paula annuisce e sorride e dice qualcosa che deve significare che ci lascerà aprire le valige in pace, poi fa il gesto di mangiare e noi annuiamo in gruppo. Aggiunge gesti e inutili suoni rapidi e se ne va soddisfatta. Restiamo con l'atroce dubbio: si è invitata a cena o ci ha invitati a cena?
Sistemati i nostri panni negli armadi che i nostri ospiti hanno vuotato per noi, iniziamo la nostra vita di neoamericani.
Il monumentale frigo dei Mangione è pieno di cibi surgelati ma ci sembra brutto saccheggiarlo e andiamo a fare la spesa. C'é una mappa sul tavolo della cucina con dei punti strategici segnati in rosso: chiesa e supermarket. Anima e corpo. Studio la strada che porta al cibo, sorrido alla famiglia per mostrare una sicurezza che non ho, agito le chiavi dell'auto che ho trovato sulla mappa ed esclamo:
- Let's go!-
Un saluto allo scodinzolante Banji e ci sediamo nella lucidissima Chevrolet Cavalier color amaranto che luccica nel box spalancato.
Infilo la chiavetta, si accendono dozzine di spie luminose e rintocca un campanellino di avvertimento. Il piede sinistro non trova il pedale della frizione, guardo la leva del cambio e leggo 1, 2, P , N e R. Cambio automatico, per me nuovo del tutto.
Metto la leva su N che spero stia per Neutro e accendo il motore che ronza ai limiti dell'udibile mentre il campanellino si fa più petulante. Lampeggia un disegnino sul cruscotto: l'auto vuole che mi allacci la cintura.
Obbedisco e con cautela sposto la leva su R che spero significhi retromarcia. L'auto va dolcemente all'indietro uscendo tutta dal box. Banji abbaia il suo applauso per la bella manovra.
Innesto sul segno 2. Do gas: la Chevrolet scivola in avanti e imbocco il viale sulla destra: do un'occhiata al retrovisore e controllo la mia faccia. Sono io e sto guidando un'auto americana su una strada americana. C'è tutta una subcultura stratificata dentro di me, fin da quando sul finire degli anni Quaranta l'ondata dei film Usa del dopoguerra riempì la mia fantasia di bambino con grandi Cadillac colorate che poi, adolescente, vidi sfasciare con assoluta noncuranza nelle gare senza senso della gioventù bruciata. E i film "on the road" diedero immagini alla mia idea di libertà con quelle strade dritte e infinite che dividono a metà oceani di terra come i sognati canali di Marte.
Gas. Brake. Gas... Acceleratore e freno come nelle automobiline delle giostre. E io sono un bambino felice. Che sia questa la magia dell'America?
Davanti alle grandi arcate del supermarket c'è un piazzale asfaltato diviso in centinaia di rettangoli colorati, in parte occupati da automobili.
Ne occupo uno anch'io con la precisione di una pedina su una scacchiera gigante.
Scendiamo nel sole ed entriamo nel supermercato dove l'America spalanca davanti ai nostri italici occhi tutta la sua opulenza gelata in un'aria siberiana.
Immobili per la meraviglia e per lo shock termico guardiamo le file di alti scaffali colmi di tutto ciò che si possa immaginare di voler comprare.
La realtà mi arriva come se la guardassi attraverso una lente da ingrandimento, sono tornato piccolo e ogni cosa è tre volte più grande: i pomodori son grossi come meloni, le fragole grosse come pomodori, la scatola del sapone in polvere sembra il baule della nonna e l'olio è offerto in damigiane da imbottigliamento. Sciltian si aggrappa ad un carrello grande come un vagone merci e lo spinge verso una piramide cheopiana di grosse mele lucide stile Biancaneve.
- Aspetta! - gli dico- che qui ci perdiamo...-
Nei grandi corridoi fra gli scaffali massaie rubizze caricano carrelli con ritmi da portuali e immensi culi di negre gonfi nello sforzo spingono cumuli di masserizie sufficienti per un ormai improbabile day after.
Do un'occhiata apprensiva ai prezzi. Una bistecca da due libbre costa dollari 4.99, una tanica di latte da tre litri e mezzo costa 1.29, una libbra di salmone fresco costa 4.79 e un'aragosta enorme é prezzata 4 dollari.
La Sgnuffi guarda i miei occhi tondi con amarezza incipiente:
- E' carissimo, vero?-
Esco dai miei conteggi e sogghigno:
- Raddoppia e moltiplica per mille, avrai il prezzo in lire.-
La Sgnuffi dà un'occhiata ai cartellini dei prezzi e poi ripete con sottile angoscia:
- E' tutto troppo caro?-
- Caro? Non costa niente!!- abbranco un gallone di latte, due libbre di salmone, tre
aragoste, quattro chili di bisteccone alla fiorentina, cinque ananas e butto tutto nel carrellone da trasporto.
Sciltian e la Sgnuffi mi guardano sbalorditi, poi l'entusiasmo scoppia loro dentro e li travolge. Si gettano fra i cornucopiosi banchi come Lanzichenecchi al sacco di Roma. In due minuti il carrello è colmo e non ce la faccio più a spingerlo. Devo chiamare a raccolta i predoni e ordinargli di smettere. Sciltian mi aiuta a spostare la montagna di merce verso una delle trenta Casse sul fondo dell'hangar.
Sulle prime tre campeggiano grandi scritte luminose: less than 10 item only. Qui possono pagare soltanto quelli che han comprato meno di dieci articoli, ma chi riesce a comprare meno di dieci cose in questo ben di dio offerto a prezzo di liquidazione? Raggiungo una delle code allineate davanti alle restanti 27 casse e in pochi minuti tocca a noi a vuotare il vagone sul grande piano in acciaio inox davanti ad una simpatica negretta che ci saluta con un caldo sorriso e ci chiede:
- Cash or charge? - passando veloce le confezioni sulla finestrella del lettore del codice a barre. Un giovanottone in piedi dietro a lei sorride a Sciltian:
- Plastic or paper?-
Sono domande imbarazzanti quando non si ha idea del loro significato.
Sorrido col massimo di simpatia e poiché ho letto sulla cassa che il totale é di 62.40 dollari le porgo un biglietto da cento.
La negretta lo prende perplessa e dice qualcosa al giovanottone che si stringe nelle spalle e le risponde in bostoniano stretto. Scoprirò poi che gli americani preferiscono le carte di credito alle banconote di grosso taglio.
- Were are you coming from?-
- Italy.- rispondo orgoglioso di aver capito la domanda Sulla faccetta nera si spande un'espressione sognante e sospira struggente:
- Oh Italy! I love Italy.-
- Have you been in Italy yet?- Hai stato in Italia già? chiedo lusingato.
- Never.- mi risponde con una smorfietta.
Il giovanottone ha riempito grosse borse di plastica e ora sorride a Sciltian soppesando la prima. Si porta una mano sul cavo del gomito e drizza il braccio in quello che in Italia è un gesto osceno da pugno in faccia:
- Are you strong?-
Il povero Sciltian undicenne guarda il colosso sbalordito e offeso.
- Strong vuol dire forte. Forte, capito? Vuol sapere se sei forte.-
Sciltian prende la borsa senza sorridere, non del tutto convinto.
La nostra casa americana non è a Newton ma a Newton Highlands, che vuol dire Alteterre, e deve suonare alle orecchie della Sgnuffi come qualcosa di nobiliare perché si infervora a spiegare di essere figlia di re alla malcapitata Paula che si è presentata con una padellata di gamberoni e dolci del Massachusetts alle diciotto col sole ancora alto, ora di cena locale.
Da qualche tempo la mia folle sicula metà ha deciso che per via di madre discende da quella lontanissima Ines De Castro, che avendo accompagnato Costanza di Castiglia a sposare Pietro, infante del Portogallo, si fece il principe che ci prese tanto gusto da farle fare tre figli. Opportunamente Costanza morì e il principe sposò Ines in segreto, ma il suocero-re la fece ammazzare insieme ai suoi tre figli mentre il principe era in guerra. Quando Pietro divenne re fece dissotterrare Ines, la mise sul trono, la incoronò regina e costrinse i dignitari di corte a baciarle la mano putrefatta. Cerimonia macabra di gusto greco-mafioso-agrigentino avvenuta anno più anno meno sei secoli e mezzo fa.
La Sgnuffi ha scoperto da un ritratto che quel re assomiglia ad un suo zio materno e questa è per lei una prova conclusiva di discendenza. Se le faccio notare che alla sventurata Ines uccisero tutti i figli e non possono esserci discendenti, la Sgnuffi mi risponde che è inutile discutere: un montanaro piemontese non può capire, lei è discendente del re del Portogallo punto e basta.
Queste cose dette in un inglese primitivo nei dintorni di Boston suonano credibili come un'antica leggenda indiana. Paula per tagliar corto sentenzia dando vita finalmente alle labbra:
- Here nobody ask who your parents are, but who you are.- che in italico suona "qui nessuno bada di chi sei figlio, importa solo chi sei tu."
Bellissima risposta anche se qui a Boston si dice che i Lowell parlano solo con i Cabots e i Cabots parlano solo con dio. E' la mia prima lezione di democrazia all'americana.
Una signora magra e bionda entra in cucina e si presenta sedendosi a tavola come una vecchia amica.
E' Sandy Corsetti e ci invita per domenica in chiesa, poi a cena a casa sua e ne va. Stiamo sgranocchiando i cookies di Paula quando torna Motorino. Nessuno bussa, (trattasi evidentemente di usanza esclusivamente europea) tutti entrano dalla porta sempre aperta come se fossero in casa propria. Sembrano autorizzati a far così dalla qualifica di "neighbors", parola che il mio dizionario traduce come "vicini di casa".
Andiamo a letto appena fa buio con la testa piena di inglese e lo sfinimento per le troppe novità e per il jet lag.

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