Letture Varie

TERRA! TERRA!
- Il pianeta gira verso oriente dandoci l'impressione che il sole si sposti verso occidente- spiego con la gioia di chi vuol travasare nel figlio la propria sapienza- Noi voliamo in senso contrario al movimento della Terra e così guadagniamo ore. Il volo durerà circa 7 ore ma quando noi arriveremo a Boston saranno solo le tre del pomeriggio invece delle cinque e mezza e dovremo mettere a posto gli orologi.-
- Allora continuando a volare così andremmo indietro nel tempo!-
Spiego che c'è un meridiano nel Pacifico per il cambio data ma perdo l'attenzione di Sciltian che ha visto qualcosa nell'Oceano e mi invita a guardare.
- Cosa sono?-
Il mare è punteggiato da piccoli scogli bianchi alla deriva.
- Iceberg! Ma... avesse sbagliato rotta 'sto pilota!-
La Sgnuffi si torce e dà un'occhiata giudiziosa:
- L'avevo detto io che era meglio se portavo anche una pelliccia!-
- A luglio? Andiamo a Boston, mica al polo...- ma quegli iceberg là sotto mi smentiscono con l'evidenza delle cose.
C'è una carta con le rotte della Sabena e seguo col dito quella che unisce Bruxelles con Boston e che si inarca molto verso nord. Un rigurgito dei miei studi nautici mi fa esclamare: - Rotta ortodromica! Ma certo! Vedi, Sciltian, la rotta più breve non è quella che sembra sull'atlante per via della deformazione che la carta subisce per la proiezione di Mercatore...-
Sciltian neanche mi ascolta. Guarda eccitato quei brandelli di ghiaccio sul blu intenso del mare ed è giusto che non gliene importi niente delle proiezioni di Mercatore.
L'aereo si sta abbassando: nitidissimo, elegante, l'arco di terra di Cape Code, punto di arrivo della rotta sbagliata percorsa dai Padri Pellegrini.
Un'ampia virata mi riporta sul blu assoluto dell'Atlantico mentre la voce del capitano annuncia in inglese e in francese che stiamo scendendo su Boston.
Mi incollo alla plastica rigata del mio oblò: so che questo primo sguardo sarà l'eterno simbolico ricordo che assocerò alle parole "Stati Uniti". Sento le dendriti dei miei neuroni fremere pronte allo scatto per creare nuove sinapsi e collegare finalmente un'immagine diretta ai milioni di parole immagazzinate sull'America nel corso di tutta la vita.
L'aereo sfonda un velo di nuvole: siamo già bassi! Sotto di me, come un gioco per bambini, centinaia e centinaia di casette coi tette aguzzi, disposte a file, a cerchi, a quadrati, inframmezzate dal verde e punteggiate da minuscoli laghetti blu, come un presepe infinito.
Voliamo sui tetti, sui giardini, sulle piscine e io lascio che tutto mi entri negli occhi, a cascata: l'America!
Ecco cos'è l'America: non le torri di Manhattan, non le autostrade a ghirigoro, non le praterie dei pellerossa, i deserti del west, non i bronx, le quinte avenue, i golden gate, le statue della libertà, non Al Capone, Kennedy, Marilyn Monroe, non gli shuttle, l'IBM, la General Motors, no, l'America è fatta da milioni di casette col pratino davanti e dietro e una famiglia dentro.
Un insetto mi solletica una guancia. Lo caccio con gesto istintivo e mi trovo la punta delle dita bagnate. Le casette commuovono, i nostri palazzoni di appartamenti fanno orrore. Qualcosa di ancestrale mi fa preferire tane individuali separate a favi razionalmente sovrapposti. Bestia per bestia, meglio un mammifero che un insetto.
Dobbiamo allacciare le cinture, il capitano ringrazia e comunica che fuori ci sono 72 gradi. La Sgnuffi sussulta: non ha preso le creme solari a copertura totale! La tranquillizzo, sono Fahrenheit, tradotto in gradi nostrani vuol dire che non fa né caldo né freddo.
Con un doppio sobbalzo l'aereo tocca il suolo americano e si trasforma in pullman correndo per alcuni chilometri su immense autostrade asfaltate fino ad attaccarsi ad un grande tubo. Caro Cristoforo, sono arrivato anch'io!
La hostess ci sorride in inglese. Un passeggero mi urta e si scusa in inglese. Ci avviamo coi nostri bagagli a mano lungo un corridoio infinito punteggiato da grandi scritte luminose in inglese.
Un'onda di irrealtà mi accarezza come se stessi per svegliarmi. Ho la sensazione di essere un alieno, di apparire mostruoso agli abitanti di questo pianeta sconosciuto. Respiro profondo ma anche l'aria è diversa, come se miliardi di parole inglesi avessero lasciato in essa impronte ignote, viene voglia di parlare romanesco ad alta voce per crearsi un alone di concretezza.
L'immensità delle strutture fa sentire piccoli. La Sgnuffi ciondola le sue borse naso all'aria e Sciltian individua la freccia, lunga una decina di metri, che ci invita a scendere nel sottosuolo per ritirare i nostri bagagli.
Dozzine di grandi anelli semoventi, affollati come tavoli di un immenso casinò, fan fare passerella a valigie di ogni forma e colore.
Schermi televisivi avvertono su quale ruota usciranno i bagagli provenienti da Bruxelles.
Minuti di suspense: la valigia mia arriva subito, quella di Sciltian poco dopo, ma occorrono dieci giri prima che appaiano i due monoliti blu della Sgnuffi. Il volto apprensivo della donna mia si distende in un sorriso di autocompiacimento: se non arrivavano era colpa mia, ma poiché sono là il merito è delle grosse etichette che lei ci ha incollato sopra.
I belgi avevano ragione di vantare la loro precisione e li maledico mentre carico le valigie da ernia su un carrello spingendolo, stile Sisifo, verso il controllo passaporti.
La folla bianca gialla e nera si autordina in una ventina di code che si allineano perfettamente parallele davanti a uomini in divisa da cui dipende il nostro ingresso negli Stati Uniti.
C'è una riga gialla disegnata sul pavimento e nessuno la supera. Uno alla volta i passeggeri sono ammessi oltre la linea e mostrano il passaporto con sincronismi anglosassoni. Eppure questa gente è ben lontana dal cliché inglese: il colore predominante è lo scuro avvolto in stoffe stampate con colori chiassosi, scarpe da tennis, braconi al ginocchio e borsoni sgargianti. Proprio non sembrano dei milord ma nessuno supera la linea gialla, nessuno cerca di fare il furbo e passare davanti agli altri. Vuoi vedere che questi cafoni colorati son più civili dei discendenti di Cesare?
Per mimesi diventiamo anche noi diligentissimi e perfetti e quando tocca a me mi fermo col piede a due dita dalla linea gialla ben attento a non pestarla. Ci fan cenno di procedere: io, la Sgnuffi e Sciltian ci presentiamo all'esame d'ammissione.
Il funzionario mi chiede qualcosa in una lingua sconosciuta. Lo fisso frastornato. Lui ripete, insistendo in quei suoni assurdi. L'emozione me li dilata sollevandomi echi nelle orecchie. Sciltian mi tira per la giacca:
- Vuol sapere che mestiere fai.-
- E se siamo qui per affari o per turismo.- rincara la Sgnuffi.
Il funzionario chiama con un cenno una brunetta che mi sorride e mi chiede in bell'italiano che mestiere faccio e se siamo in America per turismo. Confermo confuso e avvilito.
Peggio di così l'impatto con l'inglese non poteva essere, potrò in futuro scrivere capolavori in questa lingua ma la Sgnuffi mi rinfaccerà a vita questo tragico primo incontro. Mi consolo pensando che la vita é breve.
Oltre il controllo passaporti aspetta una folla tutta mani agitantisi, richiami, saluti, e festosi cartelli.
Mister Mangione mi ha scritto che ci sarà una sua vicina di casa ad aspettarci all'aeroporto mentre a Roma lui incontrerà Riccardo, mio figlio-in-legge, che lo porterà al Circeo.
In terza fila, un grande cartello bianco annuncia a caratteri cubitali GASTALDI. Qualcuno lo agita per attirare l'attenzione ma non si vede chi, coperto da una fila di bambini. Mangione mi ha mandato un nano?
E' una piccola signora dalla zazzera grigia, un condensato di vivacità, che saltella per superare le teste dei piccoli che le fanno schermo: levo alto un braccio e lo agito. Dal suo metro e pochi devo sembrarle un gigante: ma gli americani non sono tutti altissimi?
Questa mi arriva poco più su della cintura, le stringo la mano con un falsamente sicuro "how do you do?" seguito da un poco speranzoso "Do you speak italian?".
La piccola donna sì è messa in moto, veloce come un uccello, ha stretto la mano a Mara alleggerendola di un grappolo di borse, dato un buffetto a Sciltian, detto tre volte "how do you do" seguito da un suono che è probabilmente il suo nome, buttato il cartello in un portarifiuti, scosso la testa per rispondere alla mia domanda, tirato fuori dei bigliettini da una tasca della giacca, trovato quello giusto e ora avviandosi di buon passo dice con improbabile cadenza e accenti casuali:
- Ho la maia macchìna. Vénite.-
Sciltian si illumina: allora parla italiano, male ma lo parla! No, lo legge soltanto senza sapere quello che dice. Qualcuno le ha preparato i biglietti e quello è il numero uno. Se lo infila nella tasca dei biglietti usati e ci precede come un soldatino verso gli immensi parcheggi i cui vetri specchiano l'azzurro chiaro del cielo, oltre un ardito cavalcavia che supera un'autostrada a dodici corsie separata al centro da uno spartitraffico verde largo come un campo di calcio. La seguo, iniziando la traversata e spingendo il mio carrello, i muscoli gonfi come uno schiavo mandingo.
E' veloce e dopo duecento metri ansimo e rallento supplicando Sciltian:
- Dì a Motorino che si metta in folle...-
Sciltian ride. La vispa signora battezzata Motorino sorride senza capire e senza rallentare. La Sgnuffi mi fa un cenno imperioso affinché mi affretti.
Sciltian guarda in su. Anch'io guardo in su ma c'è soltanto un gran sole.
- Il sole americano, papà. E' proprio come nei telefilm: più luminoso del nostro.-
Ha gli occhi socchiusi, il naso arricciato e l'aria felice. Perché sciupare la magia spiegandogli che il sole è il medesimo e anche la latitudine è quasi la stessa? A lui qui il sole sembra più luminoso, forse lo è davvero perché anche a me i colori sembrano più vividi per l'intensità nuova con cui guardo le cose.
Motorino si è infilata sotto la volta di un sconfinato hangar pieno di lussuose auto allineate in schiere perfette, disposte su più piani uniti da fantascientifiche piste che si avvolgono verso l'alto.
L'americanina spalanca le portiere di un'auto giapponese dalla linea filante e ci sistemiamo alla meglio riempiendo ogni volume coi nostri enormi bagagli. Mi siedo accanto a Motorino appassionatamente abbracciato ad uno dei valigioni della Sgnuffi. La donnetta avvia l'auto e allinea sulla sua gamba destra tre striscioline di carta fittamente scritte. Legge la prima che porta un vistoso numero due in un angolo:
- Avete àvuto un buon vaiaggiò?-
- Yes.-
L'auto corre in mezzo al verde. Vorrei chiederle dov'è Boston, se Newton è lontana, vorrei comunicarle tutta la mia simpatia e la mia gratitudine per essere venuta a prenderci all'aeroporto e le dico:
- Thank you for...- lascio in sospeso sperando che capisca. Motorino annuisce e legge il bigliettino numero tre:
- Aio sono una àmica of Mangiionis...-
Biglietto inutile. L'avevamo capito.
Motorino guida su per bellissimi viali sinuosi, passiamo accanto ad un laghetto con gente che nuota e prende il sole e faccio notare alla Sgnuffi che probabilmente la pelliccia non serve. Legge il biglietto numero quattro:
- Qvesto lago di Newton Highlands.-
- Bello...- sono vivamente preoccupato. Abbiamo svoltato otto volte a destra e sei a sinistra lungo viali tutti uguali, fra villette tutte diverse ma rese uguali dal veloce susseguirsi di facciate, patii, prati all'inglese perfettamente rasati, piscine di ogni forma e dimensione.
- Uh guarda!- Sciltian mi indica qualcosa con entusiastica meraviglia. Cip e Ciop saltellano su un prato, le guance gonfie di arachidi. Sposto il mezzo quintale che mi grava addosso e indico i due scoiattoli alla Sgnuffi:
- Due scoiattoli!-
La Sgnuffi si illumina di gioia e lancia un urletto di incredulità:
- Là! Altri due!-
Le allegre bestiole si inseguono velocissime, salgono sugli alberi, discendono, saltano fra i rami. Altri se ne aggiungono, in un carosello di squittii. Al nostro passare gli scoiattoli si bloccano e ci guardano masticando con le loro buffe guanciotte a palloncino, ritti sulle zampe posteriori.
Motorino cerca con lo sguardo il motivo del nostro entusiasmo ma non lo trova. Ci dà un'occhiata critica e mi sento di nuovo marziano quando conclude con un gesto di indifferenza:
- Squirrels.-
Prati, alberi enormi, cespugli di fiori, facciate di ville in mattoni rossi o in legno dipinto e dovunque squirrel che ballano, si rincorrono, saltellano o stanno immobili come pupazzi a fissarci coi loro occhi tondi.
Sciltian batte le mani eccitato e Motorino mi dà un'altra di quelle occhiate di disagio e ripete:
- Only squirrels.-
Vorrei dirle che da noi è raro vedere degli scoiattoli e mai in mezzo alle case. Vorrei dirle che è bello perché quegli animaletti allegri ci han dato il miglior benvenuto nel loro paese e dico:
- Squirrels... beautiful.-
Ormai ho perso il conto dei giri fatti nel labirinto di viali, quando Motorino ferma l'auto davanti ad una villetta in legno color crema dai tetti aguzzi come quelle delle fiabe.
Chiuso in un grande prato cintato con una rete metallica un cagnetto abbaia festoso spiccando grandi salti contro il cancello. Riesce ad aprire il catenaccio e corre davanti alla macchina con frenetici balzi e patetici scodinzolamenti del suo moncherino di coda.
- Banji!- esclama Motorino balzando a terra. Spalanchiamo le portiere e Banji mi saltella felice contro le gambe come se fossi il suo Ulisse tornato a Itaca.
Motorino lo prende in braccio e torna a chiuderlo nel prato ammonendolo nella sua lingua, poi saltella su per i tre scalini che immettono in un piccolo patio e spinge una porta a vetri invitandoci a entrare.
Arrancando coi valigioni della Sgnuffi chiedo nella strozza
- It is open?-
Motorino mi guarda e mi offre una chiave:
- This is the key. Don't use it. There is a tenant on the third floor.-
Chissà se ho capito: non devo usare la chiave perché c'é un tenente al terzo piano... non ha molto senso.
Motorino se ne va lasciando sospese nell'aria frasi gentili nel tono ma incomprensibili nella sostanza.

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