Letture Varie

LAS VEGAS E SAN DIEGO
Atterriamo a Roma ai primi di settembre. Le strade ci sembrano ancora più strette e il traffico insopportabile.
Sui marciapiedi i cani cacano continuamente, gli automobilisti buttano cartacce dai finestrini e i pedoni scatarrano dovunque. Eppure i romani sono quasi tutti lavati profumati e ben vestiti e abitano appartamenti dai pavimenti lucidi, con linde cucine e tende di bucato: la sporcizia comincia sul pianerottolo, là dove noi italiani sentiamo che non è più casa nostra.
E' sempre stato così ma adesso ci dà un fastidio acuto e un senso di vergogna. Guardo i muri dei palazzi imbrattati da scritte imbecilli tipo "Lazio di merda", su cui la mano di un homo sapiens sapiens ha scritto Roma, e un'altra ha riscritto Lazio. Qualche genio ha pennellato enormi "Meridiano zero" sui muri delle scuole e un saggio ha corretto la "d" in "t": sì, meritiamo zero.
I muri delle metropoli americane sono coperte di graffiti e di murales che hanno una qualche capacità di comunicazione artistica. Le scritte della metropolitana di NewYork sono state mostrate al Museo d'Arte Moderna. Le nostre sono banali e volgari e sono andate sempre peggiorando. Nei vespasiani di un tempo si poteva leggere: povera umanità dove si perde, nel buco delle urine e delle merde. Non era Dante ma conteneva un pensiero.
Oppure: non grosso che sfondi, non lungo che tocchi, ma duro che duri è il cazzo coi fiocchi. Potrebbe essere Della Casa.
Ancora durante gli anni piombo si poteva trovare un po' di humour, sia pure involontario. Mi ricordo un "Contro la stato di guerra, guerra allo stato", e anche un "Basta con le prime pietre, mettiamo prima le ultime!".
La notte di Natale stendiamo sul tavolo da pranzo la grande carta del Nord America su cui Sciltian ha disegnato pallini rossi sulle città visitate ed evidenziato le strade che abbiamo percorso. Ci manca ancora tutto il Middle West e il Sud-ovest. Però guardiamo tristi la pancia di Amarilli che sta crescendo per la terza volta: Clarissa's coming. Dovremo saltare un'estate.
Un amico di Riccardo, uso a vomitare l'anima quando veniva in barca con noi, è diventato miracolosamente grinder sul Moro di Venezia e ci manda cartoline da San Diego.
Poiché l'attesa Clarissa avrà pochi mesi l'estate prossima, San Diego, dolce e tranquilla, ci sembra una buona scelta.
Mi attacco al fax e spedisco le mie proposte ai sandieghegni vogliosi d'Italia. Dopo una settimana ho già concluso uno scambio con una famiglia di La Mesa, un'area residenziale a est di San Diego.
Seguiamo in TV l'America's Cup con un occhio al rosso scafo della Montedison e un altro ai panorami che si intravedono dietro le barche: grandi baie, lussuosi yacht club, doratissime spiagge. Dev'essere un buon posto.
Come ormai è uso, partiamo prima Sciltian, la Sgnuffi e io. Riccardo e Amarilli verranno qualche giorno dopo, stavolta si portan dietro una famiglia di amici che ha affittato un appartamento sulla baia e un'altra coppia che ha scelto un residence a La Jolla.
Roma-Madrid-Los Angeles. Diciotto ore, sosta compresa. Arriviamo a El Ai all'una e trenta dopo mezzogiorno avendo guadagnato un po' di ore col fuso, giusto in tempo per noleggiare una giapponesina alla Avis da 26 dollari al giorno e scattare verso Las Vegas. Quattrocento chilometri di riposante guida americana sulla statale 15 sono un piacere. Dopo Barstow ci inoltriamo nel deserto. L'aria è secca e le montagne brulle si stagliano scolpite con violenta precisione di dettaglio.
L'ingresso in Nevada mette allegria: si passa sotto un arco di trionfo colorato come l'entrata in una Luna Park. Subito dopo la linea di confine ci sono i primi alberghi con casinò. La pubblicità luminosa annuncia prezzi incredibili: offrono stanze gratis e colazioni per due dollari ma solo giocatori incalliti si possono fermare in mezzo al deserto.
Abbiamo prenotato ad un Best Western perché quello è il libro di hotel che ho a Roma ma meditiamo un cambio dopo la prima notte. Non prenotiamo mai alberghi tramite le agenzie perché triplicano i prezzi.
La strada si inerpica verso le montagne. Cartelli ci avvisano di spegnere l'aria condizionata per non far bollire l'acqua nel radiatore. Eseguo e un coro di proteste si alza dai passeggeri:
- Sei matto ad accendere il riscaldamento?-
La temperatura esterna è ben oltre i quaranta gradi. Rimetto l'aria condizionata sperando nella tecnologia giapponese. Incrociamo alcune auto ferme coi cofani aperti e fumanti, ma la temperatura nel nostro radiatore non passa i novantacinque gradi.
Superiamo le montagne col sole al tramonto e scendiamo in un immenso cratere lunare: una conca grande come l'orizzonte di color ocra e giallo sul cui fondo si alzano i grattacieli di Las Vegas.
Quante volte abbiamo visto Las Vegas al cinema! Eppure non siamo preparati allo spettacolo: nell'aria che imbrunisce rapidamente chilometri di grattacieli si incendiano di cascate luminose. Insegne rutilanti alte decine di metri disegnano quadri di luci in movimento, un abbagliante pagliaccio ci invita sulla destra mentre rubinei flamingos disegnano i contorni di un Hilton.
Il Caesar Palace mostra la sua romanità fastosa e pacchiana mentre in un giardino d'acqua un vulcano erutta lingue di fuoco. Lo Stardust si erge bellissimo con una vertiginosa parete che sfuma dal blu al rosso e alle nostre spalle l'hotel Excalibur illumina le sue folli torrette medievali con cupole colorate da castello delle fiabe di Disney..
Una sottile euforia trasforma il mio stupore in desiderio di godere, di mettere nella mente tutta quella gioia luminosa che infrange le barriere critiche del mio gusto europeo per conquistarmi, proprio come nella lontana infanzia facevano le giostre nei giorni di fiera.
Il nostro Best Western non è un granché in confronto a ciò che abbiamo intravisto e il suo prezzo è uguale a quello pubblicizzato con pannelli immensi dal buffo ma grandioso Excalibur: 45 dollari a notte.
Siamo stanchi e andiamo a letto ma da domani sposteremo i bagagli nel mondo di Re Artù.
Camminare sotto il sole è impresa eroica. Il termometro annuncia 44 gradi centigradi. Un vigile donna in un incrocio dirige paonazza il traffico.
- It's hot, sir, but no humidity. No humidity.- ci rassicura uno degli scudieri in costume che ci accoglie all'Excalibur. Anche negli altiforni non c'è umidità...
La hall dell'hotel è grande come quella di un aeroporto. Per il check-in sono in funzione venticinque sportelli davanti a cui sono incolonnati centinaia di nuovi clienti. Ci danno una suite al ventisettesimo piano: le finestre sono bifore, l'arredo imita il fratino, il bagno è così vasto che dalla tazza si fatica ad arrivare al rotolo di carta igienica. Malgrado tanto spazio non c'è il bidet.
Ci rinfreschiamo e scendiamo al casinò. Ogni hotel ha il suo. Qui la gente viene per giocare.
La prima volta che si entra in un casinò di Las Vegas si è frastornati dalla sue prospettive senza fine di slot-machines in un orgia di velluti e di moquette dai colori violenti, centinaia di tavoli da poker, di blakjack, di chemin de fer, tavoli per i dadi, macchine per cambiare i soldi che ingoiano banconote e carte di credito di ogni nazione sputando monetine o tokens di vario valore. Ragazze in guêpière dalle lunghe gambe fasciate di rete nera portano vassoi con bibite ghiacciate offerte dalla casa ai poveri esausti giocatori.
Faccio un accordo con Sciltian: giocheremo solo monetine da cinque cents. Limiteremo le perdite e il divertimento sarà lo stesso. Be’, proprio lo stesso no, a giudicare dalle urla di giubilo di una cicciona mentre la cascata delle monete vinte non accenna a fermarsi, furbescamente amplificata dai piatti a risonanza posti sotto le slot-machine che annunciano la possibilità di un jackpot da 23.645.837 dollari se si giocano quattro token da un dollaro per volta. E il jackpot continua ad aumentare alimentato dalle giocate di tutti.
Sciltian ed io infiliamo monetine da cinque cents nelle macchinette del poker e con dieci dollari giochiamo per cinque ore e possiamo toccar con mano una verità banale ma che chi gioca sempre dimentica: si può vincere soltanto se si smette quando si è in attivo, continuando si perde sempre. Infatti questi casinò si vantano di trattenere soltanto il tre per cento del valore delle giocate e con quel tre per cento possono permettersi questa magnificenza.
Abbiamo solo quattro giorni e poi dobbiamo andare a San Diego per l'appuntamento con la famiglia di La Mesa e non possiamo vedere tutta Las Vegas. Gli spettacoli costano 25 dollari e si esibiscono le più grandi star del mondo, si può mangiare in un ristorante anni 50 con dodici dollari oppure nei self-service con cinque. Anche mentre si fa la fila per la cassa si può continuare a giocare con le slot-machine che sono ovunque. In qualche albergo le han messe anche nei cessi.
Da Las Vegas a San Diego son sei ore d'auto, costeggiando l'infinita periferia di Los Angeles.
Scendendo verso il Messico il deserto lascia il posto a collinette inverdite blandamente da una vegetazione mediterranea stentata per la mancanza d'acqua, punteggiata da gloriosi cactus di ogni forma.
Ci fermiamo a pranzo in un curioso villaggio annunciato con grandi insegne come Sun City. Ampie strade perfettamente lisce e senza traffico si snodano in mezzo a lunghe teorie di cottage a un solo piano con garage giardino e alberello. Non ci sono scale, dolci rampe portano alle larghe porte d'ingresso delle villette tutte dipinte in un delicato azzurro. Il posto ha un suo fascino, c'è un gran bel silenzio e un'arietta tiepida fa stormire gli alberelli bassi, tutti uguali anch'essi, posti accanto ad ogni uscio.
- Sembra un cimitero...- sussurra Sciltian dando parole ad una vaga sensazione di disagio.
Su un vasto piazzale si fronteggiano due pompe di benzina e due ristoranti. Entriamo in quello di destra. Tavoli in legno chiaro con tovaglie azzurre e fiori in piccoli vasi di coccio gli danno un'aria serena. Ai tavoli, una ventina di persone, la più giovane delle quali ha un'ottantina d'anni. Anche loro molto sereni, sorridenti, coi capelli bianchi sfumati dello stesso azzurro delle tovaglie. Il nostro ingresso genera movimento, dandoci l'impressione che prima tutto fosse fermo e che solo adesso fingano di vivere. Camerierotte pimpanti ci sottopongono menù e ci spiegano che Sun City è una delle tante città per anziani che punteggiano la California. Tutto è studiato per loro in modo che possano andare dal letto al ristorante anche su una sedia a rotelle. Gli unici maschi giovani sono quelli del servizio di vigilanza. Curatissima è la parte sanitaria, con buoni medici e assistenti sociali: un bellissimo parcheggio per vecchi prima del cimitero.
La cucina è buona ma è con sollievo che ci rimettiamo sulla 15 alla volta di San Diego.
Passiamo Temecula, città dal nome indiano che si presta a battutacce volgari, e dopo Escondido arriviamo all'incrocio con la 8.Il navigatore Sciltian mi dice che devo immettermi sulle corsie che vanno a est per arrivare a La Mesa. Infatti dopo una decina di minuti un cartello ci avvisa che dobbiamo uscire. Lasciata la statale ci troviamo un labirinto di strade e stradelle che si inerpicano ghirigorando su per un'erta collina su cui un grosso crocefisso allarga le sue lignee braccia. Tanto le grandi strade sono facili, dritte e ben segnalate, così quelle residenziali sono labirintiche e curve: dev'essere lo spirito di compensazione a far credere agli americani che i ricchi debbano abitare lungo strade a spire, con poche indicazioni, dove sia facilissimo perdersi.
Abbiamo una mappa dettagliata della zona che i nostri partner ci hanno mandato via fax: assomiglia a quei giochetti dove bisogna seguire un tracciato con la matita per portare il gatto a mangiare il topo, con tanto di punti ciechi, finti incroci, ritorni indietro. Dopo aver evitato Bonnie Vista Road, superato il tranello di una Bonnie Vista Boulvard, riusciamo a parcheggiare a Bonnie Vista Drive davanti ad una villetta dall'aria triste: la più brutta dell'area, di color militar mimetico detto più volgarmente merda di scarabeo.
Il cottage è grande orizzontalmente ma sembra avere un solo piano mentre noi sappiamo che deve averne due. Grandi abbaini si levano sul tetto fatto di assicelle inchiodate.
Ci scambiamo un'occhiata di apprensione: stavolta abbiamo preso la fregatura! Suoniamo con apprensione. Ci apre una signora maturata bene e lancia esclamazioni di benvenuto introducendoci in un bellissimo salone dal soffitto alto sei metri con finestroni immensi che danno su un prato che termina su uno strapiombo davanti al panorama di San Diego. Sospiriamo di sollievo: l'interno di quel misero cottage è una bella villa con grandi spazi, (ad un piano vista da fuori ma a due vissuta da dentro!) con un'ampia cucina fornita di tutto dove un gioviale signore sulla sessantina ci stritola le mani in grandi strette accompagnandoci al piano di sopra dove ci sono tre stanze da letto con bagno. La signora ben maturata con un sorriso di orgoglio introduce la Sgnuffi, me e le voluminose valigie nella suite padronale: la stanza da letto ha una moquette erba di campo, densa e alta come un prato da rasare ed un letto di schiuma bianca con baldacchino e specchio troneggia gonfio di rosei cuscini di pizzo a forma di cuore. Attraverso un passaggio armadiato a specchi ci conduce nella sala da bagno, grande come la camera da letto e occupata per metà da una rosea vasca Jacuzzi che sembra un'orchidea sbocciata in mezzo al green della moquette.
Doppi lavabi con specchi e una toilette regale con corona di lampade chiudono il nostro stupito sguardo panoramico.
La signora gode del nostro stupore ed è felice.
Il padrone ha origini tedesche e mi ha preparato un manuale per la manutenzione della casa di duecento pagine dattiloscritte. E' diviso in capitoli: il primo riguarda l'antifurto che va innestato uscendo e che riempie tutte le stanze di microonde segnalando ogni movimento sospetto. L'allarme suona direttamente nell'ufficio di polizia e l'agente prima di mandare una squadra farà una telefonata. Se nessuno risponde partono a sirene spiegate. Se risponde qualcuno che non sa la parola d'ordine spiegano ugualmente le sirene. Devo concordare coi poliziotti una mia parola d'ordine e divento patriottico: Italia. Il secondo capitolo riguarda l'innaffiamento del giardino. Complicatissimo perché ci sono tre sistemi di innaffiamento automatico più tre attacchi manuali. Per le rose quattro ore, per il prato due, per i fiori del giardino di fronte alla casa una. Di giovedì verrà un giardiniere negro a rasare l'erba. Di martedì verrà l'impiegata di un'agenzia che si occupa dei fiori interni e che spruzzerà le foglie con uno spray, metterà acqua e concime. Ha una chiave sua, va e viene, possiamo non farci caso. Il terzo capitolo riguarda gli elettrodomestici: gli appliances, come dicono qui. Ha come allegati tutti i libretti di istruzioni dei dodici pezzi forti della grande cucina, dal tritarifiuti al microonde.
Il quarto riguarda i televisori, i videoregistratori e l'impianto Hi-fi con dettagliate spiegazioni dei vari canali, della cable Tv, dei compact disc, cassette, ecc.
Il quinto riguarda le auto: ce ne lasciano due. Una Chrysler rossa di gran lusso che sta in garage e un'altra giallo oro che sta accanto alla casa. Documenti, assicurazioni, permesso di guida firmato dai legittimi proprietari nel caso che la polizia sollevasse qualche problema. Il sesto riguarda i gatti: sono tre. Vivono in giardino, entrano spesso ma non bisogna permetter loro di salire al piano di sopra. Mangiano due scatolette di carne al mattino e una busta di crakers nel pomeriggio.
Il settimo riguarda i colibrì: ci sono dei vasi di vetro colmi di liquido dolce appesi sui balconi dove i colibrì vanno a suggere da finti fiori. Non si debbono lasciare vuoti o i microuccelli moriranno perché sono talmente rincoglioniti da non saper più sopravvivere senza quella droga zuccherina. L'ottavo riguarda il pesce rosso nella stanza di una delle figlie: è tropicale, bisogna controllare temperatura, aria e cibo.
Prometto che passerò l'intero mese a studiare il manuale, correndo dai gatti agli uccelli ai pesci, riposandomi col controllo delle differenziali bagnature del giardino. Il mio inglese non è tale da trasmettere sfumature ironiche.
Il giorno dopo, alle cinque di mattina, i nostri ospiti partono per Roma e io li accompagno con la mia giapponesina fino all'aeroporto che è situato al centro di San Diego, in una zona accanto alle acque della baia. Comodo per chi deve volare, pauroso per gli abitanti della città che si vedono sfiorati da immensi Jumbo dai ventri imbullonati.
Lascio la giapponesina al deposito della Avis nel buio delle quattro antimeridiane, accolto nel parcheggio da un nero con un computer portabile che guarda la targa, batte sulla tastiera e poi mi dà una ricevuta per 343 dollari, quasi ottanta più del pattuito. Non devo pagare, la fregatura è automatica, va direttamente sulla carta di credito. Protesto e lo spilungone buio mi mostra la corona d'avorio della sua perfetta dentatura: è il computer che fa i conti. Cheese.
Mi siedo sulla sontuosa pelle rossa dell'auto dei miei ospiti e di fronte all'aeroporto loro scendono, ci abbracciamo con scambievoli auguri di buone vacanze e mi metto alla guida. L'auto scivola via silenziosa e feudale, docile al volante, voluttuosa nel cambio automatico che sembra precedere ogni mio desiderio.
Trovo con qualche difficoltà Bonnie Vista Drive e parcheggio di fronte al cottage color cacca d'insetto. La Sgnuffi e Sciltian stanno ancora dormendo. Ricomincio ad essere americano.
L'arrivo di Amarilli, Riccardo e tre figli scatenati tre, riportano aria di Roma. Melissa vuol suonare il piano che c'è nel salone e anche Fabrizio vorrebbe mentre Clarissa ha imparato a star ritta e tira a terra ogni cosa che riesce ad afferrare.
Andiamo a fare la prima megaspesa nel supermercato più vicino e per due ore ci immergiamo nell'abbondanza di dimensioni pantagrueliche: ma le differenze con l'Italia sono ormai solo nelle dimensioni. Anche da noi le cassiere fan passare le confezioni sulle finestrelle dei lettori dei codici a barre, anche da noi c'è la stecca di plastica che separa quello che ho comprato io da quello che ha comprato quel cliente che vien dopo di me e anche qui gli scaffali son pieni di acqua San Pellegrino, di prosciutto di Parma, di spaghetti e rigatoni nostrani.
Il primo guaio lo fa Riccardo ponendo le bottiglie d'acqua minerale sopra il frigorifero. Lo apre e una piomba sul pavimento in maiolica fracassando una mattonella. Nel giro di ventiquattr'ore si blocca il tritarifiuti, si brucia il microonde, si spezza la manopola del televisore del salone e il pesce tropicale galleggia morto a pancia in su in un'acqua che si è messa a bollire per la rottura del termostato.
Siamo costernati ma anche morsi a sangue da piccole pulci di gatto che si nascondono nella moquette della sala da pranzo. Riccardo propone di finire l'opera mettendo i gatti nel forno a gas e impallinando i colibrì con la doppietta che abbiam trovato nello studio del padrone di casa, sotto la sua foto di ufficiale dei marines.
Abbiamo scambiato otto contro due e forse otto persone sono troppe per uno scambio casa, occorrerebbe organizzare uno scambio albergo.
San Diego è una grande pacifica città stesa su due stupende baie, col porto militare più grande del mondo e dei marina per yacht privati da far urlare di rabbia chi come noi è stato costretto per anni in quarta fila nel porto del Circeo sopportando le angherie delle mafie locali.
Corazzate potenti, sottomarini atomici semimmersi, portaerei maestose solcano le acque dei golfi attraccando ai moli di Coronado che è una quasi-isola unita alla terra ferma da una sottile striscia di sabbia lunga dieci chilometri su cui passa una strada. Dal centro di San Diego si può arrivare a Coronado percorrendo una soprelevata a pagamento che sembra il ramo di una gigantesca giostra di montagne russe tanto si alza nel cielo prima di riabbassarsi sulle più belle spiagge del mondo.
Riusciamo a interrompere lo shopping di Amarilli e andiamo a Point Loma, l'estremità del braccio che chiude la grande baia a nord: il panorama è davvero unico. Decine di migliaia di yacht a vela e a motore riempiono i marina degli specchi d'acqua interni formati da barriere naturali, migliaia di villette, di residence, di club inframmezzati da imponenti viali di palme occupano tutto il lato est e nord della baia. Al centro c'è la downtown coi suoi pochi grattacieli che si specchiano nel mare, antiche navi a vela trasformate in musei attraccate ai moli e la vincitrice dell'America's Cup esposta sotto le palme. In un cantiere di Shelter Island, una penisola messa lì apposta dalla natura per creare yacht club, c'è anche il "Moro di Venezia" coperto da un bianco sudario di delusione.
San Diego è molto latina. Lo spagnolo è parlato più dell'inglese. Siamo a venti minuti d'auto da Tijuana che è la sua corrispondente messicana.
La pressione dei messicani che vogliono entrare negli Sates ha fatto sì che lungo tutte le migliaia di chilometri di confine, ad ogni città statunitense ne corrisponda un'altra messicana. A San Diego entrano circa mille clandestini al giorno, ogni dieci giorni qui arriva il corrispettivo degli albanesi in Puglia che gettò l'Italia nel panico, e la California li digerisce con qualche problema, ma come potrebbe essere altrimenti?
Andiamo a Tijuana insieme agli amici di Riccardo, lasciando le auto in zona statunitense. Un pullman ci porta al centro della città.
Dovunque c'è sporcizia e miseria, della peggiore, quella che vede le ricchezza vicinissima ma difficile da raggiungere.
Le guardie californiane non sparano e non usano violenza contro i clandestini, si limitano a riportarli in Messico e quelli caparbiamente ci riprovano tante volte finché ce la fanno. Scavalcano muri, tagliano fili spinati, si stipano nei sottofondi delle auto, attraversano il deserto. Sull'highway c'è un terribile cartello: in un triangolo di pericolo è disegnata una messicana con due bambini per mano. Attraversano col buio, è facile investirli.
- Hai più visto quella moretta coi capelli lunghi e quel bambino in braccio?- chiede una guardia ad un compagno.
- No. Son tre giorni che non la becchiamo...-
- Allora é passata.-
Tijuana è un grande lurido bazar pieno di mercanzia scadente, venduta al triplo del suo valore.
- Dieci dollari! Non es nada!- strilla uno dei tanti venditori agitandomi sotto il naso un braccialetto di dubbio argento. Poiché lo sorpasso senza interesse, urla:
- Cinco, senor! Cinco dollares!- Io tiro dritto e lui:
-Tres, senor! Tres! Dos! Dos! Este por un dollar, senor, por favor!-
Torno indietro e compro il braccialetto ma glielo pago dieci dollari.
Abbiamo noleggiato un van con nove posti a sedere e dovremmo partire per un lungo giro fino a New Orleans e poi, attraverso le riserve indiane risalire fino al Gran Canion.
Ma, come dice un amico mio, l'uomo propone e dio cane. L'uragano Andrews vortica davanti alla Louisiana e nessuno sa dove andrà a sbattere.
Per raggiungere il Gran Canion decidiamo di tornare a Las Vegas e prenotare sette posti (Clarissa non paga) su un piccolo aereo che sorvola il millenario scavo del Colorado. La pubblicità parla di 125 dollari a testa, coi bambini a metà prezzo. Alloggiamo di nuovo all'Excalibur e troviamo un depliant che ci promette uno sconto sul volo di quasi la metà. Col depliant ci presentiamo alla cassa dell'agenzia per pagare ma non possono farci lo sconto poiché noi abbiamo accettato telefonicamente il prezzo col broker: abbiamo quindi perfezionato il contratto verbale e loro non possono più mutarne le condizioni. Mi dà un tremendo fastidio pagare più degli altri due italiani che voleranno con noi: due ragazzi biondi, con gli occhi chiari che si tengono dolcemente per mano. Insomma il controcliché dell'amante latino.
L'aeroplanino monoelica, monomotore, monotutto si alza dalla pista di un aeroclub e ballonzola nell'aria calda sopra Las Vegas tentando di guadagnar quota. Poiché son quello con le gambe più lunghe il pilota mi ha fatto sedere accanto a lui e poso la mano sulla cloche del doppio comando. Sogghigna e mi avverte di non muoverla. Metto le mani in tasca mentre ascolto in cuffia una voce che spiega in un italiano esitante le meraviglie di Las Vegas, del vicino lago Mead creato con una ciclopica diga che sbarra il Colorado, e dei milioni di anni impiegati dal fiume per scavare il Gran Canion.
Dall'alto Las Vegas sorprende ancora: la città si estende su un'area molto vasta. Si vedono campi da football, da baseball, un'infinita spuntinatura di piscine blu accanto alle innumeri villette o cottage che sono il modo di abitare di gran lunga preferito in America da una costa all'altra.
L'aereo cade per una decina di metri levandoci il fiato. Un vuoto d'aria. Guardo le facce della famiglia: palliducce ma sorridenti. Uno dei due gay seduto in fondo comincia a vomitare nell'apposito sacchetto.
Il lago Mead è surreale: l'acqua blu è in contrasto violento col marrone assoluto delle sue rive scoscese, prive di vita come le pianure di Marte mostrateci dal Viking. Noi siamo abituati ad associare il verde ai laghi: questo è lungo cento miglia ma l'unico verde è quello artificiale piantato intorno alle poche case di un imbarcadero.
L'aereo ballonzola, vibra, scivola d'ala. L'elica gira davanti a me e il motore a quattro tempi scandisce nettamente i suoi colpi trasmettendo un senso di insicurezza, potrebbe fermarsi come quello di una normale automobile. Scendere e mettere il triangolo.
Il canyon si apre sotto di noi e l'aereo è colpito da una corrente d'aria ascensionale e sbalzato in alto per alcuni metri. Adesso sul fondo i gay vomitano entrambi e imprecano in un italiano ingolato chiedendo di tornare indietro. Il pilota ha le cuffie e non li sente o finge di non sentire: vira e si abbassa sul più grande taglio della Terra.
L'altezza appiattisce la voragine centrata dal sole alto nel cielo blu puro. Sul fondo il nastro limaccioso del Colorado barbaglia come una catena d'oro. I dirupi colorati a strati sono una torta millefoglie. C'è la storia del pianeta scritta in quelle fasce ma io non la so leggere.
L'aereo vola sul canyon seguendolo verso sud. L'Arizona si stende a vista d'occhio arida e marziana. Là galoppavano gli indiani e i carri dei coloni cercavano di passare per raggiungere la California. Sfugge alla razionalità di oggi come siano riusciti a farcela in quel forno assurdo senza acqua e senza ombre.
In cuffia la voce sgrammaticata mi racconta della prima esplorazione del fiume : partirono in cinquantadue e arrivarono in tre. Ecco spiegato il mistero: per ognuno di quelli che ce la facevano, venti morivano.
Questo non è vedere il Gran Canyon, è intravederlo nella sua prospettiva peggiore. Chiedo invano al pilota di abbassarsi dentro il gran taglio, risponde che non può perché due settimane prima un aereo s'é schiantato contro le pareti ed è stato proibito. Rimpiango di non aver insistito per l'elicottero anche se costava il doppio ma che atterrava sul fondo del canyon.
Dopo due ore di svolacchiamento sull'arie perturbate del deserto, l'aereo gira l'elica verso Las Vegas per il ritorno. Quando le ruote toccano l'asfalto della pista c'è allegria in famiglia mentre esplode la rabbia dei due omosessuali che urlano contro il pilota, l'aereo e chi li lascia volare, usando insulti pesanti che tutti facciamo finta di non capire.
Ci lasciamo alle spalle Las Vegas e le sue tentazioni e al tramonto siamo a Calico, una ghost town vicino a Barstow. Siamo fuori dell'orario previsto per le visite e il trenino che porta su per la montagna è fermo. Ci arrampichiamo come tutti i giorni facevano i minatori d'argento e le loro famiglie.
Il vento della sera soffia su quelle rocce bollenti, si infila nei piccoli canyon, entra nelle bocche delle miniere abbandonate e accarezza le vecchie baracche, in gran parte rifatte per uso turistico ma uguali a com'erano. Una lapide racconta la breve storia della città che con la scoperta dell'argento passò da pochi abitanti a molte migliaia per poi spopolarsi con la crisi del commercio di quel metallo fino a ridursi a due persone, poi a una: una donna. Era questa la maestra della città che visse in mezzo a quei sassi i novant'anni della sua vita. Mi arrampico fino in cima al monte dove c'è una grande buca scavata da quegli eroi della fatica che picconavano sotto il sole a 45 gradi Celsius, spostando tonnellate e tonnellate di rocce. In quel posto, dice una lapide, vennero cavati quintali d'argento in pochi giorni.
Sta calando la sera. Sono solo al sommo di una roccia. Intorno a me il silenzio e la maestosità di una natura ostile ma bellissima. Nel cielo colori viola gettano un riverbero strano sulle pareti graffiate e bucate da povera gente in cerca di ricchezza e le finestrelle delle baracche sembrano fissarmi come occhiaie vuote di teschi.
Un possente senso di sacro. Dovunque giro lo sguardo non c'è segno di vita.
Tra le baracche ombre piccole e grandi mi chiamano e il mio nome mi arriva flautato e distorto dalle folate di vento. Sto ancora là, ritto sulla roccia, a sognarmi indiano o minatore per riempirmi gli occhi dello stesso panorama che si mostrò a loro nel passato.
Nulla è cambiato, si respira eternità. Anche questa è America.

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