Letture Varie

IL PRIMO GIORNO DEL PRIMO VIAGGIO DEL PRIMO SCAMBIO
Sono le sette del mattino, ora abitualmente poco vissuta da tutta la famiglia. Io sono uno scrittore notturno e le mogli degli scrittori notturni sono amanti dell'alba, non perché a loro piacciono le albe, ma perché fanno l'amore all'alba e tendono poi a dormire fino a mezzogiorno.
In quella che ancora ci sembra, per mancanza di confronti, una gigantesca hall d'aeroporto, la Sgnuffi è un grappolo di borse: acini turgidi di tele colorate, di vera pelle e di plastiche accese, dondolano ad ogni movimento dei suoi fianchi. Si ferma con aria interrogativa in mezzo a due gigantesche valigie di nylon blu munite di rotelle. Sta mimando la battuta: "Chi sarà l'uomo infame che costringe questa bellissima donna esile e frale a questo facchinaggio pesante?"
- Ognuno porterà la sua roba!- avevo sentenziato una settimana prima vedendo in corridoio allinearsi innumeri bagagli di ogni foggia e dimensione- Siamo turisti non profughi!- avevo ironizzato ben sicuro di non ottenere risultato alcuno.
Vista non sufficiente l'aria interrogativa, adesso la Sgnuffi si piega sulla destra per acchiappare la maniglia della prima valigia in una cascata di tracolle e borse a cui cerca di rimediare spingendo in alto le sue rotondità posteriori. Un marocchino, per non perdersi la visione, travolge col carrettino delle valigie un agente armato di mitra e viene sottoposto a perquisizione dettagliata per la ricerca della bomba, vera ossessione del momento.
La Sgnuffi é riuscita ad abbrancare il guinzaglio della valigia alla sua destra e ora pencola sulla propria sinistra in un ondeggiare furioso di acini rigonfi.
- Unicuique suum...- sorrido umanisticamente soddisfatto mentre poggio sui rulli il mio unico valigione. Sciltian appoggia il suo borsone dietro alla mia valigia e resta coi suoi due zaini sulle spalle: dentro ci sono i libri di scuola. E' bello avere un figlio studioso ma spero che non si annoierà tanto da doverli aprire.
La mia bionda concubina ha finalmente agguantato il guinzaglio della valigia di sinistra e sta riacquistando un precario equilibrio messo in forse dalle teorie degli attrattori strani che non fanno mai ripassare le ciondolanti borse due volte per gli stessi punti, e tira con tutte le sue forze.
Le ruotine delle valigione, carcate da mezzo quintale di short, T-shirt, pullover, collant, jeans, body, baby-doll and so on, si sentono già arrivate e non girano più.
Diventa tutta rossa la Sgnuffi, per lo sforzo che enfatizza come uno schiavo egizio incatenato ad un blocco di arenaria per la piramide di Cheope.
Sento su di me lo sguardo critico della hostess della Sabena e corro a liberare lo schiavo prendendo io le sue catene: le valigione immense si muovono solo se alzate di peso e portate sulla tela semovente a rischio di ernia.
La hostess guarda la pesa, fa un conto e mi sorride: con questa quintalata, dividendo per tre il peso complessivo dei bagagli si hanno quarantacinque chili per uno. Ci sarebbe da pagare un piccolo extra. La Sgnuffi protesta sostenendo che lei pesa soltanto 49 chili e che la somma andrebbe fatta peso viaggiatore più peso bagaglio. Un ciccione che aspetta pazientemente dietro noi scuote i suoi boccoloni rossi in evidente disaccordo.
I belgi vogliono lanciare la loro compagnia di bandiera e accettano la teoria della Sgnuffi che guarda le sue due valigie sparire nelle fauci orlate di gomma portate dal tapis-roulant e mi dà un'occhiata di apprensione:
- Sicuro che ce le mandano a Boston?-
Ho un gesto di invito alla speranza ma mi rendo conto che non basta e insisto con la hostess che controlli bene le etichette sui bagagli perché nonostante che il nostro biglietto sia fino ad Atlanta, Georgia, noi ci fermeremo a Boston, Massachusetts.
La hostess mi sorride tutta denti: non mi devo preoccupare, loro belgi sono molto attenti: troverò il bagaglio all’aeroporto di Boston. La Sgnuffi mi guarda perplessa: non mi resta che sperare nella Sabena, altrimenti sarà colpa mia.
Cerco la mano della Sgnuffi ma non la trovo nel grappolo delle borse e la tiro via per la tracolla del beauty-case. Il Prucino segue, cercando di dare al suo viso paffuto e infantile un'aria cosmopolita e mi dice serio:
- Papà, non chiamarmi più Prucino. Chiamami Sciltian.-
Il controllo dei bagagli a mano avviene tra uomini armati di mitra. Il mio borsetto supera indenne i raggi X mentre le borse di Mara scatenano tutte le suonerie.
Scatole di creme, tubetti di gel, forbicine per manicure, forcine e bigodini per capelli, tutto finisce sul banco per una divertita ispezione di giovani poliziotti a cui la Sgnuffi fa occhioni da gazzella umidi di innocenza.
Passate le borse é la volta della Sgnuffi che supera le forche caudine del metal-detector in un allegro trillare di campanelli. I poliziotti si fanno più attenti: ora la Sgnuffi si deve spogliare dei suoi metalli: venticinque cerchietti d'oro che le vanno dal polso al gomito, uno per ogni anno di felice matrimonio, otto anelli uno per dito meno i pollici, un intreccio di catene e catenine d'oro e d'argento con ottantadue ciondoli, due cascate di anelli d'oro una per orecchio e cinque grosse forcine ondulate piantate nella folta chioma bionda.
Potrebbero fermarla per esportazione non autorizzata di tesori nazionali ma la negligente ostentazione con cui la Sgnuffi si mette e si leva tutto quel metallo suggerisce più bigiotteria di piazza Vittorio che ori di Bulgari.
Per Sciltian è il primo volo e lo consuma col naso incollato al doppio vetro dell'oblò a guardare nuvole di panna. Io passo gran parte del tempo a cercar posto per allungare le gambe senza sgambettare le hostess che sgambettano su e giù fra le file dei sedili.
Atterriamo a Bruxelles accolti da una pioggerellina belga sporca di carbone. Sono le nove e l'aereo per Boston partirà alle dieci e mezza. Una brioche e un cappuccino mi costringono a tirar fuori il mio francese che quando arriva in bocca si impiglia così drammaticamente con l'inglese della full immersion che il barista mi risponde con l'ironia di Jeeves. Eppure sono stato per trent'anni orgoglioso del mio francese imparato sui diari di Casanova quando avevo tredici anni.
Anche all'ufficio bagagli sono costretto a bofonchiare in inglese per chiedere, su incitamento della Sgnuffi, se le nostre valigie siano state messe sull'aereo per Boston. L'impiegato ci guarda come poveri buzzurri e annuisce: of course. Di corsa.
L'aereo rulla sulla pista, stavolta dietro al finestrino ci sono io e sento una stretta al cuore: sto per lasciare il vecchio continente. Come già Colombo, sto puntando verso il nuovo mondo. Intorno si incrociano incomprensibili frasi che temo siano inglesi. I motori salgono di giri, fremono le strutture, vibrano le poltrone, frullano nell'aria frettolose parole e poi un fischio sottile si acuisce negli ultrasuoni e scompare: silenzio, si vola!
Non appena l'aereo acquista ala e vira ampio, il chiacchiericcio riprende fitto mentre la terra si abbassa sotto di noi. Nessuno guarda fuori dagli oblò, aprono il giornale, sistemano meglio lo schienale per un pisolino, si lasciano sommergere dai propri pensieri assumendo quelle facce vuote che mi ricordano quelle dei pendolari sul trenino della sera che portava ai Castelli.
L'aereo punta verso l'alto. Torco il collo per guardare il cielo, la faccia schiacciata sulla plastica del finestrino: lassù l'azzurro si stinge in un color cappuccino. Affascinato guardo quel marrone che incupisce al salire dell'aereo verso la quota di traversata mentre torna il disperato sogno della mia adolescenza di navigare nel nero dello spazio e diventare un veterano abbronzato da centinaia di soli...
In uno squarcio di nubi, piccola e frastagliata sotto di me, la Gran Bretagna verdemarrone su sfondo cobalto. Caro Shakespeare, essere o non essere? Non so ai tempi tuoi ma adesso essere, prick, essere!

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