Letture Varie

CHICAGO
Per il "Terremoto di Messina" ho trovato capitali italiani e mi accordo con la Lenfilm che era di Leningrado e adesso è di San Pietroburgo e quindi, a rigore, dovrebbe chiamarsi San Pietro Film.
La RAI ripesca una mia vecchia commedia musicale intitolata "Al Capone Superstar" ma poi non se ne fa niente. Resta in bocca il sapore di Chicago.
Gli amici arricciano il naso:
- Andare in vacanza a Chicago? Che idea! E' una città industriale, sarebbe come andare a passare l'agosto a Sesto San Giovanni.-
Ma io sono testardo e dal mio libro per gli scambi tiro giù la lista dei chicagoans che vogliono venire in Italia.
In febbraio, tra le risposte, scelgo quella di una famiglia ebrea: i Dershin di Evanston, un quartiere verde a nord della metropoli dell'Illinois. Albert mi aveva parlato di una spia che si chiamava Dershin ed era di Chicago: ma... no relation. Sembra.
Io ho il fax, anche loro hanno il fax: combinare è questione di minuti. Si riaggregano alla spedizione Amarilli, Riccardo, Melissa e Fabrizio. Sciltian, la Sgnuffi e io partiamo alla fine di luglio in avanscoperta prenotando da Roma, col libro della Best Western, un hotel sulla Michigan Avenue che è la Via del Corso di Chicago: strano che una camera costi solo trentadue dollari a notte, prezzo da motel, che col cambio di quest'anno a millecinque fanno sì e no cinquantamila lire.
Volati a Chicago scopriamo, condotti da un tassista pakistano, che è una via del Corso lunga ventidue chilometri.
Il tassista storce la bocca sentendo l'indirizzo e poi ci guarda con pii occhi da bue:
- Bad area, sir.- mi dice.
Ma come? La Michigan Avenue, una brutta zona? Gli occhi dolci da vacca sacra del taxi-driver sorridono:
- South Michigan Avenue, sir.-
Ormai abbiamo prenotato e dobbiamo andare. Il pakistano obbedisce docile. Attraversiamo tutta la città e filiamo giù per la Michigan: gran bella strada, con lussuosi negozi e musei.
Ogni palazzo ha un suo stile architettonico, questa è la città di Wright, qui fu costruito il primo grattacielo americano.
Sulla sinistra brillano al sole le acque senza sponde del lago Michigan, un mare blu, appena increspato dal vento. Tra noi e il lago si stende un curatissimo parco con una fontana monumentale. Il taxi naviga verso sud per alcuni chilometri e le aiuole del parco terminano contro il palazzone dell'acquario e la cupola del planetario. Sulla destra la strada cambia di colpo: dopo l'undicesima street i palazzi sono in rovina. Infissi sbilenchi, muri scrostati, scritte oscene sui muri. Molte finestre son prive di vetri e i negozi sono sfondati e vuoti con cumuli di macerie e sfasciume sui pavimenti. E' cambiato film: da "La Vita é Meravigliosa a "Day After".
L'asfalto della strada s'è fatto pieno di buche e tra le pietre sconnesse dei marciapiedi spuntano piccoli rovi.
Il pakistano ferma il taxi nel cortile-parcheggio del nostro albergo e mi guarda con occhio umido e buono: l'hotel sembra un nobile con l'AIDS. La struttura ricorda passate pretese di eleganza ma la lebbra dell'incuria lo ha corroso. Gli occhioni della Sgnuffi e di Sciltian riflettono perplessità.
Scendo soltanto io: una densa aria impregnata d'urina mi avvolge appiccicosa. Entro e vado al bureau. All'odore di urina si mescola il tanfo dolciastro di borotalco e sperma. L'inconfondibile aroma dei bordelli infimi. Entro in apnea. Dietro il bancone unto mi sorride una grossa negra.
- This is a Best Western Hotel?- chiedo accusatore. La cicciona d'ebano scuote la testa. Lo era fino a due anni fa.
- I booked from Rome...-
La donna scende dallo sgabello e muove il vasto culo nello stretto spazio della reception pescando da uno scaffale un bigliettino col mio nome.
- Of course, I can't stay here with my wife and my son.-
- Of course, sir.- sorride tutt'avorio e simpatia- No problem, sir.- strappa la mia prenotazione e io scappo fuori per prendere ossigeno: guardo il cronometro, neppure due minuti, non ho più la resistenza di una volta.
Il pakistano riprende la via della downtown e cominciamo un avvilente pellegrinaggio in cerca di un posto per dormire. Sembra che tutte le ditte degli Stati Uniti abbiano scelto questa settimana per le loro Convention. Tutto esaurito. Non c'è posto neppure negli alberghi da 180 dollari a stanza, che qui è il prezzo più alto.
Dopo tre ore di taxi propongo al pakistano di ospitarci a casa sua, visto che non riusciamo a scaricare la camionata di bagagli che anche quest'anno la Sgnuffi s'è portata appresso.
Il buon pakistano sospira e annuisce: certo non può lasciarci in mezzo alla strada...
Ultima chance: un Best Western al centro, esaurito of course, ma in grado di testare l'intera catena. Dopo una dozzina di telefonate, il magro irlandese del bureau ci sorride nelle lentiggini: ha trovato!
Guardo l'indirizzo con angoscia: è quasi lo stesso del bordello in cui avevo prenotato da Roma! Anche il pakistano scuote il capo ricciuto, ma l'irlandese muove il ciuffo rosso per incitarci: è un albergo nuovo.
Il tassista si rimette in moto e riattraversiamo tutta la città, ripercorriamo la Michigan Avenue: ecco di nuovo il lago, la fontana, il parco e il planetario sulla sinistra, e sulla destra... il taxi si ferma centro metri prima dell'altra volta davanti ad un palazzo ancora non finito, stretto nell'incastellature di costruzione. E' il nostro albergo. Scendiamo dal taxi. L'aria è profumata dai fiori del parco. Entriamo spingendo la porta girevole e un piacevole lusso ci avvolge, dovunque efficienza e pulizia. In fondo ad un salone di freschi stucchi e moquette, tre ragazze in divisa ci sorridono. Novanta dollari a notte, possiamo scaricare i bagagli.
Il pakistano mi guarda con aria triste: il suo tassametro segna settanta dollari. Lo abbraccio grato e gli do un biglietto da cento ringraziandolo per la sua gentilezza. Mi guarda coi suoi occhioni umidi, più felice per le parole che per la mancia.
Sgambettiamo per la Michigan Avenue, direzione nord, per arrivare al Magnificent Mile, il chilometro e mezzo iniziale della strada che mostra il meglio della città, sia come architettura che come negozi. Il lungo lago è tutto riservato al pubblico: spiagge, prati, piste per biciclette, schettini e skateboard, tavoli con scacchiere graffite nella pietra e zone attrezzate per picnic si susseguono per miglia lasciandoci spaziare sull'immenso lago che oggi ha una robusta risacca mediterranea.
Guido la famigliola nel Loop, il famoso quartiere delimitato dalla ferrovia sopraelevata, dopo aver fatto colazione al bar dell'hotel: quattro dollari a testa per pancakes, salamini fritti, hamburger alla menta, caffè e pompelmo a volontà. Il servizio breakfast termina alle undici, dovunque, sia nei ristoranti che nei fast food. Se dessero da mangiare tutta quella roba dopo le undici per quattro dollari, nessuno spenderebbe più un cent per il pranzo.
Chicago è la storia dei grattacieli americani: qui fu inventata la costruzione a scheletro d'acciaio, le fondamenta elastiche, le lunghe finestre vetrate che poi diventarono intere pareti di vetro.
Una folla variopinta con tendenza al nero, gremisce i marciapiedi, entra ed esce dai lussuosi negozi, con l'aria di chi sa quel che deve fare. Chicago è meno nevrotica di NewYork, ha il ritmo della Milano migliore.
L'incontro coi nostri ospiti é cordiale, c'è il consueto velo di diffidenza iniziale che viene lacerato dal mio invito a cena in un ristorantino vietnamita di Evanston. ' ormai routine e sto diventando un homexchanger esperto.
Prendiamo possesso della villetta con giardino, su un viale tranquillo e fiorito, con l'asfalto lucido che sembra tirato a cera e le aiuole pettinate da mani esperte, senza un filo d'erba fuori posto. Sul retro c'è un prato con il garage che dà in una piccola alley, la strada di servizio.
Faccio l'inventario con mappatura dei soprammobili fragili a portata di bambino e li chiudo al sicuro in un armadio a muro: domani arriverà Amarilli con consorte e figliolanza, e Fabrizio ha compiuto quattro anni ed è un fracassatore di suppellettili.
Chicago è il nodo ferroviario più grande del mondo e anche come aeroporti è nella hit parade: ne ha sei. Il Midway è il più importante e non è difficile trovarlo seguendo le highway disegnate sulla carta della città, comodamente impoltronato in una grossa Buick automatica.
Il volo da NewYork con cui sarebbe dovuta arrivare Amarilli scarica regolarmente la sua ondata di passeggeri ma di mia figlia, genero e nipotini non c'è traccia. La Compagnia aerea interpellata si stringe nelle spalle: chi è salito a NY è sceso a Chicago. Non perdono mai passeggeri per strada.
Abbasso la voce e mi informo se hanno notizia di qualche guaio sulla linea Roma -NewYork.
- Today no airplane fell down, sir.- e la rassicurante risposta.
Probabilmente han perso la coincidenza.
E' venuto buio. Con qualche fatica ritroviamo la Buick, con cui non abbiamo preso famigliarità, in uno dei grandi palazzi di parcheggio gratuito dell'aeroporto e riprendiamo la via per Evanston. Trovare l’aeroporto è stato facile ma non altrettanto è ritrovare Hartzell Street! Il navigatore sbaglia un'uscita, o, come sostiene lui, la segnaletica è ambigua, e ci troviamo di fronte la massa nera e imponente della Sears Tower, il grattacielo più alto del mondo, all'angolo tra la Wacker e la Adams.
- Ma qui siamo nella zona del nostro albergo! Diametralmente opposti a Evanston!- protesta il guidatore. Il navigatore si irrita e dichiara sciopero.
Dopo qualche circumnavigazione vedo il lago Michigan su cui splende una luna limone. Gli altissimi getti d'acqua della Buckingham fountain sembrano arrivare a lavarla mentre passano dal verde ad un rosso acceso.
Giro intorno alla grande fontana a passo d'uomo: è un arcobaleno di colori comandato da un computer che non ripete mai le stesse sequenze. Inutile dire che è la più grande fontana colorata del mondo.
Ritrovata la Lake Shore, la bella strada che corre lungo il lago, basta puntare a nord e si arriva ad Evanston.
Alle undici riceviamo una telefonata: Amarilli and family sono arrivati all'aeroporto. Consiglio loro un buon taxi.
Arriveranno dopo mezzanotte con un taxi-driver peruviano stralunato e nervoso con cui Riccardo ha avuto l'intelligente idea di stabilire un forfait e che ha girato per quaranta minuti prima di riuscire a trovare la Hartzell Street: dieci minuti di più di quel che ci ho impiegato io.
I tassisti in America son quelli che meno conoscono le strade.
Il giorno dopo siamo sulla cima della Sears Tower che erge due antenne radio a far le corna a tutta la città.
La veduta è grandiosa e il lago Michigan non mostra l'altra sponda. Dal lato opposto si estende la zona industriale, tutta ferrovie e capannoni con vaste plaghe di casupole e condo fatiscenti.
Nella downtown c'è il problema del parcheggio, non nel senso romano perché non si può lasciare l'auto nelle strade, ma perché grandi garage hanno tariffe orarie assai salate, più in centro si vuol lasciare la macchina e più alta è la tariffa. Casualmente scopriamo un ignobile trucco: quando si va a ritirare la macchina, entrando a piedi dall'ingresso auto se una persona sosta davanti alla prima cellula e una seconda davanti all'ultima, la sbarra si alza e l'automatico emette una nuova scheda. Cinque ore di parcheggio reale si trasformano così in cinque minuti e si paga di conseguenza.
Non resistiamo alla tentazione di pagare sei dollari invece di trenta e dovremo lottare contro l'innata furbizia latina ogni volta che andremo in centro.
Amarilli si scatena in uno dei suoi estenuanti shopping passando al pettine tutto il Magnificent Mile poi, insoddisfatta, ci porta a Kenosha, a mezza strada verso Milwaukee, dove c'é uno dei più grossi outlet d'America. Sono decine di padiglioni grandi come hangar pieni zeppi di negozi: si vende di tutto a prezzi bassissimi. Ne usciamo con cappotti di pelle, amache, parure di lenzuola e asciugamani per un intero albergo, piatti e bicchieri, scarpe per una tribù di millepiedi e una notizia sconvolgente: pare che in Canada, a Edmonton, ci sia uno shopping center così enorme che i clienti si muovono a bordo di carrelli elettrici...
Poiché Kenosha è sulla strada, accontentiamo Sciltian e allunghiamo fino a Milwaukee, la città di Happy Days. Ci arriviamo che son le tre del pomeriggio. Fa caldo e la città è deserta. Dal lago Michigan si levano vapori. Parcheggiamo sotto un palazzo a cubo di vetro blu e trotterelliamo in cerca del fast food "da Arnold's".
L'esperienza di Atlanta ci ha insegnato a non cercare la gente per le strade quando fa caldo. Entriamo in un grattacielo e ci immettiamo in un sistema di corridoi trasparenti che uniscono i palazzi in un intrico di vasti passaggi aerei. C'è folla come nella via Veneto della dolce vita: dozzine di bar e di negozi affollati, cinema, teatri, supermercati, tutto in aria rigorosamente condizionata.
I corridoi aerei si allargano in piazzette fiorite dove carrettini senza tempo vendono gelati e noccioline come in un paese dell'Italia d'anteguerra.
Ma Arnold's non c'è. L'avranno costruito ad Hollywood.
L'idea di una puntatina in Canada convince il gruppo. Edmonton è troppo lontana verso ovest, ma girando intorno ai Grandi Laghi si può arrivare alle Niagara Falls, e puntare su Montreal.
Noleggiamo una vasta auto bianca taglia vecchia America dai comodissimi sedili in pelle rossa per 46 dollari al giorno, assicurazione compresa, grande bagagliaio per metà occupato dal passeggino per il quattrenne Fabrizio e per il resto dal "minimo indispensabile" per una settimana della Sgnuffi.
Prendiamo la Ohio Turnpike e costeggiamo il lago Erie, dormiamo in un motel tipo Psyco per 16 dollari a notte, attraversiamo Cleveland a mezzogiorno, la città dove non succede mai nulla per antonomasia, e prima di sera guardiamo la massa d'acqua che precipita dal lago Ontario.
Niagara per la mia generazione vuol dire Marilyn Monroe col vestito rosso. Quelle cascate cinematografiche scuotevano dentro. Queste deludono un po'. Sono larghe ma basse. Quando uno dice Niagara si aspetta la fine del mondo. E la solita storia del sogno e della realtà.
Tutti gli opuscoli, le cartine, le pubblicità che abbiamo trovato nel raggio di cinquanta chilometri, dicono che il grande ferro di cavallo liquido che romba schiuma, è più spettacolare se visto dal lato canadese. Attraversiamo il ponte segnato a metà dal confine. Guardie canadesi esaminano i nostri passaporti con sospetto: come mai tanti ingressi negli Stati Uniti?
Che rispondere al biondo dal grande cappello: ci piace l'America. Non sembra convinto ma ci lascia passare.
Le cascate, anche viste dal Canada, sono più basse di come le aveva create l'immaginario. Di notte le illuminano con fari colorati, ma la nebbiolina d'acqua in sospensione guasta lo spettacolo.
Ci consoliamo con una iacuzzi in un hotel dal costo di 66 dollari la stanza. Di fronte c'è un ristorante italiano con un bar latteria.
C'è una copia di "La Repubblica" sul tavolo e la radio trasmette i risultati del nostro campionato di calcio. I clienti si sfottono sul Milan e la Juve. E' proprio uguale a uno dei nostri bar dello sport. I proprietari ci raccontano la storia di famiglia: emigrati quarant'anni fa come tagliaboschi, ha fatto poi i muratori e infine ristoratori. Adesso sono ricchi ma è stata dura, gli italiani non erano benvisti subito dopo la guerra.
Costeggiando le rive nord del lago Ontario arriviamo a Toronto puntando la bussola sulla CN Tower che coi suoi 553 metri d'altezza è, of course, la più alta torre del mondo, svettante come uno spillo gigante su una massa di grattacieli di vetro. Fino a qualche tempo fa Toronto era per gli americani quello che per noi è Canicattì. Il suo nome veniva citato come sinonimo di posto dimenticato dal mondo, adesso è una metropoli con due milioni di abitanti, così simile a quelle statunitensi che ha dovuto costruirsi lo spillone per farsi distinguere.
Lo scaliamo di notte, su fino allo space deck che gonfia la sua bolla di vetro a 447 metri d'altezza. Guardar giù, sui grattacieli illuminati diventati capanne di uno sterminato presepe di formiche, fa formicolare d'angoscia i testicoli dei maschi e fremere di desideri sadomaso gli uteri delle donne.
Non è come guardare dall'aereo: la sensazione di sfidare dio e le leggi di gravità è prepotente ed entusiasmante.
Una biondona al mio fianco geme di piacere mentre spiega al suo biondone che di giorno si può vedere parte dei quattrocentomila laghi della provincia di Ontario. Chiedo conferma della cifra e due occhi azzurri mi fissano per un attimo, annuisce orgogliosa la bella canadese: quattrocentomila.
C'è troppo vento ed è vietato uscire sulla balconata. Per una malefica deriva genetica "vietato" per noi italiani suona come un ordine alla rovescia, così Sciltian e io apriamo una porta ed usciamo.
La mano cattiva del vento ci afferra e ci schiaccia contro le vetrate. Arranchiamo nel tentativo di avvicinarci alla rete di protezione per guardare di sotto ma non riusciamo a staccarci dalla parete. Sciltian mi grida qualcosa che l'urlo della bufera porta via, poco dopo braccia nerborute portano via noi trascinandoci all'interno della torre. I miei ciuffetti sopra le orecchie sono in erezione e Sciltian sembra quella vecchia pubblicità delle matite coi capelli rigidi a raggiera intorno alla testa.
Ci scusiamo in un balbettante inglese, sperando nella tolleranza canadese. Ci va bene.
La nostra puntatina in Canada deve essere breve. Scambiar casa e poi pagare alberghi è un nonsenso. Però ci piacerebbe vedere Montreal e Riccardo è guidatore di lunga durata e di velocità da ritiro immediato di patente. Andiamo, non andiamo... Decidiamo che è già pomeriggio e lo schema geometrico delle strade di Toronto non promette una gran serata.
Scattiamo verso Montreal che dista circa 480 chilometri verso nord-est, nel Quebec francofono, col sole già basso sull'orizzonte.
L'autostrada è bella, di dimensione statunitense, e il traffico è molto scarso. Sterminata pianura verde da entrambi i lati, qualche fila di alberi, rarissimi segni della presenza dell'uomo. Tre ore e mezza dopo siamo a Montreal.
E' sera e la città ci accoglie col bailamme delle sue strade strette, dense di odori partenoeuropei, i piccoli negozi, gli infiniti bistrò, e un sudiciume latino.
Ho l'impressione di essere capitato in una Napoli che parla francese.
Entro in un negozio per comprare una mappa della città e dopo un tonante "Bonsoir madame" mi trovo a balbettare:
- Je voudrais... es que vous avez...une.... map... a downtown map, please!" -
Ci deve essere nel cervello una struttura addetta al richiamo degli automatismi linguistici che ha bisogno di tempo per adattarsi. La mia richiede, ahimè, almeno 24 ore.
Mappa in mano, iniziamo il giro degli alberghi. No vacancy dappertutto. Finalmente troviamo due suite in un hotel gestito da giapponesi. Chissà quanto costerà una suite! Ma siamo stanchi e non abbiamo scelta. La suite costa 96 dollari a notte ed è composta di due stanze, bagno e angolo cucina. Oltre alla camera da letto c'è una sala con un tavolo tondo, quattro poltroncine e un divano trasformabile in un letto a due piazze. Mobile bar in cucina, fornelli per cuocersi i pasti, macchina del caffè coi filtri e naturalmente aria condizionata e moquette dovunque. Sciltian, la Sgnuffi ed io ci stiamo da principi. Nel bagno c'è perfino l'asciugacapelli. Sciltian calcola che oggi 96 dollari equivalgono circa a 140 mila lire. Albergatori italiani, vergogna!
Manca il bidè. E' questo utile attrezzo del tutto sconosciuto alla civiltà anglosassone ma essendo Montreal di cultura francese pensavo di trovarlo. Forse anche i giapponesi non si lavano le chiappe.
Il giorno dopo su e giù per Montreal a guardare la gente, ad ascoltare la loro parlata francese, a desiderare le tante "parigine" che sculettano davanti alla basilica di Notre Dame, copia di quell'autentica di cui ripete lo stile e le due torri, ad ammirare la "tour inclinée" al
Parc Olimpique che, chi l'avrebbe detto!, è la più alta torre inclinata del mondo. Il "fleuve Saint-Laurent" è imponente, scavalcato da grandi ponti. Il fiume forma molte isole e sulla più grande c'è Montreal, proprio come Manhattan. Dietro alla piccola isola di Sainte Hélène c'è la zona del porto, pieno di navi che dall'Atlantico risalgono il vasto fiume fino ad attraccare alle sue banchine. La Senna al confronto è uno scolo di grondaia.
Sulla strada del ritorno deviamo verso Ottawa, dopo breve discussione e democratica votazione. Ne vale la pena: Ottawa è bellissima, ci accoglie con un parco verde intenso incorniciato dai neogotici palazzi del Parlamento, l'Università e un'altra Notre Dame. Le giubbe rosse di guardia aumentano la sensazione di fiaba nordica.
Pranzo veloce lungo un viale che vuol ricordare gli Champs Elysées e puntiamo nuovamente su Toronto. Lasciamo l'autostrada e Riccardo lancia il nostro bolide bianco su strette levigatissime strade provinciali immergendoci nella prateria. La parola Canada fa venire in mente foreste di alte conifere abitate da orsi e qui sembra di essere nella pianura padana.
Ci fermiamo davanti a un casotto che pretende di essere un drugstore. Dentro, in dieci metri quadri, c'è un bancone dove un omone sta affettando salame, e due scaffali su cui i saponi in polvere si mescolano coi biscotti e i preservativi. A terra sacchi di granoturco e di frumento.
L'omone ci guarda con diffidenza ma annuisce alla preghiera di prepararci dei panini con salame e formaggio. Dopo un minuto arriva una ragazzina in bicicletta e ci guarda affascinata come se fossimo animaletti rari usciti di bacheca. Prima che i nostri panini siano pronti arriva una dozzina di persone, tutte in bicicletta, e ci esaminano sfrontatamente. Un tamtam avrà segnalato il passaggio della nostra auto attraverso la sconfinata pianura e son venute a darci un'occhiata.
- We are coming from Italy.- tento, ma nessuna luce di comprensione si accende nei loro occhi. Una signora mette due sacchi da un quintale sul manubrio di un vecchio triciclo, tira su col naso e scuote la testa.
- Italy is near to France...- preciso e una ragazzina trasalisce colpita dalla rivelazione:
- Paris!- esclama sognante.
Ma sì, Roma è vicina a Parigi in misure canadesi.
Riprendiamo l'autostrada a Detroit e la città fumosa e grigia non ci invita ad una sosta. Passiamo la frontiera e siamo di nuovo negli States: é buffo ma abbiamo la sensazione di essere tornati a casa

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