Letture Varie

WASHINGTON
L'inverno è passato dicendo agli amici "Sai, quest'estate a Honolulu...." e sfogliando l'ultima edizione del libro per lo Scambiocasa alla ricerca di nuove combinazioni.
Il sindaco di Cremona ha suggerito di fare un film su Stradivari per celebrare il 250esimo della sua morte, e io ho scritto una storia ispirata, di quelle che vengono così bene che ti danno il coraggio di presentarla ad Anthony Quinn firmando con lui un contratto per un miliardo e cento milioni pur essendo presidente di una cooperativa di autori che ha 450 mila lire di capitale sociale. Cerco soci danarosi, meglio se americani, per produrre il costosissimo film ambientato nell'Italia del Settecento e che vanta un preventivo di sedici miliardi. Mi dicono che all'hotel Flora è sceso uno della N.I.A.F, National Italian American Foundation, la potente associazione newyorchese che promuove la cultura italiana negli Stati Uniti.
Alle diciotto prendo il primo drink con mister Albert che parla benissimo italiano essendo originario di Fontana Rosa. Il primo per me, per lui dev'essere già il decimo. Capisco che prima di esporgli il mio problema sarà bene fargli mettere qualcosa di solido nello stomaco per cui lo invito a cena a casa mia.
Mister Albert si commuove: un invito a casa è qualcosa che introduce nell'intimità, un segno di affetto. Per me è anche un segno che non posso permettermi una cena al Toulà.
In allegria, dopo la squisita cucina della Sgnuffi che quando si impegna i grandi chef le fanno un baffo, stappo sei bottiglie della mia riserva personale di barolo 1964, una rarità che ha superato il tempo e le cantine non ottimali dei condomini romani. Alla prima bottiglia mister Albert ci racconta di essere stato viceministro con Nixon, travolto poi col presidente dallo scandalo Watergate, alla seconda già mi spiega che non c'è problema: io vado a Washington, suo gradito ospite, poi si va insieme nel vicino Delaware e si fa una società per azioni. Si va nel Delaware perché in quello Stato non ci sono tasse sulle società. Come capitale iniziale mettiamo cinquecento dollari per uno, totale mille dollari rappresentati da mille azioni da 1 dollaro ciascuna, metà mie e metà sue. Queste sono azioni di categoria A. Su questa A ci scoliamo la terza bottiglia di barolo e la spiegazione riprende: la società emetterà poi dieci milioni di azioni sempre da 1 dollaro di categoria B. Su questa B vuotiamo la quarta bottiglia di vino dei re, poi Alberto mi sorride come Archimede nel bagno:
- E il gioco è fatto! La società resta nostra perché solo le azioni A hanno diritto di voto. -
- Ma... a chi li vendiamo i diecimilioni di azioni B?-
- Oh bella, agli Investors!-
Un'altra bevuta prima di chiedere chi sono gli Investors. Adesso Alberto non riesce più a centrare il bicchiere col getto del barolo e bisogna guidargli amorevolmente la mano, ma sollecitato spiega che gli Investors sono cittadini americani che vogliono investire un po' dei loro risparmi in qualcosa di rischioso nella speranza di fare un buon affare. La nostra società proporrà la produzione del film e gli investors arriveranno a frotte. Devo essere assai dubbioso se la mia espressione buca i fumi del re dei vini nella testa di Alberto che mi chiarifica di avere amici importanti fra i Counsellors che il fumo dell'alcol mi traduce come Consigliori. Alle due di notte, lasciate a casa le sei bottiglie di barolo vuote come la testa di certa gente, guardiamo i ruderi del Foro, ma non c'è la luna e l'ospite non é un vero americano: guarda senza stupore. Con voce allegra e lingua un po' impastata Alberto ci abbraccia, ci dice che possiamo chiamarlo Guido, come fanno i suoi amici veri e ci invita a casa sua a Washington.
Abbraccio anch'io scaldato dal barolo, ma nei mesi seguenti non do importanza all'americanate del socio N.I.A.F. e vendo il progetto Stradivari ad uno dei tanti tirapiedi del Berlusca. Ma un progetto tira l'altro e torna d'attualità il grandioso "Terremoto di Messina" perorato dalla LenFilm di Leningrado e, in primavera, mi rimetto alla ricerca di capitali. Soldi, dollari... perché non andare a trovare il mio sedicente potente amico di Washington?
Unisco l'utile al dilettevole e trovo uno scambio casa nel District of Columbia, stato capitale degli Stati Uniti.
Combino con un colonnello a riposo che ha una villetta ad Upper Marlboro, appena fuori della Belt di Washington. La Belt è un grande raccordo anulare all'americana a dodici corsie. Lì non fanno come a Roma che costruiscono una corsia alla volta in modo da poter tenere il cantiere aperto per sempre e lucrare tangenti. Se ci sono tangenti, gli americani ne pappano dodici in un colpo solo e gli automobilisti vanno come spose.
Voliamo via Londra perché con la British Air Way costa un terzo di meno che con l'Alitalia.
Volo di routine con sguardi distratti alle grandi nuvole là in basso, ai bordi dei continenti che si vedono negli squarci di sereno, con quei pensieri pigri che la gente scambia per filosofici e che vengono a pancia piena e culo comodo: potrei essere Giove che guarda i terragni... neanche l'imperatore Augusto o il Re Sole hanno mai potuto goduto di una vista così... un secolo fa mi avrebbero scambiato per un dio...
All'aeroporto di Washington c'é Guido Alberto che ci aspetta. Non ne ero proprio sicuro nonostante una telefonata, per via di tutto quel barolo.
Sono appena le tre del pomeriggio e il nostro promesso socio è lucidissimo: si è messo in contatto col colonnello del nostro scambio casa e ha combinato un incontro, per intanto potremo dormire nel suo appartamento in un residence di cristallo ad Arlington, al di là del Potomac. Dalle finestre del suo appartamento vediamo il pentagono del Pentagono e il complesso architettonico del Watergate, che un ciclopico insieme di uffici e di appartamenti, dove Nixon e il nostro nuovo amico lasciarono le penne.
Il giorno dopo Alberto Guido ci porta al cimitero. Quello di Arlington è il più grande cimitero militare del mondo: giriamo in macchina per i suoi viali, ghirigori infiniti fra colline coperte di piccole croci. Verdi vallate dal lento pendio sono punteggiate di bianco come una fioritura di primule in marzo e sotto ognuno di quei punti il corpo di un soldato: un ragazzo di vent'anni morto chissà dove, sacrificato dalla follia umana. In questo immenso nulla dove filari di croci giocano con la prospettiva al nostro lento passare di vivi motorizzati, il silenzio del non senso mi blocca la mente.
Come le scalinate maya colanti il sangue dei sacrificati, o le torce umane con cui i romani illuminavano la via Appia, o il fetore dei campi di battaglia delle grandi vittorie di Napoleone fino all'obbrobrio puro dei campi nazisti, il non senso della morte di massa leva ogni speranza. Sotto ognuna di quelle croci è sepolto un ragazzo che non ha vissuto la maturità e intorno ad ognuna di esse c'è un alone di tremendo dolore di chi lo ha partorito, allevato, amato. Quante candeline su quelle torte?
Una fiammella annuncia John Kennedy, poco più in là una piccola croce testimonia per Bob. Sollevarono l'entusiasmo del mondo e sono lontani come le tombe dei Gracchi.
All'ombra dei cipressi, caro Ugo, le tombe dei grandi mettono voglia di sedersi lì e aspettare la morte: è tutto così stupidamente inutile e il dio che abbiamo inventato mostra il canovaccio del nostro autoinganno.
Guido Alberto mi scuote per un braccio e mi indica un pezzo di prato accanto ai Kennedy: quello sarà il suo posto. Strizza l'occhio alla Sgnuffi:
- Quando sarà, non fiori ma spaghetti alle vongole...-
"Washington: città a cui moltissimi vogliono arrivare ma da cui tutti sono ansiosi di andarsene", così nel giudizio di un deputato del secolo scorso.
Definita né città né villaggio, incompiuta per decenni per mancanza di denaro, bruciata dagli inglesi e ricostruita, malabitata dagli uomini ma ricca in zanzare e serpenti, riconosciuta "miasmatica" dal Congresso, facile agli incendi tanto che anche i Presidenti partecipavano alla catena dei secchi per spegnere le fiamme, colpita dal colera portato dai lavoratori tedeschi e irlandesi venuti per scavare il C&O Canal che causò una moria nella maggioranza negra formata da schiavi liberati ma miserabili, con una Casa Gialla davanti alla Casa Bianca che serviva da centro smistamento schiavi e una malavita che ancora oggi fa un morto al giorno, con bordelli adiacenti alle chiese che scandalizzavano i benpensanti, con code di poveri per la minestra gratuita che trascinano gli scarni piedi da più di un secolo a cento metri dalle finestre dello studio ovale del Presidente, Washington è diventata la capitale del mondo.
"Questi sono i veri templi a cui ogni generazione dovrà inchinarsi prendendo da essi un po' del fuoco di libertà che bruciava nel petto di chi li ha costruiti: libertà non solo per essi ma per l'intero mondo", così Nehru, primo ministro dell'India, si espresse visitando la capitale degli Stati Uniti.
A noi romani di nascita o di adozione, questa Roma del duemila solleva impressioni contrastanti: templi, cupole, obelischi sono troppo "nuovi" e istintivamente ci sembrano falsi, scenografie messe lì da qualche regista megalomane che girerà un film di fantastoria dove ad un Campidoglio ingigantito fa eco un Pantheon pantografato in bianco che più bianco non si può, sullo sfondo di un obelisco così alto e turgido che urla di essere il padre di tutti gli obelischi.
La gente si muove in mezzo a questa monumentale scenografia con naturalezza: le scalinate del Campidoglio sono gremite di operai della scarperia NIKE che protestano e deputati e senatori si mischiano ad essi in dialoghi diretti e feroci mentre nell'immensa vasca della fontana in cui si rispecchia l'obeliscone, bambini e bambinoni fanno veleggiare barche di carta e modellini radiocomandati.
Guido Alberto blocca un Kennedy e me lo presenta: a quelli della mia generazione il nome Kennedy fa salire la pressione. Abbiamo sognato e sofferto nell'illusione della Nuova Frontiera. Stringo la manona di questo Joseph irlandese col ciuffo che mi guarda dritto negli occhi col sorriso del mitico John.
- This is the man who discovered Clint Eastwood!- millanta Guido presentandomi e il Kennedy aumenta la già possente stretta fecendomi ripassare la lezione di anatomia della mano:
- Big discovery! Thank you!- e mi lascia per rispondere a qualcuno che grida "Joe, come here!"
Questo Campidoglio non copia quello di Michelangelo, ma quello della Roma antica. La plebe urla ai senatori le sue rivendicazioni sulla scalea ed essi rispondono.
Quando ci sediamo sui banchi riservati al pubblico e mi affaccio sull'aula del Senato, la sensazione si fa più forte.
"Usque tandem Bush abuteris patientiam nostram!" avverte solenne uno con l'accento dell'Arkansas.
Washington, come Filadelfia, é una città costruita da architetti. La città di Penn è maestosa ma Washington ha maggior sacralità: la prospettiva che si gode dal Campidoglio è magnifica. Imponenti musei fanno ala e coro alla fuga di acque, prati e monumenti che si fondono in un insieme armonico.
Arrancando nell'afa d'agosto, lungo i grandi viali, l'aria della vecchia palude non riesce a spegnere del tutto il sentimento di esaltazione che dà il Jefferson Memorial e di orgoglio umano che ispira la severa statua di Lincoln, seduto, marmo nel marmo, nella prospettiva delle colonne greche del tempio a lui dedicato.
A fianco, sul grande prato c'è un vallo con un'alta parete in lucida pietra nera. Una folla perenne cammina lentamente lungo il muro buio. Qualcuno appoggia contro di essa un foglio di carta che poi annerisce con un carboncino, portandosi via la copia di uno delle decine di migliaia di nomi incisi in quella granitica illusione di eternità. Sono i nomi dei caduti in Vietnam.
Ne leggo qualcuno a caso, e immagino una faccia, una vita. John Smith. Quanti John Smith sono morti in guerra? Giocando ridevano, hanno baciato la prima ragazza sognando futuro, sono andati a scuola per imparare a vivere e li hanno obbligati a morire. Migliaia e migliaia di nomi diversi. Un'anziana signora piange perché non trova più il nome del figlio. Ne copi uno qualsiasi, signora, son tutti John Smith.
Tanto la grandiosa bellezza monumentale della celebrazione della democrazia americana fa sentire piccoli, così i luoghi storici dove gli avvenimenti si sono svolti, fa sentire grandi.
Entriamo nel Ford's Theater, dove Booth sparò a Lincoln, e ci troviamo in un teatrino parrocchiale di poche decine di posti, attraversiamo la strada e visitiamo la casa del signor Petersen dove il povero Lincoln morì: stanzette lillipuziane, mobiletti piccoli ed essenziali, stretto e corto il lettuccio col cuscino ancora sporco del sangue del grande presidente.
Alberto Guido ci porta alla fattoria che fu di Giorgio Washington e ancora ci troviamo in stanze microscopiche, con arredi che oggi sembrano miseri ma che dovevano apparire lussuosi agli schiavi del primo presidente alloggiati in locali non molto diversi dalle stalle.
Anche le strade dei due centri preesistenti la costruzione della capitale e che ormai ne fanno parte integrante sono strette e anguste: elegantissime quelle di Georgetown, piene di ristoranti, negozi e discoteche, più commerciali quelle di Alexandria dove si sta tenendo una festa italoamericana con spaghettate e salsicce.
Ogni 4 luglio c'è una parata in costume che sfila per i viali del centro: se ricordate le parate sovietiche sulla Piazza Rossa, basterà immaginare il loro contrario. Gruppi non organizzati di college interpretano la storia patria dai Padri Pellegrini a oggi al suono di orchestrine incitate da majorettes coi pompom in un incrocio tra solennità e carnevale.
Questo quattro luglio, quando Sciltian, la Sgnuffi, Alberto Guido e io sostiamo sotto i verdeggianti alberi ad ammirare questa festa dai ritmi quasi sudamericani, si aprono le cateratte del cielo. A Washington l'acqua casca dalle nuvole a metà fra lo stato liquido e solido, non divisa in gocce. Cerca l'antica palude e tenta di ricrearla nelle strade. Gli ombrelli si schiantano sotto il peso dell'acqua come se ci ostinassimo a tenerli aperti sotto una cascata.
Scolanti torrentelli dai pantaloni raggiungiamo a nuoto un Marriot Hotel e, dopo aver attraversato la sontuosa hall di marmo, scendiamo nella sottostante stazione del metrò.
A Washington c'è un bel metrò, vasto ed accogliente, funzionante con carte magnetiche. Le carrozze sono nuovissime, comode, pulite e sfrecciano una dopo l'altra con poco rumore.
Sbracati sui sedili imbottiti della carrozza che va ad Arlington, Sciltian ed io ci scambiamo occhiate perplesse leggendo sui biglietti che la ditta che ha costruito questo gioiello è italiana. Allora com'è che da noi le metropolitane son così brutte?
Alberto Guido é frequentato da gente interessante e curiosa: un giorno mi trovo a discutere con un ingegnere che ha scritto un programma di traduzione automatica dall'inglese al francese e viceversa per computer IBM, una sera la passo con il proprietario di una televisione in lingua italiana furibondo contro la RAI che non lo aiuta, un'altra coi proprietari di un brevetto di pompe di profondità atte a rimettere in funzione i vecchi esausti pozzi di petrolio americani. Tutti si rivolgono al mio amico americano per avere un appoggio presso il "governo". Alberto Guido non parla mai di queste cose, preferisce lasciare intendere, così sembra più importante di quel che è.
Ci porta al Palazzo delle Lobbies: qui i gruppi di pressione sono istituzionalizzati con tanto di uffici. Tutto si svolge senza sotterfugio, almeno così dice Alberto Guido, ma poiché gli aspiranti pompisti non hanno lobby, cercherà di interessare il senatore della Pennsylvania affinché faccia loro ottenere una qualche sovvenzione o ordinativo.
- E perché il senatore dovrebbe ascoltarti?- chiede Sciltian accusatore. Alberto Guido si esibisce in un sorriso mediterraneo:
- Perché mi conosce. -
- E allora?-
- Sa che non sono un ingrato. -
- Ho capito. Lui perora in Senato e se ottiene i soldi tu gli dai una mazzetta. Come in Italia, uguale!-
Alberto Guido gli accarezza la testa ammirato:
- Senti, io non ho figli. Se resti qui con me ti faccio diventare senatore. Presidente degli Stati Uniti no, perché chi è nato all'estero non può diventarlo, ma senatore... eh? Tu studi e al resto penso io. -
Sciltian mi guarda lusingato. Così é la natura umana, facile conquista per gli sparatori di palle.
I fabbricatori di pompe ci invitano nella loro città: Oil City, in Pennsylvania. Albert Guido ha lasciato credere che i due milioni di dollari di cui han bisogno per darsi alla produzione in serie delle pompe, se non li dà il governo, li metterà lui, oppure potrei trovarli io nell'ambiente del cinema. Sono o non sono lo scopritore di Clint Eastwood?
La Pennsylvania si affaccia per un pezzetto sul lago Erie, in quella zona c'è la "la più grande piccola città del mondo", quella che inventando i pozzi ha reso sfruttabile il petrolio.
Ci aspettano nel miglior hotel della città, ci han messo cesti di fiori e di frutta nelle stanze con bottiglie di champagne. La sera siamo a cena coi maggiorenti del luogo e signore. Anche figlie e ce n'è una carina che siede accanto a Sciltian chiedendogli se fa l'attore. Sciltian nega felice.
Il cameriere offre insalata come antipasto ed elenca vari tipi di condimenti con la consueta disperante velocità.
Per non far brutte figure Sciltian nega tutto ordinando "only salade". La ragazza guarda il mio ultimo nato con ammirato stupore e Sciltian affonda la forchetta in un piattone di verdure crude e non condite. Si costringe a masticare con rumore da coniglio. Sempre più ammirata, la ragazza di Oil City si informa se egli sia vegetariano. Perso nei suoi grandi occhi, Sciltian annuisce macinando coi denti quelle che io essere per lui odiatissime verdure.
Visitiamo il parco museo, dove ancora c'è il primo pozzo costruito dal signor Drake nel 1860, mentre Garibaldi sbarcava a Marsala.
Ci proiettano un vecchio film a colori con un giovane Vincent Price che interpreta il ruolo del pioniere perforatore.
Il direttore del museo, saputo che sono un regista italiano, mi chiama nel suo ufficio e mi offre di dirigere la nuova versione del film che il museo ha intenzione di produrre con un budget di molti milioni di dollari. Se mi interessa, dovrò fargli avere una scaletta della sceneggiatura proposta.
Mi accarezzo la pelata: che sia vero che l'America è terra di grandi occasioni? Cremona ha Stradivari, a Oil City hanno il signor Drake. E ho la sensazione molesta che l'umanità debba essere più grata al signor Drake che al grande liutaio.
- Andiamo ad Atlantic City?- ci esorta Alberto Guido e poiché vede perplessità precisa l'offerta- Tutto gratis: alberghi di prima categoria, ristoranti di lusso e biglietti per gli spettacoli serali.-
- E chi paga?-
- Pagano i padroni dei casinò. Io sono autorizzato a portare amici.-
- Ma allora dovremo giocare...-
- Non è obbligatorio. Io non gioco mai. Contano sulla statistica: la maggior parte degli ospiti non resiste alla tentazione e gioca. Perdono molto di più di quanto avrebbero pagato per l'albergo. Capito il "bisniss"? Noi andiamo, non giochiamo e ci divertiamo gratis.-
- Un'altra "sola" come quella di Oil City...- sussurro a Sciltian che ha una smorfia di disgusto.
- Non dovevamo andare nel Delaware per fare la società di produzione cinematografica? - interloquisce la Sgnuffi petulante.
Messo così brutalmente allo scoperto, Alberto Guido si incazza:
- Adesso stiamo socializzando e non parlando d'affari!-
Decidiamo di declinare la socializzazione e ci trasferiamo nella nostra villetta ad Upper Marlboro a giocare a bigliardo nel basement con puntatine all'antica Annapolis o alla goduriosa Baltimora mentre ci precipita addosso la data del ritorno.

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