Letture Varie

HONOLULU
Per la Sgnuffi, Sciltian e me c'è un volo prenotato per le Hawaii: 399 dollari a testa, andata e ritorno e sette giorni d'albergo.
Il Pacifico è di un blu più scuro dell'Atlantico e le isole dei vulcani coi loro Dei che ci vivono dentro, risaltano verde-marroni finte come un technicolor anni Cinquanta.
Atterriamo nello sterminato aeroporto tra la baia di Pearl Harbour e la città di Honolulu.
- Aloha! Aloha! Aloha!- giapponesine abbronzate travestite da hawaiiane ci salutano col calore della voce sintetica che recita l'ora esatta nei telefoni della Sip. Come manichini su una catena di montaggio, veniamo assemblati con collane di orchidee, talloncini per breakfast gratuiti, buoni per visitare Pearl Harbour, advertising sulla bellezza stravolgente delle altre isole dell'arcipelago che ci fan capire d'essere sbarcati sulla più brutta.
Fioriti e opuscolati veniamo caricati sui bus che ci portano ad Honolulu: una megarimini coi grattacieli lungo la spiaggia dove tutto si chiama Waikiki.
Possiamo scegliere l'albergo tra il Waikiki Banyan, il Waikiki Beachcomber, il Waikiki Grand, il Waikiki Sand Villa, il Waikiki Surf, il Waikiki Tower, tre o quattro Aston Waikiki e lo Hyatt Regency Waikiki.
Scegliamo un Waikiki vicino all'oceano, la Sgnuffi, con la sua "lei" di orchidee al collo non vede l'ora di andare a stendersi sulla sabbia all'ombra delle palme fruscianti di vento: fin da piccola ha sognato questo momento magico, persa nelle fantasie infantili dei mari del Sud. Gli anni son passati ma l'infantile le è rimasto dentro. Al tempo del vino e delle rose un fotografo impotente aveva mascherato il suo difetto promettendole notti di fuoco dopo un loro ipotetico matrimonio cattolico-hawaiiano.
Microbikini, grande spugna rossa, cappello di paglia a larga tesa e via, verso il sogno!
La realtà, ahimè, è, come sempre, diversa. Dopo tre minuti la Sgnuffi scopre che il sole tropicale ignora le sue creme a filtro 20 e la brucia come una calamaretta sulla griglia, ancora sorridente si rifugia all'ombra frastagliata delle palme che frusciano col vento come da sogno. Al sesto minuto di Tropico scopre un'altra imprevedibile verità: le palme non fanno ombra! Con quel continuo parpadeare delle loro ciglia non fanno schermo al sole, almeno non sufficiente per la delicata pelle della Sgnuffi che deve avvolgersi come un paguro in una conchiglia di spugna e calarsi il cappellone di paglia sul naso. Al decimo minuto si arrende e chiede pietà: dobbiamo andarcene da quella graticola!
All'hotel ci danno l'opuscolo riservato agli sconfitti che in copertina mostra una falsa hawaiiana nuda tratta da Playboy. Ritagliata a forma di ananas, la brochure suggerisce consolazione alla nostra fuga elencando le precauzioni che dovrà prendere il temerario che volesse bagnarsi nel Pacifico:
1- Saper nuotare a livello olimpico, anche contro forti correnti avverse.
2- Calzare scarpe di gomma poiché nei bassi fondali e sugli scogli ci sono pesci velenosi e alghe urticanti.
3- Non camminare lungo le scogliere anche se l'oceano è calmo poiché si alzano improvvise immense ondate che annegano i malcapitati in mare.
4- Accertarsi che il filtro solare delle proprie creme sia uguale a quello del calcestruzzo per evitare bruciature che si infettano per la grande virulenza della vita tropicale.
5- Non superare MAI le boe rosse stese a collana davanti alle spiagge poiché oltre ci sono gli squali (si incontrano anche a riva ma non troppo spesso (!)
6- In caso di puntura o morsicatura in mare rivolgersi immediatamente al Pronto Soccorso perché i veleni di molti pesci uccidono in pochi minuti.
Un'ultima scritta in grassetto tra i culi tondi di due hawaiiane made in California assicura che la piscina dell'hotel è olimpionica, alimentata con acqua del Pacifico filtrata con cura, priva di onde, di squali e di bestie velenose ma con poltrone, ombra, servizio bar e... hawaiiane! L'ingresso è libero ai clienti e ai loro invitati.
Ci guardiamo perplessi, la Sgnuffi arrossata, Sciltian e io abbrustoliti: siamo agli antipodi di Roma, abbiamo sorvolato metà del mondo per farci un tuffetto in piscina? Mai, meglio gli squali!
Il mattino dopo facciamo colazione gratuita usando un tagliando di benvenuto con torri di pancakes alla banana e litri di succo d'ananas.
Il sapore di banana e di ananas è al cubo per chi come noi è abituato a bere i succhi delle scatolette sui banconi zincati dei bar romani. Satolli ci avviamo verso uno dei tanti rent-a-car e prendiamo l'acquazzone delle dieci e venti.
Uno scroscio caldo che dura due minuti e che inzuppa le nostre sgargianti camicie di nylon e gli short con le palme, appena comprati alla botteguccia dell'albergo per sei dollari. Gli hawaiiani non ci fanno caso e uno di loro vedendo il nostro sguardo smarrito nell'inutile ricerca di un riparo ci fa uno strano gesto: chiude il pugno, allunga il pollice e il mignolo in orizzontale e lo fa oscillare due o tre volte. Dalle mie parti montanare è un gesto sconcio: vuol dire fottere o essere fottuti. Ma è difficile che questo giapponesino sorridente sia un biellese e decido che qui abbia il senso di "prendila come viene". Ricambio il segno e l'amico trotterella via contento.
Il cielo si spezza in nuvoloni bianchi e pannosi che il vento dell'oceano schiaccia contro le verdi ripidissime Koolau Mountains. Il sole sbuca improvviso e inferocito seccandoci in pochi secondi e pittando nel cielo un triplo arcobaleno. Ripariamo nell'aria condizionata del rent-a-car come polli in fuga da un grill.
Ci propongono un'automobilina giapponese per dodici dollari al giorno, chilometraggio libero, più, se vogliamo, nove dollari al giorno per un'assicurazione casco che paga anche se ci buttiamo in uno dei tanti burroni. Una pacchia. Aloha, e per farci la mano mi lancio lungo la Kalakaua avenue, giro per la Kalaimoku, corro per la Ala Way, scendo per la Kanekapolei, salgo per la Liliuokalani, torno giù per la Kealohilani e mi ritrovo sulla Kalakaua: facile per chi usa una lingua sillabica. Suoni dolci ripetitivi come quelli dei bambini, ma sta andando in disuso. Gli hawaiiani veri non esistono più, tranne un centinaio sull'isoletta privata di Niihau tenuti in segregazione come i gorilla di montagna, di proprietà esclusiva della famiglia Robinson di Kauai che acquistò isoletta e abitanti nel 1864 direttamente dal re delle Hawaii Kamehameha V. Dev'esser stato un gran bel popolo, generoso nell'amore e più intelligente di noi se sono riusciti ad abbandonare la loro religione plurisecolare in una sola serata seguendo un pensiero logico: i bianchi infrangevano i tabù dei loro Dei e non erano puniti, quindi tabù e Dei erano falsi. Fecero un bel falò degli idoli e una grande mangiata tutti insieme, uguali e felici, uomini e donne.
Noi invece crediamo ancora in un dio che si è incazzato a morte per una mela e poi ci ha perdonati in massa non appena abbiamo inchiodato suo figlio su una croce.
Abbiamo una meta: Hanahuma bay. Vista su una cartolina dell'albergo sembra uscita dal piano regolatore dell'Eden. Purtroppo molti hanno visto la cartolina e quando arriviamo sull'altopiano che domina la baia troviamo i grandi parcheggi esauriti come la domenica intorno allo stadio all'Olimpico. Ci sono dei posti erbosi vuoti, con la scritta "no-parking". Dovrei andar via ma ho il senso civico rovinato da trent'anni di traffico romano e infilo la giapponesina nel vietato.
Dall'alto Hanahuma bay è proprio da pubblicità turistica: il cratere di un vulcano invaso dal mare disegna un cerchio quasi completo di acqua blu che trasfigura in turchese sul lato sabbioso dove pochi tetti di paglia coprono bar e servizi. L'unica dissonanza siamo noi e gli altri tremila.
Scendiamo il viottolone scosceso sotto il sole a microonde che cerca di farsi la testa della Sgnuffi all'occhio di bue.
Sciltian ed io abbiam comprato maschera e pinne perché mi han detto che enormi pesci tropicali vengono a mangiarti in mano come colombi a piazza San Marco.
Mentre la Sgnuffi si avvolge nella spugna e si siede triste su una panca all'ombra di un grande tetto di paglia, noi corriamo sotto le palme e ci tuffiamo nell'acqua chiara. Ho al collo la mia macchina fotografica subacquea e pinneggio verso il centro del cratere. Le maschere mi schiacciano dolorosamente il naso perché son fatte per le facce piatte dei giapponesi ma i primi pescioni blu a strisce gialle che mi vengono incontro fanno da anestesia. Sono anch'essi sillabici e si chiamano Kihikihi. Un branco di iridati Humuhumunukunuku mi volteggia sulla destra, mentre fitte nuvole arcobaleno di Humuhumu-'ele-'ele rossiverdimarrone, di Paku'iku'i rossobruni profilati in blu e di gialli Lau-Wiliwili-Nukunuku-'oi-'oi dondolano davanti al vetro della mia maschera fissandomi con cento occhietti curiosi.
A sette metri di profondità due sub con le bombole, seduti sulle rocce danno da mangiare ad una folla di pesci di ogni dimensione, forma e colore, porgendo pesciolini e molluschi. I grossi pesci starnazzano e si azzuffano ad ogni boccone come le galline intorno a mia nonna nel pollaio in fondo all'orto.
Accarezzo la testa globosa di un Pa-'u'u rosso vermiglio che batte la spessa mandibola per salutarmi e scatto 36 foto in tre minuti. Poi resto a guardare il paradiso. Non ho la muta e la mia schiena galleggia al sole.
Fortuna che i miei avi celtici si son fatti qualche bella araba o succosa negrotta, o viceversa, e mi han lasciato una melanina efficiente che accorre alle urla delle cellule epiteliali con apprezzabile velocità, altrimenti sarei caduto nel numero 4 dell'avviso dell'albergo a proposito delle scottature solari.
Per un subacqueo da "Ponza e dintorni", Hanauma bay vale da sola tutto il viaggio.
Passeggiamo la sera lungo la Kalakaua avenue, con la pelle che irradia calore da abbacinare un rivelatore a infrarossi. Negli esotici padiglioni dell'International Market Place vendono perle come noccioline, bellissime spugne ricamate, costosissime collane di piume, economici sandali zori in paglia di riso, acrobatici trampoli geta in legno e calze tabi col posto per l'alluce come muffole. Ceniamo al Royal Hawaiian Shopping Center dove Sciltian scopre un ristorante italiano, "da kine" come dicono qui per "that kind", il McDonald's degli spaghetti. Il palazzo del Royal Hawaiian è bellissimo, tutto vetrate e legno chiaro in una jungla di orchidee, di vermiglie 'ie'ie, rugginose 'ohi'a lehua, violacee 'uki'uki e immense foglie di banano. Dopo lunga astinenza la vista di fettuccine e spaghetti guizzanti, penne lisce e rigate, fusilli bollenti e sguscianti, bucatini rovesciati fumanti su venti metri di banco, ha la meglio sulla curiosità dell'esotico. Zuppiere di sughi pronti e colorati come la tavolozza di un pittore vaporano profumi di casa: dal verde pesto genovese fino all'aranciato dell'amatriciana, dal rosso cupo del ragù stracotto alla chiara e veloce puttanesca con le olive, dal nero pepato della carbonara al bianco raro delle vongole veraci. Gustiamo col naso e con gli occhi prima che con le idonee papille. Ci si serve da soli: quanta pasta si vuole, quante volte si vuole, con tutti i sughi che si vuole. Costa sempre 5 dollari. Nel corridoio veranda su cui si affaccia il ristorante, Sciltian ha trovato dei tagliandi pubblicitari che danno diritto allo sconto di un dollaro, quindi costa sempre 4 dollari. Mi riempio di pasta come ai tempi della sora Giggia, quando l'amico Valerii mi invitava una volta alla settimana e dovevo fare scorta per sei giorni. Per gustare meglio alcuni sughi, a papilla mia, serve un pezzo di pane, ma sul menu il pane non c'è: qui siamo in oriente, la patria del riso non del grano.
Scovo un "garlic bread" e mi portano autentica bruschetta su pane casareccio!
Gonfi in modo indecente ci trasciniamo verso la cassa.
Sciltian ha ritagliato sei tagliandi di sconto e la giapponesina batte 18 dollari, poi ritira i coupon e ci scala sei dollari. Se ne avessimo ritagliati diciannove avrebbe dato un dollaro a noi!
Ci sediamo a meditare su una panchina del Royal davanti ad una fresca fontana che zampilla tra enormi fiori. I tagliandi sono liberi e chiunque può abusarne, ma poiché il ristorante non fallisce vuol dire che pochi lo fanno: forse solo noi italiani che veniamo dalla culla del "dritto."
Oahu è l'unica isola delle Hawaii ad avere un grande porto naturale: Pearl Harbor. E' un'escursione prevista dai nostri tagliandi e il bus parte da uno degli infiniti Waikiki Hotel. Fatichiamo a trovare quello giusto e ci imbarchiamo appena in tempo. La baia si divide in tre grandi bacini chiamati East, Middle e West Loch (dev'essere passato uno scozzese da queste parti) e il nostro autista, di pelle marrone intenso, ci racconta di quel 7 dicembre del 1941 quando, lui bambino, arrivarono gli aerei giapponesi. La prima ondata fu scambiata per un'esercitazione americana. Ma sull'Arizona fu subito morte. Un suo zio, cuoco negro a bordo della corazzata, da solo riuscì ad abbattere tre aerei giapponesi manovrando la mitragliatrice che non gli avevano mai permesso di toccare.
L'USS Arizona Memorial è un padiglione costruito sui resti affondati della nave, migliaia di morti per quel bombardamento non si quanto davvero inaspettato. Le portaerei avevano preso il largo la sera prima, forse per ordine dell'interventista Roosevelt che non riusciva a convincere il Congresso ad entrare in guerra: alla Casa Bianca era arrivato il messaggio della spia Cicero e anche la segnalazione di un sottomarino che aveva intercettato le portaerei giapponesi al largo delle Hawaii e c'erano gli ambasciatori giapponesi con la dichiarazione di guerra da ore in anticamera. Roosevelt lasciò che i giapponesi bombardassero Pearl Harbor per sfruttare l'indignazione del Paese? Qui molti pensano di sì. Metà della popolazione è di origine giapponese, ma durante la seconda guerra mondiale questi giappohawaiiani combatterono eroicamente per gli USA in Europa contro di noi e contro i tedeschi.
Questo cimitero galleggiante fa tristezza come tutto ciò che prova la nostra malattia mentale di scimmie che hanno infestato il pianeta.
I Giapponesi affondarono tutto ciò che galleggiava nella baia per colpire a morte la potenza navale americana nel Pacifico ma non scagliarono una sola bomba sui cantieri a terra permettendo così agli americani di ripescare parte delle navi e di costruirne di nuove a ritmo forsennato.
Anche i giapponesi, nella loro apparente maggior razionalità, sono matti.
Seguendo la strada di nord-est con la nostra giapponesina da 12 dollari al giorno arriviamo a Pali, il posto dove le cascate cascano all'insù. Ci si affaccia su uno strapiombo verde contro cui il vento dell'oceano sbatte e si arrampica sconfiggendo la forza di gravità: i ruscelli scorrono verso l'alto e la loro acqua invece di cadere nel vuoto viene spinta sulle nostre facce stupite.
Sciltian butta una moneta e il vento la fa schizzare sopra le nostre teste. Da qui si buttavano gli antichi guerrieri hawaiiani per non doversi arrendere: chissà se cadevano.
Lungo la strada che porta a nord costeggiamo una foresta tropicale. Fermo la macchina e andiamo a dare un'occhiata: dopo pochi passi sotto le gigantesche foglie perennemente gocciolanti è quasi buio. Camminiamo su un tappeto di muschio e di foglie marce, fiori dalle corolle ricurve si fan succhiare da uccelli dal becco ricurvo e dagli improbabili colori onirici. Sciltian si ferma, non vuole addentrarsi. Cerco invano di rassicurarlo giurandogli che i rettili non sono mai riusciti ad arrivare alle Hawaii, tartarugone a parte, e quindi, nonostante l'ambiente faccia pensare a pitoni e boa, non c'è pericolo. Perfino le piante e gli insetti si sono ingentiliti arrivando su queste isole vulcaniche e han perso veleni, spine e puzze difensive. Sciltian scuote la testa e torna indietro badando bene a dove mette i piedi. La nostra esplorazione è durata nove passi.
Poco prima di Punta Kahuku all'estremo nord dell'isola, arriviamo al Polynesian Cultural Center: un grande assemblaggio, un po' alla Disney, di sette villaggi e culture polinesiane dall'isola di Guam fino alla Nuova Zelanda passando per Tahiti, Samoa, Fiji, Tonga e Marchesi. Un grande spettacolo sull'acqua con danze hawaiiane di belle donne, un po' pienotte che mettono voglia di sprimacciarle, mostra che quando dimenano i fianchi non stanno sempre e soltanto alludendo all'unica cosa che nessuna civiltà è riuscita a cambiare, ma raccontano lontane avventure: quelle brunette polpose mimano con convezioni a noi sconosciute messaggi complessi che non siamo in grado di capire, l'ondeggiare delle mani e delle braccia forse significa mare ma che vorranno dire quei brividi che fanno vibrare i gonnellini di rafia come se fossero pieni di vespe?
Il sole cala e le ballerine accendono torce: siamo in un antico ahupuaa prima che Cook venisse a rompere l'incanto portando la sifilide e il vaiolo. Sullo sfondo un grande heiaus, un tempio fatto con grosse pietre piatte, ornato di grandi kapu, idoli scolpiti in legno. Il capo, l'alii, dà un ordine e cominciano le danze in onore degli Dei: Ku, dio della guerra; Kane, padre delle creature viventi; Lono, dio delle messi e della pace e Kanaloa, signore del mondo degli spiriti mentre Pele, dea del fuoco, trascurata, sputa lava furibonda da dentro un vulcano. Il dono reciproco dei corpi era felicità senza peccato su questa spiaggia prima che arrivassero genti che come simbolo d'amore avevano un uomo torturato a morte su una croce.
C'è qualcosa di struggente nella musica e nei canti mentre sull'acqua scivolano zattere a doppio scafo con copertura di paglia. E' la nostalgia di un paradiso perduto dove visse per secoli un popolo che non c'è più.
La costa ovest di Oahu è famosa per i cavalloni. Non quelli da tiro, ma quelli alti sei metri che scaricano sulla spiaggia tonnellate d'acqua con cinquanta metri di schiuma e dozzine di surfisti che han sbagliato a prendere l'onda. A vederli sommersi dai quei castelli d'acqua sembrano perduti, ma poi quasi tutti riaffiorano rotolando nella schiuma che si stende e smuore sull'infinita spiaggia. Chissà se c'è qualcuno che li conta. Al tramonto, col sole che cala come una mongolfiera luminosa sull'oceano, è spettacolo da non perdere: queste isole sono davvero lontane dal resto del mondo: ci sono almeno tremila chilometri d'acqua da ogni parte prima di trovare altra terra.
La parte alta di Ohau è il mondo degli ananas: milioni di frutti si ergono virili e incolonnati da Dole e da DelMonte. Ci sono aiole per l'assaggio con i cartellini che ne specificano le varietà. Ma non siamo sicuri che sia permesso a tutti e poi nei bar di Honolulu mezzo chilo di polpa di ananas gelata costa un paio di dollari. Con venti dollari si può mandarne una cassa in qualunque paese del mondo.
La sera, stanchi, guardiamo i depliant che magnificano le altre isole dell'arcipelago: Kauai, l'isola misteriosa, bella fra le belle che innalza al cielo, come un germoglio, la sua montagna Waialeale che ferma gli alisei bevendo a tonnellate la loro acqua; Molokai, l'isola amica, del silenzio e delle lunghe spiagge, senza un semaforo, senza un cinema, senza un McDonald's; Lanai, l'isola degli eucaliptus, proprietà privata di Kamehameha il Grande, dai misteriosi petroglifi azzurrini incisi sulle rocce; Maui, dalle foreste festonate di bruna, silenziosi mari d'argento, ombrose caverne blu e spiagge di agata e di perle, e Hawaii, la più grande, fatta di ghiaccio e di fuoco, col gigantesco vulcano Kilauea, ultimo rifugio della dea Pele che sputa pennacchi di lava fino a seicento metri d'altezza.
Abbiamo acuta le sensazione che la nostra povera Oahu sia la più brutta dell'arcipelago ma per vedere quelle belle bisogna affittare piccoli aerei e un giretto di due giorni costa più di un migliaio di dollari a testa. A malincuore devo decidere che per noi è troppo caro. Sarà per un'altra volta, ma si verrà un'altra volta dall'altra parte del mondo?

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