Letture Varie

LOS ANGELES
Puntiamo verso sud: correndo a 100 miglia orarie sul rettilineo che porta a Los Angeles veniamo fermati dalla più dura polizia del mondo.
- Are you funked out?- ci dice a brutto muso questo stupendo motociclista da "sulle strade della California".
Fingiamo di non capire l'inglese, sbattiamo palpebre innocenti come vergini gazzelle mentre l'agente, grosso come un quarter di football americano, incrocia ripetutamente i polsi ripetendo la parola "jail". Noi ripetiamo la parola "italiani" con sorrisi sempre più ampi. Ci lascia andare dopo averci scritto un 55 con un grosso pennarello su un verbale in bianco: 55 sono le miglia orarie che non dobbiamo superare.
Fatichiamo a trovare Los Angeles, L.A., "el-ài" come la chiamano qui, dispersa com'è su un'area grande come il Piemonte: ci facciamo guidare da un gruppo di grattacieli e, dopo ghirigori da giostra sulle highway, parcheggiamo ai loro piedi. Piedi sporchi: tanto San Francisco è pulita e sofisticata, così Los Angeles è sporca e volgare. Miseria umana senza la grandezza drammatica di NewYork e la scritta a caratteri falansteriali sul dirupo che annuncia HOLLYWOOD sembra un trampolino per suicidi.
Ci arrampichiamo con la nostra Mercury su per i viali di Beverly Hills, superati da Porsche, Rolls Royce e Ferrari, davanti a strambe ricche ville che hanno pupazzi al posto di statue: un finto bambino scavalca una cinta inseguito da un falso poliziotto con un falso cane, falsi curiosi guardano in un parco con falsi binocoli, castelli medievali con fossato e ponte levatoio di plastica fanno più tristezza delle disperate piatte casupole di Watts giù nella pianura piena di neri, ispanici e coreani, dove le bande dei Cripps e dei Bloods si ammazzano e ti ammazzano per il colore del giubbotto che porti. Se la Seconda Rivoluzione Americana partirà da qui sarà "Blade Runner".
Passeggiamo in mezzo alle pretenziose boutique di Rodeo Drive poi ci facciamo tutti i 120 chilometri del Sunset Boulevard fino all'oceano. Diamo un'occhiata alla decantata Santa Monica e calpestiamo celebri spiagge punteggiate da club stile Viareggio anni Trenta separati da decine di chilometri di sabbie vergini dove mare e terra si mischiano intatte dal pliocene e nessuno fa il bagno perché nessuno l'ha mai fatto dai tempi in cui tribù mongole di raccoglitori vagavano alla ricerca di molluschi e di vermi. Antichi depositi di alghe si sono stratificati in promontori, vecchi tronchi e radici fossilizzano semicoperti da ondate di sabbia, laghetti salmastri bucherellano le rive con pozze d'acqua ferma, paradisi di artropodi e platelminti. Ti aspetti il barrito del mammut e il balzo della tigre coi denti a sciabola.
Riattraversiamo questa città regione per visitare gli studi cinematografici della Universal: la prima impressione è traumatica. Universal City sta a Cinecittà come una fabbrica di scarpe di Varese sta a una bottega di ciabattino: l'artigiano può fare qualche capolavoro ma le scarpe per tutti i piedi del mondo, mai.
Con un'oretta di trenino visitiamo ettari di costruzioni passando da una Mulberry Street della NewYork anni Venti fino ad una Michigan Avenue della Chicago dei giorni nostri, da un villaggio western al motel angoscioso di Psycho, dalla piazza di Back to the Future fino ad una stazione di metropolitana dove un terremoto da urlo fa crollare il soffitto, ci butta addosso treni che arrivano a cento all'ora e fa scoppiare le tubature dell'acqua che inondando l'esterrefatta Sgnuffi seduta vicino ad un finestrino.
Approdiamo infine sulle rive di una falsa laguna: é il set di "Miami Vice", uno dei tanti serial che l'intero pianeta si sciroppa in TV.
Per quindici minuti acrobati e stuntmen sollevano meraviglia e spruzzi d'acqua con le loro spettacolari cadute e furiose sparatorie che fanno esplodere un gazometro con una grande fiammata, distruggendo un lungo pontile di legno.
Il bello viene quando lo spettacolo é finito: qualcuno da qualche parte pigia un bottone e il pontile risorge dall'acqua e si ricompone, il gazometro torna intero e il villaggio si autoaggiusta come in una sequenza proiettata alla rovescia: tutto è pronto per una seconda ripresa.
Io, ciabattino italiano di sceneggiature, resto con la lesina in mano, bocca spalancata e sgomento nel cuore.
Abbiamo preso una camera nella Little Tokyo, giù nella DownTown e alle sei di sera non c'è più nulla di vivente sui marciapiedi, anche i ristoranti stanno chiudendo. Ci infiliamo in un buco coreano e ordiniamo ordiniamo il primo piatto di un incomprensibile menù: mangiamo alghe e misteriosi esserini lacustri o marini immersi in salse d'ogni sapore e colore prima di fuggire affannati verso la "nostra" città d'oro.
Anthony Quinn mi dirà poi che Los Angeles fa un'orribile prima impressione ma che a viverci è eccitante, dovrei credergli, lui ci ha vissuto sia da povero "danceur pour dames" che da marito della figlia di Cecil DeMille, ma gli attori son bugiardi.
Dormiamo a Ventura, dove Sofia ha comprato un ranch e alle nove di sera la grata dei grandi viali é già deserta, geometricamente illuminata da lividi lampioni, c'é un senso di desolato day after che ci fa ribattezzare il posto "Sventura".
Attraversato il Big Sur, che è una versione ingrandita del passo del Bracco anteautostrade, ammiriamo la fioritissima costazzurrina Carmel, mayor Clint Eastwood, tutta botteghe di moda e di souvenir indiani più o meno autentici.
Sono sculture "by Native Americans", che sarebbero i pellerossa però qui "redskin2 è considerato un insulto. I "nativi americani" crepano nelle loro riserve ma chiamati in modo "politically correct".
Ne abbiamo incontrato uno a una cena data in nostro onore a San Francisco, un uomo massiccio sulla cinquantina, naso aquilino da copertina, nativo di Seattle. La Sgnuffi, saputo che era un indiano, si è alzata e gli ha stretto la mano:
- Onorata di conoscere un vero americano!- ha esclamato giuliva. I nostri anfitrioni bianchissimi erano un po’ in imbarazzo mentre gli occhi nerissimi e scintillanti del "nativo americano" si appannavano per la commozione. Gli ho stretto la mano anch’io:
- Lieto di conoscere uno dei padroni di casa…- ho aggiunto. Il padrone della grande villa con parco e vista sulla baia che ci ospitava ha sbuffato:
- Allora qui siamo tutti stranieri…- - Sì – ho sorriso – ma noi ce ne torniamo a casa tra una settimana…-
San Francisco è la città più "liberal" d’America ma era calato un silenzio di disagio e tutti avevano affondato la forchetta nella polenta al sugo di carne.
Ho spiegato loro che amavo gli indiani americani da quando avevo studiato la loro storia per scrivere il film di Sergio Leone "The Genius". Il discorso fatto da Toro Seduto al Congresso di Washington era stata un’orazione degna di un retore greco del secolo d’oro: il gran capo sioux aveva dato uno straziante addio alla sua terra, alla sua gente, alla sua cultura che faceva venire una gran voglia di piangere.
L’indiano mi aveva abbracciato forte.
- Tu, europeo, l’hai letto. Ma qui non lo conosce nessuno quel discorso. Qui tutti credono che i nostri padri sapessero a malapena dire "Augh!". Nessuno insegna la nostra storia nelle scuole. -
Il silenzio di tutti era diventato ancora più profondo, colpevole.
A Monterey troviamo un gigantesco totem in legno scolpito che la Sgnuffi accarezza sognante: peserà tre quintali e riesco a convincere l'irragionevole bionda che neanche in tre potremmo portarlo fino a Roma.
San Francisco, la bella, ci riaccoglie con un vestito da sposa fatto di nebbia bassa densa e rosata, i palazzi più alti della città galleggianti tra i festoni emergenti dei ponti come una corona reale, l'oceano e la baia sepolti dalla soffice crinolina e nel cielo tersissimo e viola un sole di ghiaccio abbagliante. Viva San Francisco! Verrà inghiottita dal Big One perché é troppo bella per durare.

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