Letture Varie

SAN FRANCISCO!
Gita breve a Filadelfia, giusto il tempo per visitare il college di Costantino, prendere un'insolazione lungo l'infinito viale che porta al Museo, sudare a litri sulle scalee da allenamento di Rocky I, II, III, IV e V... e farsi sfilare il portafoglio da un negretto in una sala giochi.
E' la prima volta che lasciamo Sciltian solo, l'Arcade è vicina al nostro albergo e lui si é infognato in una battaglia elettronica contro gli alieni. Dopo qualche minuto torna accompagnato da un giovanotto color ebano lucido che ci chiede scusa a nome della sua città: un ragazzo con mano lesta ha sfilato il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni di Sciltian e si è dato alla fuga subito ferocemente inseguito da un poliziotto pancione, da Sciltian arrabbiatissimo e da questo giovanotto che ora ci chiede scusa in nome di Filadelfia. Una corsa acrobatica, da film, giù per le scale del metro, ma una corsa persa. Ringrazio il bel giovane nero e con un sorriso lo informo che nel portafoglio di Sciltian c'era un dollaro soltanto. Forse è il mio cinismo di europeo decadente a illudermi di cogliere nello sguardo del giovanotto un'ombra di delusione?
Questo è l'unico contatto che abbiamo con gli indigeni di Filadelfia perché qui siamo turisti, viviamo in albergo e parliamo solo fra noi andando in giro naso all'aria e guide in mano. Il grande vantaggio dello scambiocasa è la possibilità di entrare in contatto con la società civile locale perché chi cede la propria magione a degli sconosciuti stranieri incarica gli amici di dare loro un'occhiata. Come turisti non possiamo lasciare la città voluta dal signor Penn senza visitare le stanze in cui fu firmata la prima costituzione americana, senza vedere la storica campana tenuta sotto vetro e la pianta cresciuta da un seme che fu portato sulla luna dall'Apollo 11.
Torniamo in treno a NewYork e poi in taxi fino al Kennedy Airport per imbarcarci per San Francisco. La Sgnuffi è abbracciata all'unicorno bianco e io ho in mente le orecchie a sventola di Clark Gable e lo scintillio perverso dei night della Costa dei Barbari.
La Sgnuffi ha letto un articolo sulla faglia di San Andreas e ha qualche perplessità: e se a San Francisco ci aspettasse un terremoto distruttore? La tranquillizzo: sarebbe la casa di Bruce a cadere e non la nostra. Sorride sollevata.
Voliamo attraverso tutta l'America. Sotto di noi, negli squarci delle nubi, le praterie di grano del Middle West quadrettate con geometria perfetta dalle righe bianche delle strade.
Dietro a noi una coppia texana ha esclamazioni di stupore. Il marito tiene l'indice premuto contro la doppia plastica dell'oblò. Guardo anch'io sperando in un disco volante: il cielo e sereno, nessun alieno ci svolazza intorno. La coppia guarda in basso e scoppia in una risata larga come una bistecca. Seguo il loro sguardo: il reticolo squadrato dei campi gialli e rettangolari é deturpato da una strada che si permette un doppio inspiegabile zigzag. I texani ne ridono fino alle lacrime.
Le pianure si fanno aride a ridosso delle Montagne Rocciose e i campi diventano cerchi scuri su sfondo avana: sono gli irrigatori automatici che, girando su se stessi, alimentati da batterie solari, disegnano quei grandi rotondi fertili.
Le Montagne Rocciose evocano sogni di infanzia, i romanzi di Motta e di Mioni e poi i grandi western dell'adolescenza, la costruzione della ferrovia, gli indiani, la corsa all'oro... ma a vederle dall'alto coi miei occhi di alpino sono una delusione: tondeggianti, con poche bave di neve nei canaloni meno soleggiati, non hanno nulla di epico. Mi sembrano larghe più che imponenti, ma è il giudizio di uno che ci vola sopra, attraversarle a cavallo o a piedi daranno diversa impressione.
L'aereo si abbassa, é iniziato l'atterraggio: sotto di noi un deserto di sabbia di tipo sahariano e poi uno spicchio di baia. Rulliamo, già sulla pista. Siamo a Frisco, ma qui odiano questo abbreviativo.
Ci sono stati degli attentati terroristici in Italia e il dentista Bruce si é spaventato: nella sua ultima lettera mi ha detto che ci dà la sua casa ma lui non userà la nostra, se ne andrà dai genitori vicino a Chicago.
E' con un po' di imbarazzo che stringo la mano ad un uomo bruno, più alto di me, col volto pallido illuminato da due grandi occhi etruschi. Il padre di Bruce nacque in Toscana e ha lasciato il segno. Bruce ci aiuta a caricare i nostri valigioni sulla sua Chevrolet e sopra ci mette il grande unicorno bianco senza alcun commento.
Entriamo in macchina e partiamo. Il silenzio si fa torturante. Devo trovare qualcosa da dire. Fuori il cielo è percorso da cilindri di bambagia colorata che sfiorano le colline, brulle come gobbe di bisonti.
- Clouds?- chiedo.
- Fog.- risponde.
Poco per un inizio di conversazione. Bruce è concentrato nella guida ma io sento il suo imbarazzo che copula col mio. Oltre le colline intravedo alcune casette bianche in stile messicano.
- What's this?- chiedo.
- San Francisco.- risponde.
Soffoco nell'amplesso degli imbarazzi e rinuncio. Apro un dialogo in italiano con Sciltian e la Sgnuffi giusto per riempire l'auto di onde sonore prodotte da gole umane.
La macchina corre lungo la baia e lo spettacolo si fa grandioso: le nubi cilindriche si allungano per centinaia di metri e si contorcono al rallentatore sullo specchio acqueo cambiando colore come per un sapiente ruotar di filtri: dal verde all'arancio cupo e al violetto passando attraverso infinite sfumature di giallo. Arditissimi ponti scavalcano la grande baia unendo fra loro città, e colline verdi, con saltuarie pretese di monti, aggirano la baia puntinate da villaggi e da porticcioli, allungandosi in penisole antropomorfe, come mani tese verso l'isola di Alcatraz. Sull'acqua calma il vento scolpisce marezzature che riflettono i cangianti colori delle nuvole in viaggio perenne dall'oceano Pacifico verso il deserto. Fa caldo ma l'aria che soffia dall'oceano sembra venir giù dritta dal polo nord. Colpa della corrente di Humbolt, mi spiegheranno i sanfranciscani, che gela l'acqua sulle coste.
Scendiamo verso la città: un'isola di una trentina di grattacieli, su cui svetta una bianca piramide quadrilatera ad angolo acutissimo chiusa da una cuspide che ricorda la punta di un campanile alpino, galleggia su un mare di case basse, chiare, intervallate dalle chiazze verdi dei giardini e dalle macchie rosse dei pochi muri in mattoni. Ma é un mare mosso da grandi onde, come se sotto i palazzi la terra si divertisse ad arricciarsi prima di sparire sotto il blu cupo della baia dove le dita dei moli offrono appoggio a grandi navi che da lontano sembrano giocattoli: ad aumentare l'impressione di falso, larghe volute di strade sopraelevate nascono dalla radice del lunghissimo armonico ponte per Oakland e si avvolgono intorno all'isola di grattacieli. Oltre la linea chiara della città, a ovest, un grande promontorio verde dà piede al volo del ponte pensile più famoso del mondo: il Golden Gate, che disegna due grandi leggerissimi festoni in ferro rosso, simili all'onda stilizzata di un oscilloscopio.
Siamo affascinati e gli occhi non si sazian di guardare.
- San Francisco.- ripete pleonastico il sillabico Bruce. Scoppiamo a ridere. Sorride anche il dentista che capta la nostra emozione per la sua città e ne è orgoglioso.
Credo lo faccia apposta a passare ai piedi della cascata fiorita di Lombard Street: non possiamo salire perché la strada è a senso unico a scendere. La Lombard è larga ma il suo pezzo finale precipita verso il mare con una pendenza eccessiva per le auto. Come si fa per superare il pendio troppo arduo di un monte, è stato tracciato nella sede stradale un sentiero ad ampie anse mattonato in cotto che, come un serpe rosso, collega la marina con la parte alta della Lombard. Le anse sono state trasformate in aiuole dense di fiori, alberelli fanno ombra alle rampe di scale che, su entrambi i lati della serpentina conducono i volenterosi in cima alla salita. Villette graziose dai grandi balconi fioriti fanno da quinta. E' di una bellezza da amore a prima vista, come la scala di Trinità dei Monti fiorita di azalee.
Bruce è soddisfatto dell'effetto che ci ha fatto la Lombard e sembra un po' più disteso, ma non apre bocca.
Infila una delle famose strade a saliscendi (chi non ricorda "Bullit" o "Le Strade di San Francisco"?) e fa arrampicare l'auto verso Filbert Street. Si ferma davanti ad una villetta di tre piani, color cilestrino, col tetto a punta. Tocca un telecomando e si apre la porta basculante del garage: la strada è ombreggiata da alberi fioriti e tutte le villette han l'aria di essere appena dipinte.
Cerco di comunicare con Bruce con una domanda ironica:
- Have you repainted all the city for our coming?-
Bruce mi guarda serio, chissà se ho detto giusto, chissà se ha capito che voglio scherzare. Scuote la testa e risponde:
- No.- Dalla villetta esce un ragazzo biondo di quattordici anni che ci corre incontro a mano tesa: è Jason e ci presenta la sorellina Leyla dai lunghi capelli sulle spalle e la madre Jean dall'aria chiara di nordeuropa.
Ci aiutano con le valige, ci chiedono se abbiamo fatto buon viaggio, ci portano in casa e poi su per uno scalone in lucido noce americano fino alla camera degli ospiti: io e Mara dormiremo lì, invece Sciltian deve salire di un altro piano e dividerà la camera con Jason.
I nostri anfitrioni si ritirano per permetterci di aprire le valige e rinfrescarci. Cambiati d'abito, lavati e profumati teniamo consulto nelle nostre stanze: sono le diciannove, ora locale, ora di dinner. Che dobbiamo fare? Scendere nel dining con l'aria di chi si aspetta di essere sfamato sembra invadente, andare a mangiar fuori sembra scortese, invitare Bruce e famiglia al ristorante può sembrare un modo per farsi dire "ma no, cenate con noi".
Risolve Jason che spalanca la porta della nostra stanza e ci apostrofa in inglese masticando noccioline. Il senso della sua frase è:
- Allora gente, in Italia non si cena? Giù, si sta raffreddando tutto!-
Jason da baciare.
Da adesso in poi è tutta discesa. Il grande gelo si scioglie gorgogliando in vino californiano, anche Jean, la moglie di Bruce, nordica e attorney, abbassa un poco le difese quando mi inoltro in una discussione accademica confrontando il diritto romano e napoleonico con la Common Law anglosassone.
Io li capisco questi simpatici sanfranciscani che ci hanno accolto, sconosciuti e privi di titoli validi, nella loro casa avendo perfino rinunciato allo scambio per paura del terrorismo e implicita sfiducia nelle misure di sicurezza italiane. Guardo me e la mia famiglia coi loro occhi: ho detto loro che sono un writer, uno scrittore, screenwriter scrittore di cinema, di un cinema sconosciuto perché non ho mai scritto copioni né per DeSica né per Fellini.
Fortuna che ho scritto "La Pupa del Gangster" recitato da Sofia Loren e Marcello Mastroianni. Si illuminano ai nomi dei nostri due attori più famosi, felici di poter darmi un segno di apprezzamento. La Sgnuffi si è presentata come attrice ma i film da protagonista li ha fatti con la mia regìa e non fanno pedigree. Può però vantare record negativi: ha detto no a Vadim e a Fellini. Anche lei riceve segni di apprezzamento. Sciltian si fa valere col suo inglese più sciolto e lega con Jason e Leyla, sghignazzano insieme accomunandoci: matusa, viventi sulle sponde di due diversi oceani.
Un boato ruggente segna la fine del pasto: Jason ha fatto la bocca a tromba e ha emesso un pantagruelico rutto. La Sgnuffi resta con le passion fruit e panna a mezz'aria, allibita con occhi tondi come piedi di flute per champagne, io guardo Bruce e Jean che ammoniscono bonariamente il figlio con parole che corrono apposta per non farsi acchiappare da noi. Tuttavia il senso del rimprovero è che forse noi non siamo abituati. Jason ride e capisco che ha di nuovo ragione lui: ci ha detto che siamo di casa.
Dopo cena Bruce, euforico e ciarliero, vuol recuperare l'orribile silenzio del nostro primo incontro e ci trascina sulle punte dei Twin Peaks: i due colli gemelli che si alzano appuntiti a dominare la città. Soffia un vento triestino: una bora gelata ci spinge al lasco verso il precipizio mentre Bruce ci indica i punti distintivi della San Francisco notturna. Ci attacchiamo al legno di un mancorrente, intirizziti e affascinati dallo spettacolo della grande baia festonata delle mille luci degli archi elegantissimi dei suoi ponti.
Lontani i pochi grattacieli sembrano alberi di natale illuminati su un presepe di villette aggraziate in colori pastello, vittoriane, ornate di bow-window, cupolette, colonnine e balconcini, timpani isosceli con finestre quadrate perfettamente iscritte, allegre torrette tonde o quadrate o esagonali. C'è allegria nel vento freddo che soffia regolare su questa architettura della gioia.
Non sembra America sembra come dovrebbe essere l'Europa.
Si dorme bene a San Francisco il mese di agosto, con un leggero piumino d'oca e senza aria condizionata. Non c'è neanche l'impianto per il condizionamento dell'aria, ci pensa il vento che trae note basse e nenianti dai cavi d'acciaio che sorreggono il Golden Gate.
Il giorno dopo alle sei del mattino Bruce e Jean sono in piedi e si cuociono un copioso breakfast. Jean prende l'auto e va al tribunale di Oakland, Bruce indossa maglietta e short e scatta nella corsa che lo porterà dopo tre miglia di saliscendi al suo studio di affermato dentista ai piedi della Piramide. Doccia, abiti professionali e drill in pugno per entrare nella bocca spalancata dei pazienti. Perforazioni in serie: lo studio è ricavato in un antico opificio in mattoni rossi di cui si sono conservate le travature e le alte volte, lo spazio è diviso in più salette, ognuna attrezzata con poltrona pieghevole, trapani, ultrasuoni, raggi X e ogni diavoleria tecnologica per aumentare la durata dei nostri denti e sorvegliata da due assistenti che preparano tutto e fanno aprire la bocca al cliente: a questo punto irrompe Bruce, the professor, che impugna il trapano e compie l'intervento. Acqua, sciacquo, salvietta e commenti sono di nuovo per gli assistenti perché Bruce è già entrato nel molare di un altro paziente. Così fino a mezzogiorno, poi un lunch leggero e bocche spalancate fino alle cinque quando il nostro bravo dentista si rimette maglietta e short e corre per tre miglia fino a Filbert Street. Bruce è alto e sottile ma quando coglie una lieve ironia italiana nel mio sguardo per il suo superefficientismo americano mi mostra delle foto di qualche anno prima dove appare un ciccione che gli assomiglia: era lui trenta chili fa. Ha ragione di correre!
Jason si alza alle nove e ci prepara le frittelle sbattendo uova e farina che poi versa in stampi rotondi e arroventati: addolcite con miele e marmellata sono buonissime. Oggi siamo affidati a lui e a Leyla, saranno le nostre guide per la nostra prima giornata a San Francisco.
Dietro la Filbert c'è la Union dove passano i bus per il centro. Uno ogni due minuti, belli puliti eleganti e con posti a sedere. Cari però: 1 dollaro e 25 cents che bisogna avere in change, ossia in monete che si infilano in una vaschetta trasparente sotto lo sguardo del driver che solo dopo averle valutate ne permette l'ingoio nelle viscere del bus.
Jason ci fa scendere a Union Square: è la piazza cuore della città. In tutte le strade intorno si stende il paradiso dello shopping.
Saliamo da Macy's, entriamo nelle cento boutique di artigianato, c'è molta roba indiana in cuoio e in legno e poi le solite offerte a prezzi stracciati di alta tecnologia giapponese e non. E' difficile convincere la Sgnuffi che quel bel telefono fatto con tubi fluorescenti colorati potrebbe non funzionare in Italia per via del tune o del pulse e che quella consolle per videogiochi avrà bisogno di 110 volts a 60 periodi mentre in Italia troverà un micidiale 220 volts a 50 periodi. La famiglia mi guarda con la perplessità degli ignoranti che temono di esser presi in giro con paroloni di falsa scienza, un po' come quando il medico chiama epistassi una perdita di sangue dal naso. La moda è quasi tutta made in Italy e scopriamo che, volendo, conviene comprar qui che in via Condotti a Roma, ma noi non vogliamo.
Jason ci vuol stupire e con instancabile entusiasmo ci trotterella davanti spronandoci a muovere il culo. Ci porta vicino al mare là dove Market Street, che taglia tutta la città, si congiunge con la California Street lungo la quale si arrampica una vecchio tram a cavo che è la gioia dei turisti che fanno file lunghissime per salirci al capolinea. Jason ci fa l'occhietto e ci salta sopra alla penultima fermata: riusciamo perfino a sederci. Ma il giovane californiano non ci lascia prender fiato, questa è la terra del movimento: decine di pedalatori faticano su per le storiche salite, skate precipitano lungo le folli discese, camminatori ancheggianti si fan largo sugli ampi marciapiedi.
Ci sono anche molti ancheggianti morbidi con calzini rossi di seta, brache di lamè, giacchette pastello attillate e tagliate in vita e morbidi cannoli di capelli vezzosamente raccolti da un lato del viso dipinto. Questi esercitano uno sport assai particolare, diffusissimo in tutto il mondo e in tutte le civiltà: però mai come ora questo loro sport particolare ha il sapore di una fregatura. Come ci dice un milanese greve, berlusconiano ante litteram, in cui ci imbattiamo davanti allo Hyatt Regency: "con l'AIDS, i pede se la son proprio presa nel culo."
San Francisco è città libera e tollerante: qui c'è un intero quartiere, Castro, abitato da omosessuali, anche il sindaco è gay e molti malati di Aids vengono qui a morire. Eppure le strade son piene di una umanità vitale, felice. Le strade di NewYork traboccano disperazione, qui anche i pochi barboni che sostano al sole sulle panchine di Union Square, sembrano tanti Diogene alla ricerca dell'Uomo più che miserabili homeless.
La realtà è nell'occhio di chi guarda, ma questa città ci fa vedere così e accoglie, sorridente, pulita, intelligente e bella.
Jason e Leyla, in perpetua lite fra loro con veloci parole a mezza voce, ci guidano su e giù per i primi piani di cinque grattacieli che costituiscono un unicum uniti come sono fra loro da scale e passaggi aerei che permettono di passeggiare per alcuni chilometri tra grandi bar fioriti, ristoranti alla moda, centinaia di boutique che vendono scarpe italiane, vestiti italiani, gioielli italiani... Attraversiamo terrazzi grandi come piazze con splendida vista sulla baia, camminiamo lungo balconi larghi come viali con grandi alberi ombrosi che affondano le loro radici in giganteschi vasi e prendiamo un caffè espresso in un bar italiano dove troviamo anche un numero di Repubblica del giorno prima. Al livello strada, Jason si infila in un shop di articoli buffi, pieno di pupazzi e di scherzi: all'improvviso mi si para dinnanzi un uomo con l'impermeabile.
- Look at!- grida Jason da qualche parte e il pupazzo a grandezza naturale spalanca di scatto il proprio impermeabile mostrando il suo personale bompresso di grandezza assolutamente innaturale.
Leyla si ferma incantata a guardare un gadget cinese tutto fili colorati e girandole che pende dal soffitto: glielo regalo e mi sembra che il suo becchettare Jason diminuisca di intensità. Intanto lo scatenato californianino ci spinge su un bus promettendoci delizie in un posto che lui chiama "Pier thirtynine".
Pier thirty nine significa letteralmente Molo 39. Dall'Embarcadero Center ci si arriva percorrendo il lungomare e i moli partono dal numero 1 e si sgranano dispari indicando prima verso Treasure Island, un isolona verde che dio ha messo in mezzo alla baia per permettere all'Oakland bridge di poggiarci un piede e all'esercito americano di farci una base, poi verso la disabitata ma severa Alcatraz. I moli dall'1 al 37 sono moli veri per carico e scarico merci, con grandi docks lindi e puliti da parere falsi e, come tutta la città, appena riverniciati.
Il Molo 39 è invece una pura delizia. Camminiamo su quello che sembra il ponte di un'antica nave di giganti, attorniati da balconate fiorite, orchestrine allegre, gruppi di giocolieri e di funamboli, giostre coi cavallucci di legno della mia infanzia, botteghe specializzate in cose curiose: ce n'è uno che vende soltanto oggetti per persone mancine, un altro addobbi per Natale, c'è chi espone una gigantografia del Presidente degli Stati Uniti e fa fotografie in cui sembra che ti abbracci amichevolmente, c'è chi stampa finte copertine di Time e di altre riviste con le scritte e le foto scelte dal cliente e chi vende ostriche perlifere a "scatola chiusa".
Una pubblicità invita a provare i terremoti di San Francisco e con un dollaro ti mostra gli effetti dei passati terremoti con proiezioni di fotografie e ricostruzioni mentre il pavimento ripete i movimenti ondulatori e sussultori dei vari cataclismi. Una voce morbida e bene impostata suggerisce la data e il grado della scala Richter. Nel 1906 bisogna agguantarsi ai mancorrenti per non cadere, poi sullo schermo stappano champagne e la voce si fa allegra, un po' brilla, e urla:
- And now... the Big One!- "Quello Grande", come qui chiamano l'atteso terremoto che cambierà la faccia della California. Massimo della scala Richter!
Il pavimento sussulta come un cavallo imbizzarrito e tutti ci abbracciamo per non cadere mentre sugli schermi i grattacieli crollano, le onde della baia abbattono le case vittoriane in un frastuono orribile da apocalisse, poi il pavimento ondeggia rabbiosamente facendoci rotolare qua e là in disperata ricerca di un appiglio mentre lo speaker urla la sua folle gaiezza levando il calice e inneggiando al terremoto che forse distruggerà la città prima della fine del secolo.
Jason e Leyla si divertono del nostro sconcerto. La Sgnuffi vede la pubblicità di una coppa di gelato, molto ricca e ornata e ne ordina una, il cameriere le sussurra una precisazione che lei non capisce e insiste nel suo ordine: quella coppa lì!
Ce la portano: ha le dimensioni di un portafrutta con dentro due chili di gelato.
A pancia fredda, ci sediamo sull'estremità di questo piacevole Molo 39 a guardare il tramonto. Alcuni pellicani pescano coi loro becchi a borsa nell'onda molle che si esaurisce sciacquando contro i pilastri vellutati di verde che sorreggono il belvedere. Lo sguardo va oltre l'arco nero controluce del Golden Gate e vaga nella bassa foschia dell'immensità del Pacifico appena intuito sentendo di guardare dentro se stessi. I grandi spi di una regata, gonfi di vento, passano sotto il ponte veleggiando nel barbaglio di rame che il sole trae dalla baia. I colori a strisce e spicchi delle grandi pance piene d'aria si stingono allo spegnersi del giorno. La foschia si inspessisce e si fa viola, si perde il senso del posto e del tempo. Raffiche fredde asciugano gli occhi e i gracchi dei gabbiani sono la dissonante casualità degli eventi del mondo. Sale la nebbia a soffocare il ponte mentre il sole muore con un urlo verde.
Fa freddo e le giostre hanno acceso le luci. Jason decide che é ora di tornare a casa. Siamo così gonfi di emozione e di filosofia che non parliamo fin dopo la doccia.
Bruce e Jean hanno organizzato un party per presentarci i loro amici. La Sgnuffi si veste da schianto, Sciltian da signorino in cravatta e io faccio del mio meglio pescando una maglia bianca a collo alto da mettere sotto il mio unico completo scuro. Non guardo i vestiti ma le persone, ma a volte si è obbligati a sottoporsi al giudizio del costume: spero che Bruce e Jean siano contenti di noi. Ci sono anche Jerry e Gloria e facciamo ridere Bruce e Jean raccontandogli la nostra cena romana, poi facciamo ridere Gloria e Jerry raccontando il silenzio di Bruce dall'aeroporto fino a casa. Adesso ride anche Bruce e ammette che al primo impatto è un po' "shy".
I party americani hanno qualcosa di scientifico: ogni persona si fa un punto d'onore di conversare almeno cinque minuti con ognuno degli ospiti. Siamo una quarantina nel grande soggiorno di Bruce, fate il conto, se sapete, delle combinazioni possibili per gruppetti di quattro cinque persone.
Stiamo tutti in piedi lasciando sedie e poltrone vuote, beviamo spumanti californiani migliori dello champagne in flute di vetro e mangiamo in piatti di ceramica con posate inox. Anche in questo San Francisco è Europa però qui non fuma più nessuno. La sigaretta è considerata roba da poveri di spirito.
Si parla di cinema pensando di farci piacere. Tutti conoscono "Filini", la Lollo, Sofia Loren, Mastroianni, De Sica e Rossano Brazzi. Qualcuno arriva fino a Sergio Leone. La Sgnuffi tiene banco parlando con molta confidenza della Magnani con cui ha recitato in "Risate di gioia", della Gina eterna con cui ha recitato in "Venere Imperiale" e di Marcello e Sofia con cui ha recitato in "Matrimonio all'italiana". Io faccio lo schivo, "sì, ho scritto per Sofia... Anche un paio di film per Leone... l'emozione più grande? Ascoltare Henry Fonda che recitava le mie battute ne - Il mio nome è Nessuno -."
Sono fortunato: "My name is Nobody" lo hanno appena dato per sei mattine consecutive in TV.
Mi parlano di Lucas e della sua impresa a Lucas Valley, posto che ha scelto perché casualmente portava già il suo nome e dei grandi computer grafici usati per i film di fantascienza.
Sono molto interessato ai computer. Il primo me lo sono costruito negli anni '70 con saldatore e schede di montaggio seguendo gli articoli di Nuova Elettronica. Mi ricordo l'amico Valerii che mi guardava con occhio critico mentre stavo "perdendo tempo" con quelle centinaia di stupidi condensatori colorati invece di lavorare al suo copione e scuotendo il capo mi diceva che i computer non sarebbero mai serviti a niente. E io gli rispondevo con una frase famosa "Anche i neonati non servono a niente, lasciali crescere…"
Una signora si illumina sentendomi nominare sigle come il Cray 2 e mi trascina in un angolo del salone dove c'è l'unico ospite seduto che beve piano, lo sguardo perduto contro la parete. E' Paul, suo marito, professore di informatica a Berkeley. Mi presenta come grande esperto di computer. Paul non mi lascia il tempo di sminuirmi, si alza di scatto, l'occhio vivacissimo, e mi dice che ha dei problemi nella compressione delle immagini grafiche. Mi passa la paura, seguo bene il suo discorso e sono in grado di dire qualcosa di non completamente sciocco. Paul è felice, mi serve da bere e da mangiare, vuol sapere tutto dei miei "esperimenti". Gli parlo di un mio "adventure" interattivo e di un vago progetto tendente a trasformare un film oggettivo in un film interattivo, interfacciando il computer con un disco video e registrando molte sequenze della stessa azione in modo che lo spettatore, interrogato dallo schermo, possa dire quello che avrebbe fatto lui nelle vesti del protagonista e cambiare il corso della trama. Paul ha un'esclamazione all'Archimede quando aggiungo che si potrebbe girare il film lasciando il protagonista senza faccia montando nel bordo del monitor una telecamera in modo che riprenda il giocatore-spettatore inserendo la sua faccia sul corpo del protagonista per immedesimarlo di più nell'azione. Mi guarda come se fossi Leonardo, poi sospira e scuote il capo: è tipico degli italiani avere una cultura coranica con lampi di genio.
- Koranic? Could you explain?-
Mi guarda perplesso, poi decide che può osare. Secondo Paul di Berkeley noi chiamiamo colti quelli che han letto un po' di narrativa, di poesia e qualche saggio filosofico proprio come all'università di Teheran chiamano colto chi sa a memoria il Corano. Nella vita del ventesimo secolo sono povere scimmiette ammaestrate a schiacciare bottoni senza avere idea di quello fanno. Si chiamano umanisti, questi cultori delle idee dei morti, senza sospettare che gli umanisti erano uomini di scienza (filosofia naturale si diceva allora) che conoscevano il proprio tempo e che cercavano di ridare slancio al loro mondo radicandosi nelle filosofie precristiane per sottrarsi ad un condizionamento di secoli. Paul di Berkley si appassiona nella sua accusa: secondo lui i nostri "intellettuali" sono tra i più ignoranti del pianeta, scambiano la scienza con la tecnologia vantandosi di non capire nulla del funzionamento di un televisore e vivono come se la Terra fosse piatta e il sole trascinato da est a ovest dal povero Fetonte. I grandi problemi che la scienza è vicina a chiarire come la nascita dell'universo, l'origine della vita, le infinite forme del caos, l'evoluzione dell'intelligenza e che hanno tormentato le grandi menti antiche, quelle stesse che questi becchini credono di onorare, sono assolutamente fuori della portata dei loro neuroni, della loro cultura e dei loro interessi. Vivono in un mondo di chiacchiere e ci si avviluppano dentro come bologna. E io so che per lui "bologna" vuol dire mortadella.
Mi guarda per vedere se mi sono offeso e io lo bacio in fronte: i nostri intellettuali sono molto fieri perché in Italia abbiamo il sessanta per cento delle bellezze artistiche del pianeta e non pensano mai che i loro artefici sono morti da secoli e che sopravvivono solo becchini. Paul annuisce triste:
- I know, I know... you have the Coliseum...- mi guarda speranzoso e solleva il mignolo della mano destra contando all'americana: Roma ha il Colosseo, Atene ha il Partenone, l'Egitto le Piramidi... ma i tempi grandi erano quando gli italiani costruivano il Colosseo, gli ateniesi il Partenone e gli egiziani le Piramidi!
- We hope we are building now our Coliseum, our Parthenon, our Pyramids! Get the picture? Now!-
Mi viene alla mente lo scarpone di Neil Armstrong che cala sulla Luna: now!
La mappatura del genoma umano: now!
I frattali e la matematica del caos: now!
Aristotile e Archimede, Pitagora e Platone, Leonardo e Galileo vivono oggi in qualche università americana non certo nelle chiacchiere degli esteti nostrani.
Mi viene una gran voglia di andare a Berkeley. C'è un metrò che passa sotto la baia e che si chiama BART ma noi preferiamo guidare l'auto lasciataci da Bruce che è appena partito con la famiglia per i dintorni di Chicago lasciandoci padroni di casa.
Berkeley è più festoso di Harvard, californiano. Anche più scostumato da quel che si legge sui vetri delle finestre dei dormitori: lesbian club, here gays, multisex e, assai peggio, pubblicità alla droga con scritte come harpoons (siringhe), goof butt (marijuana), chokers (sigarette con cocaina).
Il grande cortile dell'università è attraversato da gruppetti di ragazzi, quasi tutti alti biondi con occhi azzurri e da ragazze in tinta. Rare le sfumature sul bruno, più comuni quelle sul giallo. Ridono, scherzano, parlano a voce alta. Mi sembra di essere in un film anni cinquanta. Mi metto in fila alla mensa insieme a Sciltian: lui col cappelletto dei Red Socks, io con la maglietta California University. Mi illudo di essere scambiato per qualche tutor un po' avanti negli anni...
Riempiamo i vassoi e alla cassa mi fanno uno sconto: forse ci sono cascati. Mangiamo ad uno dei tavoli del cortile, in mezzo a un centinaio di studenti. Lasciatemi godere il mio ingenuo sogno per dieci minuti. Al risveglio noto che nessuno fuma, comico pensando che han smesso di fumare tabacco per uccidersi con le droghe.
Facciamo un giro per la città che è tutta dedicata all'università: scarpe, vestiti, arte, tecnica e grandi librerie zeppe di testi universitari. Mentre Sciltian sceglie le sue inesorabili cartoline, sfoglio qualche libro di matematica: sono allegri, colorati e chiarissimi. Chiunque può imparare che cosa sono i logaritmi in dieci minuti senza neppure comprare il libro, il concetto di entropia quasi sempre sconosciuto alla gran parte dei nostri studenti e dei loro insegnanti, qui è reso evidente con disegnini tipo sillabario. Gli autori di questi libri vogliono davvero insegnare, farsi capire e non dimostrare ai colleghi come sono bravi.
Mi ricordo il mio primo esame di matematica generale all'università di Torino: dovetti studiare sulle dispense del professor Giaccardi che avrebbe reso incomprensibile anche un'addizione a una cifra, immaginate che cosa aveva fatto con l'analisi matematica! Anche i libri di Sciltian sono pieni di quei famosi "da cui" secondo i quali si dovrebbe passare da una formula ad un'altra totalmente diversa a colpo d'occhio.
Andiamo a far la spesa: questo è uno dei momenti magici per noi scambisti. Diventiamo americani a tutti gli effetti, dobbiamo preoccuparci del latte, del pane, del sugo e di quella lampadina che si è bruciata all'ingresso. Dà godimento diventare americani? Dà godimento diventare "altri", vivere per un mese come se si fosse "altri". E' il fascino di chi recita e di scrivere storie: diventare altri per un po' aiuta poi ad essere davvero se stessi.
Oggi Gloria e Jerry hanno scuola di sesso. Una cosa seria da ventimila dollari a corso. Il primo corso di coppia consiste nella scoperta del clitoride psicologico. La moglie si piazza a gambe larghe davanti alla scolaresca e il marito la titilla alla ricerca del punto di massima voluttà.
Leggo nel programma dell'advanced class che l'istruttore porterà gli allievi ad orgasmi valutabili in decine di minuti.
Un occhicerchiato giovanotto mi spiega che tutti possono giocare a tennis se si intende per tennis colpire una palla con una racchetta, ma pochi possono giocare a Wimbledon. Gli batto una paterna pacca su una spalla: non m'interessa scopare a Wimbledon.
Scendiamo ridendo le vertiginose discese che dalla Filbert portano a Marina, il quartiere elegante sulla baia. Alcune sono davvero difficili da percorre senza cadere in avanti.
Davanti alla baia, col Golden Gate sulla sinistra, c'è un prato verde lungo un chilometro. Qualcuno gioca a pallavolo, altri a calcio, non quello americano, il soccer, il nostro calcio. Sciltian si unisce subito ai ragazzotti e dà lezioni: siamo ancora campioni del mondo!
Io chiedo se posso fare qualche salto a pallavolo e vengo accettato con un sorriso. La Sgnuffi naso all'aria guarda deliziata gli enormi aquiloni colorati che decine di esperti manovrano con fili di lunghezza infinita.
Più tardi ci facciamo un hot dog seduti sulle panchine lungo la baia, ammirando due diverse regate di derive che filano sull'acqua come siluri: mare piatto e vento forte e costante, una pacchia per la vela. Ci sdraiamo sull'erba: il cielo si contorce in un groviglio di nuvole colorate, il sole è caldo ma l'aria ci accarezza con mano lieve e fresca, ragazzi giocano allegri sul prato e dopo cento metri di verde la fila delle villette vittoriane celesti, gialle, rosa, fucsia sono uno scenario da fiaba: tempo férmati, qui ne vale la pena.
Il quinto giorno siamo ormai totalmente entusiasti di San Francisco e andiamo all'aeroporto a prendere il resto della famiglia inalberando un grande cartello che recita: Gastaldi's & Bragalia's welcome!
Stanchi dal viaggio, confusi dal salto dei fusi, Amarilli e Riccardo trascinano la loro catena di bagagli portando in braccio i miei due nipotini.
- Com'è?- ci chiede Riccardo dando un'occhiata intorno. Non vogliamo rispondere. Zitti come Bruce aspettiamo che scopra da solo quanto è bella la "nostra" San Francisco.
Guido l'auto con lentezza sapiente, rallentando davanti alla Lombard per farli esclamare di stupore, corro lungo Marina per sbalordire Amarilli diplomata al liceo artistico, li porto ai piedi del grande Golden Gate tra i grossi fiori da cui partono le putrelle di ferro per conquistarli definitivamente con l'oro del tramonto.
- Porca miseria...- balbetta Riccardo- Ma questa è la città più bella del mondo!- Godiamo San Francisco per tre settimane: dalle patriottiche composizioni floreali del Golden Gate Park alla realtà quasi virtuale di una corsa in macchina a trecento all'ora attraverso la città, con curve e salti da far sembrare "Bullit" un film di lumache paralitiche; dalle strade di Castro, dove anche le case sono gay, alla cima di Tamalpais che domina la baia a nord del ponte.
Facciamo un esagerato shopping a China Town, la più grande comunità cinese all'estero, in mezzo a dragoni e pagode, dove una vestaglia ricamata di seta pura costa come uno slip di cotone all’UPIM di viale Libia a Roma ma una borsa di tela per portar via gli acquisti costa come una Louis Witton ed é altrettanto ignobile.
Ci fotografiamo davanti ai grandi cani di pietra che sorvegliano l'ingresso della città cinese e curiosiamo nei vicoli dove migliaia di "schiavi" dai volti uguali tagliano e vagliano, impagliano e impastano, cuciono e cuociono, per un giaciglio e un piatto di riso.
Andiamo all'Exploratorium a fare esperimenti insieme a torme di bambini divertendoci con quelle leggi che a scuola erano così barbose: gravità, ottica, elettro- magnetismo, entropia, probabilità. Pressione e spazio curvo sono spettacolarizzati da clown e belle ragazze con palloncini che si gonfiano e si sgonfiano al cambiare della temperatura: penosi vermetti quando immersi nella neve carbonica e di nuovo turgidi pìspoli appena fuori dal freddo, rotolanti poi in larghe spirali verso il fondo di un imbuto creato da una sfera di acciaio che distorce uno spazio di gomma. Così i bimbetti americani conoscono il mondo più dei nostri accademici della chiacchiera.
Di là dal ponte d'oro una foresta di sequoia, immense come i boschi dell'infanzia, ci dà lo sgomento di Pollicino mentre ghirigoriamo in macchina su sentieri asfaltati in mezzo a radici da orchi per andare a pranzo nella villa di marzapane di Jerry e Gloria, a San Rafael. Arriviamo affannati alla meta (ma come ci pentiremo al ritorno, nel buio, di non aver seminato mollichine!) e ci affacciamo alla famosa window-picture godendo finalmente in diretta il poetico panorama di vigne stese sulle valli di Sonoma e di Napa, fino alla grande baia che tremola all'orizzonte per l'aria bollente del deserto.
Dopo una mangiata californiana e una bevuta di autentico barolo locale, ci tuffiamo nella piscina olimpica sospesa nel vuoto, oltre il pendio del giardino, circondata da un piazzale di legno scuro.
Scherziamo con ospiti gay tutti moine e carezze, insensibili ai nostri volgari commenti latini, immemori del detto spagnolo che dice "pones un dedo al culo a un ninio italiano: si llora es un tenor, si no llora es una marica"... e nessuno di noi é tenore.
Ridiamo di un'allupata amica di Gloria che si sente molto sexy facendo l'occhio da pesce al bel Riccardo, succhiandosi le dita e sussurrando "delicious!" con voluttà che sa di sole, sabbia e cavalloni.
Sorvoliamo la prigione di Alcatraz in elicottero, ci allunghiamo a nord fino all'altissimo lago Tahoe, dove passò gli ultimi giorni della sua vita Marilyn Monroe dopo l'ignobile stupro dell'aborto forzato per uccidere il Kennedy che aveva nel ventre. Qui si scia di inverno e si fa il bagno d'estate, in acque da bere, fredde e profonde, chiuse tra montagne fitte di boschi e può capitare di sentire la voce del vecchio Frankie che canta "My way".
Da quel che si racconta qui non é stato un gran bel way.
Dal verde scuro di un paesaggio alpino al giallo ocra di uno sahariano: scendiamo in pochi minuti a Rino, Nevada, dove si può cambiar moglie ogni mezz'ora e migliaia di pensionati con le mani nere di ossido infilano ossessivi nichelini nelle slot machine.

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