Letture Varie

PRIMO PREMIO UNA SETTIMANA A NEW YORK,
SECONDO PREMIO DUE SETTIMANE A NEWYORK...
Luglio a NewYork: un intero mese per assaporare la Grande Mela. L'aria è satura di fumi e fa caldo ma nel nostro appartamento al ventiduesimo piano c'è l'aria condizionata in tutte le stanze: è centralizzata, l'intero grattacielo è un sorbetto al carbonio.
Stavolta non abbiamo avuto problemi con quelli dell'immigrazione e neppure col tassista giamaicano: il nostro inglese è assai più fluido dell'anno scorso. Sciltian ha continuato a studiare durante l'inverno e io mi sono aiutato con le cassette di Speak-Up, la Sgnuffi non ne ha bisogno perché il suo é un inglese personale immutabile. Tuttavia quando un amico del padrone di casa ci apostrofa con un "jit yet?" lo fissiamo imbambolati mentre le rotelle traduttrici vorticano a vuoto nella nostre teste. L'amico ride e chiede scusa, quello non è americano, è newyorchese: la Grande Mela ha sempre fretta e sintetizza. La domanda distesa sarebbe "Do you eat yet?". Che importa? ha già mangiato tutto lui lasciandoci appena due sillabe...
In portineria ci sono tre muscolosi negri in divisa con pistoloni alle cinture. Non ci lasciano entrare: italiani che hanno scambiato casa? Il più grosso mi punta contro un dito bazooka e socchiude gli occhi diffidente:
- Mafia?-
Saremmo ancora fuori se non garantisse per noi l'amico mangiaparole.
Il nostro appartamento è di una cinquantina di metri quadri ma lo spazio é sfruttato come in barca: gavoni e armadi a muro dovunque, stanze piccole ma comode, cucinetta e bagnetti completi di tutto ma senza finestre e con aspiratori, soggiorno pranzo con balcone e vista sulla Manhattan che conta. Il panorama però é meglio guardarlo da dietro la vetrata perché sul balcone si respirano gli scarichi fetidi e bollenti di tutti i condizionatori dell'East Side.
Siamo custoditi da una porta con doppia blindatura ed enormi catenacci di rinforzo, altro che i teneri cricchini dell'altra America! Perfino la spia per vedere chi bussa è periscopica per evitare, mi spiega sorridendo l'amico del padrone, che ti sparino nell'occhio mentre controlli. La Grande Mela si deforma assumendo i contorni di una Grande Pera.
Gli amici di Boston vengono a trovarci: Paula resta una settimana con noi ma è spenta dal dolore per la perdita del marito dagli occhi blu. Una notte saliamo sull'Empire State Building: il vento fa svolazzare i capelli a chi li ha, e a me drizza due ciuffetti sopra le orecchie. Sotto di noi, milioni di luci pulsanti: geometrie verticali fitte e audacissime che si perdono all'orizzonte, ben oltre l'abbraccio dell'Hudson e colonne di minuscoli globuli luminosi in movimento che danno alle avenue l'aspetto di arterie alimentanti un grande corpo vivente.
Mi suonano nel cuore le note di "NewYork NewYork" e la voce della Minnelli. Dà sgomento vista da quassù, sotto buio intenso e col vento che drizza i capelli, capisco che si possa amarla tanto, conquistata lei si è conquistato il mondo. Paula fissa tutta questa vita con occhi morti.
Motorino e il marito arrivano la seconda settimana e si mettono in movimento alle sette del mattino. Noi li raggiungiamo verso le undici dopo una robusta colazione americana e insieme rovesciamo la Grande Mela come un guanto.
Dal Radio City Music Hall fino alla Statua della Libertà.
Per prendere il traghetto per Liberty Island occorre mettersi in fila all'alba e Motorino fa la coda anche per noi che arriviamo alle dieci gonfi di french toast e pancakes. Il fiume di gente in attesa sgomenta: il prossimo quattro luglio la Signora Libertà compie cento anni. Sull'oceano sembra che abbia nevicato barche: migliaia di yacht punteggiano di bianco la Upper Bay dai moli di Jersey City fino a quelli di Brooklyn, sono in attesa dei grandi yacht a vela che si son dati appuntamento qui per solennizzare il centenario della grande statua.
Piove. Scroscia dal cielo un acquazzone da paura ma il fiume di gente in attesa non si scompone, nessuno cede di un palmo.
Ci imbarchiamo fradici sul traghetto che poco dopo ci scarica a Liberty Island: scatto il primo rullino di foto mentre la nave gira intorno al donnone con la fiaccola.
Liberty Island è gremita. Anche Motorino desiste dal mettersi in coda per salire dentro la statua: ma noi teniamo duro, chissà se mai torneremo qui. Sole e pioggia si alternano, bagnandoci e asciugandoci, ma tre ore dopo siamo sugli ultimi scalini della tortuosa scala a chiocciola dentro la testa della statua: ci è permesso sostare pochi secondi, ma vediamo il mondo da uno degli occhi della Statua della Libertà! Ci può anche stare un "chi se ne frega" ma son cose retoriche che danno piacere. Come dice oggi la Tv agli americani: siate fieri di essere fieri.
Stanotte ci saranno i fireworks più colossali di tutti i tempi. Per chi come noi non ha raccomandazioni speciali il posto migliore per vederli é Battery Park, la punta verde all'estremità di Manhattan. Ci raggiunge da Filadelfia dove sta studiando al San Joseph College, il mio secondogenito Costantino, alto quasi quanto me e forte dei suoi vent'anni. Viene a scortarci perché tutti ci sconsigliano di andare a Battery Park stanotte: ci sarà una folla paurosa di negri, cinesi e portoricani.
La Sgnuffi non vuole salire sul metrò, qualcuno le ha detto di non prenderlo mai dopo le diciotto. I taxi non si trovano più. Andiamo a piedi, sei chilometri passo più passo meno. La camminata si fa vischiosa per la troppa folla già nel piazzale della City Hall, poi dobbiamo avanzare a zigzag, approfittando dei vuoti che si creano nel movimento denso dei sei milioni di persone che cercano di arrivare sulle prime aiuole di Battery Park. Non ci sono bianchi. La tinta è dal cioccolato al nero viola, con qualche variante butterata portoricana e liscia alla cinese. Molti hanno sulle spalle giganteschi stereo che trasmettono musiche frenetiche. Chiazze di folla ballano dimenandosi nei pochi centimetri di spazio che riescono a crearsi intorno, sculettando tutti insieme prima a destra e poi a sinistra: chi perde il tempo prende una culata storica e vien buttato sulle anche di altri sculettatori.
Sentiamo sotto i piedi l'erba del parco e sopra di noi le chiome degli alberi con grappoli di ragazzi neri contro nero a cavalcioni dei rami: ora la musica sfonda i timpani dalla terra e dal cielo.
Costantino, nervoso per problemi suoi, guarda minaccioso in alto sostenendo che qualcuno gli ha sputato in testa. Sopra di noi pendono dai rami grossi frutti firmati Nike o Reebock taglia 45 e più. Lo spingo oltre di qualche centimetro, cercando di convincerlo che sarà stato un uccello notturno.
Siamo parte di una massa compatta che scivola amebica in avanti strusciando su milioni di suole. La nostra parte di bestia é ferma a cento metri dall'Hudson quando cominciano i fuochi: la notte si incendia a centottanta gradi. Soffioni luminosi dai pappi arancio fioriscono per decine di miglia riempiendo il cielo e cambiando colori alla notte. Sonchi gialli come soli illuminano le nostre facce protese alla meraviglia, sui nostri nasi camusi spiccano stupite cornee bianche e tra le nostre labbra tumide l'avorio perfetto dei denti riflette i colori delle immense begonie di luce che fioriscono in cielo. I biondi capelli della Sgnuffi sono un difetto di melanina nella pelle scura del manto animale che copre Battery Park.
Candidi tromboni d'angelo si espandono in verbene vermiglie e muoiono in cascate di glicini blu mentre mille rose sultane nascono dalle acque per salire verso dio gridando col loro giallo acceso e rosso vellutato che qui l'umanità fa festa grande. Per un'ora intera non abbassiamo la testa, gli occhi abbagliati dal continuo esplodere di fiori: rami di ginestra, arbusti di corallo, fiori d'angelo, crisantemi accecanti, paffute peonie, affusolati lupini, svettanti con prepotenza ben oltre la pallida corona della Libertà festeggiata, coi loro botti fanno vibrare i vetri dei grattacieli che colano sangue, miele, neve al cambiare della dominante di quest'orgia di colori. La mia cervicale urla pietà, ma non riesco a staccare lo sguardo da questa magnificenza: il cielo si riempie di strisce bianche e rosse e da una grande esplosione blu cade una pioggia di stelle.
Tre botti sovrastano tutte le musiche. Il mondo resta buio. I fuochi sono finiti. Noi sei milioni di umani restiamo annichiliti davanti al nulla per alcuni secondi, poi ci voltiamo e muovendoci sui nostri dodici milioni di piedi ci spostiamo verso la City Hall dove migliaia di autobus tentano di prosciugare quest'oceano di gente.
La stanchezza e l'ora tarda rendono queste code assai poco americane: c'è chi spinge, chi fa il furbo, e chi con arroganza minacciosa ruba i posti cercando la rissa.
Poiché non ho un carattere cristiano davanti alle offese, per evitare guai, convinco gli stanchi figli e l'esausta Sgnuffi ad un'allegra passeggiata sui sei chilometri del ritorno.
Abbiamo appena lasciato la piazza col suo turbinio di autobus assaliti dal blob con dodici milioni di piedi, che un autobus privo di grappoli umani alle porte ferma all'inizio di Madison Street. Una gran corsa e salto a bordo: prima di pagare i biglietti chiedo al nerissimo autista con la testa infilata in una cuffia di lana gialla:
- Are you going to the twentysecond street?-
La cuffia annuisce con uno sbadigliante -Yeah!-.
Pago felice e trascino la famiglia verso il fondo dell'autobus dove c'è perfino un posto a sedere. La Sgnuffi si accascia sul sedile e io dispiego la mia mappa di NewYork cercando di seguire su di essa il percorso del bus.
- Ecco, - dico a Sciltian e a Costantino- probabilmente passeremo per Allen Street e prenderemo la First Avenue e poi...-
Una signora mi tocca su una spalla. Mi volto: é una vecchietta caruccia coi capelli candidi e un grande sorriso. Scuote la testa e indica il mio dito che punta su Union Square:
- No, sir. This bus turns on right at Manhattan Bridge to go to Brooklyn.-
La guardo smarrito, poi mi precipito verso cuffia gialla a protestare. Non mi guarda neppure mentre mi dice che passa dalla 22esima, ma quella di Brooklyn. Dobbiamo scendere alla prossima e alla mia domanda disperata:
- Che hell di mezzo possiamo prendere?- cuffia gialla mi dà un'occhiata di disprezzo:
- Andagràun'- sbuffa e vuol dire il metrò.
Costringo la famiglia irritata a scendere. Il bus di cuffia gialla ci lascia all'angolo di una street umida e buia che si chiama Caterina. Guido la famiglia fingendo una sicurezza che non ho. Caterina mi porta alla Broadway: mi si apre il cuore, la Broadway attraversa tutta Manhattan ed é una strada sicura.
Rincuoro la Sgnuffi e ci avviamo sul marciapiede stretto e maleodorante: due gang di cinesi si stanno fronteggiando nascosti dietro le auto. Davanti ai pochi locali aperti pendono lanterne orientali. Le bande di giovinastri si scambiano razzi, castagnole, bombe e raffiche di rauti. Noi ci dobbiamo passare in mezzo se vogliamo proseguire verso nord. Mi faccio coraggio e conquisto il centro della strada, stretta per essere Broadway! Cammino deciso seguito dalla famiglia. Le due bande sospendono la guerra. High midnight.
Scruto le loro facce inespressive, sento tutti i loro occhi puntati su di noi. All'angolo una targa avverte East Broadway. Mi blocco incerto: questa non è la Broadway che dico io! Abbiamo sbagliato strada. La mia incertezza spezza l'incantesimo: le due gang concentrano il loro fuoco contro di noi. Esplosioni crepitano fra i nostri piedi, missili luminosi ci costringono a piegarci, bombe squassanti ci convincono ad una fuga ignominiosa.
Inseguiti da un uragano di fuoco torniamo indietro e guido la famiglia al riparo dietro il primo angolo possibile. Continuiamo a correre: la nuova strada é la Bowery. Quanti racconti d'orrore ho letto ambientati nella Bowery! La strada dei mendicanti e degli assassini! Dobbiamo continuare a correre!
Il nostro galoppo, sorretto dalla paura, ci dà la forza per arrivare alla Kenmare: non è quella che incontra Mulberry Street, la strada dove Al Capone uccise la sua prima vittima? E' proprio quella! Continuare la fuga!
Siamo allo stremo, i nostri fiati sono gemiti, quando arriviamo alla Houston: la strada larga e illuminata ci rinfranca. Un uomo elegante sta passeggiando a braccetto di due belle signore: la tranquillità delle donne ingioiellate é garanzia di cessato pericolo. Possiamo fermarci, appoggiarci ai grattacieli e ansimare dall'inguine alle flippanti tonsille.
Alla terza settimana cominciamo ad averne abbastanza di NewYork: scavalcare le bag-ladies stese sui marciapiedi é diventata un'abitudine ignobile, dalle bocche dell'aria condizionata escono piccoli scarafaggi che qui chiamano roaches e che si trovano ovunque, dalla minestra al pigiama e strade anche famose come la Quinta danno un senso di insicurezza quando senza motivo evidente si vuotano e ci troviamo noi soli a sgambettare intorno ai grattacieli.
L'allarmante numero di squilibrati che si parlano addosso, queruli o minacciosi (uno ci ha tirato una bottiglia che si è sfranta ad un passo dalla Sgnuffi), le facce tese della folla che mai passeggia ma sempre corre, urta, sgomita per vincere una misteriosa gara in cui dev'essere in gioco vita o morte, l'aria sporcata da milioni di bocche, la sporcizia e il degrado di interi quartieri animano un desiderio di fuga. Solo la Sgnuffi ripete testarda che NewYork é la più bella città del mondo. Io e Sciltian ci raccontiamo una vecchia barzelletta adattandola per questa megalopoli:
"Grande lotteria internazionale: primo premio una settimana a NewYork, secondo premio due settimane a New York, terzo premio tre settimane a NewYork, quarto premio quattro settimane a NewYork..."
Abbiamo vinto il quarto ma bariamo coi noi stessi e dopo tre settimane facciamo una puntatina a Filadelfia a trovare Costantino, prima di volare a San Francisco.

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