Letture Varie

IL RITORNO
L’aeroporto di Fiumicino si é rimpicciolito. I prati pieni di auto sembrano favelas di rottamai, l'autostrada che ci porta al raccordo anulare è un sentiero asfaltato. E dovunque case, casette, ville, palazzi, hangar, tettoie, depositi, cantieri, cascine, borghi, borgate, si affollano sul verde macilento, calpestato da millenni, fino all'ossessione della periferia romana con le sue migliaia di orridi "condo" stipati gli uni sugli altri, divisi da strettissime rue ingombre di auto abbandonate che li assediano coi musi contro i muri e disgraziati pedoni tentano di filtrare, scavalcare, saltare imprecando e rigando e ammaccando i cofani di latta mentre l'onda continua di altre macchine schiaccia, impesta, strombetta e strombazza la propria impotenza e disperazione.
Al volante della mia Mercedes impolverata da due mesi di abbandono nei prati di Fiumicino guardo lo sguardo disperato dei miei cari: siamo tornati!
Ci chiudiamo in casa. Il jet lag ci fa incontrare vaganti per le stanze buie alle quattro di notte e cerchiamo reciproca consolazione: però noi abbiamo il Colosseo! E la Cappella Sistina! E il Cupolone! Annuiamo gli uni agli altri, serissimi e tristi.
- May I speak to mister Gastaldi?- sobbalzo di gioia.
- Gastaldi's speaking!-
E' Jerry di San Francisco. Ci aveva proposto uno scambio casa con il nostro appartamento di Roma, ma la Sgnuffi si era rifiutata, e a lui e Gloria, sua moglie, non interessava il Circeo. La Sgnuffi era stata irremovibile, a nulla erano valse le poetiche lettere di Jerry che decantava la propria villa a San Rafael, aldilà del Golden Gate, dalla cui "window picture" vedeva all'alba la nebbiolina sui vigneti tingersi di rosa e poi diradarsi per permettere all'occhio di spaziare sulla baia incantata fino alle cento colline di San Francisco.
Jerry e Gloria han trovato un altro scambio, al centro di Roma. Li invito a cena per uno scambio di esperienze. Lui é dentista di successo, lei é psicoterapeuta e insieme editano un bollettino dall'incredibile titolo di "Mental Dental". Sono americani diversi da quelli che abbiamo conosciuto sulla costa Est. Più divertenti, più cinici, più ironici, più europei insomma. Jerry mi racconta con aria sognante del suo appartamento di Roma a via Urbana: sesto piano senza ascensore, bagno senza acqua calda e una vicina di casa che ad ogni domanda gli risponde sempre con un romanesco "Nun hai da toccà".
- Però- gli ricordo - pensa al gusto della famiglia romana che sta davanti alla tua window-picture a guardare la rosea nebbiolina che si alza dai vigneti con la gioia interiore di aver fregato un americano...-
I due californiani scafati sghignazzano. Apprezzano anche i vini piemontesi perché quei vigneti poetici davanti a San Rafael sono vitigni di nebbiolo e producono baroli e barbareschi di gran pregio.
Stappo bottiglie d'annata e dopo una ventina di assaggi e confronti ci troviamo alle tre di notte in Campidoglio ad ascoltare Gloria che, con bella voce di soprano, ci canta la Traviata in un italiano perfetto. Non capisce una parola di quel che dice, ma prima di fare la psicoterapeuta ha fatto la cantante d'opera: la luna tinge di fascino i ruderi del Foro e finalmente posso mostrare qualcosa con orgoglio a questi stranieri: non sono i ruderi più grandi del mondo e neppure i più antichi, ma con questa luna son certo i più belli e il barolo mi aiuta a far silenzio per invitarli ad ascoltare le magiche voci latine del Foro.
La sera dopo Jerry e Gloria ci invitano a cena al ristorante Papà Giovanni, vicino a piazza Navona, per le otto e trenta. La Sgnuffi e io ci affanniamo per arrivare puntuali e non cadere nel consueto cliché dei romani ritardatari. Il ristorante è chiuso a chiave. Bussiamo e ci viene aperto. Camerieri in divisa, sentito il nome di Jerry, ci scortano ad un tavolo prenotato. C'è pochissima luce e intorno a noi solo turisti: nessuno parla italiano, solo qualche parola romanesca che i camerieri si scambiano sottovoce. Sussurro alla Sgnuffi di parlare inglese, può essere divertente.
Passano tre quarti d'ora prima che Jerry e Gloria, avvolta in un turbinante vestito di veli azzurri, si siedano al nostro tavolo. Sono stupiti e dispiaciuti: amici han detto loro che a Roma si usa arrivare con almeno mezz'ora di ritardo e quindi a Roma come i romani...
- Sì, certo, ma non quando l'appuntamento é con due "blockhead" di San Francisco che si suppone che nella loro americanità arrivino spaccando il minuto!-
Jerry ridacchia e mi chiede se ha scelto bene il ristorante. Annuisco: sembra una perfetta trappola per turisti. Ma il vino è buono e i ravioloni anche. Io sono un panefilo e alla mia richiesta di "some bread, please" mi portano alcune fette di pane casareccio. Ne prendo una: c'è un vellutato verde sulla mollica che, anche alla luce scarsissima del locale, non è difficile identificare come muffa.
Faccio una voce nasale e cerco di dare Oxford alla mia protesta. Un cameriere mi sorride, con la faccia simile al fondo schiena, e mi dice che si tratta di un pane speciale romano, "green bread". Lo guardo a denti stretti per non scoppiare a ridere e lo prego di portarmi "usual white bread", normale pane bianco. Il cameriere si inchina e obbedisce. Portando via il pane ammuffito incrocia un collega e sbuffa in romanesco pesante:
- Aò, ma nun vedono quelli sprocedati in cucina che sto pane c'ha la muffa?-
Spiego ai miei ospiti increduli che il pane verde non é una specialità romana. Sgranano gli occhi e ridono come bambini. Al momento del conto Jerry, da gran signore, continua a ridere mentre posa quattro biglietti da centomila sul vassoio del cameriere. Usciamo passando davanti alla fila dei camerieri che si inchinano. Mi fermo sorridente davanti a quello del pane e gli dico serafico in inglese:
- Everything was good, very good...-piccola pausa e poi giù pesante in romanesco alzando la voce- Però n'antra vorta er pane muffo te lo magni te!-
L'intera fila dei camerieri vacilla e quello addetto a girare la chiave nella toppa per aprirci la privatissima uscita mi guarda con occhi da bue. Devo guidargli la mano e stiamo ancora ridendo forte quando il Bernini ci mostra le sue delizie in Piazza Navona. Batte l'una di notte, c'è di nuovo la luna e l'acqua mormora storie antiche nella fontana dei quattro fiumi, mentre l'angelo del Borromini, sulla facciata della sua chiesa, volta via lo sguardo disgustato. Roma è bella senza i romani. L'aveva già detto la Pimpaccia, sponsor di questa piazza che è la più bella del mondo.
Jerry e Gloria tornano nella loro San Francisco lasciandoci l'indirizzo di un loro amico: un altro dentista di successo che abita in una delle più belle zone della città, vicino al Golden Gate, in fondo a Lombard Street, dalle cui finestre si vede la Baia e il parco del Presidio. Si chiama Bruce e vuole scambiar casa con un italiano.
Iniziamo subito la corrispondenza. Non solo con Bruce ma anche con famiglie di New York. Ormai sappiamo come si fa: una prima lettera di presentazione, chi siamo, quanti siamo, che facciamo nella vita, quale tipo di casa offriamo e per quale periodo. Rispondono tutti, anche per dire di no. Con quelli ben disposti si inizia l'approfondimento, per conoscersi un poco di più.
Si parla dei propri interessi, delle attrazioni e dei difetti dell'area in cui sorge la casa da scambiare, di com'è attrezzata la cucina, se c'è la lavapiatti, la lavapanni, l'asciugatore, il forno a microonde, la TV, il VCR, dove sono i negozi, quanto costa la vita, quali sono le gite più interessanti che si possono fare nei dintorni e se si hanno amici o parenti in grado di dare assistenza se fosse necessario.
Bruce è il primo a rispondere entusiasta: per agosto prossimo siamo a posto. Per luglio ci accordiamo con una famiglia di NewYork che abita al ventiduesimo piano dell'East Side, all'incrocio tra la seconda avenue e la ventitreesima: una zona più che discreta, mi dice la mia memoria di scrittore di gialli falsoamericani.
Passiamo l'inverno a parlare di America sopportati dagli amici. Metto in vendita il mio due alberi a vela, frutto di sanguinose fatiche e risparmi: non ho più tempo per il Mediterraneo.

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