Letture Varie

DISNEYWORLD
Stando bene attenti ai petali giusti degli svincoli stradali, arriviamo sulla pianura asfaltata davanti a Disneyworld alle otto e un quarto. Il sole approfitta del buco dell'ozono e ci arrossa la faccia. Parcheggiate nei quadretti della chilometrica scacchiera dipinta da emuli dei disegnatori di Nazca, ci sono già centinaia di auto. Gente che ha dormito qui?
Sistemo la Saab al centro di un rettangolo numerato 332/C, ne prendo nota e lo dico a Sciltian affinché mi aiuti a ricordarlo.
Un trenino da Paese dei Balocchi raccoglie i car-people e li porta alle biglietterie: diciotto dollari per entrare. Trentaseimila lire in questo scorcio d'estate. Molto, ma una volta dentro é tutto gratis.
Trentasei, trentasei e trentasei sono un piccolo capitale, adesso bisogna proprio che ci facciano divertire! Saliamo su una navetta che ci scarica nel Magic Kingdom, all'imbocco di una Main Street USA degli inizi del secolo sullo sfondo del turrito castello della Bella Addormentata e tutti i personaggi dell'infanzia ci salutano sgambettanti sotto gli alberi fioriti e i lampioni a gas: c'è Pippo, che qui chiamano Goofy, ci sono Paperino, Topolino, Clarabella, Qui,Quo,Qua, tutti coi loro nomi originali americani ma coi testoni inconfondibili. C'è un'aria da fiera di paese e un forte odore di hot dog e patate fritte. L'impatto non é entusiasmante per un europeo: davanti ad ogni "attrazione" c'è una lunga coda, diligentemente avvolta in serpentine ristrette e parallele per occupare meno spazio. Facendo la fila si raggiungono cartelli depressivi con annunci del tipo "da qui ancora 1 ora e 40 minuti". Gelati e bicchieroni di coca-cola gonfiano epe sempre più obese. I serpentoni di folla son punteggiati da bambini pancioni, nere gigantesche con tre culi appesi dietro, colossali virago nordiche con grandi chiappe pendule divise da un naso aquilino e uomini di ogni colore infilati in grotteschi salvagenti di grasso tremolanti sulle anche.
Una guida informa che Magic Kingdom si divide in sei land: oltre a questo ci sono quello dell'Avventura, della Frontiera, della Libertà, della Fantasia e del Mondo di Domani.
Cedendo alla nostra natura di italiani preferiamo muoverci a casaccio e ci accodiamo ad un rettile umano impedendo a Sciltian di saltare da una spira all'altra per guadagnare decine di minuti. Dopo quasi due ore, abbastanza disperati, entriamo nella casa degli spettri: un salone Settecento inglese con grandi quadri senza cornici che arrivano fino al pavimento.
Siamo una ventina di persone e ci aggiriamo incuriositi sperando sorprese. I quadri mostrano austeri signori nerovestiti che ci fissano malevoli e... si stanno allungando: prendo la mano di Sciltian e la Sgnuffi si avvicina apprensiva: non sono i quadri che si allungano, é il pavimento che scende e, nel movimento, scopre le lunghissime scheletriche gambe dei personaggi dipinti sui muri. Le minacciose figure diventate altissime ci sovrastano diaboliche. Buio improvviso, qualcuno urla.
Veniamo catapultati in un mondo privo di dimensioni: ci troviamo in un infinito spazio nero, sospesi nel nulla e da sotto si levano verso di noi lamenti agghiaccianti e gemiti spaventosi, mentre deboli lucori affiorano dall'eternità buia, un vento freddo di sotterranei arcani alita morte sulle nostre facce pallide.
"Quivi sospiri, pianti ed alti lai / risonavan per l'aer senza stelle/perch'io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,/parole di dolore, accenti d'ira,/voci alte e fioche e suon di man con elle."
Io non lagrimo perché so che siamo a Disneyworld ma l'effetto è dantesco. Ingegneri e architetti creatori sono stati bravi: i lucori si stanno avvicinando e diventano strisce di pallida luce, con facce e membra distorte, pozzi di buio disperato al posto degli occhi e della bocca gemente.
"La bufera infernal che mai non resta/mena gli spirti con la sua rapina"
Non mi sarei mai aspettato Dante in questo megalunapark e tanto meno questa sensazione violenta di poesia. Cerco Paolo e Francesca, ma gli spirti non si fermano, ci girano intorno per alcuni minuti, disperati e mugolanti, e sprofondano di nuovo nelle tenebre insondabili dell'illusione ottica.
La bufera infernal si placa mentre le note di un organo a canne piange sull'eterna felicità perduta, suonato da un fantasma trasparente in cappa e cilindro.
Siamo seduti, solitari, sui panchetti imbottiti di una collana di vagoncini in cui ci sarebbe posto per due: il treno si avvia all'uscita passando davanti ad una parete di specchi neri.
Nell'immagine riflessa, la Sgnuffi è abbracciata da una megera con dita adunche, Sciltian è avvolto da un fantasma e io sono stretto da uno scheletro che mi sussurra: da ora in poi starò sempre con te...
Accanto a me il posto è vuoto, eppure nello specchio... Tocco l'aria sopra al sedile e la voce mi sospira nei timpani in un inglese lento e oxfordiano: anche se non puoi vedermi starò sempre con te...
Torniamo nel caldo esterno con un brivido che ci corre giù per la schiena.
Ci guardiamo, pallidi, emozionati e scoppiamo a ridere, forse avrà riso anche Dante per scaricare la tensione dopo esser tornato a riveder le stelle.
A Fantasyland, dopo un'altra congrua coda, scendiamo sott'acqua col sottomarino del Capitano Nemo: per me che sono un discreto sub è come esplorare la mia vasca da bagno. Sciltian ci trascina sulle giostre classiche da fiera: un immenso polpo ci porta verso il cielo agitando i suoi tentacoli, tazzine volanti ci fanno planare a velocità da sfondamento timpani e canoe su taboghe d'acqua ci bagnano fino alle mutande.
Ad Adventureland ci imbarchiamo per un giro in quella che vorrebbe essere una jungla ma che sta tra i mostri di Bomarzo e le fontane di Tivoli con cascatelle multiple e finte belve dietro ad ogni groviglio di mangrovie attorcigliate in laboratorio.
A Liberty Square passiamo in rassegna ai fantocci di tutti i presidenti americani e a Tomorrowland ci imbarchiamo su un'astronave per una missione su Marte. Ci sediamo rilassati sui grandi sedili e ci leghiamo le cinture come ci viene ordinato: una barra imbottita si chiude sulle poltrone bloccandoci. Il conto alla rovescia fatto da autentiche voci NASA e i panorami che si vedono dagli oblò danno un'accettabile illusione di essere su una rampa di Cape Canaveral.
Da bambino ho sognato una partenza come questa, ero un vero precursore in materia di sogni. Mi rilasso e annullo ogni senso critico: l'astronave comincia a tremare, siamo vicini allo zero che si confonde con il rombo traumatico dei motori che si accendono. L'astronave ne é squassata, gli oblò sono acciecati da fumi densi e vampe di fuoco, il rombo si assottiglia fino a diventare un'insopportabile fischio poi, my god!, la poltrona preme contro i nostri corpi dando la sensazione di un'accelerazione violenta, la sbarra che ci blocca si gonfia e ci comprime, stiamo davvero partendo per Marte!
Il cielo fuori dagli oblò è già marrone, poi nero. Un'esplosione ci avverte che abbiamo staccato il primo stadio: il cielo si punteggia di stelle, stiamo ruotando e per un attimo siamo abbagliati dal sole che fonde l'idrogeno in elio senza l'azzurro schermo della nostra atmosfera. Una seconda esplosione ci avverte che abbiamo sparato via il secondo stadio. La pressione delle poltrone e della sbarra si allenta e mi pare di galleggiare privo di peso. I rumori cessano tutti insieme e il silenzio é solido. A uno degli oblò appare un lontana pallina arancione: Marte.
Una voce ci dà i dati tecnici del viaggio e la rotta parabolica che ci porterà ad attraccare alla stazione che orbita intorno a Marte. Il sole illumina gli oblò alle nostre spalle più debolmente: ora possiamo guardare la nostra stella a occhio nudo. Il pianeta rosso ingrandisce fino ad occupare tutto l'oblò e poi diventa panorama con una fuggevole visione della Nix Olympica che si eleva sul deserto marziano come un foruncolo alto venti chilometri con una bocca larga sessantacinque. Ci avvertono che l'astronave sta frenando ed é iniziata la manovra per l'attracco alla base spaziale. Le poltrone ci premono contro la sbarra mentre negli oblò appaiono le strutture bianchissime della stazione orbitale. Il docking avviene con dolcezza e ci agganciamo con un corridoio flessibile simile a quello degli aeroporti. I motori si spengono, il viaggio é finito. Ci fanno uscire da una porta sul fondo e l'illusione continua per qualche secondo perché camminiamo in un corridoio ermetico... Usciamo nel verde della Terra e mi dispiace come quando, bambino, al risveglio dovevo accettare di aver soltanto sognato.
Ogni "land" ha i suoi ristoranti: possiamo scegliere tra un "vero pasto medievale" a Fantasyland o "una tipica cena del New England con pesce bianco di Boston" a Liberty Square, menù che mi ricorda un ristorante di Torino che offriva "torta di mais e pesce veloce del Baltico" ossia polenta e merluzzo.
Ne scegliamo uno caraibico ad Adventureland, davanti a grandi barche in partenza per l'assalto dei pirati contro Maracaibo: polpette piccanti e cocktail di frutti tropicali che, come droghe, lasciano una gran voglia di berne ancora.
Ci imbarchiamo per Maracaibo e navighiamo in un mare nero sotto la costa rocciosa della città che ci prende a cannonate.
I pirati-robot vanno all'assalto e nell'acqua intorno a noi esplodono i colpi di spingarda sollevando alti spruzzi. La guarnigione perde e i pirati fanno razzia nelle case rubando tesori e donne.
E come stare dentro a uno spot pubblicitario.
Viene sera e c'è ancora una codina di mezz'ora davanti al Roller Coast. Ci mettiamo in fila con la Sgnuffi che vuol sapere "che giostra è", ma io e Sciltian stiamo sul vago. Lei non ama le montagne russe. Un cartello avverte che la corsa è vietata ai malati di cuore, alle donne incinte e ai bambini al di sotto dei quattro anni, ma è scritto in inglese e con caratteri gotici...
Ci sediamo su un trenino da miniera che parte sprofondando in un tunnel male illuminato la cui volta é sostenuta a fatica da alcuni grossi vecchi pali tarlati. Il trenino prende velocità mentre piovono goccione d'acqua e piccoli sassi. Svoltiamo bruscamente in un secondo tunnel ancora più malandato del primo: una delle assi che reggono la volta cede di schianto e una frana crolla sui binari davanti a noi! L'urto sembra inevitabile, la Sgnuffi urla ma all'ultimo istante il treno piega ad angolo retto evitando la cascata dei massi. Precipitiamo verso un orrido canyon e i binari si interrompono divelti irti e contorti oltre l'orlo dell'abisso: so che non ci ammazzeremo ma é difficile convincere il cervello che ciò che gli dicono i sensi, di cui si fida da cinquant'anni, è una menzogna.
Il trenino infila uno scambio ad un metro dal precipizio e guardo gli occhi sgranati della Sgnuffi, aggrappata con ambo le mani al mancorrente del vagoncino. Sciltian ride forte e cerca di nascondere nella sghignazzata la nota dissonante della paura.
Saltiam giù dal trenino scappando alla Sgnuffi che ci insegue, ma non é arrabbiata, ora che la fifa é passata, ridiamo tutti e tre come bambini: un momento felice.
Cala la notte e un esserino luminoso attraversa il cielo: è Campanellino, quello di Peter Pan, che vola a dare il via ai fuochi artificiali che per mezz'ora esplodono fantasie scintillanti.
Per fare fiocchetto a questo finale da "e vissero insieme felici e contenti" avanza verso di noi una sfilata di carri luminosi: migliaia di lampadine disegnano nel buio la sontuosa carrozza di Cenerentola a forma di zucca, l'orologio del campanile su cui scocca la fatidica mezzanotte, Dumbo con le ali spiegate, una buffa vecchia locomotiva guidata da Pippo e un barcone a ruota stile Mississippi che annuncia questa "MAIN STREET ELECTRICAL PARADE", e castelli, balene, damine, fatine ballanti ai ritmi di un'allegra orchestra dei personaggi di Disney. La gente applaude soddisfatta. Siamo soddisfatti anche noi e stanchissimi: domani ci aspetta la gigantesca palla da golf che troneggia su Epcot, complemento fantascientifico e fantatecnologico del mondo fiabesco di Disney.
Di notte, il parcheggio punteggiato dai lampioni sgomenta per la sua sconfinatezza.
- Era il 332/C!- esclama Sciltian orgoglioso della propria memoria. Camminiamo per mezzo chilometro seguendo i numeri dei rettangoli che si vanno svuotando di macchine.
Il 332/C é perfettamente leggibile sull'asfalto sgombro.
- Ci han rubato la macchina!- geme la Sgnuffi.
- Prendiamone un'altra!- mi esorta il figlio spinto dalla stanchezza a una soluzione semplice.
Mi viene un dubbio e mi incammino verso la prossima area: ahimè anche in questo reticolo sterminato trovo un 332/C che un Toshiba sta lasciando libero. Un cartello annuncia a lettere colossali che siamo nel parking MICHEY MOUSE.
A quale maledetto sgorbio disneyano era intestata l'area in cui abbiamo lasciato l'auto? Nessuno lo ha notato. Propongo la soluzione meno faticosa: sedersi a terra e aspettare che se ne siano andati tutti affinché su quella landa lunare risalti la nostra Saab.
Famiglie con nugoli di bambini schiamazzanti passano e ci guardano: tre poveri italiani perduti in un parcheggio. Alle due di notte il mondo d'asfalto è quasi vuoto: poche decine di auto separate fra loro da chilometri di liscio bitume quadrettato paiono carcasse di insetti abbandonate dopo la sciamatura.
A due chilometri da noi, una di quelle carcasse é la nostra Saab: siamo nella zona di quello stronzo di Scrooge, il vecchio Paperon de' Paperoni.
Mezz'ora dopo salutiamo con affetto il fedele scarafaggione rosso di guardia sulla balconata che ci conferma che siamo nell'albergo giusto agitando le antenne in segno di bentornato. Rispondiamo con un cenno di mano e cadiamo addormentati sui nostri king size.
La mattina seguente, rinfrancati dal breakfast di frittelle alla nonna Papera, french toast, hamburger, uova e bacon cementati da milk shake alla banana diluiti dal succo di dieci pompelmi, parcheggiamo l'auto nella zona dedicata a GOOFY, che è il nostro Pippo, e ne prendiamo nota con la massima attenzione.
Epcot ci aspetta e, dopo aver pagato i soliti diciotto dollari a "skull", ci avviamo incontro alla gigantesca palla da golf che risplende aliena nel sole del primo mattino. Grandi fontane zampillano contornate da aiuole fiorite, più camminiamo verso la palla e più si fa gigantesca. Mi fermo col naso all'insù e qualcuno con accento orgoglioso mi dice che è la palla più grande del mondo. Ringrazio il biondo americano, la sua camicia a fiori e i suoi braconi al ginocchio e lui se ne va felice come se quei sessanta metri di palla l'avesse fatti lui. Lo invidio: tutto ciò che è pubblico é suo, per noi tutto ciò che é pubblico é di nessuno.
Entriamo nella palla, nel mondo del futuro, nell'astronave Terra accodandoci ad un giovanottone in pantaloni mimetici, binocolo al collo e maschera antigas.
Incontro il suo sguardo azzurro ombreggiato da un cappellino da ciclista con la visiera calata su un orecchio. Capta il mio entusiasmo e sogghigna:ù
- Qui a Epcot la Disney Corporation si è fissata su due cose per dedisneyarsi: un futuro noioso e romper le palle al mondo intero. Walt é morto e, dopo un paio d'ore in questa palla, vorrete esserlo anche voi.-
Faccio finta di non capire e sorrido ebete.
L'AT&T ci mostra la storia delle comunicazioni, dai primi disegni graffiti sulle grotte dai nostri progenitori alle animazioni frattali dei computer grafici. Son lì che cerco di entusiasmare Sciltian ed ecco di nuovo lo strano giovanottone con la maschera antigas a tracolla, passa e sibila:
- Chi se ne frega di quanto é sofisticato il sistema delle comunicazioni quando la gente non ha più niente da dire!-
La Exxon ci fa la storia dell'energia dalle prime sudate alla fusione nucleare, la General Motors quella dei trasporti dal cavacecio allo shuttle, la Kodak annuncia un viaggio nella nostra immaginazione e il giovanottone dal cappellino a sghimbescio mi sussurra traditore in un orecchio che essendo Epcot uno spettacolo per famiglie non s'aspetta certo che mostrino quello che lui ha nella propria immaginazione e infatti la Kodak se la cava con tunnel psichedelici e turbanti effetti ottici assolutamente casti, la Kraft offre culture idroponiche e gigantesche verdure che ballano e cantano, la Sperry stupisce con animazioni elettroniche mentre la General Electric mostra cristalli in formazione, il DNA in sviluppo e come vivremo (o vivranno!) nel ventunesimo secolo e la United Technologies ci porta sui fondi degli oceani.
Se in Italia l'Olivetti, la Sip, l'Eni, la Fiat e Ferruzzi decidessero di spendere miliardi per mostrarci questo genere di cose mi inginocchierei miracolato, ma, son certo, sarebbe una mostra noiosa del guardare-e-non toccare con la spocchiosità che da noi inturgida chi sa una cosa e ne fa mostra a chi quella cosa non sa.
Epcot invece é la grande favola della scienza, più stupefacente di quelle inventate dai poeti. Qui il muro del tempo crolla, un umanologo alieno ha raccolto angoli di passato e di futuro e quello che ancora non c’é é così vero che pare esserci già stato.
Cento milioni d'anni fa. Venghino signori, offre la Exxon! Ci accodiamo alla serpentina di folla e mezz'ora dopo entriamo in una grande sala, ci sediamo e sulla parete di fondo proiettano un film pieno di sole, di pioggia e di vento ma il cui sonoro mi giunge senza movimento di labbra e quindi piuttosto incomprensibile. Alla fine della proiezione ci muoviamo per alzarsi ma le poltrone si muovono prima di noi e ci portano, con altri stupiti spettatori aggrappati ai braccioli, a formare un trenino che prende velocità entrando in un tunnel buio.
Sbuchiamo in un ambiente illuminato da una luce rossastra, da tramonto, anche se nel cielo artificiale un grande sole ramato brilla alto, offuscato dall'umidità che ne filtra i raggi. Grandi ciuffi di palmacee spuntano rigogliosi dalla terra molle e acquitrinosa e i cespugli, ricchi di felci, sono fioriti di grandi gigli, orchidee e amarillis. E' una natura densa e ostile immersa in un'aria che riempie la bocca di sapori e il naso di odori. Un fiato rumoroso, un barrito gorgogliante, un cespuglio si apre sotto il peso di uno stegosauro che tende il suo lungo collo verso di noi. La sua testa crestata mi sfiora. Mi sfugge un grido, ci sottraiamo alla bestia e le mascelle di un tirannosauro si chiudono con uno scatto orribile dieci centimetri dietro le nostre teste sovrastandoci, dritto sulle zampe posteriori, come un palazzo di tre piani.
n triceratops (non sapete cos'è? Andate a vederlo a Epcot...) esce dall'acqua e agita il testone con il gigantesco becco a papera mentre il lungo collo di un brontosauro porta la testa a brucare germogli sulla sommità di un banano. Qui non c'é bisogno di sognare, qui siamo in pieno Cretaceo, milioni d'anni prima che i mammiferi dominino il pianeta. Non so se la ricostruzione é fedele ma è impressionante.
Uno pterosauro plana sulle nostre teste facendoci piegare d'istinto. Una voce soffocata dice qualcosa alle mie spalle, mi volto e mi trovo faccia a maschera antigas: capire l'inglese soffiato in un filtro é oltre le mie capacità.
L'uomo si leva la maschera e mi fissa coi suoi occhi chiari:
- La vera novità di Epcot é l'uso degli odori per aumentare l'illusione. Of course nessuno conosce che odore avessero i dinosauri ma la Exxon ha deciso che puzzavano di merda marcia...- si cala di nuovo la maschera sul volto. Annuso profondamente: non è puzza di merda marcia, direi piuttosto merda putrida.
Tornando nell'afa della Florida di cento milioni d'anni dopo non la trovo più soffocante.
Come bambini che si sian fatti prendere la mano, i creatori di Epcot hanno allineato sulle sponde di un lago i paesaggi urbani più famosi del mondo. Piramidi azteche accanto a pagode giapponesi, palazzi Tudor vicino al Cancello d'Oro cinese e un arzillo svettante campanile apre una piazzetta San Marco con tanto di Palazzo Ducale: sotto i famosi archi Alfredo offre i suoi celebri piatti trasteverini serviti, giuro!, da camerieri cantanti.
Attraversiamo il Marocco, ci fermiamo su una piazzetta tedesca, assistiamo all'esibizione di un gruppo folcloristico inglese, ci facciamo delle foto sotto la Tour Eiffel, evitiamo il sushi offerto sotto la pagoda di Nara da nippoamericani, salutiamo fuggevoli Jefferson e Franklin intenti a discutere la Costituzione americana e ci imbarchiamo sul traghetto a pale sperando di incontrare l'ironico Mark Twain. Ma il River Boat non marca due, marca shopping e dopo esserci salvati da una cena reclamizzata come "Luigi XV" ci troviamo scaricati al World Shopping Village che, come dice il nome, offre cose e cosette da tutto il mondo allo stesso prezzo in cui si acquistano nei paesi d'origine, viaggio compreso.
E' il fascino degli States questo continuo miscuglio di genialità e di cattivo gusto.
La notte ci sorprende a guardare i prezzi del ristorante polinesiano e il musical degli "Hoop-Dee-Doo" coi ballerini tutti vestiti di rosa.
A mezzanotte trasciniamo gli stanchi piedi verso l'area di Goofy per rimetterci in macchina. Pippo è il più simpatico dei personaggi di Disney e gli hanno riservato l'area parcheggio più grande: ci saranno diecimila macchine da Goofy e noi non ricordiamo il numero del nostro posto auto. Ci sediamo muti a terra e aspettiamo le due. Incredibile: la nostra Saab é sul rettangolo 332/C.
Sciltian, seduto al suo posto di navigatore, mi mostra tutto quello che avremmo potuto vedere in Florida e ci siamo persi, mentre sto guidando verso Atlanta. Ha fatto il pieno di depliant in albergo prima di partire. Sarà per la prossima volta. Sciltian lo prende come un augurio e sorride raggiante: gli accarezzo la testa tonda, a noi questa America é entrata nel sangue.
Tutta una galoppata veloce fino a Gainesville, tanto la polizia della Florida é di manica larga. Ci fermiamo per un ricambio di liquidi e per comprare cartoline. Gainesville é tutta distesa lungo la main street con il gruppo dei supermercati a chiudere un grande piazzale: non sono abituati a sentirsi chiedere cartoline del posto, hanno solo quella che pubblicizza la vicina università.
- Pensa vivere qui - fa la Sgnuffi stiracchiandosi - dev'essere una noia tremenda. Non succede mai niente.-
Mi ricorderò queste parole quando, qualche mese dopo a Roma, i giornali cominceranno a parlare del "mostro di Gainesville", un serial-killer che fa fuori le belle universitarie a gruppi di due per volta. Qualcosa succede anche a Gainesville, dopotutto!
A notte parcheggio la Saab a fianco della villa degli Edwards. Domattina ci aspetta l'aereo della Sabena che ci riporta a Roma via Bruxelles.

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