Letture Varie

ATLANTA
Le ultime ore di Greyhound sono state una sofferenza: le gambe urlavano crampi, le reni lanciavano avvertimenti sinistri, il paesaggio al finestrino non era più verde né definito alle palle gonfie dei nostri occhi insonni e il colore dell'erba tendeva al bruciato come le nostre chiappe surriscaldate sui sedili di plastica.
Scendiamo barcollanti e recuperiamo dalla stiva dell'autobus i nostri sisifei bagagli. Non ho la forza di rifiutare l'aiuto di un giovanotto nero che pretende cinque dollari per farmi superare la rampa delle scale.
La hall della stazione dei pullman è all'americana: sterminata e piena di gente. Ci fermiamo gementi al centro, impecoriti. Dovrebbe esserci qualcuno mandato dagli Edwards. Ma nessuno inalbera cartelli, né mostra interesse per questo spilungone pelato che ha accanto una vamp bionda e un cucciolo.
Che si fa? Leggo la domanda negli sguardi disperati di chi ripone in me tutta la sua fiducia e mi dirigo con passo sicuro verso un drugstore: la prima cosa da fare non appena si arriva in una città sconosciuta é comprare una mappa. Ho l'indirizzo degli Edwards e troverò il nome della strada sulla carta per giudicare se è a portata di taxy o se dovremo salire su di un altro autobus. Lullwater è il nome della strada e lo trovo subito: è in una zona vicina al centro. Possiamo prendere un taxi. Ma sulla scalinata esterna ci vengono incontro due giovanottoni biondi dall'aria simpatica che mi puntano un dito contro:
- Mister Gastaldi?-
- O yea! Nice to meet you!-
Sono i figli degli Edwards e son rimasti a casa. Ci spiegano, muovendo le labbra, che non ci daranno fastidio poiché la villa ha un grande giardino in fondo al quale c'è una dependance e loro si son trasferiti là.
Nei pochi minuti d’auto dalla stazione alla loro casa, scherziamo sul nostro viaggio in bus. Ridono alla follia di diciannove ore di pullman quando sarebbero bastate due ore di aereo e non cerco neppure di spiegar loro che credevo in tal modo di vedere meglio l’America.
Fermano l’auto, una Saab 5000, davanti a una grande villa in stile coloniale, tipo Via col vento, con tanto di colonne, timpano triangolare e gran prato verdissimo rasato davanti.
Penso alla nostra villetta al Circeo dove ora i signori Edwards staranno fissando la piscinetta e spero che non siano troppo delusi.
Ci viene incontro uno strano cagnotto dal pelo unto che ricorda quello di una lontra o di un cinghialetto. Su un lato della casa, sotto una tettoia, c’è una zona parcheggio con alcune auto, un mezzo campo di pallacanestro e tutt’intorno una giungla tropicale.
Scendo dalla macchina e alzo la testa verso le cime inarrivabili di alberi immensi, legati fra loro da intricate ragnatele di liane, sovraccarichi di rampicanti fioriti, pascoli per farfallone variopinte e uccelletti dal volo frenetico. L’aria ha un profumo dolce e denso e il frinire di insetti sconosciuti, il richiamo di uccelli mai sentiti, il ronzare di calabroni colorato orchestrano suoni nuovi e inquietanti.
I due giovani ci fanno entrare nella villa moquettata, in un alone che battezziamo "degli argenti" per la profusione di candelabri, brocche, vassoi e coppe del nobile metallo. Il pavimento della vasta cucina è in plastica rossa, tutt’intorno il full-appliances statunitense dominato dal solito megafrigo. Sul tavolo alcuni foglietti di istruzione per la casa e per la città com'è buon uso fra scambisti, accompagnati da una bottiglia di vino di benvenuto. Dieci minuti buoni di lettura sull’american way of life.
Portiamo le nostre pesanti valigie su per la scala di legno impellicciata di moquette folta come erba non rasata ma di colore bianco accecante e ci fermiamo ansanti davanti alle stanze del piano superiore: ce ne sono quattro. La Sgnuffi e io prendiamo quella matrimoniale e Sciltian può scegliere.
Uno dei ragazzi mi indica una botola nel soffitto: se sentiremo dei rumori nel sottotetto non dovremo spaventarci, ci han fatto il nido delle volpi volanti.
-Oh le simpatiche volpi volanti! – commento nel mio inglese più sciolto. I due ragazzi ridono e scompaiono nella foresta vergine del giardino diretti verso l’invisibile dependance.
Abbiamo sete e apriamo il frigo che trabocca di provviste. Abbiamo anche fame e prendo nel freezer un filone di pane sigillato in una busta di plastica trasparente. Qualcosa si muove dentro la gelida busta: chiuso nel nylon brinato, insieme al pane, c’è una bestia lunga sette centimetri! La blocca stringendo il nylon sulla crosta del pane e chiamo a raccolta la famiglia: l’insetto gigante è rossastro e sembra l’assurdo ingrandimento di uno scarafaggio.
Discutiamo di entomologia: potrebbe essere un grillo? La Sgnuffi tremante di disgusto è pessimista: solo uno scarafaggio erculeo può sopravvivere in un freezer!
Sciltian propone di dargli una buona sgnaccata, ma lo dovrei fare sul pane e poi non riuscirei più a mangiare un panino per anni.
Individuo segni di elitre sul dorso della bestia: gli scarafaggi volano?
La Sgnuffi si stringe nelle spalle arretrando in preda alla nausea: forse al tempo degli amori…
L’amore può tutto, anche far volare scarafaggi grandi come aragoste.
Decido per la libertà: attraversiamo il prato ben rasato e libero la bestia sulle sponde di una roggia che costeggia la strada alberata della villa: lullwater, acqua cheta, ecco spiegato il nome della strada.
Mentre l’incredula bestia rossa schizza fuori dalla sua fredda prigione e sparisce fra i cespugli cercando gli amici a cui raccontare la sua avventura, torniamo in cucina e rileggiamo con maggiore attenzione le istruzioni dei signori Edwards: presa acqua, contatori e valvole, aria condizionata, washer e dryer nel basement, aspirapolveri, scope, cere e insetticidi nell’armadio in cucina, pianoforte, chitarre, tamburi, violini e clarinetti nella sala musica, provviste nel frigorifero a disposizione totale, dislocazione dei negozi e nei ristoranti tipici e il consiglio di visitare Lenox Square per captare il way of life di Atlanta.
In fondo all’ultimo dei fogli, scritto piccolo piccolo: gli scarafaggi qui sono un fatto della vita, se vi può consolare li abbiamo tutti in ugual misura.
La Sgnuffi lancia un urlo d’angoscia: lo scarafaggio è la sua bestia nera!
Minimizzo, ricordandole che qui son rossi ma mi tocca sentire per la centesima volta il racconto di quella volta che, ancora ragazza, avendo visto uno scarafaggio sulla propria gonna, spalancò la bocca per urlare senza riuscirci terrorizzando a morte suo padre che per lunghi minuti temette un attacco di epilessia.
D’ ora in poi dovrò sempre entrare in cucina per primo e ogni volta abbatterò almeno un paio di enormi blatte sostanti sul sacco dei rifiuti sotto il lavello: è la loro zona fatale come l'abbeveraggio per i cerbiatti e il leone sono io, munito di pesante ciabatta: il colpo dev'essere fulmineo e violento. I georgian beetles hanno dura corazza e scatto drogato Ben Johnson. Nel tentativo di distogliere la nauseata Sgnuffi dal problema scarafaggi intavolo una dotta dissertazione sull'etimo beetle reso famoso dai Beatles di Liverpool. Sono certo che tutta la colonia degli scarafaggi riunita sotto l'acquaio mi ascolta compiaciuta. Ma beetle vuol dire anche mazzuolo, i rossi di Atlanta sono avvisati.
Sul tavolo del salone degli argenti è aperto un antico librone foderato in cuoio. Sono decine di pagine fitte di grafie diverse con inchiostri dal seppia al nero. Le ultime righe son scritte con una biro e riassumono i fatti della vita dell'attuale famiglia Edwards, ma il diarione comincia nel 1762 quando il primo Edwards americano lo iniziò con la data di nascita del suo primo figlio e qualche frase circa il suo lavoro di sellaio a Boston, Massachusetts. Girando le pagine passano i decenni: a quel figlio ne seguirono altri, poi i loro matrimoni e le nascite dei loro figli. La morte di quel primo Edwards è segnata di mano del suo primogenito senza alcun commento. E lo stesso ha fatto pagine dopo il figlio del figlio...
Una cascata di vite racchiuse in poche annotazioni e in date succedentesi ritmicamente: tra nascite e matrimoni passando poco più di due decenni, il terzo e il quarto è dedicato alle nascite dei figli, il quinto e il sesto all'arrivo dei nipoti e alla morte. Pochi arrivano al settimo decennio. Nel 1870 un Edwards si trasferisce ad Atlanta, un nordista che scende al sud per approfittare del proprio vantaggio? Chissà.
Un secolo dopo l'altro, su quel libro, gli Edwards hanno scritto di essere venuti al mondo, aver procreato e di essersene andati: nascita, copula, morte, mentre nel mondo si passava dalla rivoluzione francese alla conquista della luna.
Il libro ha molte pagine bianche: quei due giovanottoni che mi hanno accolto nella loro casa scriveranno delle loro nozze, dei loro figli, dei figli dei figli e, chissà, di questo scambio casa con degli italiani, mentre il nuovo millennio starà passando.
E sotto l'acquaio, generazioni di scarafaggi si succederanno a ritmi più veloci ma con lo stesso significato finale.
Chiudo il librone e ne accarezzo il cuoio consunto: devo cancellare un altro pregiudizio, quello che gli americani siano un popolo senza tradizioni. Chi di noi sa ciò che fece e quanti figli ebbe il proprio trisavolo materno? Gli Edwards di Atlanta lo sanno.
L'aria condizionata rende piacevole stare in casa ma abbiamo una gran voglia di dare una prima occhiata alla città di Via col Vento.
I giovani Edwards ci indicano il loro parco auto dalle targhe personalizzate e progressive. Scelgo la grande Saab diesel col cambio automatico.
Dopo attento studio della mappa, scopriamo che andare nella downtown è molto facile perché dobbiamo fare solo due strade ad angolo retto. Carico la famigliola nella Saab e sfidiamo i tremendi 105 Fahrenheit che segna il termometro del giardino: più di quaranta Celsius.
Anche in auto c'è la frescura artificiale e il vero caldo ci investe al parcheggio, ad un centinaio di metri dalla grande torre di vetro che è il simbolo della città.
Camminare sotto il sole é piacevole come fare un giro dentro a un forno a microonde. Infatti siamo soli a fare questa bruciante esperienza. Sciltian guarda il marciapiede screpolato: dalle fessure spuntano ciuffetti di erba gialla mai calpestata. Che fanno gli atlantini, volano?
Stiamo ansimando su per una lieve salita e da un cavalcavia vediamo scorrerci sotto un fiume di automobili coi vetri chiusi che viene da chissà dove e va in un posto uguale.
Sciltian mi guarda con la luce del dubbio e gocce di sudore che sembrano pianto. Davanti a noi c'è la cilindrica torre di vetro splendente nel sole venusiano e la skyline della downtown: siamo in pieno centro, se nessuno cammina per le strade vuol dire che qui la gente ha orari diversi per lo struscio.
Strusciamo anche noi, ansimando, e arriviamo ad un incrocio famoso: il Five Points, etto così perché quattro strade si incrociano a stella. Lo so che dovrebbero essere cinque, ma qui siamo al Sud e nessuno ci fa caso.
Tutto si chiama "peachthree", albero di pesche: strade, piazze, alberghi. Siamo davanti all’hotel più alto del mondo e si chiama "Albero delle pesche Plaza Hotel".
Al Five Points, dove ora c’è una banca, nel 1886 abitava il farmacista John Pemberton che ebbe l’idea di far macerare delle foglie di cocoa (che in inglese significa sia cocco che cacao) e noci di cola, sapendo che con questi popoli delle isole tropicali fabbricavano una bevanda eccitante. Chiamò il suo sciroppo coca-cola e lo vendette come medicinale. Ha fatto più questo farmacista per l’affermazione del suo Paese nel mondo di Washington e Lincoln messi insieme.
E dopo il farmacista nel PR americane, viene un altro cittadino di Atlanta: la scrittrice Margaret Mitchell che col suo romanzo "Gone with the wind" ha creato il più gigantesco spot in favore delle virtù americane.
Sui sahariani marciapiedi della Peachthree Street incrociamo una signora sudata che ci guarda incuriosita e ho la tentazione di chiederle che fine abbiano fatto tutti gli altri abitanti, ma corre giù per una scala e scompare oltre una porta girevole.
Siamo di nuovo soli nel sole.
Sciltian mi indica alcuni segnali che puntano verso quei vetri girevoli: uno dice MARTA, ma l’altro dice SHOPPING.
Scendiamo la scala e facciamo girare la porta: la frescura deliziosa di un ampio corridoio ci invita a proseguire sperando che la signora Marta non si arrabbi.
Un brusio di folla, di risate: forse la signora Marta sta dando una festa…
Sbuchiamo in un mondo sotterraneo pieno di bar, ristoranti, negozi, con gente che mangia colossali gelati, bambini che si rincorrono, ragazze bianche o nere o cioccolato elegantissime, splendide quelle nere, alte e sottili, ornate di gioielli e con abiti di gran taglio. Una mi guarda dritto negli occhi e mi sorride: due metri di grazia e di bellezza.
L’aria è fresca e profumata dai grandi fiori colorati che traboccano da vasi tenuti umidi da un torrentello che gorgoglia tra i sassi.
Ci si dimentica quasi subito di essere sottoterra perché la luce diffusa è uguale a quella di una fresca ombra naturale. Se il buco di ozono si allarga, vivremo così.
Chiedo della signora Marta e mi indicano una stazione del metrò: a Roma potremmo chiamarlo Romolo e a Milano Ambrogio. In America han la passione per le sigle e quella atlantina gli è venuta così: M.A.R.T.A.
Prendiamo anche noi un gelato scegliendo in una vasta gamma di offerte e ci sediamo su comode poltroncine: dopo il caldo esterno, i marciapiedi screpolati e la difficoltà di respiro, qui sotto è un paradiso. Siamo entrati nel celebre, per gli altri, Underground Atlanta.
La Sgnuffi fa shopping per tre ore, camminando sempre in nuovi corridoi che sbucano in altri corridoi per poi confluire in piazze, slarghi su più livelli, fino a sfociare in un'immensa hall arredata con poltrone in cuoio. Vasi ricchi di carnose orchidee colorano i tavoli con un'abbondanza da Nero Wolf.
Ci sediamo stanchi: bolle di vetro adorne lampadine salgono e scendono veloci e silenziose lungo le pareti del pozzo di vetro sul cui fondo noi stiamo. Dai depliant su uno dei tavoli, leggo che siamo nello Hyatt Regency Hotel, 22 piani e soffitto girevole. In lontananza riesco a distinguere il bancone per check-in.
Sostiamo in assoluta pace guardando gli ascensori che van su e giù portando donne eleganti yuppies in blazer.
Dobbiamo tornar fuori nel sole per recuperare l'auto. La vampa abbagliante di caldo ci ferisce gli occhi e, come la talpa della storiella, viene spontaneo chiederci:
- Ma come fa la gente a sopportare tanta luce?-
Quando un neighbor ci dice che ad Atlanta c'è il quadro più grande del mondo, non ci facciamo caso. Siamo abituati alla mania americana del più alto, più grande, più grosso, più qualcosa del mondo.
Stamattina abbiamo fatto provviste di verdure e, dopo aver cercato invano il prosciutto crudo, mi decido a chiedere lumi all'inserviente del mastodontico supermarket, spiegandomi con un giro di parole:
- Do you know a pig?- inizio e l'inserviente brufoloso alla parola "maiale" mi dà un'occhiata storta ma annuisce per dovere professionale- If you take a leg of a pig...- continuo mentre qualcuno mi picchietta su una spalla - the whole leg of a pig conserved crude... no crude, raw...- - Il picchettio diventa più deciso e mi volto seccato: gli occhi blu intenso di una bionda mi avvolgono di luce d’amicizia e le sue rosse carnose labbra articolano in morbido inglese:
- We say that "pro-sciut-to"…- la guardo con aria cretina e lei sorride convincente- … a leg of a pig: "pro-sciut-to"! Got it? –
- I got…- farfuglio e mi faccio indicare in quale cornucopia posso trovare "the prosciutto".
C’è una bustina di San Daniele prezzata 24 dollari la libbra, che al cambio contemporaneo, fa circa centomila lire al chilo. Ripiego sul buonissimo bacon, tanto è solo per una carbonara.
- Where are you coming from? – la bionda mi tampina e la Sgnuffi finge di non accorgersene. - Rome. Italy. –
La parola "Italy" produce sempre, sulle facce americane, o un’espressione dolce sognante o una ironica sarcastica seguita dalla domanda "Mafia"? La bionda appartiene ai sognatori e mi parla di statue e di quadri finendo col dirmi di andare a vedere il Cyclorama, il quadro più grande del mondo.
Nel pomeriggio pago i canonici tre dollari for adults e un dollaro e mezzo for children ed entriamo, insieme a una folla di gente di colore, in teatro buio.
Ci sediamo in comode poltrone. Si accende un riflettore mentre tuona un cannone: sulla parete curva uno spot illumina l’esercito di Sherman nell’atto di muovere all’attacco. La pittura è molto realista e gli altoparlanti frastornano coi rombi della battaglia. Uno speaker con voce emozionata ci informa che era il 22 luglio del 1864.Il dipinto ha una profondità straordinaria. Arriva dal soffitto al pavimento e continua poi con cespugli veri e statue di soldati. Una locomotiva d’epoca passa sui binari fra la platea e il quadro aumentando la sensazione di realtà.
I nordisti attaccano mentre altre luci si accendono in crescendo: la scena è sempre frontale perché la platea lentamente ruota. La battaglia è vissuta dallo speaker con accorati accenti sudisti mentre le luci esaltano gli atti di valore dei confederati in quell'infausta giornata.
E' un'americanata, come diceva l'Italia in camicia nera, eppure ha un suo fascino e una sua presa emotiva questo succedersi di luci sulle immagini dipinte, e le migliaia di personaggi del quadro vivono come in un film.
Coi suoi 130 metri di lunghezza per 16 di altezza è davvero il più grande quadro del mondo, opera di artisti tedeschi e polacchi venuti negli States apposta per dipingerlo nel 1885, appena un anno dopo la battaglia che segnò la fine del Sud.
Mentre la vecchia Atlanta brucia nei falò vivacissimi dei pittori europei, la voce profonda del dicitore conclude con parole toccanti: "... e quel giorno finì un grande sogno!"
Esplode un eccitato applauso e si accendono le luci in platea: il quadro appare in tutta la sua maestà. Guardo le facce nere degli spettatori luccicanti di lacrime di commozione. Accanto a me un vecchio negro piange e si arrossa le palme chiare delle mani nell'applauso. Vorrei fermarlo per dirgli che il sogno morto in quel giorno del 1864 per lui era un incubo perché includeva la sua schiavitù. Ma sarebbe uno sbaglio: questi neri adesso si sentono americani, americani del Sud e fanno il tifo per il loro Paese.
Nella villa degli Edwards viene una vecchia signora nera a fare i lavori tre volte la settimana: la donna ha più di novant'anni e cammina curva. Manovra con lenta perizia scope e aspirapolvere, arrancando rigida e anchilosata come una tartaruga. A guardarla mi vien voglia di offrirle una poltrona e di fare io le pulizie, ma anche questo sarebbe uno sbaglio.
Al tramonto la viene a prendere suo nipote con una lussuosa Cadillac color crema e l'aspetta fuori dal cancello. Vado a presentarmi e l'uomo, sulla quarantina, elegante, mi stringe la mano imbarazzato.
E' un medico ma non è riuscito a convincere la nonna a non venir più a fare la serva in casa Edwards. La vecchia è testarda: in quella casa ha lavorato sua madre e anche la madre di sua madre. Non ha bisogno di denaro perché i nipoti sono ricchi e la mantengono nell'agiatezza e anche gli Edwards hanno un'altra donna, una giovane portoricana, che fa davvero le pulizie. E' un rito di nostalgia che andrà avanti finche durerà la vecchia. Stringo più forte la mano del dottore e vorrei stringerla anche agli Edwards.
Oggi andiamo a Lenox Square. Studio la mappa con Sciltian. Io alla guida e lui come navigatore. Non è semplicissimo, sbagliamo due volte strada ma alla fine giungiamo in un piazzale asfaltato largo un paio d'ettari. Il paesaggio è squallido: bassi capannoni e migliaia di auto parcheggiate coi pneumatici che si stanno liquefacendo sotto il sole rovente. Ma ormai conosciamo i segreti di Atlanta, il bello dev'essere sotto terra!
Parcheggiamo anche noi ed entriamo sicuri nel capannone più vicino, spingendo una pesante porta a vetri. Pull vuol dire tirare e push vuole dire spingere, ci sbagliamo ancora qualche volta. Uno scalone mobile ci porta verso le delizie della profondità immergendoci in un'aria profumata con musica di sottofondo. La scala ci lascia su una balconata: un mondo a più livelli si apre davanti a noi che ci affacciamo sbalorditi su di un gigantesco pozzo circolare nella cui vastità ruotano improbabili pterosauri appesi a fili invisibili, plananti con ali di plastica colorata su una vertiginosa spirale di fiori, di vetrine sgargianti, di ristoranti, discoteche, palestre, studi medici e dentistici, parrucchieri per ogni sesso, cinema e teatri.
Curatissime aiuole ci accolgono al terzo livello e mangiamo un hamburger leccandoci i polsi, seduti tra i fiori. Sciltian guarda affascinato uno pterodattilo che col suo becco dentato veleggia verso il suo panino.
Cascatelle d'acqua saltellano di livello in livello per raccogliersi poi nel laghetto sul fondo: la gente passeggia, compra, mangia, beve, chiacchiera e si rilassa senza l'assillo del traffico, dei rumori e dello smog. Mi lascio portare da antichi sogni: sono un astronauta e sono appena arrivato in questa stazione spaziale... fuori non c'è Atlanta ma il nero alieno dello spazio... qui dentro si sta bene, viene spontaneo amare quelli che condividono questo rifugio privilegiato, ci sente uniti come quando con gli amici di gioventù costruivo una capanna o andavo in tenda sui ghiacciai vergini delle Alpi. Siamo animali da tana non scimmie da savana.
I due giovani Edwards mi sfidano ad una gara di pallacanestro: una serie di tiri da varia distanza. Son trent'anni che non tocco un pallone da basket ma in tempi antichi ero stato selezionato per la nazionale giovanile. Mi metto in posizione, afferro il pallone con mani che ricordano ed eseguo un armonico tiro con piegamento sulle gambe: corto di un metro! Il cervello ha dato gli ordini giusti, non si disimparano i movimenti automatici, da qualche parte neuroni han creato ragnatele durature: non si può disimparare a nuotare o ad andare in bicicletta e neanche a tirare a canestro. Gli ordini sono giusti ma gli esecutori si sono indeboliti. Dove son finiti i miei bicipiti? E i dorsali?
I due Edwards infilano il canestro sorridendo superiorità statunitense. Sciltian tira mettendocela tutta e il primo tiro gli va bene ma gli altri sono troppo da lontano per le sue braccia sottili.
Tocca di nuovo a me: ordino al cervello di amplificare, come se il tabellone fosse posto un metro più lontano. Eseguo e il fluff della rete mi ricorda dimenticati orgasmi sportivi.
I due giovanottoni georgiani mi guardano incuriositi e io passo alla seconda postazione: piegamento e tiro. Fluff! E così dalla terza, dalla quarta e dalla quinta.
- Are you professionist? – Penso alle cene che mi pagava la Libertas di Biella quando vincevamo una partita: in un certo senso sì, giocavo per mangiare. Mi danno pacche di amicizia e rinunciano alla competizione. Sciltian mi guarda orgoglioso: ho tenuto alto il nome dell’Italia.
C’è una veranda dietro alla villa, immersa nella foresta tropicale del parco, isolata da un fine zanzariera, con due poltrone liberty e un binocolo con montatura da occhiali.
Lo inforco e guardo la giungla: le foglie paiono vicinissime ed enormi, un grosso ragno rosso balza sopra un coleottero giallo iniettandogli il suo veleno paralizzante. Seguo affascinato una liana orlata di polline d'oro su cui camminano in fila indiana centinaia di bruconi verdi e marroni muovendosi come fisarmoniche di un'orchestra lineare.
Il grosso becco di un uccello dal piumaggio blu interrompe la fila prendendosi una
fisarmonica e volando via. I bruconi ricompongono la processione con fatalità assoluta.
Una cascata di bianchi fiori carnosi è frequentata da nuvole di api, vespe e calabroni dai colori e dalle dimensioni insolite. Un colibrì si unisce alla folla, fermo a mezz'aria, sorretto dalle sue ali invisibili. Qualcosa di bruno si tuffa sull'uccello e lo agguanta con fauci da topo. L'animale precipita con la preda in bocca, spalanca le zampe e dischiude una pelle che gli fa da paracadute uscendo a vela dal campo visivo dei miei occhiali-binocolo.
Me li tolgo e guardo l’albero tornato lontano: forse la bestiola è planata sul tetto della casa, dev’essere una delle volpi volanti ospiti, come noi, della famiglia Edwards.
La notte nel giardino esplodono milioni di voci su cui predomina un coro di grilli così possente da far temere insetti da incubo. Non riusciamo a superare il clangore neppure suonando a modo nostro tutti gli strumenti della sala musica.
Mister Edwards torna dopo appena dieci giorni d'Italia. Mi saluta sorridente e mi dice che dormirà nella dependance.
-Didn't you like Italy?-
Ride: gli è piaciuta moltissimo ma non è ricco come gli italiani. Le sue ferie durano solo due settimane, nessuno ad Atlanta gode di ferie più lunghe. Non ho risposte pronte: da noi ad Agosto chiude l'Italia intera. L'ironico georgiano mi parla di Roma deserta, i bellissimi monumenti abbandonati, di Napoli così unica nella sua gente libera da qualsiasi legge compresa quella sanitaria e di quando durante la seconda guerra mondiale arrivò in Italia con l’ottava armata. Devo ringraziarlo per averci liberato?
No, il georgiano parla già del suo paese e ci consiglia una gita a Stone Mountain, il sasso più grande del mondo.
Il giorno dopo, obbedienti, siamo in fila per la teleferica che ci porterà sulla più grande massa monolitica di granito della Terra.
Stone Mountain è il ciottolo di un gigante abbandonato in mezzo ad un prato, una collina fatta di una sola pietra che porta, scolpito su un lato, un altorilievo raffigurante Jefferson Davis, presidente dei confederati, e i suoi generali Lee e Jackson. Il più grande altorilievo del mondo, of course.
Un gruppo di ragazze in fila dietro a noi ci guarda e ridacchia nel modo complice degli adolescenti. Ne fisso una dritto negli occhi grigi. Arrossisce ma non abbassa lo sguardo:
- Where are you coming from?-
- Rome.-
- Rome? Very curious, you look like foreigners!-
- But we are.-
Tutto il gruppo mi guarda perplesso, poi una dai capelli carota si illumina:
- Jesus! Rome ... Italy?- - Of course!-
Ridono a scroscetti intermittenti: c'è una Rome anche vicino ad Atlanta, costruita su sette colli in onore di quella dei cesari. Una moretta mi chiede dondolandosi sulle anche come mai potendo vivere a Rome-Italy siamo venuti a Stone Mountain-Georgia.
- To meet people.- Tutto il gruppo sorride lusingato. La teleferica ci porta sulla cima del sasso. Camminare sulla sommità tonda di Stone Mountain ci fa sentire formiche sulla cupola di un sasso di fiume. Giriamo lo sguardo su un panorama di boschi intatti, non un tetto buca il mare di foglie: gli Stati Uniti sono vuoti e disabitati per un occhio europeo.
Sul gran sasso c'è un bar ristorante con una mostra di cimeli sudisti: bandiere, coccarde, cappelli, divise grigie, armi e banconote della Confederazione. C'è un avviso appeso al muro: Warning! Non buttate queste banconote ... potrebbero servire di nuovo!
Serpeggia ancora in Georgia una vaga speranza di rivincita.
Ritorna anche la signora Edwards con la figlia: non si sono divertite al Circeo? Rispondono di sì ma con scarso entusiasmo. Le guardo girare per casa coi loro grandi culi tedeschi e decido che dobbiamo scorciare la nostra permanenza, ma il volo di ritorno è fissato per la fine del mese. Un'altra ragione per partire è che Sciltian e la Sgnuffi sono andati a curiosare nella dependance aldilà della giungla: un cottage di due stanze costruito sui rami di un grande albero, come la casa di Tarzan o quella di Qui, Quo, Qua. Ci si sale con un montacarichi elettrico, anzi ci si saliva perché la mia bionda Jane nel far su e giù ha bruciato il motore.
Sciltian ed io studiamo la grande carta dell'America del Nord che mi son portato da Roma e decidiamo per Disneyworld, vicino a Orlando, Florida.
Un'occhiata triste al vicino Cape Canaveral, diventato Kennedy e poi tornato Canaveral: quando vent'anni fa l'Apollo 11 partì per la Luna avevo sperato in un progresso rapido dei voli interplanetari per riuscire a fare, prima di morire, un giretto su Marte.
Alle dieci di sera Sciltian lamenta mal di testa. La Sgnuffi gli mette il termometro che annuncia centodue di febbre. Provo con un'aspirina ma a mezzanotte la febbre supera i centoquattro. Il termometro continua a salire e tocca i centosei che sono quasi 41 Celsius! Chiamo la signora Edwards: bisogna far venire un medico! La signora mi guarda come se non avesse capito, ripeto sillabando:
- Please, we need a doctor!-
Scuote la testa prussiana e mi spiega che i medici non vengono a domicilio. Per far visitare Sciltian bisogna portarlo all'ospedale, con l'autoambulanza, se necessario.
Avvolgiamo il Prucino (con il febbrone è tornato piccolo!) in una coperta e la signora viene con noi. Son quasi le due del mattino quando parcheggio davanti ad un pronto soccorso.
Entriamo e subito due infermieri si prendono cura di Sciltian svolgendolo e sdraiandolo su un letto in una stanza dove Varia condizionata è da inverno biellese.
- Prenderà una polmonite...- geme la Sgnuffi. Il Prucino batte i denti e ha gli occhi accesi come lampare: L'efficienza dell'ospedale si scatena lasciandomi ammirato: in venti minuti scrutano Sciltian dentro e fuori come fosse un alieno di cui scoprire i segreti metabolismi: esame del sangue, delle urine, encefalogramma, doppler, radiografie dei polmoni e dei reni. Un otorino gli illumina il fondo della gola e delle orecchie, un internista gli palpa la pancia, un urologo medita sul pipino, un cardiologo gli ausculta il torace.
Nella hall entra un nero pieno di sangue che si regge le budella con le mani e bianchi infermieri lo stendono su un lettino a ruote e partono con un'accelerazione che dà conforto.
Alle due e quaranta il medico responsabile ci chiama: ha in pugno gli esiti di tutte le analisi e sentenzia che si tratta di influenza. Poiché la febbre è ancora alta, ordina che il Prucino venga spogliato ed esposto al gelo artico della stanza. Tento una flebile protesta:
- Ah già - risponde cantilenando l’inglese della Georgia- voi europei mettete coperte su chi ha la febbre, ma quando l'organismo si surriscalda bisogna permettergli di smaltire il calore.- La Sgnuffi vorrebbe continuare la protesta ma il medico se ne va, ha altro da fare. Sciltian trema sul lettino nudo come un polletto spennato sul banco dei surgelati e mi vien freddo nonostante la giacca. La Sgnuffi guarda con gli occhi a tazzina ma non possiamo opporci a tanta sapiente efficienza. Abbiamo la sensazione di essere scesi da montagne analfabete e di essere in città per la prima volta.
La signora Edwards ci chiama al bureau: le cure son state praticate senza far domande ma non sono gratuite come in Italia e adesso la bella ragazza nera con la cuffia celeste sui riccioli blu notte vuol sapere chi pagherà.
Tiro fuori il portafoglio ma non vuole denaro perché le fatture non sono pronte, vuole solo l'indirizzo. Quando sente Italy sospira rassegnata e mi guarda senza simpatia: e la prima volta che entro in un ospedale americano? Sì. Ho il numero del Medical Care? Non so neppure che cosa sia. Dovrò farmi dare un numero se resto negli Usa. Non resterò. OK.
La signora Edwards offre il proprio recapito ma la bellissima dalla cuffia blu decide di fidarsi della mia pelata rosa e del mio sguardo onesto e dice che riceverò a Roma le fatture da pagare. Quel plurale mi fa venire i brividi ma mi passano vedendo che son passati a Sciltian: la sua temperatura adesso è di appena novantotto gradi, Fahrenheit of course, ossia trentasei gradi e mezzo Celsius. E' guarito. Il mattino di due giorni dopo siamo tutti e tre sulla grande Saab lanciati verso Orlando, dove ho prenotato una stanza ad un Holiday Inn strategicamente ben piazzato rispetto all'entrata di Disneyworld.

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