Letture Varie

TU MI DAI 'NA CASA A ME, IO TI DO 'NA CASA TE....
"Cambio villino al Circeo con due camere a Manhattan", così il Messaggero a pagina dodici su tre colonne."
Ci sono dei momenti nella vita in cui ci si sente chiamati: io ho un villino al Circeo e mi servirebbero due stanze a Manhattan!
L'articolo parla di una nuova moda: lo scambiocasa, scritto così tutta una parola: homexchange. Ci sono migliaia di americani vogliosi di Italia disposti a cedere le loro case in cambio delle nostre. Roma è in testa alle preferenze. Per ragioni storiche, penso io. No, per il film "Vacanze Romane ", dice il giornalista, e la scena della Eckberg nella fontana di Trevi ne "La Dolce Vita". C’è un recapito americano: scrivo e con venti dollari di spesa mi arriva a casa un volumetto zeppo di indirizzi e di fotografie di case.Sono migliaia di villette a uno o due piani con giardino, spesso con piscina, sempre con aria condizionata e full appliances, ossia con tutti gli elettrodomestici che per lo standard americano vanno dal microonde al congelatore passando perManhattan! lavapiatti, lavapanni, asciugatore, frigo da macelleria all'ingrosso, tritarifiuti, broiler, grill e frullatori vari.
In questi giorni c'è ancora l'URSS, San Pietroburgo si chiama Leningrado e quasi tutti i miei amici intellettuali si dichiarano comunisti convinti, ma l'appena arrivato Gorbaciov deve già aver visto questo catalogo e gli è venuto una voglia perestroika di fare un cambio casa:
"AAA. Cedesi grande appartamento al Cremlino con annessa direzione di superpotenza evanescente in cambio di un villino pressi di Berkeley, San Francisco, con possibilità di conferenze su come distruggere l'URSS senza combattere."
Nella mia villetta al Circeo l'aria condizionata non c'è, non c'è neanche la lavapiatti, il frigorifero è da 90 litri però nel giardino ho anch'io la mia bella piscina: 9 metri per 4, ma sempre piscina è!
Convoco la Sgnuffi, moglie solo davanti a Dio, voluttuosa concubina negli anni antedivorzio, degradata oggi a borghese convivente con gli stessi diritti di una qualunque moglie dal volubile e barbaro mutar di leggi, e Sciltian ancora detto Prucino, l'ultimo della covata e unico che abbia accettato di studiare l'inglese quando aveva otto anni diventando, adesso che ne ha undici, l'anglista della famiglia, la cui collaborazione per la stesura di questi "diari di viaggio" diventerà essenziale.
Decidiamo di tentare la ventura di slancio: due scambi uno appresso all'altro: una famiglia a luglio e un'altra ad agosto! Ci "faremo" la costa est, quell’atlantica, la più vicina, la più europea, come mi dice Luciano Salce scuotendo la testa.
Scuote perché, dice lui, la vita negli USA è molto cara e due mesi laggiù con moglie e figli mi costringeranno, al ritorno, ad accettare qualsiasi lavoro e a trascurare la qualità. Gli sorrido grato: il buon Luciano mi fa credito di poter produrre "qualità" semplicemente limitando la trascuratezza.
Scrivo una dozzina di lettere sperando che qualcuno risponda. Ancora non c’è la e-mail! Tre settimane dopo ho undici lettere di risposta e una telefonata drammatica: un uomo mi parla da Boston in tono allegro ed amichevole ma io non capisco un prick.
Lo prego, nel mio inglese da venti giorni di full immersion, di limitarsi a rispondere "yes" oppure "no" alle domande che farò io.
- Ti chiami Mangione e chiami da Boston?-
Non dover usare il laterale "lei" o il plurale "voi" fa sentire subito amici.
- Yes! I'm Mangiioni and I'm calling from Newton, near Boston and...-
- Stop please!- lo blocco perentorio e poi chiedo con orribile accento e sgrammaticature ignobili aggravate dall'emozione, se vuol scambiare per luglio.
- Yes! I'm just phoning to...-
- Stop!- si ferma, sento che ansima.
Gli dico che sono d'accordo per luglio e chiedo se voglia scambiare anche le auto.
- O yes. I've got a Chevrolet...-
- Stop!- lo interrompo: per i dettagli mi dovrà scrivere perché l'inglese lo leggo ma non lo capisco, specialmente per telefono senza l'aiuto del movimento delle labbra.
- Yes.- conclude un po' triste. Io invece esulto: per luglio saremo a Boston! Anzi a Newton, un paesino satellite immerso nel verde a poche miglia dalla nobile capitale del Massachussets!
Per lo scambio di agosto, studiamo attentamente le undici lettere e scegliamo quella degli Edwards, una famiglia che ci offre una villa ad Atlanta, Georgia.
Ho comprato una gigantesca carta degli States: tra Boston e Atlanta ci sono mille miglia, milleseicento chilometri per gli eurocentrici, come da Roma a Copenaghen. Si possono fare in aereo, in treno oppure in pullman. Sciltian propone di andarci in macchina ma il pensiero di guidare su quelle enormi autostrade dalle infinite corsie viste nei film, con quei labirintici svincoli che disegnano immense dalie sulle carte, mi mette un senso di angoscia acida in fondo allo stomaco.
Propongo il pullman: così vedremo il paesaggio e attraverseremo città famosissime come NewYork, Filadelfia, Washington, Baltimora...
La Sgnuffi si impunta. Impuntarsi è una sua caratteristica: vuole stare qualche giorno a NewYork.
In questi giorni lieti quando la mia bionda a forma di violino si impunta, io uso discutere violentemente per giorni prima di accontentarla, ben sapendo che ha torto, ma per la gioia di farla felice. Avendo purtroppo fatto la cosa sbagliata lei non sarà felice e dirà che é tutta colpa mia.
La Sgnuffi non sbaglia mai: costringe sempre gli altri a decidere quello che vuole lei e se è sbagliato peggio per gli altri.
Questa volta non trova opposizione e la sua determinazione bellicosa sfuma nella perplessità: siamo tutti d'accordo, staremo tre giorni a NewYork, così il viaggio in pullman sarà meno faticoso: prima tappa Boston-NewYork, seconda NewYork-Atlanta.
Mancano pochi mesi al grande viaggio, riprendiamo lo studio dell'inglese assai più motivati. Alla Panvista scelgo "Love Story" come film propedeutico: al primo passaggio sul video è un pianto. Non capisco quasi nulla, la colonna sonora è in presa diretta con tutti i rumori ambientali su cui si distende il famoso motivetto romantico che fa da leitmotiv per tutto il film. Il direttore mi dà una trascrizione dei dialoghi: così posso seguire un po' meglio, ma alcune frasi restano incomprensibili. Sorrido alla figlia del direttore che oggi veste un miniabito firmatissimo e le chiedo aiuto:
- Il protagonista ripete spesso "up yours", per me vuol dire "su vostri", tu che sei di Boston...-
Non mi lascia neppure terminare, con un luminoso ingenuo sorriso, mi risponde:
- Vaffanculo.-
La guardo stralunato e lei ride. Mi parla con l'accento anglosassone di quando Sordi doppiava Cric e Croc:
- Cosa hai capito! Non a te!- abbassa la voce arrossendo per dire "up yours", sillabe che a me suonano innocenti, e la alza allegra per dire che significano press'a poco vaffanculo.
Se ne avessi ancora bisogno, la fanciulla mi dà un bell'esempio di che significa non captare il colore delle parole.
Vedo Love Story trentotto volte ma fino alla scena in cui il medico svela al biondo Oliver Barret che la sua bruna bellissima moglie Jenny Cavalleri deve morire. Odio chi mi vuol far piangere.
Non posso evitare l'inizio col giovane vedovo che sospira "What can you say about a twenty-five year old girl who died? That she was beautiful and brilliant? That she loved Mozart and Bach, the Beatles and me?" ma poi il film prende un ritmo veloce con un dialogo allegro e scanzonato, lontano dalla versione caramellosa del doppiaggio italiano. In inglese è un bel film: comincio ad apprezzare la lingua di Shakespeare.
Con Butch Cassidy il mio morale tocca il fondo e comincia a scavare: non capisco una parola! Parlano parlano i bravi Paul Newman e Robert Redford e dicono "Yep" per "sì" e "stick around", letteralmente "incòllati intorno" per dire "rimani". La moglie del direttore mi consiglia di lasciar perdere il genere western e mi propone Cabaret con la Minnelli.
Lo vedo tredici volte ma non riesco a star dietro alla bizzarra Liza che parla con la velocità di un fucile a pompa. Il film é bello e non mi annoio mai.
Siamo a giugno e vado a fare i biglietti. Amarilli, la mia primogenita già maritata e madre di due pargoli, mi consiglia l'agenzia Nouvelles Frontières. E' un'organizzazione francese, nonostante ciò Bernard, il direttore, è gentile e competente. Il volo che costa meno è Sabena, bisogna volare Roma-Bruxelles e poi prendere l'aereo che per Boston e Atlanta. A conti fatti, anche se all'andata ci fermeremo a Boston, conviene fare il biglietto di andata e ritorno Bruxelles-Atlanta.
Per il trasferimento in pullman da Boston a NewYork e poi fino ad Atlanta dovremo arrangiarci da soli: avrò un mese intero a Boston, anche se non capisco Paul Newman riuscirò a comprare il biglietto di un autobus!
Il buon Bernard mi prenota per tre notti, a cavallo tra luglio e agosto, un'ampia camera a due letti doppi all'Holiday Inn, Manhattan, 57esima West.
Mi dà un talloncino che chiama "voucher" e pago cento dollari per ogni notte che, Bernard assicura, sono comprensivi di tutto tranne una piccola percentuale per le tasse locali.
Poiché di questi tempi il dollaro sta quasi a duemila lire, non é proprio a buon mercato. I tre giorni in più passati a NewYork mi costeranno come uno dei tre biglietti aerei che ho appena pagato. Ma quella di NewYork è un'idea mia e la Sgnuffi si chiama fuori.
Parlando con gli amici, quasi tutti cinematografari, dopo il primo entusiasmo per l'idea affiorano curiose perplessità:
- Dare la propria casa a gente che non si conosce... -
- Anche noi per loro siamo gente che non conoscono...-
- Sì, ma vedi, loro sono americani, superficiali, senza tradizione...-
Le mogli dei miei amici, femministe accanite, reduci da violente battaglie per il diritto al lavoro paritario e sostenitrici teoriche della divisione degli obblighi di cucina, di lavatura e di stiratura, (teoriche perché hanno quasi tutte una filippina che fa i lavori domestici, raramente un filippino...) arrotondano occhi stupiti e chiedono con incrinature orripilate nella voce come possiamo permettere che degli sconosciuti mangino nei nostri piatti, dormano nei nostri letti e cachino nelle nostre tazze.
La Sgnuffi dichiara che mai e poi mai permetterebbe a mani straniere di toccare le sue cose ma noi nel villino con piscina del Circeo non ci andiamo neppure d'estate perché, sceneggiatura su sceneggiatura, abbiamo comprato un'altra casetta sulle rocce, proprio dietro il faro, con una vista stupenda per accontentare la mia innamoratissima metà che ama dipingere tramonti e mari in tempesta violentemente tagliati dalla luce dei fari.
Così superiamo alla radice uno dei problemi più spinosi che affligge i nostri angeli del focolare quando si progetta uno scambiocasa: la gelosia feticista delle proprie cose.
Magari nei piatti ci fan mangiare i loro gatti, ma un americano sconosciuto no.
Nel villino con piscina di solito passano l'estate mia sorella Giusi detta Giuspi e suo marito Pino, detto Pino, insieme alla mia vecchia "mamòta" detta "marmota".
Avvertiti per tempo, si sono affittati un appartamento in una casa accanto per luglio e agosto. E' importante che vengano ugualmente a mezzo giugno per dare un minimo di assistenza agli ospiti americani. Mia sorella ha comprato un corso su dischi per imparare l'inglese ma si è fermata alla lezione numero tre perché dopo le sembrava arabo, mio cognato non ci ha mai nemmeno provato. Dovranno esprimersi a gesti perché nessuno degli scambisti sa una sola parola di italiano. Mangione una ne sa, il suo cognome, che lui pronuncia "Mangiioni".
Lascio cartelli di istruzione in inglese dovunque: come si usa la piscina, come si usa la lavapanni, come si apre e si chiude l'acqua potabile, dove si compera e come si usa la bombola del gas, dove sono i negozi, quali sono i ristoranti più interessanti della zona, quali gite sono consigliabili, come si deve prendere il sole mediterraneo, come si usa il mio Mercedes 240 diesel e come si guida in Italia (the green light is a tip, the red one means only look out and the yellow one is for gaiety...).
C'è il problema dei soldi, non quello di averli o non averli perché chi non li ha non ha nemmeno il problema. Chi li ha e si accinge a fare uno scambio casa si deve chiedere: quanti dollari devo portare?
Mi procuro una bella carta VISA, nuovissima diavoleria per questi tempi, perché negli States dicono che ci puoi pagare anche le sigarette, compro mille dollari in contanti e duemila li prendo in traveller’s chèque, che sono quegli assegni che si possono riscuotere solo rifacendo la propria firma davanti alla faccia sospettosa di un cassiere straniero dopo avergli mostrato il passaporto.
Il biglietto aereo di ritorno é già pagato, meglio avere poca liquidità.
Luciano Salce scuote di nuovo la testa: quella cifra basta appena in Italia per un mese a una famiglia di tre persone.
- Tre persone spendaccione! Oggi in banca mi han fatto pagare il dollaro 2065 lire perché nessuno ancora sa che cosa sia l’euro…-
- Fa niente. Per un americano dieci dollari sono la mancia del benzinaio... Non ti basteranno mai!-
Mi preoccupa ma per fortuna non mi convince. Anche il bravo Luciano è travolto dalla nostra sottocultura sinistrorsa antiamericana: la prima volta che farò il pieno negli Stati Uniti pagherò 16 dollari per la benzina e scoprirò che non si lasciano mance al benzinaio perché chi non usa il self service paga qualche cents in più per litro.
Una settimana prima della fatidica partenza, vado con la mia auto al Circeo e la parcheggio davanti alla villa, poi torno a Roma con Riccardo, il marito di Amarilli, di simpatie giovanili missine che gli hanno lasciato uno strascico di antiamericanismo destrorso e ha deciso per la Grecia: sane vacanze alle origini della nostra romana civiltà. Insomma sia da destra che da sinistra arrivano sconsigli al mio viaggio americano.
L'ultima notte a Roma non riesco a dormire. Mi rombano nel cervello frasi come " How do you do?", "I am coming from Rome", "I am Italian and my name is Ernesto", "I am a writer, a ....." come si dice sceneggiatore? In preda al panico balzo dal letto e mi tuffo sul dizionario: si dice "screenplayer"!
Torno a letto ma subito altre frasette mi assalgono: "I like America very much", "How much for this?","I want a ticket to go...", "Is this NewYork?" e che diavolo, saprò riconoscere NewYork!
Ho comprato tre guide della città e le ho studiate con attenzione, e poi ho già una certa pratica.
Non sono mai stato a NewYork, ma prima che il cinema mi ammettesse nel ristretto cerchio degli scrittori pagati, usavo (questo è "I used to...", spesso mentre parlo in italiano sorprendo il mio cervello che traduce in inglese, automaticamente, per conto suo. Non so se è bene o se è l'inizio di una crisi nervosa), stavo dicendo, I was saying, che prima di guadagnare col cinema, per mangiare scrivevo, con pseudonimi americani, libri gialli ambientati a NewYork. Per renderli credibili mi ero comprato una pianta della città e così potevo far correre Jack Migol, il detective dalla vendetta facile, con la sua spider rossa giù per la Bowery, farlo girare a destra per Canal Street e fargli imboccare l' Holland Tunnel senza timore di contestazioni topografiche.
Poiché di gialli falsamericani ne avevo scritti tanti, mi ero impratichito di NewYork e adesso quando le guide mi confermano che sulla First Avenue si può mangiare il filetto alla romana, vitello tonnato e "pastas" al ristorante Parioli Romanissimo e che all'incrocio tra la Central Park West e la 79esima c'è il museo di Storia Naturale col planetario, mi sembra di esserci stato.
Ho localizzato decine di negozi, di palazzi, di musei, di club e di ristoranti per cercare di darmi coraggio e di sentirmi meno straniero quando formicherò sul fondo di quei canyon di vetrocemento in mezzo a yuppies e homeless di ogni razza senza capire una parola di quel che mi diranno.
Si incrociano le ultime lettere di conferma con gli scambiatori americani: com'è il clima in Italia d'estate? Very nice. Com'è il mare? Very clean. Che fare contro la mafia? Nothing, come i nostri governi.
Chiedo ai Mangione di Newton come sono i neighborougs e mi rispondono che sono tranquilli. Gli abitanti? Cordiali! Boston? Bellissima e sicura. Anche da Atlanta identiche risposte. Via col vento!
Sergio Leone si liscia la barba poi fa un po' di ginnastica nervosa aprendo e chiudendo le mani:
- Quando abbiamo girato "Il Mio Nome é Nessuno" a New Orleans abbiamo dovuto pagare la mafia locale per evitare guai e a New York c'è un morto ammazzato ogni dieci minuti.-
Alzo le spalle stoico:
- Tanto a NewYork ci staremo solo tre giorni...- scoprirò anni dopo che la mafia il povero Leone l'aveva nella troupe italiana che gli fece credere di aver dovuto pagare centomila dollari ad un'inesistente padrino di New Orleans.
Tonino Valerii, il regista che ha guardato negli occhi Henry Fonda mentre diceva battute scritte da me, ora mi fissa pieno di apprensione:
- E le bombe?-
Siamo a quello che ci sembra il boom del terrorismo arabo ed è un boom che esplode con tremenda frequenza anche se nessuno pensa ancora alle Twins. Rassicuro Tonino enumerando sulle dita le precauzioni prese:
- Primo: passaporti italiani perché dopo Sigonella gli arabi ci amano. Secondo: linee aeree non statunitensi, non ebraiche e non inglesi per evitare l'IRA e non spagnole per evitare l'ETA. Terzo: via Bruxelles che é la rotta più tranquilla e quarto se scoppierà una bomba sull'aereo nemmeno ci accorgeremo di morire. -
- Io vado a fare i bagni a Roseto.- conclude in tono saggio Tonino. Non l'ho convinto.

©2017 Ernesto Gastaldi. All Rights Reserved. Designed By GiorgiOnline

Search