Labirinto

Il signor Molineri accetta l'invito del signor Ormezzano: la prossima estate andrà con la famiglia a passare qualche settimana nella sua villa in mezzo ai pini, sulle montagne di Mosso Santa Maria, nelle prealpi biellesi. Un'amicizia nata sugli affari: l'Ormezzano produce panni di lana e Molineri li vende. Per questo Giovanna Molineri, sedici anni appena compiuti, corre ridendo e tenendosi le falde dell'ampio vestito lungo il pendio erboso in una festa di margheritine bianche. La insegue Pietro Sella, un vicino di casa degli Ormezzano, di qualche anno più vecchio della ragazza, che con lunghi atletici balzi arriva ad afferrarle le cocche del grande nastro rosa che le avvolge la vita. Giovanna incespica e ruzzola fra le margherite e Pietro è su di lei. Il contatto dei corpi spegne le risate. Pietro si perde nello sguardo azzurro di Giovanna che riflette il cielo che li sovrasta percorso da veloci nuvole stracciate da un vento che ha già un sapore di pioggia. Il riflesso azzurro negli occhi della ragazza s'offusca, il suo respiro ansimante per la corsa, si ferma: le mappe emotive del suo cervello profondo hanno il sopravvento sugli automatismi che tengono vivo il corpo, per qualche secondo le funzioni primarie restano in sospeso dandole una sensazione acuta di precarietà universale.
 
Pietro le sfiora una guancia appena velata di cipria e poi posa le sue labbra su quelle carnose vermiglie socchiuse di lei.. Giovanna non ha mai baciato né visto altri farlo: chiude la bocca ma sugge profumo dai baffi biondi di Pietro inebriandosi.
 
Le nuvole schiacciate dal vento le une sulle altre si ispessiscono incupendosi e la pioggia comincia a cadere, fitta e sottile. Pietro solleva Giovanna fra le braccia e la porta di corsa in un piccolo fienile in fondo al pendio. Quattro pile di mattoni non incalciati sorreggono un telaio di legno coperto da foglie di mais che fa da tetto ad un grosso cumulo di fieno falciato un mese prima e che odora di erba in fermentazione.
 
Pietro poggia Giovanna sul fieno e la bacia di nuovo, forzandole le labbra con la lingua. Giovanna sgrana gli occhi per lo stupore ma poi si abbandona al nuovo piacere di quel contatto profondo e insospettato. Pietro ansima per l'eccitazione e scende con le labbra a baciarle l'attaccatura del seno generosamente offerto dal bustino. Giovanna è in trance, non oppone resistenza, non partecipa, sopraffatta dalle nuove sensazioni che hanno invaso il suo corpo, nuove mappe emozionali si formano caotiche e prepotenti senza trovare risposte corticali adeguate: vaghe idee di religione, confusi pensieri di peccato, nulla che bilanci la geneticamente predisposta risposta femminile alla sollecitazione del maschio.
 
Pietro si ferma alle carezze e non possiede la ragazza come potrebbe fare. Pietro ha già avuto rapporti sessuali: la prima volta con la giovane cuoca di casa dalle enormi natiche che aveva riso mentre la montava senza smettere di impastare le patate per i gnocchi della festa. La seconda volta in una casa di piacere di Torino trascinato, imbranata matricola, dai goliardi dell'Università e obbligato a pagare per tutti e a consumare mentre gli amici lo schiaffeggiavano sul culo, la terza con una lavorante di suo padre su una panca dei giardini pubblici di Biella. Del terzo rapporto aveva un brutto ricordo perché si era infettato e aveva dovuto bere decotti amari per tre mesi. Pietro si ferma alle carezze perché Giovanna è ingenua, bellissima e pura.
 
Quando la ragazza riprende il controllo arrossisce di vergogna per quello che ha fatto e che stava per fare e corre fuori sotto la pioggia. Pietro la raggiunge sussurrandole parole d'amore. Giovanna si china, strappa una margherita, gliela infila nell'occhiello della giacca e fugge verso casa senza più voltarsi indietro.
 
Per tre anni gli Ormezzano non invitano più i Molineri e nell'estate del quarto anno è Giuseppe, fratello di Pietro, che presenta Giovanna in famiglia come sua fidanzata. L'ha conosciuta a Torino e se n'è innamorato. Giuseppe e di cinque anni più giovane di Pietro, bruno, simpatico, col volto incorniciato da folti basettoni che si uniscono ai baffi con due anse armoniche. Nessuno nota l'imbarazzo di Giovanna nel porgere la mano a Pietro, né l'emozione di lui al contatto di quelle dita morbide.
 
Attorno alla lunga tavola da pranzo i convitati parlano di Napoleone: la notizia della sua fuga dall'Elba è arrivata a Biella da poche ore. Pietro che è stato a Parigi un mese prima sostiene che è la grande miseria in cui è piombata la Francia dopo la sconfitta dell'imperatore a spingere i francesi a sognare di nuovo un sogno che non ha più possibilità di realizzarsi.
 
- Napoleone corre verso la sua rovina finale e tutti noi con lui.- dice con grande foga- Parigi è invasa dai prodotti inglesi, particolarmente nel campo delle stoffe i prodotti di oltremanica hanno distrutto il mercato e fatto fallire tutti gli artigiani parigini. Qui faremo la stessa fine. Guardate...- Pietro mostra un campionario di panni di lana che solleva mormorii di ammirazione nei commensali, tutti fabbricanti di stoffe - Nessuno al mondo è in grado di fare concorrenza a stoffe di questa qualità e le vendono a prezzi d'un terzo più bassi dei nostri panni grossolani...- Pietro si alza in piedi, eccitato - Gli inglesi hanno nuove macchine e nuovi filati, o noi ci adeguiamo o dovremo cambiare mestiere.-
 
- Adeguarci come?- chiede uno Zegna che ha venti telai nella vallata di Trivero.
 
- Dobbiamo avere anche noi le nuove macchine e le nuove lane.-
 
Il parroco scuote la testa: tra gli eretici di Albione e il libero pensatore Napoleone dio sceglierà il secondo che tornerà sul trono e metterà le cose a posto. La teoria del prete trova ampio consenso, Pietro vorrebbe ribattere ma sua madre taglia corto e propone di prendere il caffè in veranda. Tutti si alzano. Solo Giovanna continua a fissare Pietro ma egli sa che non è per il fascino delle sue idee.
 
Più tardi, dopo il brindisi fatto col ratafià di ciliegie selvatiche, Giovanna e Pietro passeggiano nel parco.
 
- Io non sapevo che Giuseppe fosse tuo fratello...- bisbiglia Giovanna ma Pietro la ferma:
 
- Non dire nulla, il destino ha scelto bene. Giuseppe è un bravo ragazzo, più vicino a te per età e soprattutto libero di dedicarsi ad una donna e metter su famiglia.-
 
- Tu che legame hai?- chiede Giovanna alzando i suoi occhi in quelli di Pietro.
 
- Sono diventati blu...- le sussurra Pietro emozionato e Giovanna non capisce subito, poi gli sorride lusingata:
 
- Come te li ricordavi?-
 
- Azzurri come il cielo di quel giorno...-
 
Giovanna abbassa le palpebre e sospira:
 
- E' stata la più grande emozione della mia vita, forse perché era il mio primo bacio...- Pietro l'afferra e la bacia in bocca: a lungo, vorace, disperato. Giovanna si stacca da lui con violenza:
 
- No. Se tu mi ami rompo con tuo fratello, ma non così.-
 
Pietro indietreggia di un passo:
 
- Scusami, non succederà più. Io non posso sposarti, io devo... io voglio convincere la mia gente ad unirsi, a costruire grandi fabbriche o sarà miseria per tutti. Domani partirò per Londra, voglio vedere quelle loro nuove macchine e poi la lana, le nostre pecore non danno una lana così fine, mi han detto che gli inglesi la comprano in Ungheria e io dovrò andare là. Non so per quanto tempo.-
 
-Se vuoi aspetterò-
 
- No. Non posso chiedertelo. Potrebbe essere troppo lungo. Te l'ho detto: il destino ha scelto bene. Sposa Giuseppe. Sarai sempre nel mio cuore come la cosa più dolce della mia vita-
 
Pietro se ne va e Giovanna resta col cuore in subbuglio: l'eccitazione violenta di quel giorno d'estate l'ha sfiorata di nuovo, se non avesse interrotto subito quel bacio il suo corpo si sarebbe abbandonato come quella volta sul fieno. Per tutta la notte la donna non riesce a dormire ma al mattino non c'è più scelta da fare: Pietro è partito per l'Inghilterra. A mezzogiorno i genitori di Giovanna e quelli di Giuseppe firmano il contratto di fidanzamento e le nozze vengono fissate a sei mesi data.
 
Pietro Sella ha fatto scrivere nelle sue lettere di credito di essere un commerciante di stoffe, non un fabbricante e così, fingendo di nulla capire di meccanica, gira per le fabbriche inglesi a guardare tessuti e filati, osservando in realtà macchine, ingranaggi, navette, spole e sistemi di trasmissione. Di giorno finge di guardare le stoffe e di notte, in albergo butta giù gli schizzi dei macchinari.
 
Il 17 giugno a Waterloo piove a dirotto e Napoleone non può attaccare Wellington dando così tempo a Bluecher e alle sue truppe di raggiungere gli inglesi prima della sera del giorno dopo e capovolgere l'esito della battaglia. Un temporale infrange per sempre il sogno napoleonico e tutta l'Europa cade in una forte depressione economica.
 
A Londra si festeggia ma Pietro vede avverarsi le sue previsioni, le lettere che riceve da casa gli portano brutte notizie: nelle valli biellesi il lavoro è quasi nullo e la fame miete vittime tra vecchi e bambini. Giovanna organizza mense per i poveri ma è una briciola di sollievo in un baratro di disperazione. Le stoffe inglesi invadono i mercati, il Piemonte si difende alzando i dazi ma un fiorente contrabbando mette in ginocchio i fabbricanti di panni di lana de Biellese. Pietro risponde con brevi lettere generiche, in cui per prudenza non parla della sua attività di spionaggio ma fa capire che le cose procedono bene e invita a tener duro.
 
Pietro è affascinato dalle grandi ruote a pale che, immerse nella corrente del Tamigi, fanno girare alberi metallici lunghi cinquanta metri che muovono dozzine di telai. Quelle ruote a pale dal diametro di venti metri arrivano via mare dal Belgio e Pietro legge su una targhetta d'ottone: Officine Cockerill. Ormai ha un dossier di schizzi di macchinari sufficiente per impiantare una fabbrica sul modello di quelle inglesi e va a Bruxelles per trattare coi padroni delle fonderie Cockerill: il solo costo di una grande ruota e degli alberi di trasmissione assorbirebbe una discreta parte dei beni di famiglia e l'altra parte verrebbe consumata dal costo del trasporto.
 
Pietro torna a casa per riunire il consiglio di famiglia: nelle valli biellesi la situazione è drammatica, chi è potuto è andato all'estero a cercar lavoro e manda a casa qualche soldo, gli altri sono alla fame e coperti di stracci per difendersi dal freddo: il colmo dell'ironia, i più famosi fabbricanti di panni di lana d'Italia non hanno più nulla da mettersi addosso.
 
Giuseppe è innamoratissimo di Giovanna, ma non hanno ancora avuto figli. Tutti i membri della famiglia devono decidere se investire o no nel progetto di Pietro: anche il fratello maggiore che fa il medico e non si interessa di stoffe, perché è in gioco il benessere di tutti. Il piano di Pietro appare troppo audace: fare attraversare le Alpi all'enorme ruota ricorda il passaggio degli elefanti di Annibale. L'impegno finanziario è tale da mettere in gioco tutti gli averi della famiglia. Solo Giovanna perora la causa di Pietro e lo fa con tale foga da insospettire il marito. Nel carattere chiuso e duro dei montanari non c'è spazio per manifestazioni di gelosia e Giuseppe si fida in modo assoluto della rettitudine di Pietro e per togliere Giovanna dall'imbarazzo diventa anch'egli sostenitore del progetto del fratello. Tuttavia il resto della famiglia preferisce prendere tempo: importare grandi macchine non significherà togliere lavoro agli artigiani? La gente capirà? Accetteranno di chiudere le loro botteghe per diventare operai?
 
Pietro tenta di fondare una società tra i fabbricanti di stoffe del Biellese per la costruzione di una grande fabbrica ma essi per tradizione si limitano ad organizzare le botteghe, fornendo il filato e ritirando le stoffe e non gradiscono l'idea di rinunciare alla propria libertà. Temono sia il successo che l'insuccesso dell'idea di Pietro perché in entrambi i casi dovranno rinunciare al loro mestiere e il Biellese tornerà ad essere la zona agricola pastorale a bassissimo rendimento, piena di morti di fame, com'era nei secoli passati.
 
Giovanna introduce Pietro presso la famiglia di un senatore del regno ma il solo appoggio governativo che riesce ad ottenere è il permesso di importazione della grande ruota.
 
Se la cosa si fa dev'essere la famiglia Sella a correre tutto il rischio. Giovanna firma per prima e Giuseppe per secondo: gli altri seguono per non essere da meno.
 
Pietro riparte per Bruxelles, un ingegnere disegna i pezzi dei macchinari ispirandosi ai suoi schizzi, spesso migliorandoli su suo consiglio, e nella primavera seguente la grande ruota è pronta ma non esistono carri adatti al trasporto su strade in pendenza di un oggetto così grande e pesante e Pietro inventa un nuovo treno di ruote a più assi snodati e bloccabili con una batteria di freni a zeppa e a tirante.
 
La processione dei carri carichi di macchinari, seguiti da quello lunghissimo e articolato che porta l'immensa ruota attira la curiosità di tutti i paesi della Francia e della Savoia. La carovana affronta il passaggio delle Alpi a metà settembre: per arrivare da Bruxelles al Passo del Gran Sambernardo i carri hanno impiegato tre mesi, quasi un mese più del previsto poiché spesso il carro con la ruota a pale non passava per le strade strette dei villaggi e han dovuto aggirare molti abitati. Settembre sulle Alpi è già brutta stagione: una nevicata blocca i buoi e i cavalli del traino. La traversata diventa epica e tremenda: muoiono uomini e animali, ma il 5 di ottobre il carro con la ruota si arrampica verso Mosso Santa Maria tra due ali di gente silenziosa e torva. L'arrivo di quel mostro non sembra entusiasmare nessuno degli emaciati biellesi.
 
La costruzione della fabbrica è lenta e complicata e bisognerà aspettare l'estate seguente per calare la ruota nelle acque turbinose dello Strona.
 
Gli incontri tra Pietro e Giovanna sono formali e cortesi ma a Giuseppe non sfugge la tensione disperata dei loro sguardi anche se mai permettono alle loro mani di sfiorarsi più di quanto non richieda la buona educazione.
 
Giuseppe soffre, preso tra la rabbia e l'ammirazione: la sua adorata Giovanna ama Pietro ma domina la sua passione in modo irreprensibile per non far torto al sentimento dolce che la lega a lui e alla parola data davanti a Dio. Giuseppe sa che Pietro ha un carattere ferrigno, erede di una moralità valdese avuta per sangue di nonna materna, che non permette cedimenti, tuttavia conosce anche la violenza delle sue passioni totalizzanti di cui la fabbrica che sta nascendo sul greto roccioso del torrente ne è una prova.
 
Pietro si farebbe ammazzare piuttosto che fare onta al fratello ma sente di non poter resistere alla tentazione se vive accanto a Giovanna e una notte, dopo esserci rigirato per ore nel letto davanti al grande camino con la bocca di terracotta, dopo aver bevuto due bottiglie di vino per stordirsi, aver infilato la testa in una botte d'acqua gelata per calmarsi, salta sul cavallo e parte per Torino.
 
Di là scrive una lettera ai fratelli Giuseppe e Bartolomeo affinché seguano con gli ingegneri il montaggio delle macchine mentre lui passerà l'inverno in Ungheria a caccia di lane più fini di quelle biellesi perché senza lana di qualità anche le nuove macchine non basteranno.
 
Giovanna sa il perché di quella nuova improvvisa partenza e anche Giuseppe ne intuisce il motivo.
 
Pietro arriva a Natale nella puszta ungherese: il freddo è tremendo, i pastori ci sono abituati e dormono in capanne simili agli ovili delle loro pecore. Pietro percorre centinaia di chilometri attraverso la grande pianura comprando velli di interi greggi che imballa e manda a Pest in attesa del ritorno.
 
A Pasqua dell'anno seguente la grande ruota viene calata nelle acque del torrente e prende a girare sollevando un'esclamazione di stupore della folla cenciosa che assiste all'operazione: la situazione economica della valle è ormai disperata. L'arrivo della nuova carovana guidata da Pietro Sella, questa volta composta di carri colmi di balle di lana sucida, è la salvezza ma la gene non capisce e non è facile convincere i più bravi a rinunciare alla loro indipendenza per collaborare nella fabbrica dei Sella. Ma la fame è una consigliera pressante e gli artigiani, a capo chino, entrano nel salone accanto al torrente guardando con sospetto quei lucidi cilindri di ferro che girano mossi dalla ruota spinta dall'acqua.
 
Si comincia a lavorare e i risultati sono subito buoni: il nuovo panno di lana è morbido e leggero, quasi come quello inglese e coi salari bassissimi che accettano gli affamati biellesi, costa anche meno.
 
Il mercato si riapre, gli ordinativi fioccano e gli esponenti di altre famiglie benestanti si recano a vedere la nuova fabbrica dove Giuseppe non fa segreto di nulla, anzi aiuta tutti a capire il nuovo modo di produrre, senza preoccuparsi della concorrenza futura.
 
Pietro è di nuovo in viaggio, sempre alla ricerca di lane più fini, sempre in fuga da Giovanna: più il tempo passa più la sua passione per lei aumenta.
 
Quando nasce la seconda fabbrica nella valle, ormai la prosperità è tornata, la fame è scomparsa e la gente crede di star bene: lavora sedici ore al giorno e guadagna abbastanza per comprare pane e latte per la famiglia, un po' di fagioli e di vino, qualche chilo di polenta e due polli, uno a Pasqua e uno a Natale. Chi si ammala è perduto. Chi si fa male è fottuto. Chi è vecchio biascica le scorze di pansecco che a volte avanzano in casa.
 
Pietro torna con una brutta febbre e un carico di lana sopraffina. Giovanna aspetta un bambino e Pietro ne è felice. Bartolomeo, il fratello medico, lo visita preoccupato, cerca di fare l'allegro ma Pietro sa di essere grave eppure non ne soffre: si è prefisso una meta e l'ha raggiunta, non ci riesce quasi nessuno anche vivendo a lungo.
 
Giovanna chiama altri medici che le dicono che il cognato non vedrà la prossima primavera. La donna assiste Pietro con la disperazione di chi sa di avere poco tempo e Giuseppe non ha più alcun sentimento di gelosia, solo di grande pietà per la sua amatissima Giovanna e il suo amatissimo fratello morente.
 
Il giorno prima di spirare Pietro afferra una mano di Giovanna che trasalisce scossa da un tremito. Pietro le sorride nella sua magrezza ispida e grigia, mostrando i suoi denti usurati e scuri di tabacco, con una luce birichina che brilla nell'acqua dello sguardo incorniciato dalla congiuntiva allentata e rossa:
 
- Hai fatto bene a non aspettarmi... la mia missione era lunga come la mia vita.-
 
Giovanna non risponde, lo fissa con le sue iridi blu scuro e una spina tremenda che le tortura il cuore: la spina del rimorso per quel che non si ha fatto, il dolore per il peccato non commesso, la sensazione che nulla di quel che ha perduto mai potrà riavere. Paradiso e inferno sbiadiscono nel suono delle parole vane.
 
Pietro muore senza dire altro. Giovanna singhiozza e Giuseppe la abbraccia:
 
- Gli hai voluto molto bene, vero?-
 
Giovanna annuisce. Giuseppe la accarezza tenero e la sua mano si ferma sul ventre di Giuliana arrotondato dalla maternità:
 
- Una vita va e una nuova viene. Così ha voluto Dio. -
 
Giovanna lascia che le lacrime le colino lunghe le guance, si aggrappa al marito e si stringe a lui: vorrebbe urlargli che si meritava una donna migliore, una donna davvero innamorata di lui, una donna che non abbia sempre pensato ad un altro. Ma le sue labbra non si muovono: le sue mappe emotive sono imbrigliate quasi geneticamente da quelle corticali di autocontrollo. Giuseppe non ha bisogno di parole. Le accarezza a lungo i capelli finché sente che si è calmata, allora la scosta un poco da sé per guardarla negli occhi. Le sorride:
 
- Hai deciso il nome?-
 
- Mi piacerebbe chiamarlo Quintino. -
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