Labirinto

LA FINE DELL’ETERNITA’

Roma dorme.
La calura del meriggio brucia i ruderi milionari, calcinati dal sole. È l’ora in cui l’aria sembra stagnare immobile sui ricordi della civiltà passata. Forse è il flato dei cesari, quello dei milioni di cives. Forse è l’aria pregna del sudore delle legioni quella che pesa nostalgica sulle colonne smozzicate dei Fori.

E’ un cimitero di ricordi.
Come un formicaio distrutto, con i corridoi e le celle scoperchiate, in quest’ora muta Roma mostra le aride ferite che, barbari scomparsi le hanno inflitto lungo tutte le ere. E come in un formicaio seccato dal sole si aggirano fra gli inutili resti instancabili e stupidi coleotteri.
La luce penetrante dell’astro scalda pavimenti costruiti per essere sfiorati dai passi segreti delle vestali, pietre calcate dal piede vittorioso del gladiatore, consunte dal sandalo dei sacerdoti. Sfacciatamente illumina muri di celle eternamente buie, arti marmorei di dei caduti in disgrazia.

Come coleotteri grattano fra i ruderi sudati anglosassoni. Gambe arrossate dal sole, fazzoletti sui riccioli biondi, scomposti. E piedi. Enormi piedi di barbari inciviliti che riportano a Roma un po’ della sua civiltà ruminata per dieci secoli tra le nebbie del nord.

Per i romani di oggi è l’ora sacra quella della pennichella. Possono ben dormire, non avere fretta, in questa città dove il tempo si ferma sulle piazze e nelle strade. Dove si respira eternità.

MANCANO VENTI MINUTI ALLA FINE

Io sono Romolo, l’autista di Sua Eccellenza il Ministro degli Affari Esteri.
Sono solo al mondo e vecchio. Non mi attirano più né il vino né le donne. II mio animo è placido e inoffensivo come una pozza d’acqua ferma. Mi sembra di essere sempre stato così: solo, placido e inoffensivo.

Roma è la mia sola amica. Le voglio bene anche quando, come adesso, il Ministro mi manda in giro all’ora della pennichella. Roma sbadiglia con me: sola, placida e inoffensiva.

Non m’interessano le cose degli uomini, non mi piacciono le loro lotte, non capisco i loro vizi.

Il Ministro vuole che gli porti la moglie e la figlia davanti alla porta del ministero. Ci vuole tutta 1’autorità del mio berretto con la greca per indurle a vestirsi e venire con me.

La moglie del Ministro è nervosa per l’assurda chiamata del marito. La figlia brontola perché aveva un appuntamento col suo ragazzo.
Io non so niente e non posso rispondere alle loro domande.
Io sono Romolo, l’autista del Ministro degli Affari Esteri Primo Ministro degli Affari Propri.

MANCANO QUINDICI MINUTI ALLA FINE.

L'ampio piazzale, accecato dal sole, sembra una grande tovaglia candida.
Sopra, una grossa mosca nera: la Mercedes del Ministro. Dentro alla Mercedes un uomo e due donne sudate.

Romolo suda in pace con se stesso e il mondo, le due donne sudano lottando con specchietti e eyeliner contro il liquefarsi dei loro volti falsi.

Un’altra mosca nera corre rapida sulla tovaglia, affiancandosi alla Mercedes. Frena con un lamentoso stridio e lascia nell’aria puzza di gomma bruciata. Dalla nuova auto scendono tre signori anziani dall’aria stravolta. Gridano a Romolo di accompagnarli nell’ufficio del Ministro. La moglie e la figlia del Ministro, lanciano le loro domande stridule e scortesi, ma i tre non rispondono. Afferrano Romolo e se ne vanno verso il grande palazzo. Nei loro occhi c’è un riflesso allucinato.

Io, Romolo, mi lascio spingere e faccio strada ai tre nel labirinto del Ministero. Ognuno di loro ha un tesserino azzurro e nessuno ci ferma. Qualche usciere sonnolento ci lancia un’occhiata apatica e poi torna al suo oblio.

Il Ministro è in piedi davanti a un telefono rosso posato sul grande tavolo intorno a cui siedono altri uomini.
Nessuno riesce a staccare gli occhi dal telefono. Sudano e le gocce di sudore colano dentro i colletti della camicie.
Il Ministro alza il volto all’ingresso mio e dei signori dall’incredibile fretta. Scuote il capo e torna a fissare il telefono.

I tre che ho guidato restano rigidi ad attendere. Anche i loro occhi si fermano sul telefono. Tutta la stanza, tutto l’universo sembra aver trovato il suo centro in quel telefono rosso.

II Ministro guarda l’ora e sospira. Anche gli altri tre guardano i loro orologi. Il mio fa le due e tredici minuti.


MANCANO DODICI MINUTI ALLA FINE

Parlano fra loro di cose che capisco solo a tratti. Dicono che l’ultimatum è stato trasmesso da Pechino ma che il governo cinese sostiene di non saperne nulla, proprio adesso che Russi e Americani hanno firmato per il disarmo nucleare.

L’ultimatum è sconvolgente: le grandi metropoli dell’Occidente sono state minate con bombe atomiche da cento megatoni. Le bombe sono state portate e montate un po’ alla volta e ora basta un impulso radio per innescarle. Inutili i missili antimissili, inutili i satelliti, inutile lo scudo stellare .
Il dictat è chiaro: disarmo atomico mondiale completo.

La scelta è caduta su Roma. La distruzione di Roma avrà uno scopo dimostrativo come Hiroshima. A meno che Russia, America, Francia, India, Pakistan, Israele e tutte le altre nazioni che hanno armi nucleari non disarmino.
L’ora zero per Roma è 2,25 PM, ossia le quattordici e venticinque di oggi.

MANCANO DIECI MINUTI ALLA FINE

Non c’è stato tempo neppure per riunire le Camere. Il presidente americano e gli altri governanti si parlano da due ore. Il destino di Roma è nelle loro mani.

Qui nessuno sa niente. Ora capisco perché il Ministro mi ha fatto portare qui sua moglie e sua figlia. I romani vivranno l’ultimo secondo della loro storia bimillenaria senza sapere che è l’ultimo, sorpresi e cancellati nei pensieri e nei gesti più quotidiani.
Non c’è altra soluzione: un’evacuazione della città è impossibile nei pochi minuti che mancano allo scoppio.
Io sono solo al mondo e ho vissuto, ma mi dispiace per Roma, tanto.

I tre che ho portato dal Ministro devono essere scienziati perché adesso stanno parlando di megatoni e di strappo nel continuum spaziotemporale.

Mi pare di capire che al posto di Roma ci sarà un buco radioattivo profondo trecento metri di largo quindici chilometri.
Loro continuano a parlare e a sudare.
Io mi avvicino alla finestra e guardo fuori: voglio godermi questo spicchio di panorama col Tevere che cola biondastro sotto i ponti. Chissà se sparirà anche lui. Voglio guardare tutto bene, ficcare tutto nel cervello, anche se sarà bruciato anch’esso con tutto il resto.
Suona il telefono rosso.

MANCANO OTTO MINUTI ALLA FINE

Nessuno si muove, poi il Ministro allunga una mano sul ricevitore e lo alza. Con voce tremante ammette:

Hallò….

Ascolta quello che gli dicono dall’altra parte del filo. Pochi secondi. Gli occhi gli si riempiono di lacrime. Molla il ricevitore e grida :

Vogliono vedere se è un bluff! Scoppierà! Viaaa!-

Tutti si danno alla fuga verso gli ascensori e le scale.

Il Ministro mi afferra per un braccio. Mi mette sotto il naso il suo orologio:

- Otto minuti -sibila- Otto minuti per salvare la pelle! -

Mi spinge brutalmente verso la porta. Attraversiamo il corridoio correndo e ci precipitiamo lungo le scale fino di sfociare nel piazzale assolato. Un usciere cerca di fermarci, ma il Ministro tira fuori una pistola e il poveretto spalanca gli occhi più per l’assurdità del gesto di Sua Eccellenza che per la paura.

Saltiamo sulla macchina. Le due donne l’aggrediscono con cento voci. II Ministro zittisce la figlia con uno schiaffo e la pistola che tiene in pugno fa tacere la moglie: il suo terrore è contagioso

Via! - mi urla
Per dove?-
Dove vuoi. Vai via da Roma!-

Innesto la marcia e parto a cento all’ora. Adesso la moglie del Ministro piange. La figlia supplica il padre, rigido come una statua, ripetendo sempre la stessa inutile domanda:

Perché? –

Col clacson premuto imbocco 1’Aurelia a centottanta all’ora. San Pietro è già lontano. I pochi vigili fermano il traffico per darmi via libera.

MANCANO SEI MINUTI ALLA FINE

Verde, giallo, rosso. Avanti, avanti, avanti.
Niente ha più senso. Quelli che vedo dai finestrini non sono persone, sono spettri di morti. Anche noi siamo spettri.

Vorrei gridare a quella donna con un bambino in braccia di abbracciarlo forte.
E a quel meccanico di smetterla di affannarsi.
E a quel mendicante di non chiedere più.

Orologi. Dappertutto orologi. Si fermeranno tutti alla stessa ora.

Una vecchia attraversa la strada. Non faccio in tempo a scansarla. Il suo corpo vola a una decina di metri di distanza e il suo sangue mi schizza sul parabrezza.
Il Mintstro mi urla nelle orecchie e mi preme il revolver contro la nuca

- Non rallentare! Via! Via! Non hai ucciso nessuno! aveva solo quattro minuti di vita… quattro maledetti minuti! Via!-

Ho ucciso una donna. Io che non mangio carne perché voglio bene alle bestie. Eppure sono calmo ma sento le guance bagnate di pianto. Continuo la fuga pazza urlando dal finestrino a tutti quelli che passano:

Siete tutti morti! Siete tutti morti!!!- Qualcuno mi fa le corna. Qualcuno ride.

Accelero ma il fungo ci prenderà lo stesso. E sento che è meglio così, non voglio sopravvivere a Roma. Cinque milioni di gradi han detto, non ce ne accorgeremo neppure.
Un garzone su un triciclo mi urla di andare a morire ammazzato. E quel che sto facendo ma l’urlo così romano mi accende una speranza: è se fosse tutto un bluff?

MANCANO TRE MINUTI ALLA FINE

Cominciano i campi. Guido sempre alla massima velocità rischiando cento volte di sbattere contro le auto che mi incrociano.

Dei contadini lavorano. Piantano qualcosa. Grido loro che non è più tempo di semi. Non capiscono, ma non sarà mai più tempo di semi.

Le due donne frignano e piangono. Sua Eccellenza ha gli occhi iniettati di sangue. Fissa l’orologio e poi si volge indietro, verso Roma che si allontana. E’ diventato un altro: un uomo disperato, spaventato che vuole solo salvare la pelle.

MANCANO DUE MINUTI ALLA FINE

Tutto sta per finire. La mia Roma, io, tutto ciò che conosco. Tutto.
Chissà se in Campidoglio il Marcaurelio sta diventando d’oro? Vorrei essere lì per controllare l’antica profezia. E poi mi piacerebbe morire in Campidoglio.
Ma non c’è più tempo. Non c’è più tempo per niente.

MANCA UN MINUTO ALLA FINE

La palina stradale dice che siamo al settimo chilometro dell’Aurelia. Siamo sull’orlo del buco. Il Ministro trema e non stacca più gli occhi dalla lancetta dei secondi. Moglie e figlia si aggrappano a lui terrorizzate.

Sfioro il pulsante di accensione della radio: c’è musica. Poi una voce invita a comprare un sapone che lava più bianco del bianco.

MANCANO DIECI SECONDI ALLA FINE

Un ultimo sorpasso e imbocco in piena velocità un tratto rettilineo.

Sono le 14,25. La terra vibra e sussulta. La voce della radio muore con uno sfrigolio orribile. Il ministro bestemmia. le due donne urlano. Il manto stradale si raggrinzisce e si solleva. Una luce accecante annulla l’universo. Freno, istintivamente e sento l’auto che vola via.

E’ LA FINE

Per una frazione d’attimo non esisto più.
Ma ora sono di nuovo vivo, credo.
Sono in piedi al centro di un forno crematorio, il cielo è nero e c’è cenere ovunque. Poi il cielo sembra staccarsi dalla cenere e alzarsi, torna la luce del sole.
Mi guardo: sono nudo ma illeso. La Mercedes è scomparsa. Anche la strada è scomparsa. I contadini sono scomparsi e non vedo traccia del Ministro e delle sue donne.
Sono al centro di una grande area bruciata e l’orizzonte è chiuso da alcune colline. Ma c’è qualcuno al somme delle colline che mi spia. Faccio un segno di richiamo con un braccio e un gruppetto di uomini si muove verso di me.

Gente strana però. L’uomo che li capeggia ha una spada in pugno e una pelle di pecora intorno ai fianchi.
Si avvicina guardandomi negli occhi, non pare sorpreso. Anche i suoi compagni, pur tenendosi indietro, sembrano tranquilli. Sono tutti armati di bastoni e vestiti con pelli d’animale. Se sono i sopravvissuti si sono riorganizzati presto…
Il capo si ferma a due passi da me e mi chiede:

Signum ex Albalonga vidimus venimusque. Hic meam urbem condeam. Quisquis es?-
Ma come parli, sembri il parroco mio… Io sono Romolo, l’autista del ministro..
Autista?
Sì, guido… - mimo il gesto di chi guida la macchina. Non sembra capire.
…ducis?- chiede.
Proprio duce no, ti ho detto autista, sono l’autista del ministro….
L’uomo alza la spada, ostile, e dice con voce dura:

Hic dux sum. Impero. -

Indica tutta l’area bruciata con un ampio movimento del braccio:

Hic meam urbem condeam, cui nomen erit Rema universumque tenebit.

Ho paura di cominciare a capire. Trattengo il fiato e chiudo gli occhi. Ma quando li riapro l’uomo seminudo e con la spada è sempre lì.

Rema? Hai detto “nomen Rema” e “dominerà il mondo”? No, ah Remo, io la so ‘sta storia… guarda che non finisce come dici tu…-

Guardo Remo con paura. Ormai ho capito ma mi rifiuto di crederci. Io dovrò ammazzare quell’uomo!
Prima che possa cercare di fuggire, mi agguantano e mi aggiogano a un rozzo aratro di legno costringendomi a tirarlo per tracciare il solco della futura città. Di tanto in tanto il capo grida:

Porta! – e gli altri alzano il vomere interrompendo il solco.

Nessuno ascolta il mio lamento. Mi bastonano, obbligandomi a tirare l’aratro.

Sono sporco di cenere e bagnato di pianto e di sudore. Il perimetro è tracciato, su e giù per sette colli, sotto un sole che accende bagliori dalla cenere calda.
Remo si avvicina con la spada in pugno e la alza per chiedere la benedizione degli dei a cui vuole sacrificarmi in onore di Rema.
Mi si lancia addosso con la spada sguainata per sventrarmi.
Instintivamente scarto sulla destra. Remo, sbilanciato, perde l’equilibrio e finisce sulla lama del vomere. E’ suo il sangue che cola copioso nel solco appena tracciato.

I pastori si buttano a terra avanti a me. Gli dei mi hanno scelto. Alzo il mio volto al sole, facile profeta:

Si chiamerà Roma e dominerà il mondo.-

I pastori, proni, sussurrano:

Hic meam urbem condeam, cui nomen erit Roma universumque tenebit.

Mi adorano. Io, Romolo, il semidio.

fine

 

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