Labirinto

da questo romanzo è stata tratta la sceneggiatura omonima che ha ricevuto il premio per la miglior sceneggiatura di genere al B.A.FilmFestival 2003

 United States copyright office - The Library of Congress –PAu 1-983-844


CAPITOLO 1
Per dare uno sguardo dal ponte, Walter deve fare quattro miglia, di solito a piedi per risparmiare. Ne vale la pena se Mara lo accompagna.

Andandoci in due al mattino presto, dopo una notte d’amore, quando la nebbia sommerge tutto in una follia di panna montata da cui emergono solo gli altissimi piloni rossi e Sausalito forse è un’invenzione biblica, un aldilà che non esiste, si può fare il pieno di filosofia, parlare delle ipotesi dei molti mondi e alzare il morale fiaccato dalla sorte avversa che sembra segnare quello in cui capita loro di essere coscienti.

Ai due amanti piace camminare sul grande ponte tenendosi per mano, subendo il fascino dell’abisso.
La nebbia li ingoia e li cancella, inumidendoli: sembra un passaggio freddo per l’eternità e invece, a metà del grande balzo di ferro rosso, spesso il muro umido termina con un taglio netto, verticale, e sbucano nel sole californiano.
La boccata d’aria umida diventa secca e calda: a Presidio è una mattina d’inverno, a Sausalito è piena estate. Di qua il maglione da sci, di là il costume da bagno.
E una delle cose strane di San Francisco dove, come disse Mark Twain, ti può capitare di vivere l’inverno più freddo della tua vita in piena estate.

Mark Twain ogni tanto amava segnare quattro esagerando come tutti i fiumaroli, però certe mattine di luglio, girando l’angolo della Filbert con la Divisadero si è investiti da colpi di vento che paiono arrivare dritti dall’Alaska perché proprio di là vengono.

L’acqua della Bay è sempre vicina allo zero, tanto che la prigione di Alcatraz, così vicina alla città, era in realtà lontanissima per i disgraziati che cercavano di fuggire a nuoto e che morivano di freddo prima di arrivare sulla costa.

Ci sono dei giorni magici, quando il cielo della Bay è rigato da enormi cannelloni di bambagia colorata: uno rosa, uno verde, uno arancione, uno violetto e la punta della Piramide li indica alla meraviglia dei viventi.
Davanti a Marina, bambini e adulti fanno volare aquiloni nel vento perenne che accarezza la città, grossi spinnaker colorati riempiono la baia di palloni festosi che scivolano sull’acqua, mentre le ruote delle antiche carrozze della cable-car si arrampicano rumorose su per le salite alpine che portano ai quartieri veramente alti, con la Lombard che snoda la sua esse multipla annegata in un mare di fiori in tutta la sua sfacciata bellezza.
In queste mattine terse sotto i tetti a pagoda di China Town è un tripudio di odori e di profumi e le case vittoriane, nei loro colori pastello sempre freschi di pittura, creano un’atmosfera da fiaba. Se una città può apparire felice, questa è San Francisco.

Ma quando il sole rosso fa diventare nera in controluce l’elegante linea del Golden Gate Bridge, tesa come una lieve ala di airone fra le due sponde, e raffiche gelide convincono turisti e cittadini a ritirarsi in qualche tiepido bar, emerge la coscienza che qui si sta aspettando il Big One, il Grande Terremoto che distruggerà ogni cosa.
La gente di San Francisco ci ride su per esorcizzarlo. Hanno montato una stanza per i turisti dove il pavimento balla simulando tutti i gradi della scala Richter e oltre. Nulla è eterno, ma questa attesa di una fine imminente rende struggente San Francisco al calar della sera.

La finestra del basement in cui vivono Walter e Mara non si affaccia sulla Bay ma gode, dal basso, della vista delle mutande delle ragazze che passano sul marciapiede, le poche che ancora portano gonne e mutande.
A volte Mara e Walter si divertono scommettendo sui colori degli slip. Quando la mutanda è assente la partita è pari, come quando esce lo zero sulle roulette di Las Vegas.

Il basement è uno scantinato buio sotto un palazzone senza stile, quasi ai piedi di Twin Picks, in fondo alla Market.
Sono lontani dall’Embarcadero tutto vetri e boutique, sono lontani dal Pier 39 tutto entertainment e ristoranti, però sono vicini alla mensa pubblica dei poveri e qualche volta, vergognandosi, si mettono in fila coi barboni che pernottano nelle hall dei palazzi di Union Square e dintorni.

Capita di rado ma capita e, ultimamente, con allarmante frequenza. E questo mette malumore nella coppia e ogni giorno che passa diventa sempre di più un giorno no.

Lo scantinato è allegro se visto con occhi bohemienne e naso tappato per non sentire la puzza di muffa, ma miserabile se visto da aspiranti yuppie.
La bohème nella giovane coppia si è logorata e quindi l’appartamento ispira loro tristezza e fallimento. E’ sporco, scrostato, con macchie d’umido che sembrano un affresco postmoderno e arredato con mobili d'accatto che raccontano di lungi passaggi nei garage-sale.
Un lettino a una piazza, dalle lenzuola grigie e una coperta impataccata di succhi indecifrabili, tenta di fungere anche da divano e da portaoggetti.
Su un ripiano di plastica, un fornello a gas bisunto regge un dirupo di pentole sporche che scende con una valanga di piatti sudici dentro l’acquaio.
La luce del giorno non dissipa la penombra e una lampadina fioca, single, eternamente accesa, pende dal soffitto attaccata al filo elettrico e si riflette sconsolata, col suo filamento rossastro, in uno specchio inchiodato al muro, davanti al quale un fustino di detersivo scalcagnato fa da sgabello, pretendendo di trasformarlo in angolo toilette. E sul pavimento reso gommoso da preistorici strati di unto, in una gabbia di legno con le pareti a rastrelliera, chioccia e puzza una gallina spennacchiata.

Quando viene sera cala il traffico sulla strada e lo scantinato, almeno come rumore, diventa più abitabile. E’ l’ora preferita da Mara per le sue trance.

Oggi è la volta di un uomo smilzo con un anello al naso e i piedi infilati in enormi scarpe da ginnastica senza lacci, è seduto davanti al tavolo basso su cui è posata una sfera di cristallo, di quelle usate dalle veggenti e dai pesci rossi.

Mara, china sulla sfera, aureolata dai suoi capelli color oro antico, ha una concentrazione che aggiunge fascino alla sua bellezza. Fissa qualcosa che vede solo lei con occhi sgranati, assorta e sgomenta.

Come nella nebbia che si incontra sul Golden Gate Bridge, anche nella sfera aleggia per Mara qualcosa di informe e il riflesso della lampadina crea fili di luce distorti dal cristallo.
Le pupille di Mara si dilatano e la sua visione si sfoca: difficile anche per lei dire con certezza se quello che vede sia dentro la sfera di cristallo o solo nella sua testa. La donna sussurra qualche parola su quelle ombre incerte, via via che riesce a distinguerle.

Una strada, un palazzo di vetro ed infine lo smilzo che infila una moneta in un distributore di giornali …

- La regina d’Inghilterra visiterà gli States…- mormora Mara leggendo il titolo del giornale che vede nelle mani dello smilzo nelle immagini nebbiose e deformate dalla superficie sferica di vetro.

- Eh? – lo smilzo allunga il collo e i riccioli di Mara gli sfiorano l’anello che gli trapassa il naso facendolo starnutire.
Mara neppure se ne avvede, presa com’è dalla sua visione:

…in alto, su di un montacarichi per lavavetri appeso al 20esimo piano del palazzo, un secchio pieno di detergente vacilla, è sul punto di cadere e sotto, a strapiombo, sta lo smilzo. Fa un passo avanti e uno indietro leggendo il giornale ed è proprio sotto al secchio.

Mara con orrore vede il secchio che cade e si ritrae angosciata mentre l’uomo la sposta chinandosi verso la sfera di vetro: ma per lui là dentro c’è solo il riflesso deformato della sua faccia.

- Cosa c’è?... –

Mara vede

…il secchio colpire l’uomo sulla testa: sangue e sapone liquido.

Distoglie lo sguardo dalla sfera e tira su col naso fissando coi suoi occhioni umidi il predestinato alla disgrazia.

- Che cosa hai visto?- adesso nella voce dell’uomo c’è una nota di paura.

Mara cerca un sorriso che non trova. Si stringe nelle spalle, prende tempo ma non è brava a dissimulare. Chiede:

- Niente, però... sei credente?-
- Più o meno. Mamma è cattolica. -
- Cattolica, perfetto. Vai a confessarti.-

L'uomo tenta un ghigno, leva una mano minacciosa contro la palla di vetro, quasi volesse punirla. Poi si alza con rabbia e dà un calcio allo sgabello mandandolo a sbattere contro la gabbia della gallina che starnazza.

- Ma vai tu a confessarti… anzi, meglio, vai a farti fottere!-
- Sarebbero dieci dollari…-

L’uomo leva alto il dito medio, rigido e ben teso ed esce sbattendo la porta.

Mara si getta sul letto sfatto: è sempre così. Lei dice alla gente quello che vede nella sfera, il più delle volte non sono cose allegre e nessuno la paga.
Come quel tizio che lei ha veduto col culo all’aria mentre si faceva la cameriera, sorpreso dalla moglie che gli ha riempito le chiappe di pallini con il fucile da caccia.
O la moglie di quel grassone pelato colta nella palla di vetro mentre si scopava il garzone del lattaio. E il grassone aveva voluto sapere tutto e Mara gliel’aveva detto: il giardiniere due volte la settimana e il pastore della Chiesa dell’Avvento tutte le domeniche, dopo il sermone.

Evocato dal ricordo, la porta si spalanca ed entra il ciccione furibondo. Mara si rannicchia sul letto e il grassone la fissa con occhi porcini come un cinghiale in calore:

- Ho parlato col giardiniere, col lattaio e col pastore: mia moglie è una santa
donna! La troia sei tu!-
- Conosce la mia signora?- la voce lo fa voltare: Walter, sorridendo a trentadue denti, posa sul tavolo due buste del supermercato piene di confezioni di pop-corn che mandano in solluchero la gallina che chioccia sporgendo la testa tra le sbarre della stia.

- Buona, McNugget! – la calma Walter, gettandole un pugno di pop-corn che l’animale becca con voracità.
Il grassone si erge davanti a lui in tutta la sua pancia e indica Mara con disprezzo

- Mi aveva detto che mia moglie era una puttana che scopava con tutti!-
- Dev’essere felice! Mara vede le cose al contrario, è una veggente alla rovescia, capisce? Se le ha detto che scopa con tutti vuol dire che non la darebbe nemmeno a Brad Pitt.-
- E’ vero? – chiede l’uomo girando la pancia verso Mara che si inginocchia sul letto, dà un’occhiata a Walter, poi si stringe nelle spalle:

- Qualche volta succede… - ammette Mara a fatica. Walter allunga la mano verso la pancia dell’uomo a chiedere soldi:
- Scommetto che non aveva pagato. Dieci verdoni, please…
- Dieci calci in culo. Segna che te li do la prossima volta, pappone! - e se ne va sbattendo la porta.

Walter allinea con pignoleria i pacchetti di pop-corn sul tavolo poi si volta verso Mara che si siede sul letto sospirando. Walter afferma con dolcezza

- Stronza.-
- Non sai parlare senza insultare? -
- Bistronza. Tristronza. Quadristronza. – il tono di Walter è dolce, rassegnato, quindi ancora più offensivo. Continua pacato:

- Hai detto al macellaio che avrebbe perso un dito e ieri s'è staccato il medio con un colpo di mannaia: mi ha mostrato l’altro e niente più carne a credito, dice che portiamo iella. –
- Io non porto niente. Dico quel che vedo. Ti sei fatto un sacco di risate quando ho detto a quella vecchia nera che suo nipote sarebbe diventato presidente!
- Ma chissà chi era quella povera vecchia!

Mara mette il broncio: Walter non le crede mai tenta sempre di sminuirla. Però lei è ben sicura che quella era la nonna del Presidente Obama e cinque anni fa nessuno nessuno nessuno poteva indovinare che ci sarebbe stato un presidente di colore!

Walter sospira e si ficca in bocca una manciata di pop-corn

- Tuo padre era italiano, no? E che t’ha insegnato? A dire quel che vedi? -

Mara dà un’occhiata nella sfera e scuote la testa

- Che c’entra papà? – sorride nostalgica al ricordo e fa il gesto delle tre scimmiette, portandosi le mani sugli occhi, sulla bocca e sulle orecchie

- Nun talìari. Nun ascutari. Nun babbiari. Ma erano altri tempi, povero papà…-

È attratta da qualcosa che vede nella sfera e si china su di essa. La gallina chioccia e Walter le butta un altro po' di pop-corn sentenziando:

- E’ invece aveva ragione il tuo vecchio: meglio star zitti che prevedere disgrazie alla gente.-

Mara è assorta, scruta nella palla di vetro:

- Uh, Walter… ti cercherà un ufficiale. Sembra uno importante...-

Walter si sporge verso la sfera, intrigato.

- Un ufficiale…svedese? -
- Non so, è bruno... -

Walter prende un’altra boccata di pop-corn e va a guardarsi nello specchio. Cerca il suo profilo migliore, inclina la testa e si tira indietro i capelli con le mani ad ampliare a fronte.

- Ci sono anche svedesi bruni. Un giorno verrà quello del Nobel. Busserà e mi dirà: lei è il grande scrittore Walter Fraser? Io mi inchinerò e lui mi dirà...-
- ...tutto sequestrato! Adesso lo vedo meglio: è un ufficiale giudiziario. Viene per pignorarci i mobili.-

Non c’è sarcasmo nella voce di Mara che si drizza coprendo la sfera con un panno nero, ma solo la rassegnata coscienza dell’ineluttabilità.
Walter resta con le mani nei capelli e il suo sogno spezzato. Lascia che le mani gli scendano sul viso e si guarda intorno: lo squallore dell’ambiente lo colpisce come se lo vedesse per la prima volta. Le macchie di umido, i muri scrostati, la sporcizia, la gallina. Sbuffa irritato:

- Quali mobili? – e allunga una pedata al vecchio fustino di sapone che Mara usa come sgabello per truccarsi. - Lo vedi che predici solo sfica?
- Dico la verità.-
- Oh! la verità!!! E chi se ne fotte della tua verità! Guarda come siamo ridotti con la tua verità del … aah!-

Walter si tappa la bocca con una manciata di pop-corn. La gallina protesta che vuole la sua parte. Mara risponde in tono severo:

- Non è che hai ragione se dici parolacce! -

In strada passa un'autoambulanza a tutta sirena e una folata di smog entra dalla finestra . Walter chiude i vetri:

- Mara mia, ascolta. La verità è femmina. Va truccata, profumata, vestita. Tu la sbatti nuda davanti a tutti. Adesso con quel povero cornuto... e ieri a quel pensionato! Gli è venuto un mezzo infarto.-
- Non è colpa mia se ho visto che andava sotto il tram.-
- Ma non dovevi dirglielo! Tutte e due le gambe, zac! Si è pisciato sotto per la paura e volevi pure che ti pagasse?-
- Almeno cercherà di evitare il tram.
- Oppure ci finirà sotto proprio perché l'hai spaventato.-

Ombre umane si stagliano contro i vetri smerigliati e sporchi di smog della finestra. Il corpo maestoso della signora Brooks, la moglie del padrone di casa, viene schiacciato contro l’inferriata dalla pressione di un giovanotto brufoloso che le solleva la gonna.
La voce sommessa ma compiaciuta della matrona, arriva chiara alle orecchie di Mara e Walter

- Ma che fai? Non qui, possono vederci... –
- Così imparano come si fa... ah... ah... come sei calda! –
- Può passare mio marito... sei pazzo... oh... oh.. oh.. ancora.. sì!-

Mara strattona Walter perché non è bello violare la privacy altrui.

- Non fare il guardone! – lo ammonisce e Walter sogghigna :
- Il sentone semmai….questi vetri son talmente sozzi che sembrano residui di un day after…-

Mara prende un ago da una palla da tennis che pare un porcospino e stacca coi denti un pezzo di filo da un rocchetto.

La signora Brooks si sottrae all’amplesso e le ombre svaniscono. Walter torna verso il centro del living, che lui chiama il dying, e guarda Mara che infila il filo nella cruna dell’ago, corrucciata per la concentrazione come una bambina. L’immagine ispira tenerezza a Walter che si china a sfiorarle i capelli:

- Maretta mia, fan tutti soldi a palate leggendo il futuro agli imbecilli che ci credono! Sentito mai un oroscopo che dica questa settimana quelli del Cancro crepano di cancro? Eppure non c'è settimana che non succeda: a quelli del Cancro, della Vergine, dei Pesci. Tutti lo sanno e ognuno dei morituri ha moglie, figli, madri, padri, amanti, amici di tutti i segni dello zodiaco!-

Mara infila il filo, lo tira, lo raddoppia e ci fa un nodino in fondo. Walter spalanca le braccia, teatrale e chiede:

- Perché far del male al prossimo? Che poi paga anche male mentre i maghi si fanno pagare benissimo. Tutti, meno te.-

Walter sparge un fascio di vecchi giornali intorno a Mara, infastidendola perché sta cucendo un piuma di gallina in un sacchettino di garza.

- Leggili! C'è mai scritto "perdita di persona cara"? Le persone care muoiono tutti i giorni dell'anno ma nessuno lo predice. -
- L'oroscopo è una truffa. Io dico la verità. –
Walter sbuffa, poi indica la finestra.

- Allora perché non vai dal marito della signora Brooks e gli dici che ha le corna? Anche questa è verità. -
- Non l'ho vista nella sfera.- si difende Mara. Walter la incalza:
- Ma è la verità, perché non gliela dici?-
- Perché non me la chiede, accidenti a te!- Si è punta con l’ago e si succhia il dito.
- Non è necessario dire bugie. Ti faccio un esempio: la Terra gira intorno al sole. E' un fatto. Senti come lo diresti tu…-
- Non fare il buffone. –

Walter disegna nell’aria sole e pianeti :

- Un grumo di elementi pesanti brulicante di miliardi di esseri che nascono, copulano, muoiono e marciscono entrando nella catena alimentare dei propri figli in un ciclo cannibalico senza fine, ruota intorno ad una bolla d'idrogeno in piena catastrofe nucleare.-

Mara infila un’altra piuma di gallina in un'altra bustina e cuce tutt'intorno con punti fitti e veloci.

- Invece si può dire così. – Walter assume un’espressione angelica e fa la voce dolce - Uno stupendo pianeta verdazzurro, sprizzante vita e bellezza, culla dell'intelligenza cosmica, gira intorno alla sua bellissima stella dorata che lo illumina e lo riscalda con la sua luce benefica.-
- Fa schifo come il Vangelo letto da un gesuita. -
- I gesuiti hanno avuto successo, impara il mestiere. I coglioni che vanno dalle maghe vogliono sentirsi dire tre cose. – Walter enumera dito per dito davanti la faccia della donna - Grossa vincita di denaro, una settimana con Marilyn Monroe su un'isola deserta e probabile presidenza degli Stati Uniti. -
- Bum! – Mara lo irride, seccata e Walter diventa didattico:
- Sparale grosse, tranquilla, purché siano palle meravigliose, la gente pagherà felice. Capito amore? Denaro, sesso e potere. Vai sul sicuro e puoi chiedere un centone!
- La Monroe è morta da quarant'anni e passa.-
- Solo nella realtà. Nel sogno Marilyn è sempre la più bella.-
- Io non vendo sogni. E’ immorale. Prendimi qualche altra piuma.-

Walter infila una mano nella gabbia e strappa una piuma dal portacoda spennacchiato della gallina che protesta. La porge a Mara con gesto ieratico:

- Perché immorale? Far sognare è la forza di tutte le religioni...- leva alte tre dita come Cristo - In verità, in verità vi dico che domani sarete con me in paradiso.-

Mara tenta di infilare un nuovo filo nell'ago. Quando Walter attacca con la sua filosofia postprandiale non lo sopporta e le trema la mano.

- Le religioni son come le lucciole. Per splendere han bisogno delle tenebre.-
ribatte, odiandosi per avere risposto, innescando così uno di quei dialoghi che stanno logorando il loro rapporto. Walter insiste, impavido.

- Basterebbero due scemenze dette bene e la gente ti coprirebbe di soldi.-

La punta del filo sbaglia la cruna. Mara lo inumidisce di saliva.

- Digliele tu. Ti presto la sfera.-
- A me vien da ridere. Un po' ci devi credere se no la gente svaga e non paga.-
- Ma perché non ti trovi un lavoro invece di star qui a romper le scatole a me? – sbotta Mara.

Walter apre la finestra. Fuori si sono accesi i lampioni e il panorama è un po’ meno squallido. Assume l’aria ispirata del filosofo:

- La vita è un gioco che si gioca una volta sola e se accetti carte basse sei fregato. Pensa: operaio a vita! Oppure bancario sempre a contare i soldi agli altri... ...o dietro ad un bancone a sorridere da morto a chi lo vuole con panna o a righe o a punta quadra... brr! Finché la scelta è tra queste carte meglio aspettare una smazzata migliore.-
- Specialmente se la smazzata intanto me la faccio io.-
- Finché non scelgo non ho destino. Posso diventare tutto... ballerino o astronauta. Ecco la pianura marziana di sabbia rossa. Il lander piegato a trenta gradi con una gamba danneggiata. Io e Tom sappiamo che il lander non potrà più ripartire ma faremo il nostro lavoro sul pianeta rosso fino all'ultima boccata d'ossigeno. -

Walter respira a fatica.

-...e saranno tre mesi di gloria quaggiù sul pianeta azzurro...-

Mara fa passare il filo nella cruna dell'ago: chissà se Walter crede davvero a quelle stupidaggini o lo fa solo per farla arrabbiare.

- Tu sogni cose così e poi la stupida sarei io… - dice in tono neutro.

Quando Walter è lanciato nei suoi sogni non si ferma. Li vede come al cinema. Disegna le immagini nell’aria con le mani.
- Oppure biologia. Una borsa di studio a Princeton. Un solo obiettivo: sconfiggere l'Aids. Una grande vittoria, ma per me sarà tardi: sono l'ultima vittima del virus che mi sono inoculato e il primo Nobel alla memoria.-

Walter si lascia cadere sul lettino che flette con un lamento. Mara gli dà un’occhiata di traverso:

- Potresti inventare finali più allegri.
- Nella vita non c'è mai il lieto fine, proprio perché c'è la fine. Solo nelle favole vissero felici e contenti: fine. Se vai avanti devi dire "felici e contenti finché il Principe Azzurro andò sbattere contro un camion e Cenerentola morì di trombosi.-
- Cos’è? Una frase del tuo famoso romanzo sempre a pagina uno?
- Tutta la letteratura ruota intorno a una domanda cruciale: perché Maria s'è levata le mutande?-

Mara si succhia il pollice, dolorante a furia di spingere l’ago dentro e fuori del bordo del sacchettino.

- E' quello che mi chiedo anch'io: perché Mara s'è levata le mutande?-

Qualcuno bussa contro l'uscio chiuso suonando anche il campanello. Una voce sgradevole d'uomo intima

- Aprite! Ufficiale giudiziario!-

Mara fa un gesto di vittoria e Walter le fa uno sberleffo

- E c’era bisogno della sfera!?-

I colpi imperiosi alla porta si ripetono

- Arrivo!- Walter spalanca la porta e si trova davanti ad un uomo vestito di nero, con una borsa professionale e gli occhi celati dietro un paio di occhiali a specchio

- Casa Fraser? – chiede l’uomo con voce fessa a cui fa seguito da un fremere equino delle labbra.

- Fraser sono io, la casa veda un po' lei...-

L'ufficiale giudiziario entra, annusa e storce il naso

- Puzza di merda? E' McNugget, il nostro fornitore di piume. -

L'uomo fa di nuovo vibrare le labbra come un cavallo

- Se vuole può fare opposizione.-
- E tenermi i mobili?-
- No, si tiene l'opposizione. Il sequestro è esecutivo anche se per roba così non mandiamo neanche il camion...- prende nota, inventariando e avvicinandosi a Mara - ...un tavolo in cattivo stato... due sedie in cattivo stato...-

Walter indica Mara

- Un'amante in buono stato... va all'asta anche lei?-
- L'usato non tira più, scusi signorina, si dice per scherzare….uno sgabello in cattivo stato... una pendola che non funziona... una sfera di cristallo...-
- Questa no. Con questa ci lavoro.-
- A me sembra un soprammobile, una vanità.-
- Attrezzo di lavoro. Qui dentro io vedo il futuro...-
- Mi sta prendendo in giro, signorina?-
- No, no. Lo vede a colori. Per questo non abbiamo la TV.-

L’ufficiale giudiziario dà un’occhiata severa a Walter e passa oltre:

- Lasciamo perdere. Gabbia con...-
- ...gallinaccio di tre chili dal culo spennato. Anche lui è un attrezzo di lavoro...- conclude Walter.
L'ufficiale giudiziario punta il dito sui sacchettini cuciti da Mara

- Cosa sono?-
- Amuleti. –

L’uomo si leva gli occhiali a specchio e guarda Mara con occhi bovini:

- Se lei legge davvero il futuro, perché non dà una sbirciatina al mio?-
- Devo essere calma per concentrami... -
- Se è nervosa per colpa mia, facciamo così: io non vi ho trovati.- e strappa il foglietto su cui stava scrivendo -...e così mi dimostra che la sfera è davvero un attrezzo di lavoro...-

Walter costringe Mara a sedersi davanti alla sfera di cristallo:

- Accontentalo cara. Devi accontentarlo.- Calca su quel “devi” e l'ufficiale giudiziario si siede davanti a Mara che mette le mani sulla la sfera.

- Ho un problema grave - le dice l’uomo - devo prendere una decisione importante per la mia carriera... così se lei mi desse un'occhiata io potrei insabbiare la sua pratica... farla sparire, capisce?-
- Ma certo che capisce, vero cara? E' un pubblico ufficiale che te lo chiede...
predicigli la BUONA ventura!- calca talmente su quel "buona" che l’ufficiale giudiziario lo guarda insospettito. Mara china la testa verso la sfera

- Zitti però.- Il suo respiro si fa più frequente. L'uomo pencola verso di lei. Mara accarezza la palla di vetro e scruta nei riflessi distorti che, muovendo il capo, cambiano continuamente forma e colore.

- Vedo... una persona che la tenta...-
- Sì, sì... è quel figlio di puttana del Vostro Onore... devo starci?-
- Vedo... qualcuno le dà una spinta...-
- Sì... mi ha promesso una spinta... una bella spinta se... bè, insomma... se. E come va a finire?- l’ufficiale giudiziario è teso verso Mara, gonfio d’ansia. Si lecca le labbra come per un raptus di golosità.
Walter fa segni d’intesa verso Mara che però è tutta presa da ciò che vede nella palla di vetro. Walter pigia sulle parole per ricordare a Mara quello che deve dire:

- E come deve andare a finire? Felicità, fortuna, ricchezza!- ma Mara è come in trance e sussurra:

- Vedo che cade.-

L'ufficiale giudiziario fa vibrare le labbra, si mette gli occhiali, se li leva.
- Capace! Quel bastardo è capace di mettermi nei guai e poi mollarmi... io
testimonio per lui e poi mi frega. Preciso! Vuoi fregarmi eh, giudice di merda? E invece ti frego io! Testimonio che prendevi le mazzette! I mazzettoni!- si infila gli occhiali e corre fuori parlando tra sé e gesticolando.

Mara stacca gli occhi dalla sfera. Walter lascia cadere le braccia lungo il corpo, sconfitto.

- Mara mia come sei cretina.-
- Gli ho detto solo che sarebbe caduto...-

L'ufficiale giudiziario esce correndo in strada. Sbatte contro un bimbetto obeso che, per restare in equilibrio, gli dà una spinta e scappa via.
L’uomo cade sbattendo la faccia contro l'inferriata della finestra dello scantinato a una spanna dal volto compunto di Walter che lo fissa dalla penombra dell’interno. L’ufficiale giudiziario perde sangue dal naso e ha gli occhiali rotti. Intorno, sparsi, i documenti usciti dalla sua borsa. Baleetta rintronato:

- Dio, che botta... - tra gli spicchi degli occhiali spezzati gli appare il viso di Walter moltiplicato come in un caleidoscopio - ... hai visto quel piccolo lardoso figlio di puttana mi ha dato una spinta... una spinta…- l’uomo si blocca. Realizza e lo stupore dilaga insieme al sangue. Walter conferma annuendo con un sorriso

- Glielo l'avevo detto: meglio della televisione.-
- Ah, era questa la spinta! E adesso al giudice che gli dico... ma a voi, iettatori
di merda, vi sbatto in strada in ventiquattr'ore...- si rialza, raccoglie i suoi documenti e se ne va tamponandosi la faccia col fazzoletto.

Walter si volta verso Mara con la voglia di strozzarla. La donna arretra

- Gli daranno undici anni di galera per corruzione di magistrato ma non gliel’ho detto! Io gli ho detto solo che avrebbe sbattuto.-

Walter si trattiene e alza i pugni verso il soffitto, non troppo altrimenti tocca.

- Io ho sbattuto il giorno che ti ho incontrata! Pensavo che stare con una strega fosse più divertente!-

Mara sa che la miglior difesa è l’attacco:

- E tu allora? Sono un genio, dicesti. Sapevo di non aver trovato Einstein, ma speravo di aver trovato un uomo!-
- Perché non hai guardato nella palla prima di metterti con me?-

Mara taglia corto e si rimette a sedere.

- Con me non funziona, lo sai! E adesso basta! Se vuoi mangiare devo portare gli amuleti al negozio. Ne mancano ancora tre. Prendi qualche altra piuma.-

Walter infila con violenza una mano nella gabbia cercando di afferrare la gallina che lo becca con ferocia. Walter urla e ritira la mano sporca di sangue

- Accidenti a te, McNugget! Cosa sei diventato, un avvoltoio!? -
- Coraggio, eroe. Affronta la belva. Tre piume e avremo i soldi per due Mac.-

Walter si succhia il dito ferito e impreca:

- Ma porcaccia la miseria perché non ci metti un po' di acrilico in quei dannati sacchetti? Li cuci e non li apre più nessuno. Fai pure soffrire quella bestiaccia che invece potrebbe essere la nostra cena!-
- Per funzionare deve esserci una piuma di gallina.-
- Ah, perché con la piuma funziona?-
- Certo. L'ha detto Cagliostro: piuma di gallina tien lontana la rovina.-
- L’ha detto Cagliostro. – Walter deride se stesso - Con la piuma funziona...- si fruga il petto con la mano insanguinata e si strappa dal collo un sacchettino come quelli che Mara sta cucendo:

- Allora perché io lo porto da un anno e son sempre qui a spennare il culo alle galline?-
- Per la legge di Merlino: non habet functione al collo di un coglione.-

Walter si avventa. Mara evita lo schiaffone con un balzo all'indietro. La sfera di vetro cade sul pavimento esplodendo in mille pezzi.
E’ come se si fosse rotto il loro amore. Restano entrambi immobili davanti a quei cocci poi Mara traccia una croce nell'aria, proprio in faccia a Walter:

- The End. Fine. Con me hai chiuso. Quando torno non ti voglio trovare più. - prende una giacca e getta gli amuleti in una borsa. Apre la porta per andarsene.
Walter, furibondo con lei, con se stesso, con l’universo intero, va al fornello del gas, e con gesto teatrale strappa il tubo di gomma.

- Così non mi troverai più. Mai più! –
- Non fare il buffone….-
- Vattene, vattene... che me ne vado anch'io e per sempre!- apre il rubinetto del gas e il soffio del metano è forte. Mara sbotta con disprezzo
- Tu non t’ammazzeresti neanche se avessi il cancro, la polmonite atipica e cent’anni per gamba, stronzo!- Se ne va sbattendo la porta.
Walter corre alla finestra e le urla sulle caviglie:

- Stronza tu, capito? Stronzaaaaaaa! - e chiude.

Il soffio del gas è sempre forte.
Dunque Mara non crede che lui abbia il coraggio di uccidersi. Si dà un’occhiata allo specchio: ma ce l’ha? Non ce l’ha, però…
La sua fantasia gli mostra la scena: lui stecchito sul letto e Mara singhiozzante al suo capezzale.
Una gioia masochista gli gonfia il torace e si stende sul letto, le mani intrecciate sullo stomaco. Chiude gli occhi e mormora:

- Te la faccio vedere io, brutta portasfica. Sarò il tuo rimorso finché campi.-



CAPITOLO 2
E’ la sera di Halloween.
I negozi sono illuminati. Sui marciapiedi gruppi di ragazzini mascherati si divertono a fare scherzi ai passanti e a chiedere dolcetti.

Mara, ancora immersa nel bagno adrenalinico della rabbia, non bada ai lazzi delle maschere: la storia con Walter doveva finire prima o poi. Bello e caro ma trasparente, senza spessore e soprattutto senza voglia alcuna di lavorare. Difetto ritenuto mortale in tutti gli States, un po’ meno San Francisco, ma solo un po’ meno.
Passa davanti ad un negozio di carni e il macellaio avvolto in un camice macchiato di sangue, si affretta sulla soglia:

- O Mara, guarda che non sei tu che porti iella! E' quella zecca che ti si è appiccicata addosso...-

Mara ha un gesto vago e continua a camminare. Il macellaio irritato cerca di alzare il dito medio della mano destra nel gesto sconcio, ma non ha più il dito medio.

La donna si gira, all’angolo della Market, per dare un’ultima occhiata alla finestrella dello scantinato ma è già troppo lontana. Fa spallucce, tanto quel buffone non farà mai nulla di serio, figuriamoci un suicidio.
La donna vuole convincersi ma è un po’ preoccupata e di più lo sarebbe se vedesse quanto sta avvenendo nel basement: il gas ha riempito lo scantinato, la gallina starnazza allarmata ma Walter rimane immobile, steso sul letto, trattenendo il fiato.
Vive nella fantasia i dettagli della disperazione Mara per la sua morte. Poi non ce la fa più e sbuffa, aspirando con cautela. Il metano si raccoglie sul pavimento e Walter non lo sente.

- Mi rimpiangerai, brutta stronza. E poi non venire qui a piangere.… - sussurra maligno. Aspira con maggior decisione e tossisce, non per il gas ma per la suggestione del gas.

Mara, irritata con se stessa per il senso di colpa che la sta invadendo, entra in un emporio di articoli magici: gli scaffali sono pieni di cianfrusaglie, dal medioevo europeo al wodoo. Le si avvicina il padrone, un uomo sulla quarantina, dal ventre prominente e dai modi volgari.

- Sei sempre una gioia per gli occhi e per tutto-il-resto, non so se mi spiego.-
- Ho portato gli amuleti, Ale. Me li puoi pagare un po' di più?-
- Amore mio, io te li pagherei anche dieci volte di più se tu... non so se mi spiego.-
- Cinque dollari l'uno basterebbe.-
- Se stiamo sul commerciale i due che ti dò son già troppi. Senti, voglio chiudere questa baracca e aprire un porno-shop. Lo chiamerei “Last Lust”, eh, che ne dici? Mettiti con me. Faremo un sacco di soldi e anche un bel po' di cosette divertenti, non so se mi spiego.-
- Ti spieghi e accetto l'offerta.-
- Scherzo di Halloween?- balbetta Ale incredulo. Mara scoppia a piangere e si appoggia sul suo petto.
- No: scherzo di quello stronzo di Walter! Spero che si ammazzi davvero!-

Nello scantinato il gas continua a soffiare. La gallina, sul pavimento, protesta a corto d’aria, immersa negli strati bassi e densi del metano, sbatte le ali contro le barre di legno. Walter si mette a sedere, annusa ma non sente nulla.

- Ho capito, gallina vigliacca! Ho capito! – salta giù dal letto e va a chiudere il rubinetto del gas. Si china verso il pennuto e l’apostrofa sogghignante :

- Non credere di scamparla. Adesso mi faccio l’ultima sigaretta e poi si riparte verso il nulla o verso mondi migliori di questo.-

Pesca una sigaretta da un pacchetto quasi vuoto e fa scattare la fiammella di un accendino.

Una fiammata blu illumina lo scantinato come la scarica di un fulmine.
La lampadina scoppia.
Una palla di fumo nero esplode al centro della stanza e si dilata portando un buio gelido.
Un vortice di suoni elettronici sale tutta la scala dell'udibile fissandosi sul diapason di uno zinco trascinato sul pavimento, del gesso sulla lavagna, delle unghie sul marmo. Walter si preme le mani ai lati della testa aprendo la bocca come nell’urlo di Munch e brina, imbiancandosi come sotto una tormenta di neve. Una bottiglia di acqua gela ed esplode.

Nel buio innaturale che ha invaso lo scantinato brillano punti luminosi che vorticano e ingrossano, ammassi di spirali di luce.
Walter geme e chiude gli occhi per il dolore: quelle luci gli sembra di averle dentro il cervello.
Una voce chioccia, sgradevole, stridula, deformata dall'effetto doppler , gracchia arrogante :

- Controllate i tensori ipersferici dell’ologramma! Locazione dinamica, locazione dinamica! C'è un disguido, c'è un disguidooo! Plimflate! Plimflate! -

Un fischio acuto lacera i timpani di Walter, annerito dall'esplosione, e lo costringe a premersi le mani sulle orecchie.

- Mi sto infilando nello sfintere di un buco nero! Plimflate, scarti merdosi di tutte le galassie, plimflateeeee!-

Uno stridore osceno, agglutinante, come di metallo trascinato sul basalto, fa accapponare la pelle di Walter che vacilla come un birillo del bowling e crolla sul letto. La voce senza senso e senza provenienza echeggia ancora più forte e più aggressiva. Sgradevolissima.

- Per tutte le sgarluppe corporali delle nebulose, stringete le superstringhe! 12 brane! 11 brane…10 brane! Non vedete che siamo entangled? Trimmate la costante di strutture fine! Siamo entangleeeed!!!! Onda pilota! Usruciate i tensori dell'ipersfera! Bloccate la nona dimensione! Sto entrando in un universo figlioooo! -

La voce cessa di colpo mentre la stanza si riempie di un fumo leggero che sa di incenso.
La brina intorno agli occhi di Walter si scioglie in lacrime. Anche la sigaretta che era diventata un cannolo di ghiaccio ora gli pende fradicia fra le labbra. Walter la sputa inebetito. Anche dentro la sua testa c’è una bolla nera e gelata.

Dal fornello, il gas ha ripreso a soffiare perché il rubinetto è saltato via.
Walter gira intorno uno sguardo frastornato: le pareti sono nere e orlate di ghiaccioli. Il soffio del gas è fortissimo. Si inginocchia sotto il fornello e chiude la manopola del contatore.
Questo gesto gli costa una immensa fatica, si sente svuotato, come se fosse diventato vecchio.
La voce stridula riprende, vicinissima e non più distorta:

- Non avete plimflato maldefecati! Sono in un'atmosfera di metano! E adesso come faccio? Cosa facciooooo?-

Walter gira lo sguardo intorno, temendo di vedere qualcosa di orribile ma nella stanza non c'è nessuno. Corre in bagno lasciando la porta spalancata e mette la testa sotto il getto d'acqua del rubinetto. La voce in falsetto lo insegue:

- C'è qualcuno lì fuori?-

Walter si guarda nello specchio: i capelli gocciolanti, i segni di fuliggine sotto gli occhi e intorno alla bocca gli danno un’aria stralunata. Comincia a pulirsi ma la vocetta petulante lo gela:

- Allora, c’è nessunoooo?-
- Adesso mi passa...- si autosussurra Walter e si butta una manata d’acqua in faccia. Ma la vocetta lo ha individuato e sembra avercela proprio con lui:

- Ehi andromedo, mi capisci quando parlo? Sai plimflare?-

Uno starnazzare d'ali attira l’attenzione di Walter verso la gabbia della gallina. Esce dal bagno grondante d'acqua e si china a guardare l’animale attraverso le sbarrette di legno.
La gallina ricambia lo sguardo con la stessa intensità, le piume arruffate.
Un lungo momento in cui due stranezze si guardano. Un pollo arruffato fissa un umano strinato, coi capelli gocciolanti acqua.
Walter si scuote e sta per drizzarsi ma la gallina lo chiama, infilando la testa fra le sbarre:

- Giù a cuccia, andromedo, ti devo parlare.-

Walter sogghigna a se stesso, guardandosi intorno come se avesse una platea e dice ad alta voce:

- Non è possibile...un pollo che parla…-

Ma la gallina lo fissa e scuote il capo con la piccola cresta, commentando saggia:

- Mai confondere l'impossibile con l'improbabile. Ohi andromedo, dico a te! Usa quei due tentacoli prensili e tira il collo a questo schifoso pennuto! Uccidimi! Uccidimi! Uccidimi!-

Walter non bada al senso delle parole, ancora traumatizzato, si drizza sulla persona e respira forte, ma la stanza è ancora piena di gas e torna a tossire. Poi cerca di convincersi, chiudendo gli occhi e ripetendo a voce alta:

- Le galline non parlano... Le galline non parlano…-

Ma la vocetta non da requie e strilletta:

- Se questo bipede con penne è gallina, non è gallina che parla, andromedo!-
- Le galline parlanti le sentono solo i pazzi. Sei un ventriloquo? Dove ti nascondi?-
- Sono qui! Dentro la gallina! Sono finito dentro la gallina per un difetto di trasmissione! Hai presente, no?, l’ordinata olografica del multiverso quando…-

Walter torna a chinarsi a guardare la gallina quasi sperasse di scoprire il trucco ma finisce per ritrovarsi in quello sguardo rotondo:

- Sono qui! Dentro la gallinaaaa!- strilla il pennuto.

Walter corre in bagno e va rimettere la testa sotto il rubinetto, inseguito dalla voce petulante:

- Vai ad acqua, andromedo? Se non ammazzi subito questa stupida bestia, perdo la coincidenzaaaa! Allunga i tuoi schifosi tentacoli e torci il collo all'animale piumato!-

Walter si asciuga le mani in un asciugamano, che avrebbe bisogno di bucato, e torna verso la gabbia. Decide di collaborare con la propria allucinazione e mostra le sue mani alla gallina:

- Queste sono mani da intellettuale che non hanno mai fatto niente! Figurati se me le sporco per una gallinaccia spennacchiata come te.-
- Aborto pulsante sangue, se non ti sbrighi perdo la coincidenzaaaa!-
- E allora fuori dalla mia gallina!-
- Uccidimi e me ne vado! Presto, il metano sta calando!
- Meglio.-
- Non respiri metano?- Walter asseconda quella che pena essere un’allucinazione post trauma e scuote la testa:
- No. Ossigeno.-
- Ma è un gas velenosissimo!-
- Dalle parti tue forse. A me fa un gran bene.- e va a spalancare la finestra. Tenta un respirone di sollievo ma passa un fuoristrada che gli manda in faccia una nuvola di gasolio incombusto. La gallina starnazza:

- Quando sono arrivato, qui era pieno di metano!-
- Mi stavo suicidando.-
- Non capisco la parola.-
- Volevo morire. Kaputt. Farla finita.-
- Nel senso di smettere di essere?-
- Brava gallina! Nel senso di smettere di essere.-
- Di solito le razze inferiori vogliono vivere in eterno-
- Mi va tutto male altrimenti non starei a parlare di stronzate con una gallina.-

Walter comincia ad abituarsi al dialogo e ad accettarlo come reale. La gallina raspa un poco in fondo alla gabbia in un gesto così naturale che Walter si sente meglio.
Il pennuto lo guarda dal basso, piegando un poco il capo, e gli chiede:

- Perché non usi la chiave stocastica? Se non viaggi funziona sempre.-
- Sto... che?-
- Stocastica! Casuale. Quella per far collassare nella tua linea di realtà i pacchetti d’onda dei tuoi universi migliori. Insomma per ordinare gli eventi casuali nel modo a te più favorevole, -

Walter sbuffa imbarazzato. Parlare con una gallina già è un segno di degrado, ma non capire quello che dice è troppo.

- Ordinare gli eventi casuali... vuoi dire, una chiave della fortuna?-

La gallina si accascia disperata. Si pulisce il becco sul fondo della gabbia, prima a destra e poi a sinistra. Chioccia tra sé:

- In che cesso di universo sono capitato se non sanno neppure cos'è una chiave stocastica?!-

Ora è Walter a piegare il capo prima a destra e poi a sinistra. Follia per follia perché non provarci? Si schiarisce la voce e chiede:

- Tu me la puoi dare?- La gallina si blocca e sporge di nuovo la testa oltre le sbarre:

- Se ti do la chiave, uccidi la gallina?-
- Tu dammela, poi si vede...-

La gallina ci pensa su poi si gira e depone un bell'uovo bianco. Walter sgrana gli occhi:

- Mc Nugget!... hai fatto un uovo!-
- Questo la gallina lo sa di suo.-
- Le galline sì, ma tu sei un cappone... avevo detto a Mara che eri una gallina per via di Cagliostro...-
- Rompi l'uovo.- ordina la gallina perentoria. Walter prende l'uovo e lo agita sperando di sentire un suono.

- C’è la sorpresa come nelle uova di Pasqua?-

La gallina chioccia un suono di disgusto e Walter rompe l'uovo sul bordo del tavolo e ne esce una piccola chiave lucente.

- Wow! E' d'argento?-
- Macché argento, andromedo! Adesso hai la chiave, ammazza la bestia!-
- Di che è fatta?-
- Di che vuoi che sia fatta una chiave stocastica? E’ un frattale di probabilità che pesca quelle giuste nel mare quantico degli universi entangled, no? E adesso mi vuoi uccidere, sì o no?-
- Davvero questa chiave mi porterà fortuna?-
- Sì, sì, sì, mangiatore di cadaveri! Spezza il collo a questa bestia o sono urzato!

Suona il campanello della porta. Al terzo squillo Walter va ad aprire, tenendo la chiave in pugno, nascondendo così quei suoi brevi brillii: sulla soglia c'è un gran pezzo di ragazza in minigonna.

- Posso entrare? Io sono la fortuna.- Sorride, sfacciata nella promessa. Walter guarda la donna poi guarda la chiave:
- Prego...- Walter si fa indietro e la ragazza entra.
- Tu hai vinto il primo premio del concorso del non-sapone Splash, il non-sapone delle donne belle che non rovina la bella pelle!
- Sei tu il premio?-
- Magari! Hai vinto diecimila dollari!- Walter ride e si guarda intorno, va a sbirciare oltre la finestra - Cos'è, una candid camera?-
- Ma no, tesoro! Se hai in casa un fustino di Splash questo è il buono premio!- e sventola un voucher.
- E se non ce l'ho?- chiede Walter.
- Ti resta solo l'omaggio della casa...-

Walter afferra la splendida ragazza per gli avambracci e la costringe a fare un mezzo giro su se stessa in modo da liberargli la via verso la porta

- Chiudi gli occhi: vado, lo compro e torno.-

La ragazza ride divertita e fa di no alzando un ditino, maliziosa, davanti al volto di Walter:

- No, no, no. Sul lavoro sono la più seria delle donne. Niente fustino, niente premio. Te l'ho detto: solo l'omaggio della casa, se lo gradisci...
- Lo gradisco sì, ma diecimila verdoni, accidenti, mi avrebbero risolto... ma con la fortuna che ho io... non ho mai avuto quello stramaledetto fustino! – spalanca le braccia in un gesto di stizza disperata, vede la chiave e si china a mostrarla al cappone:

- E allora gallinaccio castrato, che razza di chiave doveva essere questa?-

Il cappone gli dà un’occhiata da cappone e poi becchetta qualcosa sul fondo della gabbia.
Un gridolino di gioia fa voltare Walter. La ragazza tiene sollevato il vecchio fustino sbiadito che Mara usava come sgabello per truccarsi e su cui si legge ancora SPLASH
- Eureka! Habemus fustinum!-
- Vuoi dire che ho vinto i diecimila Washington?-
- Ma certo, stallone... e anche l'omaggio della casa!- la bellissima lo bacia e Walter la stringe a sé. I due crollano avvinghiati sul materasso: le gambe posteriori del letto cedono ma non ci fanno caso.

Il cappone guarda interessato e commenta le fasi dell'amplesso con suoni gutturali di stupore e di dissenso.


CAPITOLO 3
Davanti ad una villa lussuosa, circondata da un grande parco chiuso da un'alta recinzione, c’è una limousine in attesa. Lo sportello posteriore è socchiuso. Al volante, immobile, un autista in livrea.

Dalla villa esce un uomo in divisa da maggiordomo, molto inglese, con una borsa sottobraccio e un borsalino grigio perla in mano. Dietro a lui cammina, dondolando sulle gambette corte, un uomo panciutello sulla cinquantina, vestito di seta italiana.
Il maggiordomo spalanca la porta della limousine e, dopo che il piccoletto si è sistemato sui grandi sedili di velluto, gli posa accanto la borsa e il cappello:

- Buona giornata mister Goldfish - dice in tono neutro e, senza attendere una risposta che non viene, chiude la portiera, gira sui tacchi come una guardia della regina e torna verso la villa..
Goldfish picchietta nervoso sulla schiena dell’autista che non s’è mosso.

- Andiamo Jerry, che aspetti?- ma il corpo dell’autista si piega su un lato mostrando un coltello piantato fra le costole.

Un uomo sfregiato emerge da dietro lo schienale del sedile anteriore, accanto a quello dell'autista con una pistola spianata contro Goldfish e un dito sulle labbra a intimare il silenzio:

- Andiamo subito, mister Goldfish.-
- Dio mio… ma che cos'è?-
- Il normale rapimento di un miliardario, mister Goldfish. Tu stai buono e non si fa male nessuno.-

Un uomo robusto apre la portiera anteriore, prende il cadavere di Jerry e lo trascina sul sedile posteriore, lo appoggia addosso a Goldfish, si siede a sua volta. Sfila il coltello insanguinato dalle costole dell’autista e lo punta alla gola del miliardario che guarda stralunato verso la villa nella speranza che il maggiordomo abbia notato qualcosa. Ma così non pare.
L’uomo con la pistola si mette alla guida e la limousine scivola lungo viale verso il grande cancello in ferro battuto che si apre per farla passare.

CAPITOLO 4
Nello scantinato annerito dall’esplosione anomala, il cappone chiuso nella gabbia chioccia di protesta cercando di attirare l’attenzione di Walter.

Sul letto, le cui quattro gambe hanno ceduto del tutto, giacciono, nudi ed esausti, Walter e la ragazza del sapone Splash. Le coperte, aggrovigliate sul pavimento, testimoniano la focosità dell’amplesso.

- Come ti chiami?- sussurra sognante la ragazza.-
- Walter..-
- Walter Magnum… - bisbiglia la bella frugandogli con le mani fra le gambe. Walter sorride lusingato:
- Vorrei che ti sentisse Mara...-
- Tua moglie? –

Walter divarica le dita della mano sinistra e gliele mostra, prive di anelli.

- Non sono sposato.-
- Non sposarti mai. Uno come te dev'essere di tutte le donne.- si stiracchia e salta giù dal letto: è davvero uno splendore. Si infila la veste e le scarpe:

Devo andare. Tu vai alla Reginald Goldfish Bank con questo. Ti pagheranno il premio. - Posa il voucher del premio sull’inguine di Walter e conclude con un sorrisone:- Ciao.-
- Ehi un momento! Come ti chiami?-
- Magnìfica. Per gli amici Magni-fìca.- ride e se ne va con un vezzoso cenno di mano.
Walter salta giù dal letto per richiamarla ma il voucher svolazza verso la gabbia del cappone che lo becca. Walter lo recupera con un tuffo e il cappone chioccia:

- Hai finito di plimflare, andromedo?-

Walter stira il voucher, poi guarda McNugget e si ricorda della chiave. Dov’è finita la chiave? Sventola le lenzuola e la chiave cade sul pavimento. La raccoglie e la rigira fra le dita: di tanto in tanto luccica, forse per riflesso. La bacia con moto sacrale e sussurra tra sé:

- Vuoi vedere che funziona davvero?-

Il cappone starnazza seccato e alza la voce, di nuovo petulante:

- Walter Magnum, è ovvio che funziona, ovvio come un decadimento beta inverso! E adesso uccidi il pennuto!-

Walter lo guarda incerto. Fa il gesto di mettersi la chiave in tasca ma è nudo. La serra fra le labbra e va nel bagno. Una profonda ruga gli solca la fronte: sta pensando.
Posa la chiave con grande attenzione sul portasapone e si sciacqua il volto. Riprende la piccola chiave con cautela e torna a guardarla, rigirandola davanti allo specchio.
La ruga sulla fronte si fa ancora più profonda. Lo sguardo gli cade su un catenella d’acciaio, di quelle usate dai dentisti per fermare i bavaglini di carta sotto la bocca dei clienti e a cui lui ha legato lo spazzolino. Lo stacca e infila la catenella nell’occhio della chiave. Come braccialetto è troppo grande ma come giro collo è perfetto.
Controlla nello specchio e dà uno strattone alla catenella: sembra sicura. Quella chiave miracolosa sarà bene tenerla sempre addosso.
Il cappone ha continuato a strepitare che vuole essere ammazzato e Walter torna da lui con un sorriso da gesuita sulle labbra:

- Ucciderti, mio piccolo adorato pulcino? Dovrei ammazzare la mia gallinella dalle uova d'oro? McNugget, cappone mio, avrai sempre il grano migliore e, giuro, nessuno ti spennerà più il culo!-

Il gallinaccio starnazza nella gabbia, furibondo. Sembra quasi in grado di spezzare le stecche di legno e saltar fuori per aggredire Walter, ma volano solo alcune piume.

- Mancatore di promessa! Ingoiatore di saliva! Schifoso primitivo mono-organo che lo usi sia per plimflare che per pisciare!-

Walter si sente in colpa e si veste in fretta.

- Poi ne parliamo eh? Devo correre a vedere se mi danno questi diecimila verdoni. Ciao, McNugget, mi sa proprio che mi porti fortuna...- esce sbattendo forte l’uscio e chiude a chiave. Il cappone si lascia cadere sul fondo della gabbia.

- Fortuna! – chioccia disperato, stirando le zampette come se morisse - In questa chiavica di universo credono ancora alla fortuna....-

Walter esce dal palazzo camminando svelto, un occhio all’indirizzo scritto sul voucher e va a sbattere contro ale.

- Hi, Walter! Cercavo proprio te. Ho un biglietto di Mara...- gli porge un bigliettino. Walter gli dà un'occhiata e se lo ficca in tasca.

- Vado di fretta, lo leggo dopo. –
- Ti dice vaffanculo. Mara non poteva dividere la tua miseria per tutta la vita. Rassegnati, una bella donna come lei ha bisogno di uno con le palle quadre, come me.... non so se mi spiego.-

Walter si muove per passare oltre ma ale lo blocca, prendendolo per il bavero della giacca:

- Ma non ti guardi mai allo specchio? Sei messo proprio male. Passa da me stasera che dico alla schiava di darti uno dei miei abiti smessi….non so se mi spiego.-

Walter si libera dalle manacce dell’uomo e chiede in tono dolce:

- E' il modello col retrovisore?-
- Ti voglio regalare un vestito mica una macchina!-
- Sì ma col pancione che hai come te lo ritrovi senza lo specchietto?-
- Dovrei ridere?-
- No, dovresti piangere dal mattino alla sera per quanto sei stronzo. Non so se mi spiego.-

Walter allunga il passo temendo una reazione violenta di ale, che si passa le mani sui pantaloni e gli grida dietro:

- La merda ti dev'essere arrivata al cervello. Quelli come te non vanno aiutati, devono crepare sotto i ponti, come i negri.-

Walter continua a camminare a lunghi passi, appallottola il biglietto di Mara e lo getta via.

- Una persa cento trovate.- dice, ma sente un po’ di magone e segue con lo sguardo il bigliettino stropicciato che si è fermato contro un bidone dell'immondizia: accanto a tre banconote da cento spiegazzate! Walter le raccatta incredulo, con un gesto lento, sentendosi invadere da un sentimento religioso. Poi tocca la chiave che porta al collo, con nuovo rispetto.

- Wow! Sei una potenza… -

In fondo alla via c’è un negozio di vestiti e Walter entra sfilandosi la vecchia giacca stazzonata. Ne esce dopo mezz’ora fasciato in un completo di seta grigio, spacchetti sui fianchi e pantaloni coi risvolti. Completa la sua nuova immagine una grande borsa di cuoio naturale. Sembra uno yuppie di quando la Borsa tirava.

Walter si sente pieno di energia, i muscoli pronti a scattare come molle compresse.


CAPITOLO 5
Ritto come un manichino, davanti all'ingresso della Reginald Goldsfish Bank, il direttore dei rapporti con la clientela della Splash scruta le persone che si avvicinano alla banca. Chiuso nella propria miseria intellettuale di laureato in scienze della comunicazione è convinto di saper giudicare le persone alla prima occhiata.

Walter cammina guardando le insegne, frusciando nel suo vestito nuovo con la borsa di cuoio nella destra e il direttore ha un sorriso di autocompiacimento: ecco l’imbecille del concorso, e gli fa un cenno mantenendo gelato il sorriso, senza alcun simpatia, neppure finta:

- Io sono il dottor Wilhelm Mary Euge Reeboldeener, direttore della società Splash. Immagino che lei sia Walter Fraser, il fortunato col fustino, sono lieto di accoglierla a nome della Splash tra i nostri beneficiati. S'accomodi...-
- Ha detto dottor …?
- Direttore dottor Wilhelm Mary Euge Reeboldeener.
- Ah. Me li date subito i soldi, in contanti?-

Il direttore solleva mezzo labbro come una iena in vena di disprezzo e risponde ironico:

- Contanti e contati. Prego.-

Gli fa strada verso uno dei cassieri con cui scambia un cenno di intesa, poi controlla il voucher di Walter e gli indica un punto della ricevuta con una lunga unghia curata:

- Ecco, mister Fraser: una firmetta qui.-

Walter firma e il cassiere conta una mazzetta di biglietti da cento.

Alle sue spalle, un ragazzo coi capelli lunghi e una ragazza rasata a zero spiano con ingordigia l’accumularsi della banconote, poi la ragazza dà una gomitata all’amico e lo tira via.

Anche a Walter nel vedere tanti bigliettoni viene l’acquolina in bocca. Inghiotte disprezzandosi per la salivazione: il denaro non è tutto.

- Seimila, settemila, ecco settemila e cinquecento...-
- Settemilacinquecento? Sul voucher c'era scritto diecimila.-

Il direttore gli punta contro l’unghia come un pugnale e sorride con l’angolo destro delle labbra:

- Lordi. Ci sono le tasse e il contributo per il nostro fondo pensioni. Non sia avido: settemilacinquecento dollari son sempre settemilacinquecento dollari guadagnati senza fatica...
- Anche diecimila son sempre diecimila.-
- Se non li vuole li diamo in beneficenza. Abbiamo una Fondazione che...-

Walter getta le banconote alla rinfusa dentro la sua nuova borsa, prima che ci ripensino. La stringe sotto il braccio ed esce dalla banca.

Con una brusca accelerata una moto balza verso Walter. La guida il ragazzo dai capelli lunghi e la ragazza con la testa rapata gli sta aggrappata dietro come una cozza. Walter scarta ma non abbastanza.
La cozza allunga un tentacolo e afferra la borsa coi soldi cercando di strappargliela. Walter resiste e si aggrappa ad essa con entrambe le mani, urlando come se gli strappassero il cuore.
Grida e corre, trascinato dalla moto, finché la borsa si spacca e i biglietti da cento volano in aria.
La moto sbanda e va ad incastrarsi sotto il muso della limousine di Goldfish che sta arrivando dalla parte opposta.
Nevicano dollari e i passanti si azzuffano per prenderli.
Walter saltella in mezzo a loro, isterico, spintona e viene spintonato, cerca di riprendere quelle banconote svolazzanti ma ne recupera solo una manciata. Grida:

- Sono miei! Ladri! Aiutoo! Sono soldi miei! Arrestate tutti! Poliziaaa!-

Si sente una sirena e i due giovani scippatori fuggono a piedi ma a piedi fuggono anche i due sequestratori dalla limousine di Goldfish dopo aver provato inutilmente a disincagliare l’auto dalla moto, incastrata sotto l’avantreno della vettura.
Resta, rigido e solo sul sedile posteriore, il cadavere dell'autista pugnalato dai malviventi.
Dall’auto della Polizia balzano giù due agenti in divisa, pistolone alla cintola, manette ciondolanti sulle chiappe, guanti e cipiglio feroce:

- Che succede! Fermi tutti! – guardano la nevicata di soldi - Da dove arriva quel denaro?-
- E' mio! Avevo settemilacinquecento dollari nella borsa e han cercato di rubarmeli!-

L'agente afferra Walter per un braccio e si strappa le manette dalla cintura. Walter strattona, protestando:

- Ma che fai? Arresti me? Ferma quelli! Ladriiii! – il poliziotto lo colpisce con un ceffone che lo fa andare a sbattere contro il bagagliaio della limousine di Goldfish dicendogli annoiato, in tono di routine:
- Hai bisogno del “mirandize”? Ti devo dire quali sono i tuoi diritti? -

Fortuna per Walter che l’altro agente scopre che l’uomo seduto nella limousine non risponde e fa un salto indietro puntando sul cadavere il suo pistolone.
Per automatismo imitativo anche l’agente che ha schiaffeggiato Walter lascia la presa e scatta, gambe divaricate, con la l pistola puntata contro la macchina, ben salda in entrambe le mani. Intimano al morto:

- Fuori, e mani bene in vista! –

Il cadavere scivola di lato e mostra il fianco sporco di sangue.

- Poche storie! Fuori con le mani in alto! – ordina il poliziotto flettendo le gambe divaricate e muovendo la canna del pistolone. Il collega si avvicina alla limousine e guarda meglio. Mette via la pistola e dice all’altro: - E’ morto.-

Anche il secondo poliziotto mette via l’arma, di malavoglia, e si drizza sulle gambe.
Walter si china a raccogliere un biglietto cento dollari finito sotto la limousine e nel piegarsi in avanti la chiave stocastica che porta appesa al collo ciondola e balugina tintinnando contro la serratura del bagagliaio che scatta e si apre.

- C'è qualcuno...- baleetta Walter ancora rintronato dagli schiaffi.

La voce angosciata di Wilhelm sovrasta le altre.

- Ma è mister Goldfish!…-

Walter solleva il portellone: dentro il bagagliaio c’è Goldfish, legato e imbavagliato. Walter strappa il bavaglio al sequestrato che respira con affanno:

- Stavo soffocando...-

Wilhelm scansa Walter e i poliziotti in malo modo.

- Mister Goldfish! Che ci fa nel bagagliaio? –
- Intervisto i bauli, imbecille! Mi hanno rapito, no? E lei agente, mi levi queste corde!-

Uno dei poliziotti estrae un pugnale da uno stivale e obbedisce.

- Devo fare rapporto: conosce il nome dei suoi rapitori? –

Goldfish gli dà un’occhiata che è un insulto e poi gli dice, a bassa voce, di togliersi dai coglioni. Il poliziotto ci resta male e scambia uno sguardo col collega che gli fa cenno di lasciar perdere.

- Chi è quello della borsa?- chiede Goldfish rivolgendosi alla folla di curiosi che si è raccolta intorno alla limousine.

Walter esita, poi si fa avanti, tastandosi le guance.

- Io. Han cercato di rapinarmi, ho resistito e quelli hanno sbattuto con la moto contro la limousine. Non è colpa mia... –
- Colpa? Questo era un rapimento, figliolo. Gente spietata. Guarda che han fatto al mio autista. Se andava bene, ci avrei rimesso cinquanta milioni.-
- Cinquanta milioni di …dollari, mister Goldfish? – chiede il direttore della Splash.
- No, di noccioline! Perché tu chiederesti meno per il mio riscatto?-
- Non mi permetterei mai, mister Goldfish...-

Goldfish si aggrappa a Walter per uscire dal bagagliaio. Le gambe gli cedono e resta appeso a lui, sorridendo:

- Le gambe mi friggono. E non era tanto che stavo chiuso lì dentro… poi dicono che le limousine sono comode…- prova a fare un passo ma non ci riesce - Non ce la faccio a camminare. Tu, leva due sedili alla limousine.-

L’ordine secco è per il direttore della Splash che esita:

- Perché due, mister Goldfish?- Il miliardario si spazientisce:
- Che fai? Discuti gli ordini del tuo padrone? Muoviti, voglio far due chiacchiere col mio salvatore. -

Walter, sorreggendo il panciuto miliardario, fissa Wilhelm negli occhi e ripete l’ordine di Godfish con una smorfia d’imperio riflesso:

- Sbrigati! Due sedili! – Il miliardario batte un colpetto amichevole sulla nuca di Walter:
- Sai, amico, forse ti devo la pelle. Ho una moglie cornuta che non avrebbe pagato un bel niente. Delinquenti idioti: ma dico, vuoi i soldi del re e rapisci il re? -

Qualche minuto dopo una curiosa processione intralcia il traffico: portati dal direttore della Splash, dai due agenti e dal cassiere della banca, Goldfish e Walter, seduti sui sedili anteriori tolti dalla limousine, conversano come due papi in sedia gestatoria. Li segue un codazzo di curiosi.

Goldfish si fa accendere un sigaro dall’ansimante direttore che regge il sedile e fa scattare la fiamma dell’accendino. Il miliardario aspira la prima boccata con grande sollievo e poi infila un sigaro in bocca a Walter sogghignando:

- Non fumi? –
- Qualche volta…-
- E allora perché quella faccia. Non sono mica come Clinton! Io i sigari li infilo in bocca. – ride da solo per la sua battuta e poi - Come ti chiami?-
- Walter. Walter Fraser.-
- Bene Walter, qual è il sogno della tua vita?-

Walter sospira e socchiude gli occhi. Bella domanda. I soldi? Sì, anche. la fama? Sì, sì, però… Amore? Certo, l’amore perfetto, l’amore che non può esistere.

- Una settimana con Marilyn Monroe su un’isola deserta. –
- Una settimana con…. oh questa è bella! Questa è bella!-

Goldfish scoppia in una risata stentorea e Walter si china per accendere il sigaro alla fiammella dell’accendino che il sudato Wilhelm con una contorsione è riuscito ad avvicinargli.

- Io sono un miliardario non il genio della lampada! Però chissà…Hai dei problemi più terra terra?

Walter annuisce, tira una boccata e tossisce:

- Tutti. I problemi son rimasti tutti e sempre terra terra. Sono i soldi che son volati via.-
- Quant’erano?-
- Settemi...-

Interviene Wilhelm a coprirgli la voce, ansimante per la fatica:

- Diecimila dollari, mister Goldfish. Mister Fraser aveva appena incassato uno dei nostri premi pubblicitari.-
- Bene, dategliene ventimila come indennizzo. E adesso, Francia o non Francia, ci vuole un po' di Champagne!-
- Vuol dire che lei... mi dà ventimila dollari al posto dei settem…-
- Diecimila…- supplica il direttore curvo sotto il peso.
- Senti, amico, per me ventimila dollari sono come per te venti cents. – fa schioccare le dita e continua – Ecco, nel tempo dello schiocco le mie aziende hanno trattato affari per un milione di dollari. La Splash è una delle mie società e questo è il più bel giorno delle nostre vite! Tu che lavoro fai?-
- Niente.-
- Perfetto. Che cosa sai fare?-
- Niente. Sono un intellettuale.-
- Perfetto. Scuole?-
- Pubbliche.-
- Perfetto. Odio quei sapientoni di Harvard. Bravo! Mi ricordi la mia giovinezza. Ti van bene diecimila al mese per cominciare?-
- Accidenti sì… ma... che devo fare?-
- La tua specialità: niente. Però con due segretarie che t'aiutano.- ride e dà una manata sulla testa sudata di Wilhelm, proprio come si farebbe sul culo di un mulo - Hai sentito, tu, bestia? Lo mettiamo alle relazioni pubbliche. -

Il direttore soffia, nel rantolo dello sforzo, il suo signorsì. Walter supera il disagio: se non si bada a chi sta sotto, essere portati a spalla come dei papi è divertente. San Francisco vista a dorso d’uomo è anche più bella.
Walter incontra lo sguardo scrutatore e porcino di Goldfish e gli sorride. Il miliardario ricambia:

- Bello essere ricchi eh? – ammicca, e Walter ammette con un cenno del capo.- Vedrai. Dopo un po’ sembra naturale…- conclude il miliardario.

CAPITOLO 6
Al largo delle isole Marchesi l’oggetto scuro dondola al passare delle onde lunghe che precedono l’alea.
E’ una grossa palla nera irta di detonatori, coperta di alghe e incrostata di conchiglie, che appare e scompare tra i flutti. Si trascina dietro lo spezzone di una catena corrosa dal mare.

Un peschereccio le sta facendo prua addosso.
Un giovane pescatore sbadiglia per il sonno, sbracato accanto al timone automatico.
Nessun altro è in coperta e la prua solca le onde plumbee dritto verso la mina che ballonzola aspettando l’urto che segnerà la fine di sessant’anni di viaggio dalle coste delle Hawai’i, dove l’avevano incatenata davanti a Pearl Harbour, fino alle isole della Polinesia.
Centinaia di imbarcazioni l’hanno sfiorata ma nessuna ha urtato i suoi detonatori facendola esplodere.

Il ragazzo al timone ha chiuso gli occhi, ignaro di quanto sta per accadere.
Mancano pochi metri all’urto quando il gracchiare forte e vicino di un gabbiano lo fa balzare in piedi. L’uccello è su di lui e le sue ali quasi lo schiaffeggiano. Si sporge dalla murata per maledire il gabbiano che vola verso la mina e ci si posa sopra.
Nella luce del sole nascente, il pescatore vede la sfera cupa irta di detonatori e si precipita alla ruota, stacca il pilota automatico e dà un violento colpo di timone.

La prua del peschereccio devia con uno strappo, saltando sull’onda come un cavallo imbizzarrito e passa a un metro dalla mina continuando poi in un ampio cerchio che il timoniere recupera girando di ruota in senso contrario. Il gabbiano vola alto nel cielo e gracchia il suo saluto.
Il giovane timoniere lo guarda e si fa un segno di croce .

La sbandata ha svegliato i tre dell’equipaggio e il capitano sbuca irritato in coperta. Il timoniere, ancora emozionato per lo scampato pericolo, gli indica la mina che galleggia nella scia di poppa col suo carico di morte. Il capitano dà una manata di approvazione al ragazzo. Si volta verso uno dei suoi:

- Send a warning to the Coast Guard. – dà un’occhiata al GPS e continua:- A mine at 138 west and 9 e 33 south.

CAPITOLO 7
Apparentemente ignaro e passivo come un qualunque cappone, Mc Nugget, chiuso nella gabbia nello scantinato di Walter e Mara, espelle i suoi escrementi.

Walter, elegante in una camicia di seta cruda e completo Armani, si inginocchia davanti a lui cercandone lo sguardo, ma la bestiola razzola nel proprio guano e non gli presta attenzione.

- Su, non farmi il muso, McNugget! – prega Walter che ha la coscienza sporca di chi ha mancato a una promessa - Rispondimi! Non ti voglio lasciare nella merda... la tua chiave funziona alla grande ma io non ho mai ucciso nessuno….guarda, se proprio vuoi ti faccio tirare il collo dal macellaio... ma dimmi una parola!..-

- Parli con la gallina? – la voce sgradevole del padrone di casa fa voltare Walter che si rialza dandosi un colpetto sui pantaloni all’altezza delle ginocchia, mentre con aria sprezzante Mr.Brooks avanza di due passi arricciando il naso con disgusto per la puzza che stagna nell’ambiente dal soffitto basso.

- Cos'è, l'effetto delle nuove droghe sintetiche che girano nei bassifondi?-

Walter risponde senza acrimonia:

- Ma no, parlo sempre con tutti, Brooks: galline, porci, padroni di casa. A proposito, come sta la signora?-
- Sei in ritardo col fitto. Non ti puoi permettere di fare il sarcastico. Sabato o paghi o lasci l'appartamento, te e la tua ganza, altrimenti chiamerò la polizia.-

Walter butta con noncuranza un pizzico di biglietti da cento dollari verso Brooks: le banconote planano tutt’intorno all’uomo che resta a guardarle a bocca aperta.

- Le puoi raccogliere, Brooks. Poi con calma le conti e mi dici a quanti mesi di affitto corrispondono. –

Brooks si china a raccogliere le banconote sparse sul pavimento sporco con una atleticità insospettabile nel suo corpo lardoso. Walter incede signorile verso l’uscita ma si ferma e si volta puntandogli un dito contro:

- Ho un lavoro per te. La ganza se n'è andata e io devo partire per una crociera alle Isole Marchesi, quindi tu devi prenderti cura della gallina.-
- Ma... Come ti permetti? – balbetta Brooks cercando una faccia indignata che non gli viene avendo le mani piene di banconote.
Walter si pesca altri dollari dalle tasche e li sfarfalla addosso al padrone di casa costringendolo in un circolo vizioso dove la rabbia e l’ingordigia si mordono la coda.

- Così… - risponde serafico Walter e precisa – La gallina non ha bisogno di molto: un cartoccio del miglior mais e una scodellina di acqua tutti i giorni. Mille al mese anticipati per cinque minuti al giorno, okay?
- Stai scherzando vero? Tutti questi soldi sono falsi o hai rapinato una banca?-
- Meglio: ho trovato un banchiere – infila un rotolo di banconote nel taschino della giacca dell’esterrefatto padrone casa e infierisce, godendosi la sua vendetta: - Comincia subito. Dà una pulita alla gabbia, è piena di merda.… tiè, altri cento dollari al mese per la merda.- Mette fra le mani di Brooks una scopetta consunta e lercia di guano – C’è anche una paletta da qualche parte. Ancora una cosa, Brooks: da oggi mi devi chiamare Walter Magnum.-
- Come vuoi, Walter Magnum.
- Oh... se la gallina si mettesse a parlare, non risponderle, però scrivi tutto quello che dice. Tutto! Intesi?-
- Scrivere quello che dicono le galline per me è un piacere. Un altro centone al mese?
- Ok, andato.-
- Andato, Walter!-
- ...Magnum.-
- Magnum, Magnum... d’accordo. –

Brooks ha recuperato dignità e tasta il rotolo di banconote che ha nel taschino. Walter punta un dito minaccioso contro Mc Nugget:

- E tu, cappone, se cerchi di fare il furbo sarà peggio per te. – ma il pennuto becca il fondo della gabbia sporcandosi il becco di merda e non gli bada affatto.

Intanto nel negozio di Ale, Mara sta provando una nuova sfera di cristallo: ce ne sono due sullo scaffale ma per quanto si concentri non riesce a vederci dentro nulla. ale le si avvicina di soppiatto da dietro e le mette le mani sotto le gonne. Mara trasalisce e la sfera le sfugge dalle mani fracassandosi a terra.

- Ancora! Uffa quanto sei cafone!- sbuffa Mara guardando i cocci di vetro sul pavimento.
- Era solo una boccia per pesci rossi… Non mi pare vero di poterti toccare, non so se mi spiego…- sorride ale allungando di nuovo le mani.

Mara si ritrae seccata:

- Non funzionano. Non so perché. Ma dentro alle tue palle non ci vedo niente.-

ale ride e torna alla carica cercando di palparle il seno. Mara si sottrae e ale sbuffa:

- Perché, che cazzo ci vedevi in quelle di Walter?-

Mara lo guarda male e ale dondola il capo, scodinzolando come un vecchio cane in cerca di perdono:

- Dicevo per scherzare, non so se mi spiego…-
- Ti spieghi sì, purtroppo…- sospira Mara e prende l’altra sfera dallo scaffale del negozio e cerca di concentrarsi muovendo la palla di vetro nel tentativo di farle prendere la giusta luce.

- Ma tu ci credi davvero….oh sì, sì scusa…. È che io sono agn…agno… insomma io non credo alle stronzate, non so se mi spiego…-


CAPITOLO 8
Per Walter sono stati giorni frenetici, entusiasmanti.

Goldfish gli ha riempito le tasche di dollari per le spese per la crociera. Gli ha ordinato di comprarsi almeno una dozzina di pantaloni da tolda e di camicie di seta, scarpe da yacht, tre completi eleganti per le serate di gala, mentre magliette, accappatoi, giacche a vento con la sigla della barca li troverà a bordo. E Walter ha obbedito euforico. Poter spendere senza contare i soldi gli ha dato una sensazione infantile di potere, come quando giocava nel cortile di casa e regalava buoni da un milione a chi indovinava i suoi quiz.

- Perché zia Quintilia rotola balla nuota e apre le porte? – nessuno indovinava mai.
- Perché Quintilia comprende la quadriglia, la triglia, la biglia e la maniglia.-

Niente buoni da un milione, ora bastano cinque dollari nelle mani del commesso per renderlo servizievole come uno schiavo. Il mondo visto con le tasche piene di dollari è un mondo di schiavi. E’ un panorama comodo ma non esaltante.

Quando il lussuoso yacht di Goldfish passa sotto il Golden Gate Bridge, il sole si è appena levato sulla baia e il grande ponte è immerso nella nebbia come quelle mattine in cui ci camminava sopra, dando la mano a Mara.
Walter non è riuscito a dormire ma quel filo di nausea deve essere il mare: troppo presto per avere già nostalgia della miseria.

La Piramide si allontana a poppa nel pulviscolo di schiuma sollevato dalle eliche e la muraglia di bambagia che la lunga prua della barca sta penetrando gli pare promettere di mantenere, col suo peso uniforme, livellata e piatta l’acqua verde del Pacifico.
Tutti stanno ancora dormendo e Walter ha l’impressione di essere ingoiato con tutta la barca in un tunnel temporale e vomita.

Le prime giornate di navigazione, sempre prua verso sud, sono tutte da vomito per Walter che deve farsi il piede marino, almeno così gli dice il nostromo che gli porta i pasti in cabina, pasti che non riesce a mandar giù finché al quarto giorno si sveglia e la barca gli sembra ferma.
Esce sul ponte: un grande sole rosso si sta tuffando nel Pacifico mentre nel pozzetto un cameriere serve liquori e ghiaccio a Goldfish e ad altri due uomini sbracati sui grandi cuscini in pelle bianca. La barca non è affatto ferma ma cavalca l’onda lunga dell’oceano, però a Walter non dà più fastidio.
Goldfish lo saluta ridendo: finalmente! Stava battendo il record della durata del mal di mare. Gli mette in mano un drink e gli presenta i suoi ospiti: sono due personaggi ben noti a Hollywood ma i nomi di Rabin e di Scagnetti non dicono nulla a Walter che si stende sui cuscini per godersi il tramonto.
Beve il suo whisky e sente i tre che parlano con entusiasmo del lancio di una nuova star, una gran bionda che farà un provino a sole calato.
Walter, chiuso in cabina fin dall’inizio della crociera non sa nulla della bionda e tanto per partecipare alla chiacchiera, chiede:

- E chi è questa donna affascinante? –
- La vedrai stasera. E' una sorpresa.- gli risponde ammiccando Goldfish.
- Abbiamo dovuto disintossicarla un po’ e l'abbiamo anche messa a dieta.- precisa Scagnetti .
Walter lo guarda meglio: è brutto, bruno e mediterraneo. Beve tenendo il mignolo della mano destra teso in avanti. Rabin annuisce:

- Proprio come quella vera, deve stare attenta alla ciccia.- sogghigna scolando il whisky fino in fondo ma Goldfish gli fa cenno di non dire altro.
- Ce ne fosse di ciccia così in giro.- conclude Scagnetti.

Walter sorride, già annoiato, per lui il cinema ha significato solo Marilyn Monroe.

Il sole scompare rapido oltre la linea liquida dell’orizzonte lasciando qualche striscia scura nel cielo che diventa subito buio. Dopo poco sorge la luna, bella, piena e splendente.
Walter si infila la sua giacca da tolda e aspira con la brezza salmastra che accarezza sull’oceano argentato accendendo qualche schiuma fosforescente nella scia del grande yacht.

In uno dei saloni sotto coperta un’orchestrina sta suonando un blues che gli evoca Mara, i suoi capelli ramati, la sfera di cristallo.
Che bello se ci fosse anche lei… ma è colpa sua se lei non è lì a godersi la vita. O no?

L’eco di un paio di tappi di champagne che saltano e la voce di Goldfish che lo chiama interrompono il suo rimuginare e Walter scende sotto coperta.

Un cameriere riempie una fila di coppe di cristallo davanti a Goldfish, Rabin e Scagnetti, mentre l'orchestra attacca il motivo di una canzone di Marilyn Monroe: "Bye bye baby" e la famosa voce di Marilyn riempie la sala, mettendo i brividi nella schiena di Walter che prende una delle coppe di vino dondolandosi a tempo di musica. Canticchia e si siede accanto a Goldfish:

- Marilyn resta sempre Marilyn…- sospira. Beve un sorso e poi chiude gli occhi perdendosi nella voce sexy della Monroe.

- Ti conviene guardare…- ridacchia Goldfish dandogli un colpetto sul braccio. Walter apre gli occhi: da dietro un siparietto appare un braccio candido e tornito, poi una gamba con calza a rete e scarpa col tacco a spillo di dodici centimetri, infine Marilyn Monroe o qualcuna che le assomiglia tanto, avanza verso i quattro cantando col microfono vicino alla bocca: è davvero uguale alla grande star scomparsa.
Walter spalanca la bocca affascinato e Goldfish ne spia, divertito, l'espressione.

- Marilyn... – sussurra Walter incredulo, stordito.
- Sembra proprio lei, vero?- chiede Goldfish ingolosito.
- Ma... è lei! – baleetta Walter sconvolto.
- Hai ragione, è lei! Anche se quella vera avrebbe più di settant'anni, pirla!-
- Marilyn è fuori dal tempo... l'avranno ibernata...-

Rabin si batte una manata su una coscia:

- Ibernata! Buona idea per il lancio. Questo è un business da miliardi di dollari...-

La sosia di Marilyn Monroe termina la canzone. Walter si alza, come in trance, con un sorriso idiota fisso sul volto sognante, le prende una mano e le sussurra:

- Marilyn... sapevo che saresti tornata... ti ho sognata fin da bambino.-
- E questo chi cazzo è?- reagisce la bionda liberandosi dal contatto.
- Il primo dei tuoi fan, darling.- esclama Rabin applaudendo.

Anche Scagnetti applaude e Goldfish guarda Walter incuriosito.

- Davvero credi che sia lei? – chiede. Walter non risponde, fissa la bionda imbambolato. Goldfish guarda gli altri:

- Se si può credere che sia quella vera forse non dobbiamo chiamarla Marilyn Due…-

La bionda si siede a fianco di Rabin e Walter le si accuccia accanto, senza staccare lo sguardo dal suo viso. Rabin le mette una mano sulle cosce, senza malizia sessuale, come si fa con un animale di proprietà e spiega a Goldfish:

- Quando l'abbiamo vista in quel pornofilm era già quasi perfetta, le abbiamo fatto una plastica al naso. Le altre piccole differenze le correggerà il computer. Con questa crisi orribile la gente vuole sognare i bei tempi! Gli happy days! E Marilyn era il simbolo della dolce burrosa abbondanza!

Goldfish guarda Walter e poi la bionda che si sta scolando una coppa di champagne.

- Ci sto. – decide - Fifty fifty, una firmettina e altro champagne!-

Mentre i camerieri fanno saltare nuovi tappi alle bottiglie, il comandante dello yacht si avvicina a Goldfish, berretto d’ordinanza in mano, e gli fa un cenno per parlargli in privato ma il miliardario è euforico e gli ordina:

- Parla pure, capitano! Nessun segreto coi miei nuovi soci!-
- Dobbiamo ridurre la velocità, signore, abbiamo ricevuto un avviso di pericolo, sembra che sia stata avvistata una vecchia mina in questo tratto di Pacifico.-
- Ma che ridurre! Avanti a tutto gas! Con tutta l'acqua che c'è vuoi che proprio noi andiamo a sbattere sulla mina?-

Un boato copre la frase di Goldfish. La luce si spegne e un'ondata spezza i vetri ed entra nel salone travolgendo tutto.
Non c’è neppure il tempo di urlare.

Lo schiaffo di acqua buia e gelata entra nei polmoni di Walter sballottato come un tappo di sughero contro le paratie e poi espulso nella notte lunare insieme a frammenti di legno, al berretto del capitano e alle bottiglie vuote di champagne che si riempiono d’acqua e affondano.
Walter nuota e tossisce, tossisce e nuota per mantenersi a galla nell’ultimo schiumare dell’esplosione.
Quando riesce a inspirare aria e si guarda intorno è solo in mezzo alle onde illuminato dalla luna: lo yacht non c’è più.
Colto da disperazione Walter annaspa in mezzo ai relitti dell'esplosione e urla:

- Marilyn! Marilyn!!! -

Una pinna scura fende le acque e punta contro di lui. Walter urla di terrore. Starnazza e va sott’acqua, ma qualcosa lo riporta a galla e avverte il contatto di una pelle flessibile come il cuoio sotto cui guizzano muscoli possenti. Terrorizzato, sente una seconda presenza che lo affianca e lo sorregge, poi Walter parte solcando il mare scuro come se gli avessero innestato un fuoribordo. Urla e perde i sensi.
I suo corpo fila come un siluro sopra e dentro le onde dell’oceano.

E’ l’alba quando Walter torna in sé. E’ ancora sdraiato su quei corpi muscolosi ed elastici che lo hanno salvato dall’affogare e lo stanno portando chissà dove. Il muso di uno di loro emerge nella schiuma e lo guarda. Walter rivede negli occhi del delfino l’espressione di sopportazione che colse in quelli di Wilhem Mary Euge Reboldeener quando era costretto a portarlo in sedia gestatoria per le strade di San Francisco.
Walter, infreddolito e tremante, si aggrappa alle pinne degli animali. Intorno c’è solo cielo e acqua.
Le schiume chiare, il cielo ancora nero, quegli animali da fantascienza: Walter sospetta di essere morto annegato e che quell’assurdo viaggio finirà da qualche parte nei dintorni di Nettuno col tridente o di qualche altra più oscura divinità marina.
Gli tornano in mente le leggende dei delfini che salvano la gente ma non ci aveva mai creduto, poi si ricorda della chiave, china il mento sul petto non osando mollare le pinne dei suoi salvatori: essa è sempre là, stillante acqua salata, ma ciondolante intorno al suo collo con quei suoi piccoli improvvisi bagliori.

Il sole spunta alla destra di Walter e incendia il cielo portandosi via i pensieri di morte e i due delfini nuotano con forza verso una lontana riga di palme che oscilla alla brezza del mattino.

- Terra! – esclama Walter, come già Colombo.

Uno dei delfini gli dà un’occhiata e stavolta crede di leggere dell’ironia in quello sguardo intelligente.

Sotto le palme c’è la linea dorata di una spiaggia sovrastata dall’ombra conica di una montagna tutta verde che si perde nella foschia del mattino.
Il fondo del mare cessa di essere insondabile e appaiono le prime macchie di roccia lavica incastonate nella sabbia chiara: l’acqua è sempre più bassa e i delfini sgroppano scodellando il loro carico umano sulla battigia.
Walter rotola sul basso fondale, nella ruvida carezza di un cavallone che lo trascina a riva e si alza in piedi. La testa gli gira, si volta per ringraziare i delfini ma sono già scomparsi. La chiave della fortuna riflette la luce del sole.

- Un uomo! dio sia lodato! -

La voce di quella che Goldfish voleva chiamare Marilyn Due fa voltare Walter appena in tempo per ricevere la donna, seminuda, sul proprio petto. Si aggrappa a lui, si avvinghia a lui piangendo.
Walter resta a braccia spalancate, estasiato e stupefatto. Poi guarda il cielo azzurro, le palme , la sabbia che si sta scaldando e chiude le proprie braccia su quel corpo prezioso, stimolo per tanti amori solitari della sua adolescenza.

- Marilyn… - baleetta e sente gli occhi riempirsi di lacrime. Con voce rotta dall’emozione, tremando non più per il freddo ma per l’emozione, chiede in modo idiota:

- Perché piangi, Marilyn?... sono qui e starò sempre con te!-

Marilyn Due lo guarda e singhiozza più forte, poi con un cambiamento repentino lo bacia sulla bocca.
Walter, travolto dalla sua passione lungamente coltivata, ricambia il bacio e i due rotolano, congiunti in un amplesso biblico sulla spiaggia deserta piena di sole.
Appollaiato su un grappolo di noci di cocco un pappagallo maschio becca sul becco la propria compagna.

CAPITOLO 9
A San Francisco, nella villa di Goldfish è in corso un altro amplesso, meno biblico: Eileen, moglie insoddisfatta del miliardario, donna segaligna vicino alla cinquantina, sta cavalcando il maggiordomo Mortimer che la subisce fissando il soffitto.
Suona il telefono e Mortimer allunga un braccio, prende il wireless e risponde. Eileen continua a montarlo senza rallentare il ritmo..
Mortimer ascolta la voce al telefono e poi lo offre alla donna:

- E' per lei, signora Eileen. Una disgrazia, pare…- Eileen è vicina all’orgasmo e ansima:
- Dopo, Mortimer, dopo...- ma il maggiordomo insiste :
- Signora, pare che suo marito sia morto. -

Mortimer si sottrae all'amplesso, sgusciandole di sotto e Eileen, ansante e scarmigliata, afferra l’apparecchio e sbotta:

- Vive e rompe i coglioni! Muore e rompe i coglioni! Prontoooo! –

Mortimer accende la TV: uno speaker sta concludendo con voce di circostanza:

- ... fatalità ha voluto che lo yacht di Mr. Goldfish incappasse in una vecchia mina costruita forse dalle officine Douglas che oggi sono… erano proprio di mister Goldfish. Sono già stati recuperati dodici corpi e non ci sono più speranze di trovare superstiti.-

Anche Mara è davanti alla televisione e singhiozza senza riuscire a respirare. Ale la guarda irritato. Scola un lattina di birra, rutta e si alza :

- Perché piangi? Hai detto che era un uomo di merda, dovresti essere contenta, non so se mi spiego.-
- E' colpa mia, non capisci? Se non l’avessi lasciato adesso sarebbe ancora vivo.-

Ale rutta compiaciuto dal rombo di tuono che riesce a ricavare dal suo esofago.

- Colpa? Merito semmai. Andiamo a letto che te lo faccio dimenticare quel coglione, non so se mi spiego.-

Mara si alza, prende la sua borsa, la giacca e se ne va:

- Mara... ma che fai? Dove vai? ma perché?-
- Perché sei un animale.- Si volta sulla soglia coi lacrimoni e conclude:
- Non so se mi spiego! –

Il sole cala sull’atollo e barbaglia tra le fronde delle palme in continuo movimento.
Walter e Marilyn Due sono sdraiati sulla spiaggia, uno accanto all’altro, mano nella mano, nudi come Adamo ed Eva.
Walter è perduto nel suo sogno, sta viaggiando come se si fosse imbottito di LSD. Marilyn Due sussurra, con una dolcezza molto personale:

- Sei stato meraviglioso, cazzo! Come ti chiami?-
- Walter. – sussurra Adamo- Mi chiamo Walter …- poi si volta e la guarda con occhi così pieni d’amore da metterla in imbarazzo.
- Ma… ti sei fatto? – chiede Marilyn Due incerta. Walter non la segue, continua il suo pensiero di prima:
- …e tu non devi più recitare la parte della donnaccia, io so che sei dolce e tenera.-
- Senti, Doc...- tenta di interloquire la donna.
- Chiamami Walter. Ti ho detto che mi chiamo Walter…-
- Ok, cazzo: Walter…

Sentir proferire il suo nome dalle amate labbra scatena di nuovo la passione e l’uomo si gira sopra il corpo bellissimo della donna e la bacia. Fanno di nuovo all'amore.
Anche il pappagallo starnazza sulla sua compagna che non può sottrarsi a una nuova coloratissima monta.

Sorge una luna finta su un oceano da cartolina. Un paguro trascina la sua conchiglia sulla sabbia fermandosi perplesso a controllare una piccola serie di gusci rossi allineati a gruppi di cinque.
Marilyn Due, nuda, in piedi sulla battigia, guarda le sue unghie smaltate sparire sotto la sabbia mossa dall’onda che risacca sulle sue caviglie e il paguro allontanarsi senza aver soddisfatto la sua curiosità. Poi leva gli occhi alla luna che dà all’atollo una dimensione irreale.

- Non ci troverà mai nessuno qui, cazzo...- sussurra.

Walter l’abbraccia a dietro, nudo anche lui, in perpetua erezione:
- E non è stupendo? -

Marilyn Due annuisce ma una lacrima le cola sulle guance. Walter se ne avvede, la gira verso di lui e sfiora quella lacrima con le labbra, bevendola. Poi le affonda una mano fra i capelli e con voce già rauca di desiderio, le chiede:

- Amore... perché? –
- Moriremo qui... di fame e di sete...-

Walter infoiato penetra nella donna che si oppone ma poi lascia fare, mentre la pappagallina svolazza via inseguita dal pappagallo che lancia delle strida di protesta.

Le onde dell’oceano lavano i corpi dei due amanti, titillandoli, accarezzandoli e anche Marilyn Due ci prende gusto.

Molto più tardi, al primo vento dell’alea, Walter accarezza il corpo di Marilyn Due, avvolgendolo alla meglio nel pezzo di vestito che la donna ha salvato dal naufragio e le mostra la piccola chiave che porta al collo

- Non moriremo di fame e di sete. Non con questa. Fa avverare i miei desideri... è colpa mia se siamo qui perché io ho sempre sognato di stare con te su un'isola deserta.-
- Hai fatto scoppiare tu la mina? – chiede la donna spalancando gli occhioni colmi di ammirazione.
- Ma no, no. E' stato un caso... diciamo così.... però… -
- Saranno morti tutti, meno io e te.-
- Forse, ma non è colpa mia! Cioè sì, ma non l’ho voluto io, l’ha voluto la chiave. Marilyn, non avere paura. Per me e per te finirà tutto benissimo. Dimmi che mi ami.
- Ancora? – lo guarda un po’ preoccupata.
- Dico come sentimento. –
- Ah. Ti amo, cazzo. –
- No, devi dire "ti amo, Walter". Solo così io esisto davvero. E senza dire cazzo, ti prego. –

Marilyn Due sospira rassegnata e poi recita, monotona:

- Merda, ti amo Walter.-
- Amore, smettila di dire parolacce.-
- Ma quali cazzo di parolacce?-
- Okay, okay, tanto siamo soli. Hai fame. Cosa vuoi per cena?-

Marilyn Due si siede sulla sabbia e si abbraccia le ginocchia. Si lecca le labbra che san di sale e poi socchiude gli occhi con l’acquolina in bocca:

- Hotdog e coca. – lo dice con tanta golosità che a Walter suona come un piatto di raffinata cucina. Anche lui trangugia saliva e sussurra:

- Hotdog e coca, il massimo…- socchiude gli occhi e si lecca le labbra – Coi cetriolini e la senape? – chiede.
- Sì…- sussurra estasiata la donna abbassando le palpebre e in tono sognante continua - perché mi prendi per il culo, cazzo? -

Un rumore sordo fa spalancare gli occhi ad entrambi: un'ondata ha fatto arenare una cassa sulla battigia. La sua sagoma scura si staglia nel rosso dell’aurora.

I due naufraghi corrono verso di essa e Walter stacca le assi spezzate del coperchio: dentro, chiusi in buste di plastica, ci sono degli hotdog precotti e delle lattine di coca cola. Walter offre un hotdog e una coca all'allibita Marilyn porgendole anche una bustina di cetriolini e una bustina di senape.
La donna gonfia le guance e poi soffia uno spezzato:

- Cazz...! – e subito si trattiene, guardando Walter con timore reverenziale, quasi con paura poi punta un dito sulla chiave stocastica che brilla sul petto di Walter -…la chiave? Ma è come il genio della lampada! Me la dài?-
- Non posso. Tu sei qui perché sei la donna dei miei sogni. Se l'avessi tu ti perderei perché io non sono l'uomo dei tuoi sogni.-

Marilyn Due allunga un dito fino a toccargli il pene che subito si erge impetuoso. Sogghigna soddisfatta:

- E chi lo sa. – poi con uno scatto strappa la chiave dal collo di Walter e scappa.

- Marilyn attenta! Se la perdi, moriremo qui! –

Walter la rincorre lungo la spiaggia. Marilyn Due grida il suo desiderio alla chiave tenendola puntata contro il cielo.

- Voglio andar via di qui! Via di qui!!! -

Il rumore di un elicottero buca il silenzio. Marilyn Due si ferma sbalordita. Un elicottero con la scritta RESCUE scende verso la spiaggia, mentre il sole spunta all’orizzonte per dare un’occhiata anche lui.
La donna agita le braccia

- Siamo qui! Siamo qui! -

Walter raggiunge Marilyn Due e le leva la chiave di mano, la infila di nuovo nella catenina spezzata fermandola con un nodo. Se la rimette al collo mentre l'elicottero atterra in una nuvola di sabbia. Ne scendono due uomini e Marilyn Due corre ad abbracciarli. Il pilota ricambia imbarazzato perché la donna è quasi nuda, poi si rivolge a Walter:

- Mister Walter Fraser?-
- Sono io.-
- Ero al servizio di mister Goldfish.-
- Ero ha detto? Non vi manda Goldfish -
- E' morto, signore. Hanno trovato il suo corpo in mare. Ha lasciato a lei metà della sua fortuna: un miliardo di dollari, dicono.-
- Oh. E l'altra metà?-
- Alla moglie, credo. Forse le serve questo…- e passa a Walter un paio di bermuda. Solo ora Walter realizza di essere nudo e indossa i pantaloni, impedito da Marilyn Due che gli butta le braccia al collo:

- Un miliardo….? Quant’è un miliardo? –
- Mille milioni signora. Mille milioni di dollari. – ridacchia il pilota e Marilyn stampa una bacione sulla bocca di Walter:

- Visto, cazzo, che sei il mio uomo ideale?- lo bacia e poi saltella intorno lanciando gridolini di gioia. Walter si tira su le brache e porta una mano sopra la chiave, frastornato. Sussurra:

- McNugget o chi diavolo sei, non stai esagerando? -


CAPITOLO 10
Una balenare di flash saluta l'arrivo di Walter e Marilyn Due davanti a uno dei palazzi di vetro dell’Embarcadero, dove ci sono gli uffici dell’esecutore testamentario del defunto Goldfish.

La coppia scende da una lunga limo bianca e Marilyn Due si avvinghia a Walter recitando la parte della Monroe. Tiene fra le dita un lungo bocchino d’avorio e strizza le palpebre per fingere una miopia che non ha.

Walter è ancora confuso e quei lampi di luce negli occhi non lo aiutano a realizzare quello che sta vivendo, le domande dei giornalisti gli giungono urlate e sovrapposte e, per la prima volta, quella Marilyn, volgare e invadente, gli dà un senso di fastidio. La stacca da sé senza gentilezza.

- Come si è salvato, mister Fraser?-
- E' vero che ha nuotato per cento miglia con Marilyn sulle spalle?-

Marilyn Due si sente trascurata, mette su un fotogenico broncio e sculetta verso l’androne, fingendo di sconocchiare sui tacchi alti. Walter si ripara dai flash mentre il servizio d’ordine tiene a bada fotografi e giornalisti. Vista da dietro Marilyn Due che sculetta è uno spettacolo e scroscia un applauso dalla piccola folla che fa ala al suo passaggio, ma le domande importune fioccano:

- Perché Goldfish le ha lasciato tanti soldi?-
- C'era del tenero fra voi due?-

Mara, mascherata con un foulard sui capelli e occhialoni da sole, guarda, turbata da sentimenti contrastanti: è felice perché Walter è vivo, è furibonda per quella brutta copia di Marilyn Monroe che gli sta addosso.

Davanti al portale di ingresso Eileen attende, tutta in nero, sbarrando la strada a Walter e Marilyn Due, appoggiata per vezzo a una canna di ebano dal manico d’argento. Sembra Jack Palance in un western all’italiana.
Walter si aspetta che estragga la Colt 45. Eileen resta immobile con un scenografico alito di vento fra i capelli. Guarda la coppia con aperto disprezzo. Walter decide di estrarre per primo e le porge la mano:

- La signora Goldfish, suppongo. –
- Ma lei non è Stanley. Lei è un pidocchio.- E con questo epitaffio gli volta le spalle e si dirige verso uno degli ascensori.

Marilyn Due le fa uno sberleffo, Walter rimette la mano in tasca, scervellandosi sulla risposta di Eileen.

- Chi cazzo è questo Stanley, amore? – chiede Marilyn Due ad alta voce.

Mara ha un moto di rabbia. Si avvicina alla bionda e le sibila:

- Stanley è quello che ha trovato Livingstone e gli disse soltanto “Mister Livingstone, I suppose”, brutta stronza. –

Marilyn guarda la sconosciuta e fa la bocca a culo di gallina:

- Brutta stronza? Non era un uomo? –
- Livingstone sì. La brutta stronza sei tu. –
- A ecco. -

Walter scuote la testa per scacciare l’immagine del cadavere di Goldfish gonfio d’acqua e sbocconcellato dai pesci che da qualche tempo galleggia fastidioso nella sua fantasia: non ha voluto lui quel succedersi degli eventi. E’ capitato.

- Lo sai che una donnetta mi ha detto brutta stronza? Hai sentito amore? Quella là… - Marilyn si volta per indicare Mara ma la donna non c’è più.

Mara cammina a passi svelti verso la Market. Si toglie gli occhiali e si asciuga gli occhi bagnati dal pianto. E’ arrabbiata con se stessa: piangeva quando lo credeva morto, piange ora che è vivo e ricchissimo. Che senso ha? Cercando di trovarlo, ripensa ai momenti belli e brutti passati con Walter.

Il loro primo incontro non fu per lei come lo racconta lui. Per Mara captare quel suo primo sguardo brillante e ironico che gli illuminava gli occhi fu la certezza che quello era il suo uomo. Poi ha capito che anche vivendo insieme la stessa vita si resta in universi paralleli perché le cose che capitano non possono essere vissute da due persone allo stesso modo.
Mara è certa di questo. Anche ciò che vede o crede di vedere nella sfera di cristallo o nelle carte è solo una delle realtà possibili, sospesa da qualche parte, in attesa che qualcuno con un gesto, una misura, una decisione, la faccia precipitare nella realtà condivisa.

Walter deve aver fatto un gesto insolito e un’onda di improbabilità è diventata un evento reale.
Mara non sa rassegnarsi perché avverte un senso di non concluso, come se l’improbabilità si stesse realizzando a fatica, lasciando un vuoto nell’animo e l’impressione di dover fare. Ma cosa?

Anche Walter avverte quella sensazione di incompiutezza. Una parte di lui sospetta di esser immerso in un sogno, prima o poi si sveglierà o all’inferno o in paradiso, e non riesce a stabilire in quale dei due posti si trovi il basement e la vita con Mara.
Proprio come un parvenu capitato in un mondo che non gli appartiene, Walter ha paura che una qualsiasi delle persone che incontra possa avvicinarsi, sorridergli e sussurrargli che c’è stato un errore, prenderlo per un braccio e buttarlo in mezzo alla strada.

L’esecutore testamentario lo fissa con un distacco da entomologo. Quel muso da faina, reso vivo da occhietti neri penetranti, gli dice che ne ha visti tanti di cialtroni ma che lui eccelle nella categoria.
Walter combatte contro questa paranoia, ma non riesce a liberarsi da un sordo senso di colpa: è una mano unghiuta che a volte gli serra lo stomaco e toglie aria ai polmoni, costringendolo a respiri forzati.

Il legale legge il testamento senza inflessioni, lasciando ogni tanto cadere un’occhiata sulle cosce di Marilyn Due che ha accavallato le gambe mostrando il mostrabile e oltre.
Lì, dove la pelle rosa delle cosce si unisce impedendo visioni più intime, va anche lo sguardo furtivo di Mortimer e di Wilhelm Mary Euge Reeboldeener, direttore della Splash che assistono alla lettura in qualità di testimoni.

Pure Eileen dà un’occhiata alle cosce di Marilyn, ma solo al traino degli sguardi maschili. Se ne ritrae con una smorfia di disprezzo che per Walter rimbomba come un “puttana!” detto ad altissima voce.
Il testamento è breve: metà di tutto a Walter e l’altra metà alla vedova.

- ... così dispongo nel pieno possesso delle mie capacità di intendere e di volere. Firmato in mia presenza dal fu Henry Jordan Goldsmith.- conclude l’esecutore testamentario.

Marilyn Due scavalla le gambe offrendo fugace visione di delizie, si alza e abbraccia Walter. Eileen arriccia il labbro superiore e stringe le nari come se fosse stata colpita da orrenda puzza.

- Nel pieno possesso della sua depravazione - commenta secca, poi punta la sua canna d’ebano contro Walter che fa un passo indietro. Stringe gli occhi che hanno un balenio felino e minaccia :

- Attento a te, avvoltoio, mi hai rubato metà del patrimonio e la mia villa, ma la farina del diavolo finisce in crusca. Mortimer, andiamo!-

Mortimer guarda la donna con britannico distacco.

- Spiacente, Ma’m. Io vado con la villa e la villa è ora del signor Fraser.-

Eileen lo misura con un’occhiata di commiserazione:

- Per quanto pervertito questo pidocchio non potrà darti quel che ti davo io, Giuda. - gira sui tacchi e lascia l’ufficio.

Marilyn bacia in bocca Walter che si agita, senza fiato. Wilhelm ha un sorriso da lenone dipinto sulla faccia da servo.

- Appena avrà tempo, le farò vedere le sue proprietà, signore. –


CAPITOLO 11
L’elicottero sfiora la punta della Piramide e si innalza a mostrare il centro di San Francisco, la baia punteggiata dagli spinnaker e l’arco del Golden Gate Bridge.

Walter si tiene al sedile e guarda dal finestrino mentre il direttore della Splash, a suo perfetto agio, gli illustra i possedimenti appena ereditati. Walter è più interessato al pilota che guida, gli pare, con eccessiva noncuranza.

- Quel palazzo è nostro, mister Fraser.. e anche quelle villette a Marina.... e quei building a Sausalito di là dalla Baia… ah, quei capannoni laggiù sono la nostra fabbrica di detersivi qui in California. Ne abbiamo una per ognuno dei cinquanta Stati.-

Walter annuisce: forse è l’elicottero ma sente un laghetto di nausea in fondo allo stomaco. Il sapere che tutte quelle cose adesso sono sue non gli dà alcuna gioia.

- Per oggi basta. Scendiamo. – ordina ritraendosi dal finestrino e chiudendo gli occhi.

Il giorno dopo, su un altro elicottero, Walter viene portato da Wilhelm a volare sopra Ground Zero, a New York.
Le macerie sono state rimosse e le radici dei nuovi grattacieli stanno crescendo, eppure è come se fossero rimaste là e Walter rivede cadere e spiaccicarsi al suolo quelle persone che si buttavano da cento piani per sfuggire alla morte per fuoco. Gli è rimasta impressa una coppia che cadeva tenendosi per mano, come angeli verso l’inferno.
Guarda quella larga ferita di morte e ascolta irritato Wilhelm che si rammarica perché hanno perso tre piani di uffici nel crollo delle Twin Towers.

- Quelli che ci lavoravano dentro si sono salvati?- chiede Walter.
- Credo di no – risponde Wilhelm con indifferenza – Avevamo gli ultimi piani. Erano i più begli uffici di tutta New York.-

Walter sente quel laghetto putrido che stagna nel suo stomaco salirgli in gola. Guarda lontano, oltre il finestrino:

- Uh, quello è il grattacielo di King Kong! – esclama indicando la punta dell’Empire State Building e il direttore annuisce avvolgendolo in un’occhiata sarcastica:

- Sì, signore, King Kong…- un colpetto di tosse diplomatica e poi - e dall’ottantaseiesimo piano in su ci sono gli uffici principali della nostra holding finanziaria. Anche quel grattacielo, laggiù, a est di Central Park è nostro.-

Il disprezzo che suona nella voce di Wilhelm provoca un’onda d’acido nello stomaco di Walter. Deve trangugiare per ricacciare indietro il liquido che gli monta su per l’esofago. Si volta a guardare il direttore: visto così, di profilo, ricorda il muso di un rapace.

- Nostro? Perché dici sempre nostro? -

Wilhelm, sorpreso, incontra lo sguardo di Walter: quel parvenu adesso ha i soldi e quindi il potere, deve abbassare gli occhi e fare mostra di umiltà. Esegue, mentre dice:

- Suo, signor Walter, suo! Era solo un modo di dire....-
- Odio i modi di dire...-

Un silenzio imbarazzato esalta il rombo dell’elicottero, poi Wilhelm si raschia la gola, tocca sulla spalla il pilota e gli dice di dirigersi allo stadio di baseball.

Il pilota sposta la cloche e l’elicottero compie un semicerchio su Manhattan sorvolando Central Park, ritaglio verde dai bordi netti come il disegno di un bambino in mezzo a una selva di torri improbabili, supera l’Harlem River e cala sullo Yankee Stadium, nel Bronx.

Wilhelm Mary Euge Reeboldineer scopre tutti denti che può in un sorriso che vorrebbe essere cordiale ma che ricorda quello del lupo, travestito da nonna, della favola di Cappuccetto Rosso:

- ... anche la squadra di baseball è nostr... è sua. Scendiamo a salutare il pubblico.-
- Con l'elicottero?-
- Public relations. Si lasci servire. La gente ama chi fa fortuna, mister Fraser.-
- Vuoi dire che adorano qualunque imbecille pieno di soldi che scenda dal
cielo ?-
- Non avrei potuto dirlo meglio, signore…La folla è un’animale stupido.-

Mentre l’elicottero scende sul verde, vicino al diamante, al centro delle tribune gremite di folla, Eileen, in zona Vip, vestita tutta di nero, svita la punta della sua canna di ebano.
L’elicottero tocca terra e ferma le eliche. Walter sgancia la cintura e si alza. Dice a Wilhelm:
- Qualunque imbecille eh?...-
- L’ha detto lei. Ma era soltanto...-
- ...un modo di dire. Modo di dire per modo di dire: sei licenziato.-

Eileen è pronta. Si dà un’occhiata intorno: nessuno bada ai suoi movimenti. Punta la canna contro l’elicottero, come un fucile, e prende la mira: accanto al manico c’è una tacca e, sulla punta, un mirino.

Walter scende i tre scalini dell’elicottero e leva in alto le mani congiungendole sulla propria testa, salutando il pubblico. La folla si alza in piedi sulle gradinate ed esplode in un applauso assordante.

Eileen sente un gioia gelata invaderle il cuore. Eccolo là l’usurpatore, finalmente nel mirino! Il buffone che si fa bello coi soldi suoi! Dritto al cuore, Ramon!
Preme un grilletto nascosto nella canna e spara. Nel clamore della folla non si sente il rumore del colpo.

Un piccione vola davanti a Walter, si becca la pallottola e cade sull'erba, stecchito.

Eileen abbassa la canna aggrottando la fronte: non ha capito quello che è successo, neppure Walter se n’è reso conto e si inchina a destra e a sinistra, poi rientra nell’elicottero.
Furibonda Eileen alza la sua canna prendendo di mira l’elicottero ma una mano si posa su di essa e gliel’abbassa. E’ Mortimer che la guarda con aria critica.

- Non siamo in Iraq, Ma’m…-


CAPITOLO 12
Il panorama monumentale di Washington si rispecchia nelle acque del Potomac, rosse per il tramonto.

In uno degli uffici del palazzo Watergate, nel salone delle conferenze, sette uomini incappucciati di nero siedono intorno ad un tavolo ovale.
Immobili, rispettosi del rituale, attendono che l’incappucciato seduto a uno degli estremi dell’ellisse, con il sole alle spalle che lo circonfonde di un alone rosso, prenda la parola.
La pendola batte i sei rintocchi della sera e gli incappucciati recitano in coro:

- Parla, Venerabile. I fratelli ti ascoltano. –

Congiungendo le mani bianche e ben curate sul lucido legno del tavolo, il Venerabile parla:

- Il fratello Goldfish è morto e ha nominato suo erede un certo Walter Fraser a noi del tutto sconosciuto. Come sapete, Goldfish era un nostro finanziatore importante, se questo Fraser non riconosce l’impegno dovremo fare a meno di lui. Nel senso che lui farà a meno del mondo. -

Il Venerabile fa una pausa ma nessuno rompe il silenzio che divide e unisce gli incappucciati.

- Il momento è grave. Propongo ai fratelli di rendere questa loggia segreta ancora più unita, rivelandoci l’uno all’altro. E’ essenziale che ognuno sappia che cosa può fare ogni singolo fratello per la causa. Ne saremo tutti rafforzati. Chi è d’accordo alzi la mano.-

Un brusio si leva dagli uomini incappucciati, poi uno alla volta tutti alzano la mano. Il Venerabile si leva il cappuccio e si presenta, imitato via via dagli altri.

- Senatore Morris. Texas. Venerabile di questa loggia.- Il movimento del cappuccio non gli scompiglia uno dei bianchi capelli impomatati.

- Alan Kahn, CIA.- mezza età, grigio e anonimo come ogni buona spia.
- Ivan Golutva, KGB. Ex.- Rubizzo per le bevute di vodka ma gelido come la Siberia.
Una riunione simile a quella di Washington si sta svolgendo ad Atlanta, Georgia, in una suite all’ultimo piano dell’hotel Peachthree dove un’aria condizionata gelida separa in modo drastico da quella esterna arroventata dal sole.

Qui i sette uomini sono incappucciati di bianco, come quelli del KKK, e siedono intorno ad un tavolo circolare. Tre di essi si son già presentati e scappucciati.
Il rito dello smascheramento prosegue con gli altri quattro che, nel palesarsi, recitano il proprio nome e la loro qualifica:

- Neil Liedhon, amministratore della Goldfish Finanziaria di NewYork. Faremo un tentativo prima di eliminare questo Fraser.- Neil è un tipico manager in doppiopetto, camicia azzurrina e cravatta blu scuro.

- Generale Culverton. Andrò io a parlargli. – Piccolo e bruno, con la pelle butterata dalla varicella, sembra più uno scaricatore di porto che un generale dell’esercito americano.

- Eduard Aleson della Guardia Nazionale. Purché sia subito, il progetto Freedom non può aspettare.- Faccione da texano a mascella quadra, vasta faccia e occhi piccoli abituati a guardare nel culo delle vacche.

- Tip McWrite della Rifle Association. Risolvete o ritireremo il nostro appoggio.- Alto, magro, evidentemente gay ma con modi da falso macho che lo rendono, in un modo sottile, pericoloso come un cobra.

A tre ore di distanza, in un ristorante italiano di Brooklyn, altri sette uomini si appoggiano agli schienali delle sedie avendo finito l’ultimo pezzo di cassata siciliana. Qui il tavolo è rettangolare e i commensali sono a viso scoperto e pancia prominente. Molte bottiglie di vino punteggiano la tovaglia a quadri, quasi tutte vuote.
A capotavola siede Totò Pellutri, un uomo sulla sessantina dai modi troppo cordiali e un sorriso perenne su un impianto di 32 denti troppo perfetti. Il suo sguardo sbuca da sottili fessure che paiono tagliate col rasoio.
Due commensali si frugano fra i denti con gli stecchini e il più discreto si copre la bocca col tovagliolo.
Tutti guardano verso Totò con grande rispetto.
Il boss li gratifica del suo sorriso da iena e ficca una mano sotto le gonne della cameriera che si è avvicinata per chiedere se desiderano qualche altra cosa.
Poiché Totò tasta la ragazza e ride, anche gli altri ridono. La cameriera resta immobile, rossa in viso, ma non osa protestare.
Totò leva la mano da sotto la sua gonna e la offre alla ragazza da annusare:

- Annusa, figghiuzza, di santo puzzo! Nente più fimmine, tappinare, sucaloru… nente!-

La ragazza scappa via inseguita dalla risata grassa dei commensali. Totò smette di ridere e il tavolo diventa subito silenzioso.

- Criata! – esclama Totò - portasse sette caffè bollenti! – poi rivolge i suoi denti verso i commensali e spiega, come ha fatto innumerevoli volte, che il caffè fa bevuto coi cinque C , ossia “come cazzo coce chisto caffè”. Verità che viene sempre accolta come una rivelazione dai suoi sottopancia.
Finito anche il rito del caffè, Totò cala le labbra, spegne la dentiera e tutto il volto gli casca intorno alla bocca. Restano i suoi occhi piccoli, furbi e cattivi. Non c’è più nulla di cordiale adesso in quella faccia.

- Quel bravo picciotto di Goldfish se n’è andato, pace all’anima sua e ha lasciato al suo posto questo Walter Fraser che nessuno conosce. Io mi auguro che sia comprensivo. Me lo auguro per lui naturalmente. -

Totò scopre di nuovo i denti e lo stesso fanno i suoi commensali.
Alla cameriera, che ritira le tazze vuote del caffè, sembrano un branco di vecchi sciacalli che stiano per spolpare una carogna.

Dall’altra parte del continente il sole è calato dietro il Golden Gate Bridge.
Mortimer si sporge dalla balconata in legno della biblioteca della villa del fu Goldfish e pesca, con mani guantate di bianco, manciate di dollari che butta di sotto.
Walter e Marilyn Due ballano sotto la nevicata verde, lasciandosi accarezzare dalle banconote, mani alzate e occhi socchiusi, ridendo come bimbi.

- Ancora! Mortimer, ancora…- urla Marilyn Due sull’orlo di un orgasmo e Walter geme a occhi chiusi come se l’orgasmo l’avesse già raggiunto:
- Oh…sì…sì…così…ancora…dai, dai…ancora!-

Mortimer, impassibile, vuota tutto il sacco sulla coppia. Marilyn Due si avvinghia a Walter e lo costringe sul pavimento, sul soffice strame di cartamoneta. Il maggiordomo se ne va, servo perfetto, e spegne la luce.

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