Labirinto

CAPITOLO I
Per colpa di un chiodo si perse lo zoccolo, per colpa dello zoccolo si perse il cavallo,per colpa del cavallo si perse il cavaliere, per colpa del cavaliere si perse la battaglia, per colpa della battaglia si perse il regno! Per colpa di un chiodo si perse il regno...
La madre gli aveva lasciato il pesante zaino sulla schiena. Sisto aveva undici anni ed era molto stanco.
- Passiamo dalla zia per vedere cos'è successo in questi giorni. –
- No! Andiamo prima a casa!-
Sisto aveva insistito testardo pestando con ossessione infantile le fessure tra le basole del marciapiede per trarne un ritmo di consolazione, e la madre aveva accettato in silenzio, desiderosa anche lei di rivedere le usate cose.
"Tornare a casa" era diventato un meme ossessivo nel cervello di Sisto, traumatizzato da quell'ultima settimana durata un mese. Significava tornare alla realtà dopo aver assistito a un orribile film di violenza. Ma il film era appena cominciato e avrebbe dovuto viverci dentro per sempre.
Erano passati solo sei giorni dalla buia mattina del 25 aprile quando Sisto era stato svegliato alle quattro, vestito alla svelta e nessuno aveva risposto alle sue domande lamentose irritate dal sonno. Suo padre era in divisa, lo sten a tracolla, e la camicia nera gli ribatteva sul pallore del volto dandogli un'aria malata. Sua madre metteva dentro e fuori roba da una grossa valigia di cartone e gettava occhiate disperate verso il marito.
- Ma dove andremo?-
- Non si sa, a Milano forse, poi al Brennero. -
- E il bambino?-
- Meglio stare tutti insieme, almeno faremo tutti la stessa fine. –
Sisto non aveva più fatto domande. La madre gli aveva legato uno zaino sulle spalle e poi erano usciti con le valigie. Faceva ancora buio e l'aria era fredda. Giù per la grande scala su cui aveva giocato dall'eternità, attraverso il cortile diviso in orti, fuori nella piazzetta deserta. La madre gli stringeva la mano sinistra tormentandola.
All'alba Sisto era stato caricato su un camion ornato con uno striscione tricolore, insieme ad altre donne e bambini, pallidi, taciturni, sbadiglianti. C'era uno strato di mitra sul fondo e sopra ci si stava scomodi. Il sole si era alzato e aveva illuminato la colonna pronta a partire: quattro camion e due auto. Sul tetto dei camion c'erano delle mitragliatrici.
A mezzogiorno il sole era diventato caldo e le gambe di Sisto avevano bisogno di correre, ma la madre non aveva voluto che scendesse. Cupi boati provenivano dalla città vecchia e qualcuno aveva detto:
- I tedeschi fan saltare la caserma. –
Durante il lento pomeriggio i camion avevano acceso i motori tre volte e sempre erano stati spenti. Sisto, affogato nella noia, aveva scavato una nicchia tra i mitra per mettersi a dormire ma non c'era riuscito più per l'angoscia di cui era permeata l'aria che per la scomodità del giaciglio. C'era stato un gran trambusto poco prima del tramonto: due auto fasciate con bandiere tricolori, avevano superato la colonna ferma.
- Sono capi partigiani, vengono a parlamentare. –
Era stato l'uomo accoccolato dietro la mitragliatrice, sul tetto del camion, a dare la spiegazione.
Alle orecchie di Sisto la parola partigiano era suonata nuova e buffa, un che di teatro, di uno che recita una parte. Poi aveva capito che partigiano era un altro modo per dire ribelle. Li aveva sempre sentiti chiamare ribelli, lo aveva anche scritto sui muri dell'androne di casa "Dio stramaledica i ribelli".
Ma perché avevano le bandiere tricolori? Il tricolore non era dei patrioti, degli eroi che nonostante la guerra perduta non avevano tradito la parola data ai tedeschi? Il tricolore l'aveva portato con grande orgoglio al saggio ginnico insieme al medaglione con la testa del Duce.
I raggi radenti del tramonto rendevano più rossi i mattoni della torre DUX che sovrastava la strada verso cui puntava la colonna, quando i motori erano stati messi in moto per la quarta volta. Le ruote si erano mosse: un avvio lento, da funerale. Ai lati dei quattro camion camminavano suo padre e gli altri della Brigata Nera. Un centinaio di giovani soldati chiudeva il corteo.
- Viene buio. Torniamo a casa!- aveva frignato Sisto e la madre lo aveva coperto con un abbraccio commosso, seduta più in alto di lui, sul cumulo dei mitra.
La lunga marcia notturna era stata punteggiata da spari. Fiammate azzurre si accendevano sui campanili dei piccoli paesi e le mitragliatrici sul tetto dei camion sgranavano colpi in risposta: una pioggia di bossoli roventi schizzava sulla gente rannicchiata sotto le canne infuocate e la madre di Sisto si chinava su di lui per proteggerlo col proprio corpo.
Il sole era di nuovo alto quando la colonna era arrivata a Vercelli e una lunga fila di soldati tedeschi con tre carri armati era venuta a ingrossarla. Sisto non si lamentava più, intontito dagli scossoni e dalla rottura del ritmo sonno-veglia che per lui era un comandamento di natura come il respirare. Avevano dormito in un cascinale, sdraiati su una piramide di granoturco sgranato, chicchi duri e freddi che scivolavano dentro le mutande, col rumore dei topi che passavano, fulmini neri nell'ovale di luna disegnato dall'oblò inscritto nel timpano triangolare del frontone del granaio come un occhio di dio aperto sulle stelle.
Nel dormiveglia Sisto aveva visto il padre buttare la pistola in quel monte di meliga e non ne aveva capito il motivo. Al mattino, rattrappito e sgomento, il piccolo era stato preso in braccio dal padre che indossava un abito gessato che dava rispettabilità alla sua figura imponente. Lo aveva pettinato con una carezza e sfiorato con un bacio prima di affidarlo alle braccia della madre. Una peluria dalla sfumatura rossiccia gli copriva le guance: Sisto non si era mai accorto che la barba di suo padre fosse rossa.
Erano arrivati nel pomeriggio a Castellaccio, un paesotto a pochi chilometri da Novara e la colonna era stata bloccata davanti a un ponte: dall'altra parte c'erano dei partigiani con giacche mimetiche nascosti dietro a pile semicircolari di sacchetti di sabbia sovrastate dalle canne di due mitragliatrici. I soldati non avevano forzato il blocco e avevano occupato le case vicino al ponte cercando qualcosa da mangiare.
Alle due c'era stato un attacco. Sisto aveva udito esplosioni di bombe e scariche di mitra e sua madre l'aveva trascinato sotto il letto di una stanza sconosciuta mentre le pallottole entravano dalla finestra gemendo e rimbalzando sui muri prima di conficcarsi nei mobili antichi di noce. Due donne vestite di nero, sdraiate sul cotto ineguale del pavimento, piangevano e pregavano coprendosi con un lenzuolo come fosse uno scudo sicuro. Lunghi suoni di clacson avevano fermato la grandinata di colpi.
Era arrivato il vescovo di Novara scortato da due macchine avvolte nel tricolore: di nuovo tricolori e tricolori avevano parlamentato e a sera il padre di Sisto, con un sorriso triste ma sollevato, era entrato in quella stanza estranea per dire che si erano arresi.
Nella fantasia infantile di Sisto la resa era una cosa tragica e spettacolare, coi soldati vinti che sfilano davanti ai vincitori e buttano le armi ai loro piedi. Non c'era stato nulla di simile. La resa era stata un semplice sparpagliarsi. Suo padre, sua madre e una coppia di amici avevano trovato ospitalità in una cascina dove una donnetta felice aveva cotto una gigantesca polenta: la guerra era finita! Il figlio della padrona di casa era arrivato mezz'ora dopo con uno "sten" in mano e un fazzoletto rosso al collo: Sisto l'aveva guardato con curiosità e un po' di delusione, quello doveva essere un partigiano! Assomigliava al fratello maggiore di un suo amico che qualche volta scendeva in cortile a dar calci alla palla insieme a loro.
Il partigiano era allegro, aveva buttato lo sten da una parte e stretto la mano al padre di Sisto: meno male che si erano arresi, dio gli aveva tenuto una mano sulla testa perché erano appena una ventina e non avrebbero potuto far altro che scappare! Provvidenziale l'arrivo del vescovo che aveva promesso incolumità ai vinti.
- Ma... l'attacco?-
Il partigiano si era stretto nelle spalle, la bocca piena di polenta fumante che la madre aveva scodellato direttamente sulla grande arca scura, a lato del tavolo.
- Vi abbiamo sentito sparare, ma noi stavamo di là dal ponte.-
Il padre di Sisto aveva passato un piatto pieno di polenta alla moglie e aveva sorriso scuotendo la testa:
- Siamo tutti matti. –
A commento un boato aveva fatto tremare il cascinale, seguito da una catena di esplosioni. Erano corsi fuori spaventati, in tempo per vedere una squadra di bombardieri americani che si innalzava nel cielo inseguita da grossi funghi di fumo nero che si levavano dai camion e dai carri armati tedeschi che, requisiti dai partigiani, si erano avviati sulla strade verso Novara.
I corpi carbonizzati di tre uomini stavano ancora compostamente seduti su uno dei camion avvolti dal fuoco.
Il partigiano si era strappato il fazzoletto rosso dal collo ed era esploso in una bestemmia in dialetto: gli americani non potevano sapere che sui quei camion non c'erano più i fascisti!
Sisto aveva tirato una falda della giacca del padre che aveva abbassato lo sguardo nei suoi occhi: non c'era stato bisogno di parole. Il padre aveva annuito al figlio: quei neri manichini dovevano essere i loro corpi.
Erano arrivati a Novara molte ore dopo su un camion bendato di tricolore, le bandiere erano dovunque e il padre di Sisto, alto biondo, ritto sul camion, era stato salutato dai novaresi con grandi ovazioni perché sembrava un ufficiale inglese.
Sisto si guardava intorno confuso: perché tutta quella gente era in festa? L'Italia aveva perduto la guerra.
Il partigiano che guidava il camion li aveva scaricati davanti a un piccolo albergo, che se la sbrigassero da soli perché lui doveva incontrarsi con la sua ragazza.
L'albergo era pieno e la prima notte avevano dormito nella stalla coi cavalli, una nottata di paura per Sisto che sussultava, sdraiato sulla paglia, a ogni muovere di quei grandi zoccoli scuri a un metro da lui. Lo scroscio delle pisciate degli animali riempiva l'aria di un tanfo caldo che gli ricordava le serate passate nella stalla della nonna ad ascoltare storie mentre le mucche ruminavano alle greppie e quel ricordo gli dava la nostalgia del nido perduto.
Il padrone dell'albergo aveva detto che era pericoloso lasciare la città senza un lasciapassare del CLN e avevano girato tutta Novara cercando qualche autorità che concedesse il salvacondotto per tornare a casa.
CLN. Comitato di Liberazione Nazionale. Sisto rimuginava: da che cosa si dovevano liberare? Da suo padre? Era lui il nemico dell'Italia?
La seconda notte gli avevano dato una stanza ma i letti erano pieni di cimici e Sisto aveva avuto orrore di quegli insetti bruni larghi come le sue unghie che correvano sulle lenzuola e si arrampicavano sui muri. La sera, a cena, in una bettola, un uomo era venuto al loro tavolo con la mano tesa:
- Finalmente un fascista! In tutta Novara non se ne trova più neanche uno! Adesso che abbiamo vinto si son legati tutti un fazzoletto rosso al collo e fan la fila per prendere medaglie!-
Aveva i capelli lunghi sulle spalle e aveva stretto la mano al padre di Sisto e indicato il distintivo del fascio che portava all'occhiello della giacca: una dimenticanza dovuta a un'abitudine ventennale.
L'uomo si era presentato come capo partigiano e aveva sputato a terra in segno di disprezzo all'indirizzo di tutti gli avventori che gremivano il locale:
- Meglio un fascista che questo branco di maiali che se vincevate voi adesso eran qui a mangiare, tutti in camicia nera! Sai cos'ho scoperto in montagna? Che siamo un popolo di merda !-
Sisto fissava l'uomo che portava anche una gran barba, come Pinocchio aveva guardato Mangiafuoco. Sentiva che il barbuto aveva il potere e per la prima volta non sentiva protezione sufficiente nella presenza del padre e della madre.
Il capo partigiano aveva voluto vedere i loro documenti e poi se li era messi in tasca, ordinando al padre di Sisto di presentarsi l'indomani al comando.
Il mattino presto, senza il "fagiolo" all'occhiello, il padre di Sisto era uscito dall'albergo per andare a consegnarsi al comando partigiano, in una caserma del centro.
Lo avevano aspettato tutto il giorno ma non era tornato.
Il mattino seguente Sisto e la madre erano andati a cercarlo ma in quella caserma non risultava mai arrivato. Il grassone di guardia, con un fazzoletto blu infilato nelle spalline della giacca grigioverde, dopo aver scorso per due volte l'elenco, li aveva guardati sospirando:
- Purtroppo sono giornate confuse e molta gente è stata uccisa per le strade. Può darsi però che si sia consegnato a qualche altro comando. –
Sisto non era stato colpito da queste parole perché era sicuro che suo padre non poteva morire. Avevano fatto inutilmente il giro delle caserme e dei commissariati.
Novara era schizofrenica: per lunghi momenti era tranquilla, la gente camminava sui marciapiedi o in bicicletta pedalava per gli affari propri, carretti tirati a mano o da cavalli cigolavano sulle lose della strada scansandosi al raro passare di qualche auto sgangherata avvolta in fumo scuro, poi, saltando in un altro film, una piena di scalmanati irrompeva come per il cedimento di una diga, un frastuono di urla dialettali, di bestemmie, di bastoni agitati allora la madre di Sisto costringeva il bambino a correre e svoltava in una traversa, il respiro affannoso e i grandi occhi scuri smarriti. Ma una volta la corsa era stata vana, non c'erano traverse e Sisto si era visto venire addosso la fiumana di gente schiamazzante e due donne nude correvano davanti alla folla, i capelli rasati e la parola SPIA stampata a fuoco sulla fronte. Altre donne inferocite le bastonavano con gli ombrelli piantando nelle loro carni i puntali di ferro e artigli chiusi a pugno calavano su quelle misere spalle insanguinate nel dileggio schiamazzante di alcuni ragazzini. La mano della madre di Sisto era calata sugli occhi del figlio in una censura ormai tardiva. La folla urlante era scomparsa correndo e di nuovo la strada era tornata normale, coi passanti, i ciclisti e le carrette. In fondo alla via sagome nere penzolavano dai balconi e la madre di Sisto aveva cominciato a tremare.
- Mamma, guarda! Sono impiccati come nel Far West!-
La donna si era fermata incredula, dimentica anche del figlio: gli impiccati arrivavano coi piedi a un metro e mezzo da terra, e la gente che passava li scansava con un senso di fastidio, imprimendo ai corpi un macabro ciondolare.
- Cereja madama, a la sta bèn?-
- As tira avanti.-
Un uomo e una donna si erano stretti la mano proprio sotto uno di quei morti ma parevano non vederli. La via crucis era terminata nella stessa caserma in cui era cominciata: il padre di Sisto aveva detto che andava lì e lì doveva essere andato. L'uomo degli elenchi aveva di nuovo scosso la testa ma la voce amata era arrivata chiara alle loro orecchie:
- Ma era proprio quello che volevamo anche noi: il bene e l'onore dell'Italia!-
- Papà!-
Un attimo dopo Sisto era tra le braccia del padre mentre l'uomo degli elenchi brontolava che era stato iscritto per errore nel libro delle donne.
- Adesso voi tornate a casa perché Sisto non deve perdere la scuola. Io faccio telefonare alla Questura di Biella e così gli diranno che non ho mai fatto male a nessuno, mi daranno un lasciapassare e tornerò a casa anch'io.-
- Guarda che ammazzano la gente come fossero conigli... abbiamo visto...-
Il padre di Sisto aveva tagliato corto:
- Da noi non può succedere nulla, ci conosciamo tutti, sanno chi sono... –
- Va bene- aveva convenuto la madre di Sisto- noi andiamo, ma se vedo che non è tranquillo torno ad avvertirti.-
Il padre aveva sollevato il figlio tra le braccia e l'aveva baciato sulla guancia facendogli il prurito con la sua barba rossa.
- Uh... fiocca!- aveva esclamato Sisto che dalle braccia del padre aveva guardato fuori attraverso un'alta e stretta finestrella ferrata.
- E' la fine del mondo...- aveva sussurrato sua madre sgomenta- ... nevica il due di maggio!-
Era la fine del mondo ma soltanto per il padre di Sisto, era la fine del suo mondo perché la moglie avrebbe messo uno zaino pesante sulle spalle di suo figlio bambino.
Quel ritorno a casa senza prima avere informazioni dalla zia era stato un fatale punto di catastrofe: dalla porta del loro appartamento era uscito un grosso cane lupo, estraneo, digrignante e dietro all'animale, un uomo armato che aveva afferrato la madre di Sisto per un braccio urlando insulti. Sisto era scappato, buttando lo zaino sui piedi dello sconosciuto che gli aveva esploso dietro un colpo di pistola.
- Repubblichino!- gli aveva urlato e Sisto si era molto arrabbiato perché era convinto da anni di non meritare più diminutivi. La madre di Sisto era stata messa in prigione per due mesi e non aveva potuto tornare a Novara per avvertire il marito dei massacri avvenuti in città.
Il padre di Sisto era tornato ed era stato torturato e ucciso mentre tutti festeggiavano la liberazione dall'occupazione tedesca e la fine del fascismo. Tutti erano ubriachi di gioia e Sisto si era ottuso per soffrire di meno.
Le fessure fra le basole del marciapiede, il peso dello zaino, le zanne del cane alieno avevano tormentato i suoi sogni di adolescente coi colori del rimorso.
Anni dopo aveva capito che suo padre stava dalla parte sbagliata della Storia e che pur essendo stato assassinato per le sue idee, esse rimanevano sbagliate, allora aveva sentito repulsione verso le parole che condizionano gli uomini e li spingono a uccidersi gli uni contro gli altri, a milioni, come stupide formiche.
E parole sono la politica, la religione, la letteratura e la filosofia, tutte chiacchiere opinabili e contraddicibili. Sisto le riteneva più pericolose delle droghe, perché i parolai provetti si credono colti e non c'è nessuna speranza di punirli per spaccio né alcuna possibilità di disintossicare le vittime.
Per reazione Sisto si era dedicato alla matematica, entrando in quel mondo armonioso di eleganti perfezioni, chissà se scoperte o inventate, dove non possono esistere truffatori, manipolatori, demagoghi e ciarlatani, dove non importa se sei maschio o femmina, bello o brutto, bianco o nero, giovane o vecchio, se vieni bene in televisione oppure no. Anche la matematica segue l'evoluzione del pensiero dell'uomo ma il cambiamento della prospettiva storica non scatena aggressività di morte. Sisto aveva partecipato alla vita sociale della sua città ma con una riserva mentale che lo aveva isolato dal cameratismo degli adolescenti.
Alle medie superiori, seguendo un impulso irrazionale, aveva scelto di studiare il tedesco pur odiando quel popolo per quello che aveva fatto e odiando i fascisti che avevano condizionato suo padre quand'era ragazzo fino a mandarlo a morte per le loro aberranti idee di patria e di razza. Con sorpresa e disappunto, Sisto si era sentito pervadere dalla gioia quando, nel 1954, la squadra della Germania aveva vinto i campionati del mondo di calcio mentre tutti i suoi amici urlavano: no, la Germania no! Ancora una volta non in sintonia di spirito con gli altri.
Dai tempi del liceo, studiando le leggi della termodinamica, Sisto aveva trovato insoddisfacente il concetto di entropia. Se l'universo sta degradando verso la morte termica, se tutto sta andando dall'ordine al disordine, dall'informazione all'uniformità, allora il massimo dell'informazione avrebbe dovuto essere nel big bang, l'origine supposta dell'universo, un lampo di energia dalla temperatura infinita, creatrice di spazio, privo di località e di differenziazione. Ma non c'erano particelle nel big bang, né atomi, né molecole, né galassie. Tutto ciò che conosciamo, dall'uomo alle stelle, è un prodotto del degrado verso la morte termica e se le galassie in fuga hanno massa sufficiente per frenare l'espansione dell'universo avremo il ritorno indietro, un'implosione verso il centro che in teoria dovrebbe via via aumentare l'informazione per raggiungere il massimo nel big crunch. O forse lo spazio ha una sua antigravità e vince sempre.
C'è troppa statistica classica nel concetto di entropia: è vero che le molecole di un profumo, uscendo da una bottiglietta stappata si spargono in modo uniforme nella stanza e per quanto continuino a urtarsi fra loro non torneranno mai tutte dentro la bottiglia, ma è anche vero che le molecole di cui sono formate le pareti della stanza rendono imprevedibili e incalcolabili i risultati degli urti, quindi la legge entropica non è intrinseca alle molecole del profumo ma è il risultato di un'interazione casuale tra le molecole del gas e strutture estranee. Il massimo di entropia si ha quando tutto è uniforme, in quiete, morto, l'informazione nulla e nulla può più accadere. Questo è uno stato impossibile in natura e dalla fluttuazione del nulla in quiete era scoppiato il big bang. Inoltre che voleva dire "mai"? Sisto sospettava del concetto di tempo, non analizzato dalla fisica classica e incorporato nello spazio dalla relatività di Einstein.
Aveva meditato per anni il suo dubbio sul tempo: differenza tra lo stato della materia e quello successivo, aveva detto Aristotile, ma non era provato che questa tautologia fosse davvero il tempo.
Sisto si era imbattuto, quando aveva sedici anni, in un testo di Henry Poincaré, "Scienza e Metodo", ed era rimasto colpito da una sua affermazione:
" Una causa così piccola da sfuggire alla nostra attenzione può determinare un effetto considerevole che non possiamo ignorare; in una tale situazione noi diciamo che l'effetto è dovuto al caso. Quand'anche le leggi naturali non avessero più alcun segreto per noi, potremmo ancora conoscere la situazione solo in modo approssimativo: può infatti accadere che piccole differenze nelle condizioni iniziali producano un errore enorme in quelle successive e la predizione diventa impossibile".
Era il germe di una nuova matematica ma nessuno aveva saputo raccoglierne il messaggio.
A ventuno anni, dopo dodici noiosissimi mesi passati a lavorare in banca, Sisto aveva lasciato la piccola città di provincia in cui era nato per spegnere le voci della sua tresca con Lisa, la moglie di un suo collega. Era una gran femmina Lisa, mai sazia, che andava a letto con tutti, ma si era attaccata a lui in modo particolare e si divertiva a metterlo in difficoltà davanti al marito.
Per levarsela dai sensi era partito per Roma e si era iscritto a Matematica e Fisica. Il fascino dei ragazzi di via Panisperna aveva giocato nella scelta della facoltà, ma quei tempi erano lontani, e non c'era alcun Fermi a incoraggiare le sue ricerche. Sisto era abituato a star solo, a lavorare da solo, a pensare da solo.
Si era laureato con una tesi sulla turbolenza dei fluidi analizzando un rubinetto che passa, senza diminuzione di flusso, dal filo d'acqua continuo all'intermittenza del gocciolare.
Aveva ottenuto centodieci e lode senza diritto alla pubblicazione e il Magnifico Rettore aveva fatto una stupida battuta su quel rubinetto che aveva lo scolo.
Sul finire degli anni Sessanta, Sisto aveva letto un articolo del meteorologo Lorenz sull'imprevedibilità dei sistemi complessi e ne aveva colto il messaggio: la matematica aveva studiato solo sistemi ordinati, inesistenti in natura. Nella realtà non ci sono cubi, sfere, coni, parabole matematicamente esatte, tutto è approssimato, caotico, mutevole, irregolare. E' intrinsecamente impossibile predire il futuro a lungo termine di qualsiasi fenomeno reale, tempo atmosferico compreso. L'irreversibilità degli eventi complessi non significa necessariamente l'esistenza di un unico flusso in cui tutto ciò che succede esclude per sempre la possibilità di ciò che poteva succedere ma non è successo.
Nel caos c'è un ordine, punti di biforcazione dove il tempo prende strade alternative. Potendo saltare da un nodo all'altro si rivivrebbe lo stesso fenomeno, anche se subito ci si allontanerebbe dallo sviluppo conosciuto per la grande sensibilità dei flussi caotici al minimo variare delle condizioni iniziali e di sviluppo.
Sisto aveva accettato un posto di insegnante di matematica in un liceo scientifico della capitale e iniziato i suoi esperimenti sulla traslazione, inventando una matematica per esprimere con equazioni questo fenomeno supposto: traslare significava "spostare l'informazione" come unico "movimento" possibile in un universo supposto granulare e infinitamente denso. Quando cerca di spiegarsi ai profani, Sisto dice:
- Nulla si muove realmente, sono i granuli dello spazio che si caricano e si scaricano di quell'energia concentrata che ai nostri occhi sembra materia: proprio come su un tabellone di lampadine si ha l'illusione di una scritta che scorre mentre niente scorre, le lampadine sono ferme, e si spengono e si accendono dando questa illusione di movimento. Le mie equazioni dicono che quella che percepiamo come realtà, è solo uno degli infiniti flussi di energia, o di informazione che i granuli dell'universo si comunicano l'un l'altro come sinapsi neuronali. Per le equazioni della traslazione le dimensioni devono essere 43: nove bosoniche (di cui tre euclidee e sei collassate), trentadue fermioniche (tutte collassate) e due temporali con segno negativo: una legata allo spazio dalle formule di Einstein, l'altra variabile soggettiva di correlazione della traslazione.-
- Ma dài, che vuol dire 43 dimensioni! Le dimensioni sono tre, più il tempo, se proprio vuoi! Il largo, il lungo e l'alto li misuro col metro e il tempo con l'orologio. Non ci può essere altro. -
Fiammetta ammicca in cerca di approvazione per il suo buon senso e il suo fascino femminile.
- Non è così. Le tre dimensioni spaziali si sono dilatate mentre le altre sono rimaste ipermicroscopiche, arricciate su se stesse. –
- E chi le sostiene queste stronzate?-
- Alcuni fisici. Occorrono almeno 11 dimensioni perché i conti tornino. –
Fiammetta aveva annuito fingendosi convinta. Le piacevano i grandi occhi intelligenti di Sisto e la curva carnosa delle sue labbra. Era un'aspirante attrice dai lunghi capelli rossi e un corpo da tempesta ormonale, per usare un termine caro al giovane professore che l'aveva incontrata a un ballo di carnevale e per la prima volta in vita sua, i comandi dei circuiti emozionali avevano sottomesso quelli razionali della corteccia e l'aveva montata sul marmo di un tavolo in una cucina sconosciuta, godendo dello sfregamento della sua escrescenza spermatica nel caldo e viscido cunicolo che portava alla grotta delle uova di lei, infrangendo la sottile barriera epiteliale che impediva la copula.
Perché Fiammetta era vergine e aveva sussurrato "no" nei lunghi minuti d'amore ma i circuiti emozionali di Sisto li avevano valutati come rituali.
- Non voglio figli...- si era lamentata Fiammetta in lacrime.
- Non avremo figli. –
Sisto aveva tagliato corto, sentendosi in colpa ma ben certo di aver beffato i geni egoisti perché si era sfilato in tempo. Poiché delle sue spiegazioni sulla traslazione Fiammetta non aveva riportato tracce mentali e nessun meme si era riprodotto nel suo cervello, il loro incontro era stato sterile sia come hardware che come software.
Negli anni Settanta lo sviluppo della matematica del caos aveva aiutato Sisto a superare alcuni scogli sui quali s'era incagliato e gli aveva dato nuovo entusiasmo, ma negli anni Ottanta era caduto in depressione. Gli sembrava di essere sull'orlo di una grande scoperta e di non riuscire a superare un diaframma mentale idiota che gli impediva di vederla. Quando si sentiva avvilito cercava un film recitato dalla bella Fiammetta che, dopo essere stata per due anni l'amante di Vadim, era diventata una star del cinema mondiale.
Nel buio della sala, Sisto guardava l'immagine di quella donna con un misto di orgoglio e di pena: era stata sua per una sera ma per una sera soltanto. Una possibilità di paradiso perduta.
Al mattino, radendosi, sostava allo specchio: la vita era passata senza traumi e senza gioie, tranne gli orgasmi mentali della matematica, teso verso una meta che non avrebbe mai raggiunto. Aveva sbagliato tutto: doveva chiedere a Fiammetta di restare con lui e adesso avrebbe dei figli già grandi che avrebbero riempito di gioia la sua vecchiaia.
All'inizio degli anni Novanta Sisto era tornato nella sua città natale angosciato: sua madre era in agonia, si stava per interrompere l'unico legame profondo che aveva avuto con un altro essere umano. La vecchia gli aveva sorriso vedendolo entrare nella stanza e aveva voluto parlargli da solo.
- Ti devo dire una cosa... un segreto che non ho mai detto a nessuno. Sai che ho fatto la ballerina prima di sposare tuo padre.-
Sisto guardava la madre, smunta e rinsecchita, la testa poggiata sul guanciale in una misera aureola di capelli grigi, e la ricordava bella e profumata e calda che lo riparava col proprio corpo dai bossoli della mitragliatrice.
- Ero ballerina e giravo i teatri di tutta Europa. Nel Trentadue ero a Berlino e... incontrai un uomo pieno di una forza cattiva che mi affascinò per una sera. Un uomo che...- la donna si era interrotta per un colpo di tosse e guardato Sisto con sguardo sfuggente che implorava comprensione e perdono - ...insomma un uomo che... che diventò il tuo vero padre...-
Sisto non aveva mosso un muscolo, aveva un ricordo stereotipato di suo padre, un uomo alto in camicia nera, col mitra in pugno.
- Mamma, chi era?-
- Mi sono sposata che ero già incinta di tre mesi.-
- Chi era?- aveva insistito Sisto.La vecchia aveva fatto una smorfia, riassunto il volto in una prugna rugosa, e poi aveva sospirato:
- Era Adolf Hitler. L'ho saputo l'anno dopo vedendo una sua foto sui giornali: era diventato il Fuehrer. Che potevo fare? Neanche lui ha mai saputo di avere un figlio. –
Sisto aveva distolto lo sguardo dal volto madreperlaceo della donna e guardato fuori dalla finestra quadrata della stanza d'ospedale. Hitler urlava dietro a quei vetri, isterico e minaccioso, mentre valanghe di corpi rinsecchiti cadevano a pezzi andando a formare montagne di capelli, di denti, di ossa.
Forse la madre era soltanto una mitomane o viveva allucinazioni da demenza senile. Quando si era voltato a guardarla, era morta.
Sisto era tornato a Roma e ripreso la sua vita di sempre ma un'idea, bloccata in un feedback sinaptico circolare, lo torturava: essere figlio di Hitler era una colpa. Se aveva metà dei geni del dittatore assassino, si spiegava la sua inclinazione verso ciò che era tedesco. Invano i suoi sviluppati circuiti corticali, selezionati elaboratori di logica, gli mandavano risultati rassicuranti concatenando le nozioni sulla casualità genetica: qualcosa lavorava nelle zone profonde del suo encefalo caricando e scaricando i trasmettitori emozionali.
I suoi studi sulla traslazione gli apparivano adesso un segno perentorio che indicava la strada. Aveva speso la vita su quel problema, adesso doveva risolverlo per darle un senso.
Dalla caduta del muro di Berlino (quella notte aveva avuto un'intuizione su come eliminare gli infiniti dalle trasformate) la teoria era matematicamente perfetta e prevedeva l'esistenza di un campo distorsore, ortogonale sia ai campi elettrici che a quelli magnetici, che costringeva lo spazio-tempo a chiudersi su se stesso come intorno ad un buco nero gravitazionale, ma Sisto non aveva idea di come creare un tale campo senza disporre di una quantità immensamente alta di energia: era come intuire un paradiso oltre un portone chiuso di cui non aveva la chiave.
Le dimensioni estese alto-basso, avanti-indietro, destra-sinistra dovevano coniugarsi con una quarta, estesa essa pure. Bisognava sviluppare una nuova grande dimensione, quella che Hinton aveva chiamano anà-katà. Gli sembrava di sapere come fare eppure non lo sapeva, era una sensazione di grande molestia intellettuale: Anà il paradiso, katà l'inferno.
Sisto non era bravo come insegnante. Non riusciva ad amare quei ragazzi mediocri che si sedevano sui banchi davanti a lui in attesa che la lezione finisse. A volte coglieva una scintilla di interesse in quegli occhi animali che amavano seguire le curve del seno delle ragazze o la biforcazione dei jeans dei ragazzi, ma non riusciva a trasformare quei barlumi in luce.
Solo Beatrice, una biondina che le ricordava Lisa, lo seguiva nelle sue spiegazioni piatte e ripetute, senza dar segni di particolare comprensione, come se si interessasse a lui più che a quel che andava dicendo ma la morbidezza del suo corpo gli ispirava pensieri di sesso che giudicava sconvenienti per un uomo avviato verso i sessanta.
Un giorno Beatrice aveva invitato Sisto nella pensione in cui viveva, affinché le insegnasse a usare il computer che il suo fidanzato le aveva appena comprato. Sisto ci era andato emozionato, senza indagare su quell'emozione. Beatrice lo aspettava, avvolta in una corta vestaglia di seta che lasciava scoperte le lunghe cosce vellutate. L'aveva fatto entrare in camera sua, in gran parte occupata da un letto coperto da un soffice piumotto rosa che a Sisto era sembrato provocatorio.
Per controllarsi, aveva aspirato profondo inalando l'alone di feromoni che avvolgevano la ragazza. L'erezione era stata immediata e prepotente, visibile nonostante i pantaloni. Beatrice aveva riso. Sisto l'aveva baciata e stesa sul letto. Beatrice si era opposta per un po' sussurrando dei morbidi "no" nelle orecchie del professore ma poi aveva partecipato all'amplesso trascinata dalla corrente impetuosa degli ormoni geneticamente selezionati per cancellare la razionalità e dare via libera alla replicazione.
Alla fine, esausti, i due amanti erano rimasti l'uno sull'altro gustando il dilagare delle endorfine del piacere. Questa volta i geni avevano vinto la loro battaglia perché Sisto non era riuscito a ritrarsi in tempo: la senilità diminuisce i riflessi e aumenta l'irresponsabilità verso il futuro, così lo sperma aveva inondato l'uovo di Beatrice e uno spermatozoo era penetrato oltre la barriera proteica unendo i suoi ventitré cromosomi a quelli in attesa nell'utero di Beatrice. Le centinaia di migliaia di geni, fatta una rapida conoscenza con piccoli scambi chimici, avevano iniziato a collaborare per costruire la loro macchina per sopravvivere: un nuovo essere umano che arrivasse sano e potente all'età della riproduzione per poter di nuovo schizzar fuori, come in una scialuppa di salvataggio, prima di lasciarlo al suo destino di morte.
Seduta sul letto, le natiche tonde posate sui talloni torniti, Beatrice aveva detto a Sisto che quello che era successo non avrebbe mai più dovuto accadere perché si stava per sposare col suo fidanzato. Il professore si era ascoltato rispondere, come seguendo il suono di una eco interna:
- Ti sposi? Non finisci la scuola?-
- Mi sposo solo civilmente e mi ha detto che faremo l'amore soltanto dopo il rito religioso alle Hawaii.-
Le endorfine esaurivano il loro ruolo nel cervello di Sisto che guardava incredulo la bella Beatrice.
- Alle Hawaii? Ci sono chiese cattoliche laggiù? e poi quando alle Hawaii?-
Beatrice aveva raccolto i suoi vestiti e allacciato il reggiseno rosso.
- Non lo so, non importa, è una cosa romantica. Tu invece sei un violento. Io mi fidavo di te che potresti essere mio padre e invece mi hai violentata. –
- Ma tu... ma io...- aveva farfugliato Sisto umiliato, pensando che i suoi impulsi forse erano davvero geneticamente ispirati dal bieco dittatore nazista.
Avevano scampanellato alla porta d'ingresso e Beatrice, ignara di quanto stava avvenendo nel suo corpo e nel suo cervello, allacciandosi la vestaglia, era andata ad aprire.
- C'è il professor Sisto?- aveva chiesto il pony express esibendo una pesante busta gialla inceralaccata. Sisto si era affacciato sulla soglia della stanza imbarazzato:
- Sono io, ma chi ti ha detto che ero qui?-
- Mica so' il mago Merlino! Me l'ha detto quello che mi ha dato la lettera, no?- il ragazzo era corso giù per le scale.
Sisto aveva preso la busta e Beatrice aveva sbirciato il pacco di dollari che ne era saltato fuori mentre il professore si era messo a leggere dei foglietti quadrettati fitti di formule.
- Mi sembrano un sacco di soldi!- aveva esclamato stupita. - Sono... sono istruzioni per creare i campi distorsori.- aveva balbettato Sisto.
- Chi gliele manda, professore?- aveva chiesto la ragazza rimettendo la giusta distanza fra di loro.
Sisto aveva guardato Beatrice con un lampo di allegria nello sguardo, poi era scoppiato a ridere:
- Pare che me le sia mandate da solo!-
Sisto era già scattato fuori, inciampando nelle scale, aggrappandosi al mancorrente, balzando nell'androne e correndo nel sole: per poco il bus numero 52 non l'aveva messo sotto.
Beatrice sentendo la frenata e gli improperi urlati dal conducente aveva sbattuto la porta con rabbia:
- Stronzo!-
Senza mandare messaggi alla corteccia, l'ipotalamo di Beatrice era stato costretto, da una pioggia di ormoni antagonisti, a bloccare i comandi che stimolavano quelli del ciclo mestruale mensile mentre, insensibili, stolidi come una goccia di idrocarburi, meccanicamente soddisfatti, i geni di lui e di lei, costruivano una morula per la fuga nell'utero della femmina.
Tornato a casa correndo, Sisto si era seduto sul letto e aveva letto con attenzione quei foglietti: tre di essi riassumevano un racconto di futuro.
Un tizio che si era firmato Sisto aveva scritto con la grafia di Sisto di un mondo di fantasia che dava i brividi: i postnazisti di Sigmund Ilter, austriaco e terzo imperatore del Terzo Reich, stavano sterminando le popolazioni d'Africa e d'Asia con virus creati in laboratorio che abbattevano le barriere immunologiche dando via libera a malattie mortali.
- Ilter... - quel suono echeggiava nelle caverne del ricordo con un riverbero di altre vite.
Poi, del tutto inaspettato, un altro nome aveva lampeggiato nella corteccia cerebrale di Sisto, secreto dai meccanismi misteriosi del cervello: Nostradamus! Il sapiente ciarlatano cinquecentesco aveva nominato un Ilter nelle sue centurie come futuro portatore di apocalisse.
Forse qualsiasi previsione, anche la più stramba, è destinata a verificarsi in uno degli infiniti futuri possibili.
Forse non è solo una realtà dell'elettrodinamica quantistica la stranezza per cui i percorsi possibili delle particelle elementari, pur non essendo effettivamente percorsi durante un dato esperimento, influenzano il risultato, e se si tenta di misurare esattamente i loro percorsi, l'influenza scompare, come se invece di eventi naturali ci si trovasse davanti a un prestigiatore che non gradisce un controllo troppo preciso: tu controlli e io non ti mostro l'evento. Il trucco c'è ma non saprai mai qual è. Dio dispettoso.
Per questo, Feynman, il più grande genio della fisica quantistica, apriva le sue conferenze per i profani dicendo:
- Le cose di cui parlerò le insegniamo agli studenti di fisica degli ultimi anni di università. Pensate che io riuscirò a spiegarle in modo da farvele capire? Ebbene no, non le capirete. Per convincervi a non andar via subito vi dirò che neanche i miei studenti di fisica le capiscono. Non le capisco nemmeno io. Il fatto è che non le capisce nessuno.-
La fisica quantistica illustra come succedono le cose, il fatto che non siano intuitive o che vadano contro il cosiddetto buonsenso, non turba più il sonno agli scienziati che hanno rinunciato a un modello intuitivo dell'universo. Le teorie funzionano, le tecnologie basate su di esse pure. Questo è quanto.
Una ruota di pensieri girava libera nelle innumerevoli connessioni del cervello di Sisto mentre continuava a leggere quel diario che gli parlava del futuro: lo scrivente affermava di aver effettuato una traslazione di tre mesi nel suo passato.
Doveva essere solo una prova per poi saltare indietro di 106 anni e uccidere Adolf Hitler, primo Fuehrer del Terzo Reich, ma qualcosa interferiva. I primi quattro viaggi erano falliti e il messaggio non diceva il perché, così nel quinto il viaggiatore era stato un giovane pony express: non aveva trovato altro modo per mandarsi le giuste istruzioni e i soldi necessari per riprendere gli esperimenti.
Se le formule non avessero illuminato la soluzione del suo problema, Sisto avrebbe pensato allo scherzo di un miliardario matto, ma era bastata un'occhiata a quei numeri perché tutto andasse a posto e i campi distorsori diventassero perfettamente costruibili. Così aveva deciso di non pensare più a quel diario di un futuro folle e di meditare solo sui foglietti che riguardavano le istruzioni tecniche.
Quando un mese dopo Beatrice si era accorta di essere incinta, era corsa da Sisto: che fare?
Non voleva avere quel figlio ma nello stesso tempo aveva un istintivo, atavicamente selezionato, orrore dell'aborto. Il conflitto faceva ribollire le sue concettualizzazioni neuronali dando la stura alle vie emozionali sul tronco cerebrale che abbassavano la temperatura dell'angoscia inondandole gli occhi di lacrime.
Anche Sisto non sapeva decidere.
Il suo appartamento era ingombro di apparecchiature elettroniche collegate in un intrico di cavi e una parte dei foglietti ricevuti quel giorno a casa di Beatrice erano attaccati alla parete illuminati da una lampada.
La ragazza neppure se li ricordava, travolta dal problema che le cresceva dentro.
Sisto l'aveva abbracciata, accarezzata: Beatrice era bella, Beatrice era calda, ma non poteva legarsi a lei con un figlio, troppo tardi per cadere nella trappola genetica che diventa più crudele con l'avanzare dell'età, ma non gli riusciva di trarre dal suo software cerebrale il consiglio di abortire.
- Non sei mai andata a letto col tuo ragazzo?-
- Mai. Lui mi rispetta. -
- Prova a farti rispettare di meno... se vuoi avere lui e tenere il bambino...-
Lo sguardo di Beatrice era restato fisso nelle lacrime ma non più piangente.
CAPITOLO II
Il Papa e il meme della fede sono un'importante macchina per la sopravvivenza costruita dai geni dell'uomo. Condannando la masturbazione, l'omosessualità e l'uso del preservativo è il più strenuo difensore del loro egoismo.
Sisto ama stare davanti allo specchio, ondivago tra pensiero e ricordo. E' conscio di essere soggetto alle leggi della propria chimica, ma ammira chi, fuori dalle tempeste ormonali, dalle piogge di enzimi, dalle pressioni del vuoto e del pieno, usando quel poco che lo rende differente dagli scimpanzé, aggiunge un arco, una colonna, un poema, un'armonia alla costruzione matematica.
E' conscio che l'amore carnale è uno dei trucchi più vili della chimica del carbonio per la replicazione dell'unica struttura vincente: il gene, sia esso di pidocchio, di ragno, di gazzella o di Claudia Schiffer.
Gli automatismi chimici soggetti a selezione non tengono conto degli individui perché hanno una vita troppo breve per diventare protagonisti dell'evoluzione, i corpi servono ai geni come contenitori, scatole, involucri, imballi, l'amore nasce dalla pressione di ghiandole mature che spingono i viventi ad accoppiarsi, in modi grotteschi, infilandosi dentro l'un l'altro escrescenze spermatiche o spargendo per aria e per acqua cellule speranzose di incontri.
E' conscio che gli uomini scrivono romanzi, versi e musiche per celebrare lo sfregamento di due epidermidi normalmente usate per scartare i rifiuti corporali.
Cantano canzoni, dipingono quadri, scolpiscono statue, vivono tragedie e talk show per dare magnificenza al proprio destino di macchine portatrici di geni.
E celebrano i figli maschi, piccoli trucchi di carne che danno l'illusione di sopravvivenza schizzando fuori al momento opportuno il parassita padrone: lo sperma.
E celebrano le figlie femmine, piccole grotte umide e calde, perché portano, in attesa di sperma, catenelle di geni avvolti in vescicole proteiche.
Nascere riprodursi e morire, ricamando Shakespeare per fingere grandi destini.
Sisto è conscio che la sopravvivenza della razza umana è legata all'illusione di ognuno di noi di essere protagonisti della vita. Ogni scusa vale una contesa, una battaglia, un impegno che non lasci il tempo di pensare, la Storia è una corsa disperata all'invenzione di problemi: prima il cibo, poi i cuccioli, poi la famiglia, il territorio, la tribù, la nazione. Lottare per qualcosa, uccidere, morire, tutto pur di non fermarsi a pensare. E se non bastano le guerre fra popoli, fra etnie, fra bande, la società si inventa lotte interne: maschi e femmine combattono per la parità, gli omosessuali per l'orgoglio di gridare in piazza la loro diversità, gli intellettuali della chiacchiera si fanno guelfi e ghibellini, di destra e di sinistra, pur di potere odiarsi. E quando neanche le lotte interne bastano si inventano altre gare: l'ansia del successo è l'ultima trovata. Gli starter sparano continui colpi di via e bisogna correre, chi non arriva è deriso e disprezzato. Vinca il peggiore! Il premio è il denaro, il potere, le puttane più avvenenti, l'adulazione e l'invidia. La corsa permette di non pensare all'unico traguardo reale: la morte.
Sisto non si è mai sentito "dentro" alla vita. La guarda da fuori incuriosito dal comportamento degli altri, stupito che non si accorgano dei condizionamenti: schiavi e padroni, entrambi imbecilli. Nessuno sogna di essere: tutti desiderano ville, yacht, camerieri, elicotteri. Avere, avere di più per credere di essere.
Ama guardare i vecchi film che documentano momenti della Storia: la visita di Umberto I a Torino a pochi mesi dall'attentato con la folla plaudente, il ritorno dei combattenti dalla prima guerra mondiale, i grandi scioperi in Emilia negli anni Venti, piazza Venezia stracolma di folla inneggiante al Duce.
Sisto guarda le facce della gente: vecchi, giovani, bambini con una struggente nostalgia per tutti loro che si sentivano importanti, che partecipavano con entusiasmo pieni di voglia di futuro e che sono già tutti morti, scomparsi e dimenticati come gli schiavi egiziani che hanno eretto le piramidi. Forse non inutili ma perduti nella loro individualità, per sempre.
Sisto guarda la televisione con l'animo del ricercatore che osserva un vetrino al microscopio. Deformate dalle proprie mappe neuronali vede ridenti facce da cretino che rovesciano su milioni di non-pensanti melasse vischiose di imbecillità urlate per avere ascolto: imbonitori in abiti firmati si fingono guru della politica, facce sifilitiche sproloquiano insulti quotidiani, bambole di carne sentenziano vacuità, mentre telenovela senza fine imbambolano le reti corticali di milioni di telerincoglioniti, punteggiate da televenditori, preti mondani, mafiosi pentiti, ex-terroristi, ex-piduisti, ex-golpisti, letterati senza cultura, finti filosofi, sociologhi della chiacchiera, psicoanalisti ciarlatani e ciarlatani psicoanalisti e tutto l'informe ciarpame televisivo si sta espandendo nello spazio alla velocità della luce: forse un giorno sarà il materiale decisivo per un'accusa aliena che otterrà il permesso di cancellare la razza degenerata di scimmie che impesta il terzo pianeta della stella Sole.
Miliardi di sinapsi sprecate in ricordi provenienti da cortecce auditive stravolte, milioni di false mappe dai colori elettrici parassitano le povere memorie telecondizionate mentre un numero infinito di possibili connessioni logiche atrofizzate dal non uso rendono impossibile alle vittime il recupero della più modesta routine di pensiero e i cinque prossimi dittatori del mondo, padroni della comunicazione, si troveranno a capo di una moltitudine di rimbecilliti blateranti senza capacità di discorso, incomunicabili portatori della frazione proteica che il caso ha costruito ere fa in qualche pozza nera di acqua sulfurea per proteggere vigliacche matassine di DNA: che gusto potrà dare ancora il potere? La morte ha impedito al vecchio Popper di vedere il traguardo finale delle sue paure.
"Internet salvaci tu!" sospira il pensiero di Sisto che nuota volentieri nell'illusione che la scienza dei migliori segnerà la fine della schiavitù, la vittoria delle scatole sui ciechi filamenti proteici del DNA che le hanno condizionate per quattro miliardi di anni: e gli uomini, diventati portatori immortali grazie alla scienza, non figlieranno più disarmando la stolida avanzata replicativa dei nostri geni. Se mai questo accadrà quegli uomini saranno i veri Adamo ed Eva. Così ama pensare Sisto davanti allo specchio perché anche lui è un poveruomo.
Nelle elezioni politiche della primavera del "94 vincono le destre. Il ritorno al potere degli ammiratori di Mussolini, spinge Sisto ad accelerare i tempi del suo esperimento: due passati diversi possono confluire in un unico futuro? I nazisti hanno perso la seconda guerra mondiale ma per una strada secondaria potrebbero tornare al potere con quel Sigmund Ilter di cui parla Nostradamus?
Seguendo le istruzioni scritte con la sua stessa grafia sui fogli quadrettati, Sisto è riuscito a mettere insieme quell'apparecchiatura, schematicamente semplice, che prevede la focalizzazione computerizzata di 223 piccoli laser mirati a gruppi di neuroni del cervello. Ne è venuto fuori un casco che assomiglia a uno scolapasta.
Beatrice è al terzo mese di gravidanza e il termine ultimo per una decisione si avvicina: uccidere o non uccidere quei geni che stanno costruendosi la loro eternità dentro la pancia
della donna con chimica incuranza della loro ospite?
- Decidiamo la settimana prossima.- dice Sisto a Beatrice, che va da lui con allarmante frequenza e, ogni volta, un'inutile pioggia di spermatozoi ritardatari finisce per bagnare la costruzione in atto dentro di lei.- Ma... col tuo ragazzo?-
- Continua a rispettarmi, che devo fare?- geme disperata la ragazza stringendogli i fianchi coi polpacci.
Sisto prova la traslazione su di un coniglio, grasso, fiducioso e tranquillo che alleva da due settimane. Gli ha applicato sulla testa il casco portaelettrodi che, con la stimolazione laser, dovrebbe spostare la sua consapevolezza su un altro flusso temporale.
Collegato il casco al computer e avviato il programma BERSAGLIO il casco si modella sulla testa del coniglio e le punte degli elettrodi penetrano nella cute fermandosi sull'osso del cranio. Gli elettrodi sono così sottili che l'animale non dà segno di essersene accorto.
L'immagine dell'animale si sfoca per un attimo e sul quadro di controllo del computer collegato appare la segnalazione di una momentanea presenza di monopòli magnetici.
Il fenomeno ha una durata di sei decimi di secondo. I monopòli si riaccoppiano in normali bipoli e il coniglio muove la testa spaventato, con un fremito convulso del naso: ha il pelo irto, sulle vertebre caudali c'è il segno di un morso e il suo peso è calato di 130 grammi. Ansima come per una lunga corsa. Sisto osserva l'animale con invidia: è davvero stato da "un'altra parte"? E in quel mondo parallelo ha fatto una lunga corsa per sfuggire a un predatore che l'ha morso sulla coda? Sembra di sì ma non c'è modo di interrogare il coniglio. Deve provare l'effetto dei campi distorsori su di sé.
Per i calcoli relativi alla propria massa e all'energia supposta necessaria per una traslazione di tre mesi, il personal computer di Sisto impiegherebbe più di una settimana, così chiede e ottiene, via rete, a un amico di San Francisco di poter usare un Cray 2 a Lucas Valley che in poche ore gli sforna i dati necessari per un "salto" di tre mesi e per uno di 106 anni. Tra i due c'è un'enorme differenza di energia: per il primo bastano 400 kilowatt, per cento anni servono 10 megawatt, per mille anni ci vorrebbe tutta l'energia del Sole. Sisto decide di imitare il suo "altro" e si infila in tasca una busta con le pagine del suo diario degli ultimi tre mesi e le istruzioni per ricostruire il traslatore: sono dirette a se stesso se mai arrivasse "nell'altro posto".
Alle formule aggiunge anche le colonne del Totocalcio uscite nelle ultime sei settimane.
Si mette il casco, lo scolapasta come lo chiama, quando mancano pochi minuti a mezzanotte. Collegato il computer, avvia il programma BERSAGLIO: il casco si modella sulla forma del suo cranio e gli elettrodi gli bucano il cuoio capelluto senza che senta dolore.
Il programma controlla che le procedure siano tutte eseguite e poi avvia il conto alla rovescia facendo scattare il relais dell'energia. Un lampo di luce interiore e una sensazione di vertigine dolorosa.
L'amplesso è coinvolgente e Beatrice freme di piacere assecondando il movimento dei suoi fianchi per accelerarne la frequenza. Nonostante gli schizzi ormonali e il prevalere dei circuiti talamo-amigdala su quelli corticali, Sisto si rende conto di un fugace sdoppiamento: per sei decimi di secondo si sente in contatto con un altro se stesso. Poi il ricordo del futuro caleidoscopia le sue mappe cerebrali confondendole con una ridda di "deja vu" che moderano la spinta sessuale e riesce a estrarre il pene dalla vagina poco prima che il ruscello di sperma sbocchi all'esterno dandogli il violento piacere che è la parte essenziale del trucco genetico per costringere alla riproduzione.
Beatrice si lamenta con un gemito prolungato, piantandogli le unghie nella schiena, dando voce alla delusione del suo uovo, ormai sicuro di moltiplicarsi e invece condannato a morire e a essere espulso tra pochi giorni in un fiotto di sangue.
Seduta sul letto, imbronciata e delusa, Beatrice cerca toni indignati dicendo a Sisto che quello che è successo non dovrà mai più accadere perché si sta per sposare col suo fidanzato.
- Davvero ti sposi?- ripete Sisto consapevole di recitare un copione per la seconda volta- Non finisci la scuola?-
- Mi sposo solo civilmente e lui mi ha detto che faremo l'amore soltanto dopo il rito religioso alle Hawaii.-
Le endorfine esauriscono il loro ruolo nel cervello di Sisto che guarda la bella Beatrice, confuso, nella consapevolezza di aver già sentito quelle parole:
- Alle Hawaii? Magari non ci sono chiese cattoliche... e poi quando alle Hawaii?- si ascolta dire.
Beatrice raccoglie i vestiti e si allaccia il reggiseno rosso.
- Non lo so, non importa, è una cosa romantica. Tu invece sei un violento. Io mi fidavo di te che potresti essere mio padre e invece mi hai violentata. –
Sisto le accarezza i capelli, sospeso sopra la realtà come chi vive un sogno già sognato:
- Non vediamoci per un po'. Diciamo, tre mesi. Dopo decideremo, vuoi?-
Beatrice stringe le labbra a becco di papera e si lega a cocca la cinta della vestaglia:
- Mai più.- sentenzia e va verso il bagno dignitosa e insoddisfatta.
Scampanellano alla porta d'ingresso e Beatrice, va ad aprire. Sisto si avvicina con la certezza irrazionale di vedere un pony express.
- Hai fatto entrare un uomo?- chiede una donna dal grande posteriore stretto in una gonna gialla.
- Sono il suo insegnante di matematica, signora. - la donna corpulenta esamina con occhi globosi Sisto che le mostra i denti in un ghigno fisso - E me ne sto andando. Arrivederci signorina. Beatrice!- termina con ipocrita cortesia e corre giù per le scale mentre una voce schizofrenica gli sussurra che fuori c'è il mondo di tre mesi prima!
Il bus numero 52 passa a buona velocità senza rallentare, mentre un pony express fa petare la motoretta lungo il marciapiede alla ricerca di un numero civico: ha in mano una inceralaccata busta gialla.
Primo si ferma colto da una sensazione di nausea: perché pensa che quel pony express cerchi lui? Ha l'impressione che dovrebbe saperlo ma un blocco grigio gli impedisce di ricordare.
Allunga il passo preoccupato: credere che ciò che dice la gente sia già stato detto e la sensazione di essere cercato sono sintomi di malattia mentale.
Un'onda di sudore gli fa sentire i vestiti appiccicati alla pelle. Si fruga in tasca alla ricerca di un fazzoletto e trova i foglietti delle istruzioni. E' la sua grafia: due ricordi lottano nel cervello, uno gli dice che l'ha scritto lui e l'altro giura che non l'ha mai scritto.
Più tardi, dopo aver inchiodato al muro della sua stanza i foglietti con le formule, tenta di razionalizzare: se non è schizofrenico si è spostato nel flusso del tempo, ma non è tornato indietro, non si può mutare ciò che è stato. E' traslato su un flusso differente di informazione partente dal nodo "scopata con Beatrice" ed è già tutto diverso perché è ben certo di non averla messa incinta. Da qui e da oggi parte un altro futuro, simile per qualche tempo a quello descritto su quei foglietti ma non identico per le proprietà caotiche dei flussi.
Sisto si trova a scacciare un pensiero noioso come una mosca autunnale: che ne è del suo flusso temporale d'origine? Anch'egli, come il coniglio, dopo sei decimi di secondo di incertezza, è tornato nel laboratorio con gli elettrodi in testa? C'è un altro Sisto, altri infiniti Sisti che vivono tutte le combinazioni possibili della vita? Probabilmente sì, ma che importa?
Quel flusso temporale, visto da qui, non esiste, e solo un "se", un'ipotesi come tante perduta nell'oceano delle possibilità. Deve costruire (o ricostruire?) il traslatore prevedendo un'alimentazione da 10 megawatt: gioca per sei settimane al Totocalcio ma un solo 13 coincide con quelli del suo futuro descritto. Quale prova migliore che il futuro di questo flusso si va tessendo su casualità diverse che lo allontaneranno da quello che era stato quell'altro ipotetico presente? Ma se il futuro torna a essere inconoscibile, che senso ha il viaggio nel tempo? Tuttavia la vincita di 132 milioni è sufficiente per acquistare il materiale che gli serve.
Si avvicinano le elezioni politiche di cui Sisto conosce l'esito.
Sisto invia decine di fax al nuovo Partito Democratico della Sinistra per metterlo in guardia contro l'entrata in politica del re delle TV, che farà da mastice tra la vecchia Democrazia Cristiana e la destra fascista, ma nessuno lo ascolta. La sinistra è sicura di vincere. Conoscere il futuro fa apparire i contemporanei in tutta la loro umana imbecillità.
Beatrice non è incinta e non si è fatta sentire: il problema dell'aborto apparteneva all'altro sé.
Tutto è pronto per il vero esperimento ma Sisto esita. E' come morire perché non c'è possibilità di ritorno. Ha comprato un desk-top e ha avuto in poche ore la conferma dei dati per il salto di 106 anni: 105 anni fa è nato Adolf Hitler.
CAPITOLO III
Quel che è stato è stato e non si può cambiare, ma quel che è è solo uno degli infiniti modi di esserci. Lascia quel che è se non ti piace e viaggia fino a quel che ci sarebbe.
Sisto imballa le sue cose e si trasferisce in Austria, a Braunau sul fiume Inn, una cittadina di quindicimila abitanti. Affitta una villetta in periferia, a ridosso della grande centrale idroelettrica e rimette in funzione il campo traslatore collegandosi senza permesso a una linea ad alta tensione che passa a pochi metri dalla casa.
Ha meditato sulla sua esperienza. E' certo di non aver viaggiato indietro nel tempo manovrando a U come su un'autostrada tornando là dov'era già stato: quello che non è successo, non sarà successo mai, la realtà è la somma di innumerevoli sottorealtà parallele e convergenti, dinamiche ed evolventesi, che riempiono uno spazio multidimensionale.
Il campo traslatore gli permette di entrare in una biforcazione del caos e probabilitare gli eventi che ritiene benefici ponendoli come seme di milioni di nuovi imprevedibili rami. Le sue reti neuronali, selezionate dai traumi del registrato, gli indicano che l'evento più benefico di tutti sarebbe la non nascita di Adolf Hitler.
La notte del quattro luglio Sisto è pronto. Indossa una camicia ricamata, un panciotto e una giacca di fustagno con pantaloni di cotone. Si mette in tasca una pistola calibro nove e il racconto delle proprie motivazioni. A mezzanotte, elettrodi collegati a tutte le aree corticali, dà il via al computer premendo il tasto destro del mouse a infrarossi. Sente lo scatto del relais e nella città c'è un calo d'illuminazione.
E' la sensazione di un attimo. La puzza di bruciato richiama l'attenzione di Sisto nella stanza: il computer fuma come un vecchio treno e il monitor frigge e si abbuia mettendo in corto il salvavita. Sisto si leva il casco e scende dalla sedia anatomica che doveva essere il trampolino di lancio per il suo viaggio nel passato. Stacca il campo traslatore e ripristina la corrente. Perché non ha funzionato? Per un momento si è sentito altrove. Guarda intorno cercando qualcosa che gli suggerisca una spiegazione dell'errore: sul pavimento davanti alla sedia c'è un ricciolo di fango. Sisto si guarda le scarpe: intorno alle suole c'è un sottile bordo di terra rossa. La sfiora con un dito: è ancora umida. Ha messo i piedi nell'altrove. Come il coniglio dell'esperimento, Sisto è tornato in pochi decimi di secondo ma potrebbe aver vissuto un'intera vita nel passato.
Una grande eccitazione si impadronisce di lui e frenetici scambi delle mappe della sua corteccia comunicano segnali lungo il tronco-encefalo che costringe le ghiandole surrenali a ripetute scariche di adrenalina. Con mani sudate, Sisto prende da uno scaffale il volume dell'enciclopedia CULVER-EQUA e sfoglia con frenesia fermandosi alla parola ebraismo. Legge: "La sorte degli Ebrei fu tragica in Europa a partire dal 1940. Hitler decise nel 1942 il loro sterminio sistematico, battezzato soluzione finale. In tutta l'Europa occupata si ebbero così rastrellamenti metodici, che trascinarono milioni di ebrei in campi di concentramento, dove i più validi erano attesi da una morte lenta provocata dal lavoro forzato e dai crudeli sistemi impiegati nei campi, e gli altri, i vecchi, malati, bambini, dal passaggio quasi immediato nelle camere a gas e nei forni crematori. Perirono in tal modo circa sei milioni di ebrei."
Le righe a stampa fine ballano davanti agli occhi di Sisto che scaraventa il libro contro il muro: nessuno ha impedito ad Adolf Hitler di nascere. Sisto torna a Roma portandosi dietro due bauli di strumenti bruciacchiati.
- Sisto, apri!- supplica Beatrice dal pianerottolo. Sisto posa il casco con gli elettrodi anneriti accanto a quello che ha recuperato dal cortocircuito di Braunau e va ad aprire.
- Che puzza di bruciato!- arriccia il naso Beatrice guardandosi intorno- E' lo stesso di quando ho fuso la frizione.-
Si ferma davanti a Sisto, inquirente
- Dove sei stato?-
- Andato anche questo, partito!- preferisce rispondere Sisto indicandole il computer sbaffato di nero.
- Se non mi vuoi più vedere, dimmelo. Non hai bisogno di sparire.-
- Sono andato in Austria a provare una cosa.-
- In Austria?- ma la curiosità di Beatrice è sovrastata dalla preoccupazione per il suo stato e non può pensare ad altro per più di qualche secondo - Senti, oggi ho finito il terzo mese. Che facciamo?-
L'aria mossa dai polmoni di Beatrice fa vibrare i timpani di Sisto e le vibrazioni diventato segnali elettrochinici trasmessi alla corteccia auditiva ma per una frazione di secondo le aree cognitive laterali vanno in confusione, come se la ragazza avesse parlato in una lingua non conosciuta. Con innaturale lentezza il messaggio viene "capito": Beatrice è incinta. Questa Beatrice non dovrebbe essere incinta.
La ragazza si appoggia a lui e lo guarda tenera negli occhi:
- Lo vogliamo o non lo vogliamo?- gli sussurra e mette una mano sul ventre ancora piatto in un gesto di istintiva difesa. Sisto non ha voglia di scegliere.
- Che devo fare?- incalza Beatrice.
- Niente. –
- Se non facciamo niente, il bambino nascerà. –
Sisto sospira annuendo. E' stanco. Il suo circuito dopaminico è carente per lo stress e lo sta demotivando. Si sdraia sul letto e Beatrice punta un ginocchio sul materasso:
- Se non lo vuoi devi dirlo adesso. Dopo non potrò più abortire.-
- Tu lo vuoi?- chiede Sisto sentendosi in una indefinibile lontananza.
- Non lo so. Di notte lo voglio, di giorno ho paura. Mi verrà un pancione orribile, diventerò brutta e nessuno mi vorrà più.-
Sisto chiude gli occhi: quel sole splendeva in un cielo pulito, era il cielo di un altro tempo? Beatrice si guarda le gambe tendendole avanti a sé:
- A tre mesi non è ancora un bambino. E'... una cosa. Così dicono i medici.-
- E' una cosa che se la lasci crescere diventa un uomo coi baffi...-
Sisto risponde senza aprire gli occhi.
Nel silenzio che segue il cervello di Sisto lavora sui propri problemi, fotocopiando mappe su mappe, derivando di un decimo di millimetri nell'intrico neuronale alla ricerca inconsapevole che altre mappe rafforzino e confermino dati e risposte.
Sisto ovviamente non sa come lavora il proprio cervello, ma la mancata conferma di una spiegazione qualsiasi gli crea una sgradevole sensazione di estraneità: in qualche tempo ha ucciso il padre di Hitler e ha cambiato milioni di futuri possibili? Oppure il suo viaggio all'indietro è durato solo quanto necessario per sporcarsi le scarpe di fango? Una connessione galleggia antipatica fra le altre, rafforzandosi nelle debolezza della concorrenza: è solo paranoia? Una fantasia infantile lo ha accompagnato per tutta la vita: svegliarsi una mattina e constatare che è di nuovo la mattina di Natale del 1943.
L'unica volta che gli era successo, la sola volta che aveva vissuto quella mattina, viaggiando nel tempo lungo la strada biologica cosciente, aveva aperto gli occhi passando dal nulla del sonno alla totalità del reale con l'immediatezza dei suoi nove anni: aveva aperto gli occhi, ben caldo sotto le coperte, steso sullo scrocchiante pagliericcio imbottito con foglie di mais seccate al sole, accanto al lettone di ferro battuto della nonna, con la testiera luccicante di piccoli angeli smaltati di azzurro. Nell'aria c'era l'odore della neve. La nonna dalla pelle lattea e dai lunghi capelli grigi non era più nel letto, si alzava prima dell'alba chiamata dal dovere di attizzare il fuoco nel camino, fare provvista di legna, dar da mangiare ai conigli e alle galline e da altre cento attività di cui Sisto non capiva l'urgenza. Quella mattina di Natale aveva tirato fuori una mano dal tepore del letto e scostato una delle ante di legno massello della piccola finestra che dava sulla "lobia" e, oltre la ringhiera e l'invaso per vuotare nel tubo di grondaia il vaso da notte, aveva visto uno spicchio di cortile pieno di neve. Le cose non avevano più spigoli, tutto era arrotondato e reso soffice da quella spessa coperta di panna. I suoni giungevano senza riverbero. Era stato un momento fatato: Sisto lo aveva ricordato come l'uscita dall'infanzia. Qualcosa di diverso si era mosso nel suo cervello dandogli per la prima volta la sensazione di un'unicità dolorosa: oltre quel vetro arabescato dal gelo, c'era il mondo. Quel cortiletto in cui era solito giocare gli era estraneo: parte del mondo, fuori dal sé. La sua dolce mamma calda, la bianca tenera nonna che gli sbatteva lo zabaglione e gli raccontava le fiabe, i pulcini piumosi a cui cercava di insegnare l'educazione, erano tutti fuori dal sè, estranei e irraggiungibili.
La domenica la dolce nonna dalla crocchia grigia prendeva una gallina e le ficcava le forbici in gola, tenendola ferma fra le cosce mentre il sangue scuro colava in una ciotola e la bestiola fissava il nulla con angosciato stupore negli occhi rotondi. Sisto pensava che un giorno una grande mano sarebbe potuta scendere dalle nuvole e afferralo mentre giocava nel suo spazio assegnato. Forse la mano era invisibile, forse anche la gallina non vedeva le forbici che calavano a tagliarle la vena jugulare.
La mano invisibile due mesi prima aveva preso un suo amico, il figlio del lattaio: l'avevano chiuso dentro una cassa bianca e messo a marcire sotto terra.
Questi pensieri inconsueti che avevano invaso il cervello del piccolo Sisto la mattina di Natale del 1943, hanno lasciato profonda traccia e il meme si è impiantato così bene nella rete dendritica che Sisto sente ancora l'odore di quella neve.
Era stato quello un Natale felice, l'ultimo, tutta la famiglia riunita intorno al tavolo rotondo nel peilu acre di fumo a mangiare polenta e gallina. Mussolini era già stato arrestato e liberato. I tedeschi avevano attaccato ai muri i loro editti di morte, ma Sisto non aveva ancora percepito il pericolo. Quella mattina di Natale era diventata, nei ricami fantastici di Sisto, uno staggio a cui gli sarebbe piaciuto tornare per riprendere la corsa.
Quando gli accadeva qualcosa di doloroso si rannicchiava sotto le coperte, concentrandosi su quel mattino, sperando che al prossimo risveglio si sarebbe nuovamente trovato nel Natale del "43. Le delusioni non avevano mai cancellato la speranza che una volta o l'altra..., per questo aveva studiato fisica.
Vorrebbe parlarne a Beatrice ma conosce la reazione di chi non è abituato alle fantasie e ai suoi liberi voli: sguardi preoccupati per la sua salute mentale. Beatrice passa il polpastrello dell'indice lungo il profilo immobile di Sisto che le afferra il dito con le labbra. La sua mano sale ad accarezzarle la gamba e sosta sul suo ventre:
- Sono felice che stai facendo un figlio mio.-
- Ho paura. Non è possibile che un bambino possa uscire da lì.-
Sisto ride e attira la ragazza su di sé: le dà un bacio sulla punta del naso:
- Siamo usciti tutti da lì. –
Il sole splende sui ruderi delle Terme. Beatrice cammina ondeggiante, i lunghi capelli biondi ritmano il passo, l'ampia gonna che le arriva sulle ginocchia gioca a nascondere e a mostrare, un corpetto di raso le fascia la vita sottile e fa da appoggio al suo seno paffuto. Non si vede che aspetta un bambino. Sisto le va incontro sorridendo, ma Beatrice non è sola, dietro a lei sgambetta un omino di mezza età, con una smorfia che forse è un sorriso stampata sul viso aguzzo.Beatrice lo indica a Sisto:
- Questo è il mio fidanzato.-
Sisto stringe la mano che l'uomo gli tende e la sente fredda e inerte. Guarda Beatrice imbarazzato e interrogativo:
- Gli ho detto tutto.- ammette Beatrice con aria contrita sbattendo le palpebre come una bambola di panno Lenci.
Reazioni chimiche incontrollabili si innestano in Sisto il cui cervello riceve ondate di neurotrasmettitori antagonisti che interpreta come irritazione e la sfoga con una battuta decisa:
- Tutto non sa. Per esempio non sa che ti sposo. -
Beatrice guarda Sisto sorpresa mentre si mette in moto in lei il programma di comportamento rituale della femmina verso il maschio che le fa capire di voler mettere su tana insieme: le labbra le si schiudono in un sorriso un po' invitante e un po' ironico, la testa assume un'inclinazione vezzosa che porta i lunghi capelli a spioverle davanti al volto, un aumento della saliva la costringe a deglutire mentre accelerano i cicli degli ormoni sessuali dandole un blando desiderio.
- Allora ti piace proprio questa Beatrice!- sussurra con una vocina da gatta.- Sì e quindi saluta questo signore e a mai più rivederci. -
Sisto cerca di tagliar corto perché l'irritazione sta calando e si affaccia il timore di essersi spinto troppo oltre.
L'omino scopre i denti sollevando il labbro superiore e pendola spostando il peso del corpo da un piede all'altro:
- Bea, digli la verità. - La ragazza interrompe i movimenti rituali del corteggiamento e butta la testa all'indietro dando una frustata ai capelli:
- Siamo sposati. -
- Tu e lui... sposati?- chiede Sisto colto di sorpresa e messo in confusione da un'irragionevole sensazione di allegria.
- Ci siamo sposati, ma solo in Comune. Io avevo un'offerta di lavoro in Turchia e lui poteva venire con me solo se era mio marito. -
L'allegria si spegne in un sospetto nascente e in Sisto torna un livello chimico di irritazione:
- Allora non è detto che quel figlio sia mio...-
Sisto abbassa gli occhi sul ventre della donna che ripete il gesto di difesa portandosi una mano sulla pancia:
- Io e lui non abbiamo mai... mai, capisci?-
- Sposati e casti? Come San Giuseppe e la madonna?-
Sisto si sente nuovamente invaso da una lieve euforia. Il sarcasmo non è compreso nei programmi rituali di corteggiamento e Beatrice reagisce piccata:
- E' una persona per bene, lui! Non va in giro a violentare la gente. Avevamo deciso di far l'amore solo dopo esserci sposati in chiesa alle Hawaii. –
Sisto sposta lo sguardo sulla faccia sogghignante dell'omino che continua a dondolarsi sulle gambe. Torna a fissare Beatrice:
- E quando vi sareste sposati?-
- Dieci mesi fa. - risponde con orgoglio la ragazza.
- E in dieci mesi...?-
Sisto torna a guardare l'omino che sorride, distaccato, come se stesse partecipando a un banale incontro di cortesia.
- C'è chi mangia tanto e chi mangia poco. - sentenzia.
- E chi non mangia mai. -
Sisto guarda Beatrice, così giovane, così bella e così stupida
- Se sei già sposata non ti posso sposare, però possiamo vivere insieme se vuoi.-
- Ci devo pensare.-
La ragazza lo sfida con lo sguardo, assecondando il bisogno istintivo di un corteggiamento più lungo.
- O vieni via con me adesso o non mi vedi più.-
Sisto parla deciso notando di essere diviso a metà nella speranza della scelta.
- Non posso decidere adesso!- esclama contrariata Beatrice- Accompagnami al Babuino così parliamo...-
Rabbia e sollievo invadono talamo e amigdala di Sisto, stimolando secrezioni antagoniste:
- Parliamo un cazzo!- esclama saltando giù dal marciapiede.
Un'autoambulanza piomba verso di lui a sirena spiegata. Sbanda e si blocca a pochi centimetri da Sisto facendo fischiare i freni. Un infermiere si sporge dal finestrino e gli strilla:
- A stronzo, ringrazia che ho rifatto i freni se no adesso ti dovevo dare un passaggio, li mortacci tua!-
Sisto ha avuto una botta di adrenalina. Scoppia a ridere e fugge dribblando il groviglio di
auto strombettanti, come un animale dopo uno scampato pericolo.
Cinque mesi dopo Beatrice, sbilanciata dal ventre, cade per le scale. Viene ricoverata d'urgenza per doglie premature e rottura delle acque. Il parto si blocca: la convinzione di Beatrice che un bambino non possa uscire da quella parte rende i suoi tessuti anelastici e devono operarla d'urgenza poiché il cuore del piccolo si sta fermando. Troppo tardi: il cesareo non salva né lei né il bambino.
Ogni mattina, per il resto della vita, Sisto si guarda allo specchio e si insulta: ha visto il corpo bianco freddo di Beatrice con accanto quella che sembra una statuina di alabastro: sua figlia, una femmina dalla peluria bionda.
Quando pranza da solo al tavolo di cento ristoranti, la sua fantasia immagina con corrodente rimorso Beatrice seduta davanti a lui e sua figlia sul seggiolone che batte la manine piena di gioia di vivere che annuncia a tutti con squillanti "ngaa... ngaaa..."
Anche durante gli amplessi occasionali, il piacere non arriva: nessuna donna può competere con il fantasma di Beatrice, mitizzato dal ricordo. La notte, solitario, gli capita di rileggere Gozzano: amo solo le rose che non colsi.
- Amo solo la rosa che ho colto e ho gettato via. Porco dio, perché quel giorno me ne sono andato?-
Nel vuoto contorto e pluridimensionale dell'universo, nessuno si offende.
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