Labirinto

1908 -SCILLA e CARIDDI
 
- lo tsunami italiano -
 
"Assorbe la temuta Cariddi il negro mare
e tre fiate il rigetta,
e tre nel giorno l'assorbe orribilmente.
A Scilla tienti vicino e rapido trascorri".
 
Omero, Odissea.
 
SCENA 1
 
STRETTO DI MESSINA E PORTO. Esterno alba
 
Il profilo bruno del promontorio calabrese Scilla e del suo dirimpettaio siculo Cariddi chiude il mare come in imbuto.
 
TITOLI DI TESTA
 
In avvicinamento: nella luce dell’alba, sul fondo della rada, sotto Cariddi, la Messina del 1908 ancora dominata dalla famosa "palazzata" che cinge il falciforme porto della città: un insieme di costruzioni neoclassiche unite l’una all’altra che, da lontano sembrano un solo magnifico palazzo a tre piani, lungo più di un chilometro, ornato di colonne e pilastri, che si specchia nell’acqua del mare.
 
In avvicinamento: ai moli sono attraccate navi a vapore, e alcuni vascelli a vela, una grossa vaporiera è nel bacino di carenaggio costruito da poco, barche e paranze col ponte per la pesca del pesce spada punteggiano le acque calme ancorate a corpi morti e alle bitte delle banchine. Sul lato meridionale, davanti ai Magazzini Generali, seminascosti da cataste di botti di vino pronte per l’imbarco, due dozzine di pescatori stanno scaricando dalle paranze il pescato della notte, in grandi ceste di vimini.
 
In mezzo alla rada galleggiano le sagome scure di sei navi da guerra russe scortate da qualche unità più leggera. Sull’ammiraglia pende floscia la bandiera dello Zar di tutte le Russie.Un colpo di vento gonfia la bandiera.
 
In sovrimpressione: "MESSINA - 10 dicembre 1908"
 
FINE TITOLI DI TESTA
 
SCENA 2
 
PORTO DI MESSINA. Esterno primo mattino
 
Il primo raggio di sole illumina Archimede, ritto sulle banchine del porto, col suo fedele cane bastardo Minosse.
 
L’uomo è qualcosa di mezzo tra un clochard e un gentiluomo. Veste abiti sdruciti ma di buona fattura. Porta la paglietta secondo la moda degli elegantoni del tempo, ma ha la barba grigia non rasa sul volto cotto dal sole. Il suo sguardo è chiaro, sereno. Tiene appesa a un cavalletto da pittore una tela da cantastorie con alcune scene che riguardano il mito di Scilla e Cariddi. Aspetta le scialuppe spinte a remi da marinai russi che si dirigono verso la banchina.
 
Tre pescatori stanno trattando il pescato con Reina, il grossista, ad alta voce, in stretto dialetto locale.
 
REINA
 
Due soldi e mezzo alla cesta, non un centesimo di più.
 
UN PESCATORE
 
Almeno tre soldi per le spigole e i dentici.
 
REINA
 
Ho detto due soldi e mezzo e basta! Se non li volete, a mare li potete ributtare!
 
Un giovane pescatore, Rinaldo, sui 25 anni, sbotta con rabbia, rivolto agli altri
 
RINALDO
 
Andiamo a venderlo a Reggio, tre soldi alla cesta li spuntiamo.
 
Bernardo, un omaccione che si è tenuto in disparte, affronta il giovane pescatore con aria minacciosa picchiandogli sul petto con un dito tozzo e ornato di anello
 
BERNARDO
 
Questo sarebbe un grosso sgarbo, ah! Tu qui a Messina mangi dormi e fai figli. E qui vendi il tuo pesce a due soldi e mezzo la cesta.
 
REINA
 
Adesso offro due soldi: non è più fresco. Comincia a puzzare.
 
Rinaldo, per tutta risposta, spinge la pila delle sue ceste in mare: il pescato si rovescia nell’acqua del porto. Bernardo si muove minaccioso ma il grossista lo ferma
 
REINA
 
Il pesce è suo. Si vede che ricco è. (poi a Bernardo) Da oggi lo dovrai buttare sempre a mare. Nessuno lo vuole più il tuo pesce di merda.
 
Archimede corre a prendere la cima della prima delle tre scialuppe russe che stanno attraccando. Gliela butta un marinaio russo di appena vent’anni, biondo come il grano e con grandi occhi azzurri: è Yuri. Archimede assicura la cima a terra e poi scatta in un saluto militare.
 
Scende per primo dalla scialuppa il tenente Alexis Golutva un bell’uomo sulla trentina, con una divisa impeccabile. Ricambia il saluto militare di Archimede con un sorriso di simpatia.
 
ARCHIMEDE
 
Sdràsdvitzie. Pasnakòmtsiem: minià zavut Archimede.
 
Alexis lo guarda sbalordito poi gli tende la mano con entusiasmo
 
ALEXIS (veloce in russo)
 
Io sono il tenente Alexis Golutva agli ordini del comandante Ponomarjov della Admiral Makarof della marina imperiale russa, Tu hai un accento perfetto, molti complimenti!
 
Archimede ricambia la vigorosa stretta, poi indica il suo cane che saltella intorno ai due
 
ARCHIMEDE
 
Minosse sdiés.
 
Alexis si china ad arruffare la testa del cane e rivolge alcune domande in russo a Archimede.
 
ALEXIS (veloce in russo)
 
Dove hai imparato il russo? Io sono di San Pietroburgo, mi piace molto l’Italia e il tuo mare, prima eravamo nel Baltico e faceva un freddo del diavolo.
 
ARCHIMEDE (annuendo)
 
Ia gni panimaiu paruski.
 
Alexis si interrompe e guarda lo strano uomo incerto:
 
ALEXIS
 
Ti gni panimaiesc. . .? Non capisci il russo?
 
ARCHIMEDE (con orgoglio)
 
Neanche una parola.
 
ALEXIS
 
Ma... mi prendi in giro?
 
ARCHIMEDE
 
Questa non è terra da scherzi. Do’ il benvenuto agli stranieri nella loro lingua. Se eri inglese avrei detto "Good morning sir", se eri tedesco "Guten Morgen", se eri francese...
 
ALEXIS (ridendo)
 
Ho capito, ho capito. Con me puoi parlare italiano, sono stato un anno all’Accademia di Livorno. Sono il tenente Alexis Golutva dell’Admiral Makarov.
 
ARCHIMEDE
 
Buongiorno tenente. Io mi chiamo Archimede e questo è il mio amico Minosse. Minosse, aluta il signore.
 
Minosse alza una gamba e finge uno schizzo di pipì sui pantaloni di Alexis che fa un salto indietro. Yuri scoppia in una risata fanciullesca subito gelata da un’occhiataccia di Alexis che poi minaccia sorridendo Archimede
 
ALEXIS
 
Ah, non è terra di scherzi eh?
 
ARCHIMEDE
 
Solo per i cani.
 
 
SCENA 3
 
TEATRO VITTORIO EMANUELE DI MESSINA. Interno notte
 
La grande orchestra attacca le note dell’inno imperiale russo. Il teatro è gremito.
 
Nei palchi d’onore gli alti ufficiali della Marina Imperiale russa in divisa di ordinanza scattano in piedi: sono il contrammiraglio Litvinov col petto brillante di medaglie e il monocolo incastonato nell’orbita sinistra, al suo fianco il vice ammiraglio Aleksandr Viekman, mentre il capitano Ponomarov, impettito e col cranio rasato, sta in piedi dietro a loro col cappello d’ordinanza sotto il braccio.
 
La luce di un riflettore si punta sul palco: gli alti ufficiali salutano militarmente l’inno che termina in uno scrosciare di applausi.
 
Dai palchi laterali occhieggia tutta la Messina bene, sopratutto le signore ingioiellate e sfoggianti vestiti fastosi che bisbigliano tra loro, la bocca coperta dai grandi ventagli.
 
Le prime file della platea sono occupate da ufficiali e sotto ufficiali russi, anch’essi in piedi per il saluto all’inno.
 
L’ammiraglio Litinov ora si inchina per ringraziare per l’applauso mentre l’orchestra attacca le note della Marcia Reale italiana subito coperto da un altro scroscio di applausi.
 
Gli ufficiali russi salutano anche il nostro inno che sfuma dopo poche note. Gli ufficiali si siedono mentre la gente continua ad applaudire.
 
Il tenente Alexis Golutva è seduto fra gli ufficiali in platea e tiene lo sguardo fisso su uno dei palchi accanto a quello occupato da Litvinov.
 
Oggetto della sua attenzione è una bellissima donna seduta in uno dei palchi centrali. Molto bella, dalla carnagione chiara, stretta in un sontuoso vestito da sera dall’ampia scollatura, che non sembra molto interessata a quanto sta succedendo intorno a lei: si fa aria con un ventaglio ornato di madreperla e lascia il suo sguardo vagare qua e là per la sala.
 
E’ Elena d’Utri. Siede un poco più indietro di lei, in penombra, un uomo sulla cinquantina, corpulenta, dal volto impassibile adorno di baffi sottili. E’ suo marito don Antonio Vito.
 
Lo sguardo della donna incrocia quello insistente del tenente e ricambia: almeno questa è l’impressione che ne ha Alexis dalla platea che, emozionato, accenna ad un saluto col capo.
 
Il sottotenente Sacha, un ragazzo bruno del Caucaso, seduto accanto a lui, lo guarda incuriosito e poi segue il suo sguardo fissandosi anch’egli ammirato su Elena che sta ora guardando D’Arrigo, sindaco di Messina fasciato di tricolore. Al suo fianco l’arcivescovo, il questore Caruso, il prefetto Trinchera e un deputato del Regno, Il giudice Grifeo con la moglie Concetta che fa la vezzosa con un ventaglio e la figlia Alfrida, gli onorevoli Niccolò e Ludovico Fulci.
 
D’ ARRIGO
 
La città di Messina, Sua Eminenza l’arcivescovo, il prefetto dottor Trinchera, il commissario Signor Caruso, Sua Eccellenza il giudice Grifeo, gli onorevoli Niccolò e Ludovico Fulci e io vogliamo dare il benvenuto all’ammiraglio Litvinov, ai suoi ufficiali e a tutti i suoi marinai, pregandoli di ricambiare gli auguri che ci hanno espresso a nome di Sua Altezza Imperiale Nicola Il, zar di tutte le Russie.
 
Mentre i nominati salutano con un lieve inchino, scatta un terzo applauso che accomuna la gente di platea con quella dei palchi.
 
Al centro della platea siede una giovane coppia, la donna è assai prosperosa e veste con un ampia scollatura portando sulle spalle, per vezzo, una mantiglia nera ricamata. Sono Calogero il barbiere e Teresa sua moglie.
 
Mentre si fa scuro in sala e l’orchestra attacca l’introduzione all’Aida di Verdi, l’uomo con garbo tira la mantiglia a coprire un po’ di più le grazie troppo esposte della moglie che gli dà un’occhiata storta.
 
TERESA
 
Questi tutta neve e ghiaccio sono!
 
CALOGERO
 
Sempre dal continente vengono.
 
Alexis guarda ancora verso il palco di Elena e la donna, sentendosi guardata, per due volte ricambia il suo sguardo e poi si obbliga a fissare il palcoscenico dove sta iniziando la rappresentazione.
 
DISSOLVENZA
 
Sul palco Aida sta cantando nella tomba di Radaines: la cantante, Rosina Storchi, tinta di bruno, è una bella donna prosperosa sulla trentina con una bellissima voce da soprano.
 
In platea continua il gioco di sguardi tra Alexis e Elena.
 
DISSOLVENZA
 
Sulle ultime note dell’Aida si chiude il grande sipario di velluto mentre esplode un lunghissimo applauso. Tutta la platea è in piedi. Rosina Storchi si affaccia per ringraziare.
 
Solo Alexis non applaude e se ne sta voltato a guardare Elena. Sacha gli dà una gomitata e Alexis si unisce all’applauso.
 
 
SCENA 4
 
CAMERINO DI ROSINA STORCHI. Interno notte
 
Il camerino è pieno di fiori. Rosina, ancora in abiti di scena, riceve omaggi e complimenti dal sindaco D’Arrigo e da don Vito, che si tiene più in disparte
 
D’ARRIGO
 
Signora,la sua interpretazione di stasera è stata impareggiabile. Abbiamo organizzato un ricevimento in municipio e saremmo onorati se…
 
ROSINA (imbarazzata)
 
Oh… Mi rincresce signor sindaco, ma sono davvero stanchissima. . . l’Aida richiede un grande sforzo, anche fisico.
 
Rosina rivolge un’occhiata supplice verso don Vito che blocca le insistenze del sindaco
 
DON VITO
 
Donna Rosina Storchi è una grande artista, caro D’Arrigo, e quando canta dà tutto... faremo una grande festa domani per l’intera compagnia.
 
Rosina sorride grata a don Vito che spinge il sindaco fuori dal camerino dove si assiepa una folla acclamante di ammiratori
 
ROSINA
 
Grazie per la comprensione, don Vito, e mi scusi ancora signor sindaco.
 
D’ARRIGO (uscendo)
 
Ma vi conoscevate già? Quella sa il tuo nome.
 
DON VITO
 
Sono un vecchio appassionato del bel canto.
 
D ‘ARRIGO (ridendo)
 
Non ti far sentire che ti piacciono quelli che cantano...
 
 
SCENA 5
 
TEATRO VITTORIO EMANUELE. Esterno notte
 
La piazza del teatro è ancora piena di gente. Rosina Storchi esce dal teatro e la gente la applaude.
 
La cantante si inchina e va verso una carrozza che la attende.
 
Alcuni gentiluomini buttano i propri mantelli a terra per non farle sporcare le scarpe.
 
Rosina sale nella carrozza e il cocchiere subito avvia i cavalli.
 
 
SCENA 6
 
VILLETTA ALLA PERIFERIA DI MESSINA. Esterno notte
 
La carrozza con Rosina Storchi si ferma davanti ad una villetta. Rosina scende e va verso il portoncino di ingresso che si apre prima ancora che bussi. La donna entra .
 
SCENA 7
 
SALA DA GIOCO CLANDESTINA. Interno notte
 
Nella stanza tappezzata di raso rosso arabescato, tre uomini siedono attorno ad un tavolino da gioco e, un quarto, il mazziere, sta in piedi accanto a loro. Il più anziano dei giocatori, un uomo coi capelli brizzolati e aria da viveur, è Bruno Tripodi.
 
Rosina entra e i tre si alzano subito con deferenza. La cantante si siede sull’unica sedia vuota davanti al tavolo e il mazziere leva i sigilli ad un mazzo di carte nuovo e lo porge a Rosina per il taglio. Rosina esegue. Il mazziere dà le carte. Nessuno ha detto una parola.
 
 
SCENA 8
 
BOTTEGA DI BARBIERE. Interno giorno
 
Calogero sta insaponando il volto di Alexis seduto su una monumentale sedia da barbiere davanti al grande specchio liberty appeso al muro.
 
Nella bottega c’è anche Sacha, seduto su una delle sedie allineate lungo il muro accanto a tre uomini del posto, uno é il grosso Bernardo, un altro sulla trentina, segnato da una piccola cicatrice sotto un occhio, é Lappanazza, detto così perché è svelto col coltello.
 
CALOGERO
 
Almeno con voi si può parlare. (da un’occhiata a Sacha) Ma davvero vi capite quando fate quei suoni strani?
 
Alexis ride e traduce in russo per Sacha che scoppia a ridere a sua volta
 
ALEXIS
 
A noi sembra che voi cantiate invece di parlare.
 
CALOGERO
 
Siete sposato al paese vostro?
 
ALEXIS
 
No.
 
CALOGERO
 
E. . . senza offesa, come sono le donne da voi?
 
ALEXIS
 
Stupende. La domenica sul Nevski Prospekt si incontrano le più belle di San Pietroburgo.
 
CALOGERO
 
E. . . sempre senza offesa. sono, come dire, sono amichevoli?
 
ALEXIS (sorride)
 
Come dappertutto dipende da chi chiede la loro amicizia.
 
Calogero attacca col rasoio, con grande attenzione. Alexis abbassa la voce e gli chiede
 
ALEXIS
 
Ma ieri sera ne ho vista una che non avrebbe sfigurato di certo. Anzi.. Era seduta nel palco vicino a quello del sindaco. Chi è?
 
CALOGERO
 
Al Teatro Vittorio Emanuele, volete dire… una volta si chiamava Teatro Santa Elizabetta, Regina di Napoli, donna "pròdica" nella beneficienza e nelle tresche d’amore. Delle ex regine si può anche dir male!
 
Calogero fa un cenno di intesa ad Alexis a significare "te lo dico dopo", alludendo in modo appena percettibile ai messinesi seduti lungo il muro e che sono rimasti impassibili durante tutto il dialogo.
 
Un boato fa trasalire Calogero e Alexis balza in piedi allarmato
 
ALEXIS
 
Sembra un colpo di cannone!
 
LAPPANAZZA (senza scomporsi)
 
Roba locale, signor russo.
 
Alexis corre fuori strappandosi di dosso la tovaglia bianca con cui l’aveva avvolto Calogero.
 
 
SCENA 9
 
VIA CAVOUR. Esterno giorno
 
Una casa avvolta nel polverone di uno scoppio: sventrata su un fianco mostra una parte degli interni coi mobili lungo i muri rimasti in piedi. Su una targa storta dall’esplosione si legge
 
L’AVVENIRE DI SICILIA
 
Si sprigionano alte fiamme alimentate dai tubi del gas divelti.
 
Sul marciapiede, feriti dai mattoni e dai calcinacci, un uomo e una bambina. Un impiegato sbuca con le braccia avanti, accecato dal fumo e coi vestiti in fiamme. Accorre gente che spegne con manate il fuoco sui vestiti del malcapitato
 
Alexis giunge ansante, insieme ad alcuni carabinieri che allontanano la gente dall’incendio. Anche Alexis viene bloccato. Il tenente vede tra le fiamme la figura di un uomo.
 
Si butta in avanti travolgendo un carabiniere e corre in aiuto dell’uomo che cerca di rialzarsi, tossendo soffocato dal fumo. Non ce la fa e un trave crolla sfiorandolo. Alexis si avvolge la testa nella propria giacca, sfida il fuoco, afferra un braccio dell’uomo e lo trascina sul marciapiede.
 
Arriva l’auto dei pompieri scampanellando e due infermieri saltan giù da un’ambulanza a cavalli.
 
L’uomo salvato da Alexis si appoggia agli infermieri e riesce a trarre un profondo respiro: ha il volto annerito dal fumo e ustionato dal fuoco, si volge a guardare la casa sventrata e poi Alexis. E’ il giornalista Benimati.
 
BENIMATI
 
E’ stato a lei a tirarmi fuori? Grazie. Mi chiamo Benimati, giornalista dell’Avvenire di Sicilia...
 
ALEXIS
 
Tenente Alexis Golutva. Cos’è stato? Il gas?
 
Alexis indica la casa sventrata e Benimati dà un’occhiata intorno: i pompieri stanno innaffiando il fuoco con le pompe e il marciapiede di fronte si è riempito di gente.
 
BENIMATI
 
Niente è stato. Provi a chiedere a quelli: niente hanno visto, niente hanno sentito.
 
ha un nuovo colpo di tosse. Gli infermieri costringono il giornalista a sdraiarsi sulla barella e lo caricano sul carro dell’ambulanza. Alexis chiede a un messinese
 
ALEXIS
 
Che ha voluto dire?
 
UN MESSINESE
 
E chi lo sa. Catanese è.
 
Calogero si avvicina ad Alexis, senza fretta, con ancora la bianca tovaglia sul braccio.
 
CALOGERO
 
Voi l’avete salvato?
 
ALEXIS
 
Sì.
 
Calogero gli dà un’occhiata strana e annuisce con un sorriso ambiguo
 
CALOGERO (senza entusiasmo)
 
Bravo.
 
Alexis si infila la giacca annerita e bruciacchiata
 
ALEXIS
 
Devo bere qualcosa.
 
 
S C E N A 10
 
PIAZZA DEL DUOMO DI MESSINA. Esterno giorno
 
Una procace bionda con un costume attillato rosso fuoco attraversa piazza del duomo battendo su un grande tamburo che porta legato sul ventre. Dietro le cammina il piccolo corteo di un circo con un elefante bardato di nappe dorate e due cammelli, alcuni cavallerizzi e tre pagliacci che fanno le capriole. Segue, portata in lettiga da quattro uomini tinti come mori, una bella donna dai lunghi capelli corvini, avvolta in veli scintillanti, sdraiata su grandi cuscini, il volto nascosto da un velo arabo. E’ Sherazade. La segue un Pierrot infarinato che mima di morire d’amore per lei. Dopo due giocolieri che fanno roteare in aria palle e birrilli, cammina un uomo in frac dalla grande pancia che urla in un megafono:
 
BANDITORE
 
Da stassera fino a Capodanno - il grande circo BIZARD dopo i successi di Palermo, reduce dai trionfi di Parigi, vi offrirà il suo grande spettacolo! Attenzione: tutte le sere dalle ore otto alle ore dieci e mezza, potrete assistere alle acrobazie dei più grandi trapezisti del mondo! Vedere gli animali selvaggi dell’Africa Nera, divertirvi insieme coi vostri bambini e ammirare nei suoi spericolati numeri a cavallo, la regina del circo, la più bella donna del mondo che ha rifiutato la mano del sultano d’Arabia: l’affascinante Sherazade!
 
Colpi di tamburo e squilli di tromba sottolineano l’annuncio, mentre la bella donna in lettiga saluta con ampi gesti il pubblico tutto maschile che si sta infittendo davanti al bar della piazza. Chiude il piccolo corteo un codazzo di ragazzini scalzi che rumoreggiano, dileggiano, spernacchiano e si divertono.
 
Il corteo si allontana passando davanti ad un villotto a due piani con finestre dal taglio barocco, dall’aria vecchia e un po’ cupa. Ha sul retro un piccolo orto chiuso da un’alta cinta di mattoni impolverata dal tempo.
 
Calogero indica il villotto con lo sguardo e sussurra ad Alexis che si sta lisciando la giacca con le mani cercando di renderla presentabile
 
CALOGERO (sussurra)
 
Questa è la casa di quella donna: si chiama Elena, sposatissima con don Antonio Vito. Solo un’occhiata, per carità. . . (poi a voce alta) Vi voglio fare assaggiare una specialità di Messina: il gelato con la brioche!
 
Alexis guarda la casa e si avvia a fianco di Calogero che va verso il bar della piazza.
 
ALEXIS
 
Non sembra la casa di uno molto ricco...
 
CALOGERO
 
E’ ricco e non è ricco ma è più che ricco.
 
ALEXIS
 
Mi fate gli indovinelli? E’ nobile?
 
CALOGERO
 
Sì e no, ma è più che nobile. E’ un uomo di rispetto. E adesso basta che ci possono sentire.
 
Calogero passa tra i tavoli salutato da un paio di avventori e dà una lunga occhiata a Sherazade.
 
CALOGERO
 
Visto che femmina?
 
UN AVVENTORE
 
Non è la mugghiera tua la più bella donna del mondo?
 
CALOGERO
 
La più bella donna, certo! Idda è la più bella bottana!
 
Ridono. Calogero e Alexis entrano nel bar.
 
 
S C E N A 11
 
BAR DI PIAZZA DUOMO A MESSINA. Interno giorno
 
CALOGERO (al barista)
 
Due belle brioche. Una super qui per il mio amico russo che là di gelati se ne intendono!
 
ALEXIS
 
Guarda che non siamo orsi bianchi! A San Pietroburgo la primavera è dolce e l’estate calda e piena di fiori.
 
si sente il rumore di sedie spostate, di gente che si alza. Anche il barista si mette quasi sull’attenti e così pure Calogero e altri avventori del bar. Da fuori giunge un coro di voci
 
CORO DI VOCI DA FUORI
 
Baciamo le mani don Vito!
 
BARISTA (con lieve inchino)
 
Vosscienza s’abbenedica.
 
Alexis sta per addentare la sua brioche col gelato ma resta a metà gesto, emozionato: nel bar entra Don Antonio Vito seguito dalla bellissima Elena.
 
CALOGERO
 
Baciamo le mani don Vito. Signora, omaggi.
 
DON VITO (con voce un po’ roca)
 
Buona giornata a tutti. (poi al barista) Due Ferrochina Bisleri. Poi mandami tre chili di granita a casa.
 
La granita messa a sandwich nella brioche di Alexis gli sta scolando sulle dita. Il suo sguardo è perduto in quello di Elena. La donna lo guarda, quasi supplice, come se gli chiedesse aiuto, poi abbassa il capo.
 
DON VITO (ironico a Calogero)
 
Dì al tuo amico che qui non siamo in Russia. Qui il gelato si squaglia.
 
Calogero vorrebbe rispondere ma don Vito gli dà le spalle e offre uno dei due bicchieri, che il barista ha riempito per lui, a Elena che beve senza più alzare lo sguardo su Alexis mentre don Vito beve il suo guardandola. Quando ha finito di bere, le prende il bicchiere e lo posa accanto al suo. Se ne va precedendo la moglie che ne approfitta per lanciare un’altra occhiata ad Alexis che ingolla un boccone di granita per l’emozione.
 
BARISTA
 
Baciamo le mani don Vito!
 
CORO VOCI DALL’ESTERNO
 
S’ abbenedica!
 
Alexis segue i due con sguardo perplesso mentre la granita gli cola sulla mano.
 
 
S C E N A 12
 
RADA DI MESSINA. PONTE NAVE MÀKAROV. Esterno tramonto
 
Il sole arrossa le acque della baia. Il ferryboat diretto alle coste calabre esce dal porto lanciando un lungo fischio cupo. Sul ponte, un treno dell’epoca con la motrice dalla grande ciminiera a carbone.
 
Appoggiato alla ringhiera del ponte dell’incrociatore pesante "ADMIRAL MAKAROV", Alexis sta guardando verso Messina con un lungo cannocchiale. Lo abbassa perchè gli si avvicina Sacha.
 
(i dialoghi fra russi potranno essere doppiati oppure coi sottotitoli)
 
SACHA (in russo)
 
Lo sai che ti servirebbe, Alexis? Uno di quegli apparecchi elettromagnetici per parlare a distanza che ha inventato Marconi.
 
ALEXIS (in russo)
 
Stanotte l’ho sognata. Fin da bambino faccio sempre lo stesso sogno; passeggio per la Nievski Prospekt con una bellissima donna. . . tutti mi salutano e sopratutto salutano lei con grande rispetto e ammirazione. . . mi sento molto felice e orgoglioso… sai, non ero mai riuscito a vedere la sua faccia, se cercavo di guardarla mi svegliavo. Stanotte invece l’ho vista: era lei, la donna sposata con quell’uomo che riscuote tanto strano rispetto dalla sua gente. . . Si chiama Elena e io so che non è felice.
 
SACHA (in russo)
 
Ma è sposatissima, Alexis. E mi hai detto che da queste parti con le donne sposate non si scherza.
 
ALEXIS (in russo)
 
Ieri mi ha guardato come se fosse in pericolo. . . come se avesse bisogno di me.
 
torna a puntare il cannocchiale verso Messina e Sacha scuote la testa
 
SACHA (in russo)
 
Lascia perdere i sogni. Subito dopo Natale leviamo le ancore. Mancano quindici giorni. Che vuoi fare in quindici giorni?
 
Alexis sembra non sentirlo, si drizza puntando meglio il cannocchiale e sussurra sognante, come un bambino
 
ALEXIS (in russo)
 
Vedo il tetto della sua casa. . .
 
 
S C E N A 13
 
SALONE DEL MUNICIPIO. Interno notte
 
Con sfarzo di luci elettriche, il salone pieno della bella gente di Messina in gran toilette.
 
Sono presenti anche gli ufficiali russi, tra cui Alexis che non stacca gli occhi da Elena che gli lancia un’occhiata di supplica affinchè non la metta in imbarazzo.
 
Don Vito sta parlottando in disparte con Bruno Tripodi, il giocatore della bisca clandestina
 
TRIPODI
 
La Storchi sta vincendo ottomila lire…
 
DON VITO
 
Fatela vincere ancora.
 
TRIPODI
 
Potrebbe essere più furba di noi e smettere in tempo..
 
DON VITO
 
Io credo di no. Il vizio é il più fedele amico dell’uomo… e della donna!
 
Fanno un brindisi in onore della cantante e Alexis ne approfitta per avvicinarsi a Elena, ma prima che possa dir parola la donna gli sussurra
 
ELENA
 
Non adesso.
 
e si allontana dall’ufficiale.
 
 
S C E N A 14
 
SALA DA GIOCO CLANDESTINA. Interno notte
 
La saletta da gioco è piena di fumo. Una mano maschile scopre sul tappeto verde un full di donne e fanti. Una mano femminile allinea un full di assi e re.
 
TRIPODI
 
Lei è fortunata amabile signora. . . anzi, mi scusi: lei é brava, bravissima come cantante e anche come giocatrice.
 
Rosina Storchi ha un gesto di noncuranza e raccoglie le fiches dal piatto
 
ROSINA
 
Poche centinaia di lire…
 
ALTRO GIOCATORE
 
Mi perdoni, signora, ma la maggior parte delle famiglie messinesi ci camperebbe per molti mesi...
 
Rosina gli lancia un’occhiata di commiserazione e poi si stringe nelle spalle.
 
 
S C E N A 15
 
CIRCOLO DELLA STAMPA DI MESSINA. Interno giorno
 
Benimati, col viso incerottato, sta bevendo un caffè seduto ad un tavolo del Circolo. Alle pareti bacheche con i principali giornali di Messina. Davanti a lui sono seduti i fratelli Fulci
 
BENIMAT I
 
Nessuno avrebbe mosso un dito. Se non passava quell’ufficiale straniero finivo arrosto.
 
LUDOVICO FULCI
 
Ma lei davvero credeva di venire qui da Catania e cambiare cose che vanno avanti da decenni?
 
BENIMATI
 
Che fa onorevole Fulci? Radicale e socialista, simpatizza anche lei con…
 
NICOLO’ FULCI
 
La smetta di fare il don chisciotte!
 
BENIMATI
 
Guardate che a Catania é anche peggio. E’ tutto il Regno delle Due Sicilie che é malato.
 
NICOLO’ FULCI
 
Garibaldi non poteva risolvere tutto.
 
LUDOVICO FULCI
 
Mio fratello ed io siamo dalla sua parte, è ovvio. Ma le cose si devono dire nel modo giusto per ottenere gli effetti che vogliamo.
 
BENIMAT I
 
Nel modo giusto! Sono vent’anni che le dite "nel modo giusto" e non è cambiato mai niente. Mi scusi onorevole Nicolò, lei é sottosegretario alle Finanze, se lo Stato non costruisce scuole, strade, ospedali, se non manda qui delle imprese, degli imprenditori, se non mette in galera gli amministratori corrotti, tra qualche anno non basterà un altro Garibaldi, per liberarci dalla mafia ci vorranno dei nuovi Vespri Siciliani!
 
NICOLO’ FULCI (si alza)
 
Come fa lei, otterrà solo una luparata in fronte! Caro il mio Benimati, la nostra non è gente da rivoluzione. Coscienza sociale zero, ognuno pensa a sè e ai propri figli e tutto quello che non li tocca non lo vedono e non lo sentono. Sono passati secoli di sottomissione dai Vespri!
 
BENIMATI
 
Bisogna scuoterli, onorevole, unirli, farli sentire forti! Io non demordo!
 
UN INSERVIENTE
 
Onerovole Nicolò, il signor questore Caruso la vuole al telefono.
 
Ludovico Fulci si alza, prende la sua paglietta e dà un’occhiata bonaria a Benimati
 
FULCI
 
Non demorderemo insieme.
 
 
 
S C E N A 16
 
PORTO DI MESSINA. Esterno giorno con pioggia.
 
Sotto una pioggerella mattutina i pescatori stanno caricando le ceste del pesce pescato durante la notte su alcuni carri allineati, sotto l’occhio impassibile di Reina a cui Bernardo tiene un ombrello aperto sul capo.
 
Solo Rinaldo è rimasto sulla banchina accanto alle proprie ceste del pescato.
 
Reina gli dà un’occhiata divertita, e poi fa un cenno ad un calesse col mantice alzato. Il calesse si avvicina e l’uomo sale.
 
Bernardo chiude l’ombrello e va verso Rinaldo che , pieno di rabbia, che grida ai pescatori
 
RINALDO
 
Dategli anche le mogli per due soldi e mezzo!
 
BERNARDO
 
Sono brutte e vecchie. La tua potrebbe interessare.
 
Rinaldo si avventa contro Bernardo che lo colpisce al ventre col puntale dell’ombrello. Rinaldo crolla a terra con un gemito. Bernardo ride e spinge a mare le ceste del pescato.
 
BERNARDO
 
Ti risparmio il lavoro, e chiamami se stasera non riesci a soddisfare la tua signora!
 
 
S C E N A 17
 
PIAZZA DEL DUOMO DI MESSINA. Esterno giorno con pioggia
 
Un lampo tinge di luce azzurra lo storico portale del Duomo adorno di colonne e bassorilievi gotici e il rombo del tuono fa tremare la terra.
 
Minosse, il cane bastardo di Archimede, corre spaventato sotto la pioggia che scroscia per nascondersi sotto la pila dei tavolini del bar, accatastati l’uno sull’altro e gocciolanti acqua.
 
ARCHIMEDE
 
Minosse! Vieni qui! Non ti devi spaventare per il tuono… su, da bravo, qualche rumoretto scappa anche a Giove.
 
 
ARCHIMEDE (sempre come se parlasse col cane)
 
Così ti fai notare troppo e potresti passare un guaio.
 
le parole sono per Alexis che, bagnato di pioggia, se ne sta appoggiato al muro guardando le finestre della casa di Elena. Archimede passa una corda intorno al collo del cane, borbottando
 
ARCHIMEDE
 
Minosse, su! Questa è acqua del cielo che lava i peccati. Quando dio vede che siamo sporchi ce ne butta una secchiata. . . gli stranieri non lo sanno e si fermano nei posti sbagliati.
 
Alexis dà un’occhiata a Archimede poi torna a guardare le finestre della casa di Elena:
 
ALEXIS
 
Quali sono i posti giusti? Non esce mai da sola. E’ come se fosse prigioniera. .
 
ARCHIMEDE
 
Una donna onesta esce solo col marito e per andare a messa la domenica.
 
Dietro i vetri delle finestre liberty, rigati d’acqua, si intravede la sagoma di una donna.
 
Alexis si leva il berretto militare e accenna un inchino.
 
Elena si porta una mano all’altezza del petto e poi ricambia il saluto con un lieve cenno.
 
 
S C E N A 18
 
SOGGIORNO DELLA CASA DI DON VITO. Interno giorno
 
Seduto su una grande sedia a dondolo, don Antonio Vito, con un mezzo sigaro tra i denti, legge i giornali e butta con rabbia sul tavolo "L’Avvenire di Sicilia" tuttavia non gli è sfuggito il cenno di saluto che la moglie ha fatto da dietro i vetri della finestra.
 
DON VITO
 
Chi saluti?
 
ELENA
 
Archimede. . . e il suo cane..
 
Don Antonio Vito si alza e va a guardare alla finestra:
 
 
 
S C E N A 19
 
PIAZZA DEL DUOMO DI MESSINA. Esterno giorno con pioggia
 
Archimede sta facendo ampi saluti verso la finestra, con la paglietta in mano, incurante della pioggia e tirandosi appresso il cane. Poiché la bestia si impunta, Archimede gli pianta sulla testa la sua paglietta, adesso Minosse, soddisfatto, gli trotterella accanto.
 
Oltre i vetri della finestra le facce di don Vito e di Elena. Don Vito cerca qualcun’altro con lo sguardo per tutta la piazza: ma c’è solo un omnibus a cavalli che attraversa in direzione della stazione e del porto. Alexis è scomparso.
 
 
S C E N A 20
 
SOGGIORNO DELLA CASA DI DON VITO. Interno giorno
 
DON VITO
 
Non voglio che saluti quel cantastorie. E’ mezzo scimunito e mezzo socialista.
 
Elena lo guarda gelida e la sua aria dura contrasta col tono sottomesso delle sue parole
 
ELENA
 
Come volete vo,i don Vito.
 
Don Vito afferra la moglie per un braccio, non sembra esserci violenza nel gesto, ma la costringe a piegarsi sulle ginocchia davanti a lui.
 
DON VITO
 
Sono stufo di questa tua finta sottomissione. Sei mia moglie e se io voglio…
 
la minaccia resta sospesa, don Vito sovrasta la donna, vicinissimo a lei, sembra sul punto di picchiarla o di costringerla a qualcosa di peggio. Elena, stando in ginocchio leva su di lui uno sguardo colmo di odio intenso e ripete con lo stesso tono di prima:
 
ELENA
 
Come volete voi, don Vito.
 
L’uomo si slaccia la cinghia dei pantaloni con una smorfia di rabbia. Dietro a lui si affaccia nel soggiorno una donna bruna di mezza età, magrissima e vestita tutta di nero: é Rosalia, la sorella di don Vito.
 
ROSALIA
 
Vito, è arrivato il sindaco.
 
DON VITO (seccato)
 
Che aspettasse!
 
ma torna a rimettersi la cinghia e lascia il braccio di Elena con un moto di disprezzo
 
DON VITO
 
Con te facciamo i conti stanotte.
 
Elena si alza calma e ripete beffarda mentre il marito esce, passando davanti a Rosalia:
 
ELENA
 
Come volete voi don Vito.
 
Rosalia guarda con faccia arcigna Elena e sentenzia:
 
ROSALIA
 
Questo fratello mio, voi, non ve lo meritate proprio.
 
ELENA
 
Lo so che non me lo merito, donna Rosalia, ma "dio" ha voluto così,
 
Elena pronuncia la parola "dio" come se stesse bestemmiando.
 
S C E N A 21
 
PORTO DI MESSINA. Esterno giorno
 
Una gru portuale scarica da un cargo un’automobile Isotta Fraschini nuova fiammante.
 
Ci sono gruppetti di curiosi, pescatori, sfaccendati, ragazzini, due capannelli di marinai russi in libera uscita nelle loro divise candide e tra essi c’è anche Yuri.
 
Un gentiluomo sulla trentina, assai elegante, che segue lo scarico con particolare trepidazione. E’ Roland Darracq, uomo d’affari francese.
 
ROLAND
 
Pianò. . . .pianò. .. per favore...
 
Lappanazza fa un cenno ad una delle prostitute, prosperosa e volgare, che gli si avvicina: è Scilla.
 
LAPPANAZZA
 
Datti da fare. Quello ti può dare anche venti lire.
 
Scilla annuisce e va a far la ruota intorno a Roland, mentre l’auto viene posata sul selciato e liberata dalla rete.
 
Dai curiosi viene un’esclamazione di ammirazione: è una spider nuova e luccicante nei suoi ottoni, splendente nella pelle scura e lucida dei sedili, che invita ad andare in giro sotto il sole.
 
Alcuni ragazzini la accarezzano con rispetto come una cosa sacra. Roland arruffa la testa di un paio di mocciosi e chiede loro allegro
 
ROLAND
 
E’ un’Isotta Fraschini. E’ la prima che vedete?
 
UN MOCCIOSO
 
No, mio padre ne ha due!
 
Tutti ridono mentre Scilla, fingendosi attratta dall’auto, si avvicina fin quasi a toccare Roland
 
SCILLA
 
E’ veloce?
 
ROLAND
 
Sessanta miglia all’ora, se ben lanciata.
 
SCILLA
 
Sessanta miglia! Va come un treno! Non è pericoloso?
 
ROLAND
 
Ma no, sapendola guidare. Permette signora? Mi chiamo Roland Darracq e vengo da Parigi.
 
SCILLA
 
Oh! io mi chiamo Scilla. Scilla Loi.
 
ROLAND
 
Enchantè, madame. Posso invitarla a fare un giro? Sa, devo provare la macchina, non vorrei che avesse sofferto la nave.
 
SCILLA
 
Ma con piacere.
 
Si alza la gonna e siede sui sedili in pelle. I ragazzini applaudono. Roland sorride e infila la manovella sotto il radiatore per far partire il motore, ma Lappanazza dà uno spintone ad un giovane compare mandandolo quasi addosso a Roland
 
LAPPANAZZA
 
Ci pensa lui.
 
ROLAND
 
Oh, mercì,
 
Il compare, Pino, prende la manovella fra le mani ma non sa che fare e guarda Lappanazza che sbuffa seccato e gli grida
 
LAPPANAZZA
 
E gira, Pino!
 
il giovane gira con forza la manovella che a tratti oppone resistenza, finchè il motore si accende.
 
La gente applaude e Roland avvia l’auto: tutti si scansano in gran fretta e Scilla preme la peretta del clacson traendone un suono sguaiato. Ride e abbandona una mano su un ginocchio di Roland che accelera e l’auto imbocca la strada che porta al centro, oltre la palazzata.
 
Mentre i curiosi si disperdono, Lappanazza fa un cenno imperioso al compare e alle altre prostitute, indicando loro i marinai russi.
 
PINO
 
Quelli niente capiscono e hanno soldi strani.
 
LAPPANAZZA
 
La potta internazionale è! E i numeri pure! Tu guarda i numeri stampati sui soldi: 1 vuol dire una lira, 5 cinque lire..
 
acchiappa un paio di marinai e attira l’attenzione degli altri. Fa un cerchio con l’indice e il pollice della mano sinistra e poi ci ficca dentro due o tre volte l’indice della mano destra in un gesto inequivocabile. I marinai scoppiano a ridere e si scambiano battute in russo.
 
Lappanazza spinge avanti le sue donne e poi mostra loro tre dita ben stese:
 
LAPPANAZZA
 
Tre. (ripete il gesto sconcio e di nuovo dice) Tre.
 
I marinai si frugano nelle tasche e tirano fuori qualche kopeco. Uno dei marinai dà a Lappanazza una moneta da 3 kopechi, con un sorriso divertito. Lappanazza la guarda e poi scuote il capo e gliela rimette in mano:
 
LAPPANAZZA
 
E noi aspettiamo voi che venite dalla Russia a pigliarci "pu culu"! Tre rubli. Tre.
 
indica dei rubli che vede in mano ad un altro marinaio e scandisce
 
Tre...
 
UN MARINAIO (mostrando tre dita)
 
Tri rublià! Daragòi!
 
Lappanazza gli spinge addosso la più bella delle sue donne e gli risponde
 
LAPPANAZZA
 
No daragòi. . . questa è roba fresca! E tu su quella ferraglia galleggiante son mesi che vedi solo culi pelosi.
 
la donna fa una moina al marinaio che da tre rubli a Lappanazza. Prende sottobraccio la prostituta che a cenni gli fa capire che sa lei dove portarlo.
 
Altri tre marinai offrono rublii e Lappanazza, con gesto signorile, indica di darli a Pino.
 
LAPPANAZZA
 
Questi non vedono donne dal disgelo dell’anno scorso. Se ci sai fare gli levi tutta la paga.
 
Uno dei marinai confabula in russo con Yuri che gli dà un rublo. Il marinaio gli indica una delle prostitute disegnando nell’aria il profilo di grandi tette e grosso sedere, ma Yuri fa di no con la testa, imbarazzato.
 
S C E N A 22
 
DUOMO DI MESSINA. Interno giorno
 
In una cappella laterale, ornata di statue, c’è un monumento con un dado che regge un sarcofago: sui suoi lati l’adorazione dei Magi,la Flagellazione e la Crocifissione.
 
In piedi davanti al monumento, Alexis sta tenendo d’occhio l’ingresso principale del duomo dal quale entra la gente per la messa: quasi tutte donne e bambini che prendono posto nei banchi di noce.
 
Entra una suora tutta in bianco che tiene aperto l’uscio per una dozzina di bambini vestiti con la divisa dell’orfanotrofio. E’ Suor Angelica.
 
I bambini sciamano nella chiesa passandosi l’un l’altro la "toccata" di acqua santa come se fosse un gioco. La suorina li zittisce con cenni supplici e li ordina su alcuni banchi posti di fianco all’altar maggiore. Uno di loro, dai grandi occhi scuri vivacissimi, le chiede a voce troppo alta:
 
PEPPINO (molto forte)
 
Suor Angelica, é già cominciata la musica?
 
un suo compagno, Esseneto, gli fa una boccaccia
 
ESSENETO
 
Quando tutti fan la faccia da cretini e guardano in su, é cominciata la musica.
 
la suora risponde girandosi verso Peppino e muovendo solo le labbra senza profferire suoni
 
 
SUOR ANGELICA (solo con le labbra)
 
No, ma parla più piano.
 
PEPPINO(sempre troppo forte)
 
Dimmelo quando comincia.
 
Alexis si sposta verso una delle due grandi acquasantiere e si ferma, in atteggiamento pio, accanto ad essa: in realtà sbircia ogni volta che le porte del duomo si aprono perché entra qualcuno.
 
 
S C E N A 23
 
PIAZZA DEL DUOMO DI MESSINA. Esterno giorno
 
La piazza è piena di sole. Sulle sedie del bar, molti uomini bevono e fumano. Ci sono anche alcuni ufficiali russi.
 
In un angolo d’ombra Archimede sta cantilenando una storia. Ha appeso sul cavalletto una tela dipinta in modo naif e raffigurante scene di ammazzamenti con scure, forcone e pugnale. Archimede passa da un quadretto all’altro toccandoli con una bacchetta.
 
Il suo pubblico è fatto di bambini seduti a terra a semicerchio e di qualche vecchia. Si unisce un gruppetto di allegri marinai russi, vestiti di bianco, attratti dalla sua cantilena pur non comprendendo quello che dice. Tra essi c’è Yuri.
 
Qualche metro più in là una coppia di carabinieri in uniforme da festa, in onore degli ospiti.
 
ARCHIMEDE
 
Fin dai tempi di Napoleone
 
un Torcello ammazza un Forgione.
 
Fin dai tempi di Franceschiello
 
un Forgione ammazza un Torcello.
 
Per uno sgarbo dimenticato
 
un Torcello é qui squartato
 
e suo figlio per vendetta
 
lo spezzetta con l’accetta.
 
Ma un nipote di Forgione
 
lo fa fuori col forcone.
 
Per vent’anni c’è la pace
 
cova il fuoco sotto brace
 
cresce un giovane Torcello
 
coraggioso forte e bello
 
cresce un giovane Forgione
 
col coraggio di un leone
 
ed aspetta col sorriso
 
che Torcello l’abbia ucciso
 
per salvare il proprio onore
 
col coltello dentro il cuore.
 
Ma Forgione c’ha un fratello
 
e ora tocca a quel Torcello
 
che vien subito sgozzato
 
dal rasoio suo affilato.
 
L’assassino adesso aspetta
 
che continui la vendetta.
 
Non ci sono più Torcello
 
ma Carmela con l’anello
 
porterà in dote al marito
 
il dovere di quel rito
 
per avere la soddisfazione
 
che un Torcello sventri un Forgione
 
e poi segua un altro duello
 
dove un Forgione sventri un Torcello.
 
E domani come ieri
 
continuando il loro macello
 
alla faccia dei carabinieri.
 
Adesso Archimede indica al suo pubblico, con la bacchetta, due carrozze, col mantice abbassato, che si sono fermate davanti al duomo.
 
ARCHIMEDE
 
Et sic in secula seculorum, amen.
 
Le donne si affrettano ad acchiappare i bambini e a tirarli via.
 
I marinai russi non capiscono. I due carabinieri si avvicinano a Archimede.
 
UN CARABINIERE
 
Che succede?
 
ARCHIMEDE
 
Niente che interessi il re d’Italia.
 
Dalle due carrozze sono scesi due famiglie: i Torcello e i Forgione. La famiglia Torcello è composta di tre donne , guidate da una signora invecchiata male, che con odio fissa i Forgione. E’ Brunilde Torcello, vedova dell’ultima vittima della faida, che tiene per mano suo figlio Luca, di otto anni. Col capo coperto da un velo scuro, c’é sua figlia sedicenne: Carmela Torcello, una vera bellezza del sud, dal volto perfetto e dai grandi occhi neri. Tiene la testa bassa, ma di sottecchi lancia uno sguardo a Rosario Forgione, un bel giovanotto ricciuto di diciotto anni. Lo precede suo padre Francesco e dopo le tre donne della famiglia.
 
L’occhiata di Carmela ha incontrato lo sguardo infuocato d’amore di Rosario.
 
Brunilde si porta una mano alla bocca e si dà un piccolo morso, poi sputa in segno di disprezzo. Gli occhi di Francesco restano gelidi e indifferenti
 
Nessuno dei Forgione ha una qualche reazione.
 
Brunilde si avvia verso il portale del duomo e solo quando tutte le donne del suo gruppo sono entrate, Francesco fa passare le sue donne e si ferma sulla porta della chiesa. Non entra, fa entrare solo le donne, fermando Rosario:
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Roba da femmine.
 
ROSARIO
 
Oggi voglio andare in chiesa, papà.
 
Francesco è irritato ma la fermezza che vede nel sguardo del figlio lo convince a lasciargli il braccio. Rosario entra in chiesa.
 
 
S C E N A 24
 
DUOMO DI MESSINA. Interno giorno
 
I Torcello sfilano lenti andando a sedersi sui banchi a loro riservati con targhe di ottone.
 
I Forgione, dopo essersi passata l’acqua santa, superano Alexis e vanno a sedersi sui banchi della fila opposta, anch’essi riservati loro con targhe di ottone.
 
Tutti i fedeli assistono al passaggio dei due gruppi seguendoli con lo sguardo.
 
Anche il prete, Don Corlando, basso e grasso, che sta arrivando coi sacramenti dalla sacrestia, seguito da due chierichetti, si blocca e non riprende a muoversi fino a quando entrambe le famiglie si sono sistemate.
 
Carmela manda un’altra occhiata a Rosario che ricambia con un lievissimo sorriso.
 
Un organo comincia a suonare e suor Angelica si china verso Peppino, muovendo le labbra senza articolare i suoni
 
SUOR ANGELICA (mimando le parole con le labbra)
 
Peppino, hanno cominciato a suonare. E’ un pezzo per solo organo di Monteverdi.
 
PEPPINO (troppo forte)
 
Grazie suor Angelica.
 
La suora gli sorride e gli fa cenno di stare zitto. La porta del duomo si apre ed entrano Elena e Rosalia.
 
Alexis trattiene il fiato nel vedere Elena venire verso di lui guardandolo in faccia, come se volesse dirgli qualcosa. Alexis si bagna la punta delle dita nell’acqua santa e la porge emozionato alla donna che gli sfiora le dita, poi abbassa lo sguardo verso la sua mano sinistra.
 
Alexis segue quello sguardo indicatore e scorge, nella mano sinistra di Elena, un bigliettino accartocciato. Elena passa l’acqua santa a Rosalia che dà un’occhiata di traverso ad Alexis e poi la prende per un braccio spingendola verso i banchi. Elena non si volta più ma lascia cadere il biglietto appallottolato davanti ad Alexis che lo nasconde sotto un piede.
 
Don Corlando inizia la messa in latino.
 
Alexis non osa chinarsi a raccogliere il biglietto.
 
Elena si è assorta nella preghiera ma Rosalia di tanto in tanto gli lancia un’occhiata di controllo.
 
Le donne della famiglia Forgione pregano e cantano. Rosario non canta, si limita a stare a capo chino e di tanto in tanto occhieggia verso Carmela.
 
I componenti delle due famiglie nemiche guardano tutti con devozione al volto della statua della Madonna protettrice della città.
 
D’un tratto la statua oscilla. Tutti si voltano a guardarla spaventati. Una seconda oscillazione fa tremare la statua e i candelabri sull’altare hanno un sussulto. Don Corlando li guarda e poi guarda l’ostensorio che vibra come se si animasse di vita propria.
 
L’organo interrompe la musica con una lunga nota stonata. C’è un momento di silenzio: poi si ode un tuono lontano mentre una farina di intonaco nevica sui fedeli.
 
BRUNILDE TORCELLO
 
U terremotuuu!
 
C’è un momento di panico ma don Corlando spalanca le braccia e grida
 
DON CORLANDO
 
Preghiamo! Ave Maria, gratia plena…
 
un po’ alla volta i fedeli gli van dietro. La preghiera sale di intensità mentre la paura cala.
 
Alexis si china a prendere il biglietto di Elena e lo tiene appallottolato, stretto nella mano.
 
 
S C E N A 25
 
PIAZZA DEL DUOMO DI MESSINA. Esterno giorno
 
Spaventata dalla scossa di terremoto, la gente si è riunita al centro della piazza, e qualcuno sta ancora scappando dalle case per allontanarsi da ogni costruzione.
 
Ci sono anche i due carabinieri piemontesi che si guardano in giro con apprensione.
 
CALOGERO
 
Fu così anche nell’ 84, te lo ricordi Archimede? Prima due scossette e poi la fine del mondo!
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Mio bisnonno mi raccontava che suo padre salvò la famiglia nell’83, millesettecentottantré, perché ci furono tre scosse di avvertimento prima di quella grossa, e si salvarono scappando al porto.
 
ARCHIMEDE
 
Stavolta non c’è pericolo. Guardate il mio cane: se è tranquillo lui possiamo stare tranquilli tutti. Vero Minosse?
 
il cane gli lecca la mano e scodinzola allegro.
 
BARISTA
 
E perché dovrebbe preoccuparsi lui? Non è che c’ha una casa! e neanche tu ce l’hai!
 
Qualcuno ride. Uno dei carabinieri si informa, con accento piemontese
 
 
UN CARABINIERE
 
Ma ogni quanto qui c’è un terremoto?
 
CALOGERO
 
Una scossetta così ogni tre o quattro mesi. Ma che vengon giù le case è successo solo due volte.
 
ALTRO CARABINIERE
 
Ah solo? Non c’è il due senza il tre, neh?
 
UN CARABINIERE
 
Non lo sapevi che ci han mandato nelle terre ballerine?
 
Un brontolìo sordo e la terra è scossa da un secondo tremito. Qualcuno urla di paura e il gruppo si serra di più al centro della strada.
 
ARCHIMEDE
 
Niente paura! E’ Cariddi che digerisce il mare e poi lo risputa!
 
Indica la sua tela sul cavalletto con alcune vignette su Scilla, mostro a forma di cane con più teste e Cariddi a forma di inghiottitrice del mare dall’enorme bocca che crea i vortici dello Stretto. Archimede indica i vari quadri e declama:
 
ARCHIMEDE
 
Ecco Cariddi di Poseidone figlia
 
e di Gea la Terra, gran mangiatora
 
dei sacri buoi, con meraviglia
 
e rabbia di Giove e li pastora.
 
Pappossi di Eracle gli armenti
 
e Giove le fece cader tutti li denti.
 
Così adesso di succhiar s’adopra
 
ingoia il mare e quel che ci sta sopra!
 
Quest’altra invece è Scilla
 
ch’era una ninfa di grazioso aspetto
 
tanto che fece accender la scintilla
 
nel cor di Glauco, ch’era il prediletto
 
di Circe maga, che per vendicarsi
 
la fece mostro dei più mostri apparsi.
 
Dodici ha piedi, anteriori tutti,
Sei lunghissimi colli e su ciascuno
Spaventosa una testa, e orrendi e brutti
Di spessi denti ha tre giri in uno.
Di guaiolar di cane è la sua voce
 
ma tutto azzana e sbrana: Scilla è atroce!
 
La gente applaude mentre Minosse gira con la paglietta di Archimede in bocca e raccatta qualche moneta.
 
 
 
 
S C E N A 26
 
PIAZZALE CON CIRCO. Esterno interno giorno
 
Alla periferia di Messina, in un grande spiazzo erboso, il circo BIZARD sta erigendo il tendone che ora ondeggia per la scossa di terremoto.
 
L’elefante si impenna terrorizzato e barrisce levando alta la proboscide. Strappa la corda che lo lega ad una zampa e si butta , orecchie al vento, in una corsa cieca. Urta contro uno dei pali del tendone che si spezza.
 
Due trapezisti, traditi dall’oscillazione anomala dell’attrezzo, mancano la presa e cadono urlando nella rete di protezione, coperti da un lembo del telone che si affloscia, avvolgendo anche Giovanna, una ragazzina di dodici anni, in tutù.
 
Il domatore si butta davanti all’elefante che barrisce di nuovo e sta per schiacciarlo.
 
DOMATORE
 
Ercole! Buono, Ercole..., giù! Giù!
 
l’elefante sferza l’aria con la proboscide ma poi si calma e si piega sulle ginocchia anteriori permettendo al domatore di accarezzargli il muso.
 
L’uomo che fa il Pierrot accorre per aiutare Giovanna a liberarsi del telone ma si attarda troppo con le mani sul suo bel corpicino, per cui la ragazza lo respinge con rabbia
 
GIOVANNA
 
Giù quelle manacce!
 
PIERROT
 
Ti volevo solo aiutare.
 
GIOVANNA
 
Quando ti viene voglia di toccare me, mettitele intorno al collo e stringi!
 
Il Pierrot incassa con un inchino.
 
Una frustata coglie sul collo Pierrot che afferra la corda con rabbia. Sherazade gli grida con disprezzo
 
SHERAZADE
 
Dai fastidio anche alle bambine, porco!
 
PIERROT
 
Si vede che ho bisogno di carne fresca!
 
tira la corda cercando di portare a sè Sherazade che invece la molla e si chiude nel suo carrozzone.
 
PIERROT
 
Attenta Sherazade! Se mi provochi ancora ti rompo anche la faccia!
 
una finestrella del carrozzone si spalanca sopra la testa del Pierrot e Sherazade gli urla
 
SHERAZADE
 
Maiale, cornuto, violentatore schifoso!
 
Pierrot scoppia a ridere e cerca di arrivare a baciare Sherazade che gli chiude il portello in faccia.
 
S C E N A 27
 
DUOMO DI MESSINA. Interno giorno
 
Don Corlando si volta verso i fedeli e li benedice
 
DON CORLANDO
 
Ite, missa est e ricordatevi di quello che è successo oggi: se preghiamo tutti insieme, Dio ci ascolta.
 
I Torcello si alzano mentre i Forgione restano inginocchiati, rigidi come pupi.
 
I Torcello sfilano via e Carmela lancia un’occhiata a Rosario che risponde solo con un’occhiata di traverso.
 
Quando i Torcello se ne sono andati, i Forgione ad un cenno della madre, escono anch’essi in fila indiana, facendosi il segno della croce.
 
Rosalìa precede Elena all’acquasantiera e le passa l’acqua santa, davanti ad Alexis che tiene ancora il biglietto nel pugno chiuso. Elena si segna ed esce senza mai guardarlo.
 
La chiesa è vuota, sono rimasti solo i bambini dell’orfanotrofio che la suora sta mettendo in fila per due per farli uscire in modo ordinato.
 
Alexis apre la mano e srotola il biglietto di Elena: c’è scarabocchiato un indirizzo. Alexis compita le parole con le labbra, con una certa fatica. Legge senza suoni:
 
ALEXIS
 
Chiesa di Santo Spirito all’Orfanotrofio. Vicolo del Santuario. Il portoncino.
 
Domani alle tre.
 
PEPPINO (F.C. e a voce alta)
 
E’ dove sto io signore.
 
Alexis si blocca: davanti a lui Peppino si é fermato disorganizzando la fila dei compagni.
 
PEPPINO
 
Quel posto lì è dove sto io. Dietro la chiesa.
 
Suor Angelica tocca Peppino su una spalla e compita qualcosa con le labbra, senza parlare. Peppino alza le spalle e corre via coi compagni.
 
SUOR ANGELICA (ad Alexis)
 
Peppino è sordo dalla nascita, signor ufficiale, e legge le parole sulle labbra. Gliel’ho insegnato io, è tanto intelligente. Ci scusi e dio sia lodato.
 
la suorina corre via imbarazzata dietro ai suoi ragazzi e lascia Alexis confuso ed emozionato. Si ficca il biglietto in tasca, si fa un bel segno della croce e poi esce verso il sole della piazza.
 
 
S C E N A 28
 
FATTORIA FORGIONE. Esterno giorno
 
La carrozza dei Forgione si ferma sull’aia di una grossa fattoria: tutt’intorno aranceti a vista d’occhio. Uno stalliere si prende cura dei cavalli:
 
STALLIERE
 
Ben tornato don Francesco.
 
Rosario salta a terra e poi aiuta la madre a scendere. Il padre lo guarda pensieroso:
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Rosario, vieni che ti voglio parlare.
 
 
S C E NA 29
 
SOGGIORNO CASA FORGIONE. Interno giorno
 
L’ampio stanzone è ammobiliato con pesanti mobili di noce, due poltrone ricoperte con stoffe a fiori chiudono una zona davanti ad un grande camino in pietra dove arde un braciere di rame.
 
Francesco si siede e fa cenno al figlio di fare lo stesso. Si prende un sigaro da una scatola e dopo un’attimo di esitazione ne offre uno al figlio. Rosario rifiuta con un cenno del capo, è preoccupato della formale richiesta di dialogo fattagli dal padre.
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Uomo sei ormai, se vuoi puoi fumare.
 
Rosario rinnova il suo diniego.
 
Hai visto donna Brunilde stamattina.
 
Rosario annuisce preoccupato. Il padre accende il sigaro e soffia boccate di fumo denso.
 
Maschi in età da lupara i Torcello non ne hanno ancora, però quella Carmela, la figlia, si è fatta donna e qualcuno ci avrà già fatto un pensierino.
 
Rosario apre la bocca per protestare ma il padre lo ferma con un gesto
 
E se non l’ha fatto nessuno, ci penserà quell’arpia di sua madre: donna Brunilde aspetta solo la vendetta e presto le troverà marito. Lo sai che significa questo?
 
ROSARIO
 
Carmela non si sposerà tanto presto.
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Si sposerà perché la faranno sposare, figlio mio, e la faranno sposare con uno che abbia il fegato di ammazzare me che anni fa le ho ucciso il padre. E quando io sarò morto, toccherà a te uccidere il mio assassino.
 
ROSARIO
 
Fino a quando dovremo massacrarci per qualcosa che nessuno ricorda più?
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Fino a quando la parola onore avrà senso per i Torcello e per i Forgione.
 
ROSARIO
 
Per me quella parola vuol dire solo infamia.
 
Francesco guarda il figlio senza scomporsi, fuma e fa un gesto di rassegnazione
 
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Vuol dire che io sarò l’ultimo morto ammazzato. Quando toccherà a te potrai smettere, però ti converrà partire, lasciare la Sicilia perché qui tutti ti rideranno in faccia e ti chiameranno quaquaraquà e cacasotto. Ma tu farai quello che crederai meglio.
 
ROSARIO
 
Padre, quello che sposerà Carmela non ti ucciderà, perché sarò io a sposare Carmela.
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Se credi di sorprendermi, ti sbagli. Ho visto come la guardi. Se ne sono accorti tutti, per questo donna Brunilde farà ancora più in fretta. Lo sai che non ti lascerà mai sposare sua figlia, sarebbe una bestemmia alla memoria di tutti i suoi morti.
 
ROSARIO
 
Carmela sarà mia o di nessuno. Padre, perché non parlate a sua madre, chiedete pace, offritele qualunque cosa.
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Posso offrirle una sola cosa: la mia morte. Hai ragione, è un massacro senza scopo ma hanno diritto alla vendetta. Quando ho ucciso il padre di Carmela, io non avevo niente contro di lui, ma ho dovuto farlo. Per la famiglia.
 
ROSARIO
 
Carmela mi ama. Ci dev’essere un modo per interrompere questo macello!
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Solo la mia morte, ma dev’essere uno di loro ad uccidermi.
 
ROSARIO
 
Questo mai. Basta col sangue. Nessuno ti ucciderà, te lo giuro. Troverò un modo per fermare questa catena di ammazzamenti che dura da più di cent’anni!
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Figlio mio, siamo tutti anelli di una qualche catena.
 
Ieri ho fatto testamento. Sarà tutto tuo, fattoria, bestie e aranceti e contadini. Giura che quando sarai il padrone farai il tuo dovere nel migliore dei modi.
 
ROSARIO
 
Papà, sarai sempre tu il padrone.
 
FRANCESCO FORGIONE
 
Giura.
 
ROSARIO
 
Giuro.
 
Francesco appare assai sollevato e dà un’affettuosa manata sulle spalle del figlio. Schiaccia il sigaro in un posacenere e sorride
 
FRANCESCO FORGIONE
 
E io a mio padre giurai e lui al suo. E così sarà finche dura la famiglia.
 
Niente è eterno ma noi ci proviamo.
 
 
S C E N A 30
 
PORTO DI MESSINA. Esterno sera
 
La scialuppa spinta dai remi di sei marinai urta la banchina davanti ad Alexis, ritto in attesa, immerso nei suoi pensieri.
 
Il sole è tramontato e nel cielo azzurro c’è la luna. Il porto è silenzioso, pieno di ombre.
 
L’illuminazione a gas è scarsa.
 
Yuri salta a terra con la cima di prua e scatta in un saluto militare, Alexis ricambia e sta per salire a bordo quando l’abbaiare di un cane attira la sua attenzione. L’abbaiare termina in un guaito di dolore.
 
Dietro le botti accatastate, in attesa dell’ imbarco, Pino e Bernardo, dalle mani grosse come magli, stanno malmenando Archimede davanti a Lappanazza. Il cane Minosse si alza zoppicando da dove l’ha scagliato Bernardo con un calcio e si avventa abbaiando in soccorso del padrone.
 
Archimede colpito da un pugno allo stomaco si piega in due e trova la forza di dire al cane
 
ARCHIMEDE
 
Buono, Minosse, buono. . . questi non hanno riguardo per i cani..
 
Lappanazza lo afferra per la giacca sdrucita e lo costringe in piedi: gli dà due schiaffoni e gli dice in tono di insegnamento
 
LAPPANAZZA
 
Questo è l’ultimo avvertimento che ti faccio con le buone maniere: se ti pesco ancora a dire ai forestieri che le mie donne sono malate ti taglio la gola.
 
ALEXIS (F.C.)
 
Che succede? Avete bisogno d’aiuto?
 
Bernardo si volta verso Alexis che sta venendo avanti e chiude i pugni pronto a colpire mentre Pino fa scattare, dietro la schiena, la lama del suo coltello. Archimede si riassetta gli abiti sdruciti e minimizza
 
ARCHIMEDE
 
No, tenente, scherzi tra amici. Ero caduto e mi hanno tirato su, vero Lappanazza? Io ero già qui quando quella puttana di tua madre ti partorì dietro il vecchio lebbrosario.
 
LAPPANAZZA
 
A te nessuno ti partorì, sei stato solo cacato, e se continui a fare lo stronzo ti troverai a galleggiare nel porto.
 
Lappanazza si inchina con ironica deferenza verso Alexis, poi fa un cenno ai suoi e se ne vanno. Alexis sostiene Archimede che subito si riprende e gli sorride
 
ARCHIMEDE
 
Grazie, ma se vi ricapita non intervenite. Qui gli impiccioni fanno una brutta fine anche se sono ufficiali dello zar.
 
Sbucano da dietro le botti Yuri e un altro marinaio.
 
Archimede prende fra le braccia Minosse e gli tasta con delicatezza la zampina ferita. Il cane gli dà una leccata di gratitudine.
 
ARCHIMEDE
 
Non è niente Minosse. Domani correrai come prima. Però vale anche per te: non impicciarti.
 
 
S C E N A 31
 
ORTO DI CASA TORCELLO. Esterno notte
 
Un’alta cinta di mattoni chiude l’orto intorno alla casa dei Torcello.
 
Nella cinta si aprono alcune finestrelle a feritoia, munite di grosse sbarre arrugginite.
 
Dal buio di una di esse, una luce. Qualcuno alza una lanterna e fa segnali schermandola con la mano.
 
Il debole riflesso della lanterna arrossa a tratti i vetri di una porta finestra che dà sull’orto. Dopo un attimo, un’ombra bianca appare dietro i vetri: è Carmela che esce nell’orto e, dopo aver dato un’occhiata intorno, corre verso la finestrella. Sale su un grosso ciocco che è stato messo lì proprio per questo e si affaccia.
 
Dall’altra parte c’è Rosario con la lanterna, in piedi su una cassetta che ha accostato al muro. Spegne la lanterna e fa passare una mano attraverso l’inferriata. Carmela la stringe e se la porta con amore su una guancia.
 
ROSARIO
 
Carmela! Con mio padre parlai!
 
CARMELA
 
Di noi!?
 
ROSARIO
 
Sì. Lui aveva già capito. Dice che si vede che ti amo e che deve averlo capito anche tua madre.
 
CARMELA
 
No, mi avrebbe chiusa da qualche parte e uccisa a frustate. Tuo padre, che disse?
 
ROSARIO
 
E’ rassegnato. Sa che adesso tocca a lui a morire.
 
CARMELA
 
Mio fratello Luca ha solo otto anni. C’è tanto tempo. . . e noi li obbligheremo a fare la pace. Potrei parlare con don Vito, lui se vuole sistema ogni cosa. .
 
ROSARIO
 
Carmela…
 
la ragazza si alza in punta di piedi e infila la testa nella finestrella, Rosario schiaccia la faccia contro l’inferriata e i due riescono a sfiorarsi le labbra.
 
non sarai mai di un altro, vero?
 
CARMELA
 
Mai. Tua sono. Ero già tua la prima volta che ti ho visto, al funerale di mio padre. Tu eri un nemico ma io sentii che ero tua.
 
ROSARIO
 
Mio padre dice che l’uomo che ti sposerà dovrà ammazzarlo.
 
CARMELA
 
Così dice anche mia madre.
 
ROSARIO
 
E tu pensi che io…
 
CARMELA
 
Hai strani pensieri stasera, Rosario! Io voglio il tuo bene: tu potresti vivere dopo aver ammazzato tuo padre?
 
ROSARIO
 
Non lo potrei mai fare, Carmela, nemmeno per te. Piuttosto mi uccido io.
 
CARMELA
 
Però!
 
ROSARIO
 
Però?
 
CARMELA
 
Tuo padre ha ucciso il mio.
 
ROSARIO
 
Carmela, nel solo dire il tuo nome io sono felice. . . guardo sorgere il sole e lo ringrazio tutte le mattine perché dà un altro giorno al nostro amore. Perché dobbiamo sentirci colpevoli della follia delle nostre famiglie? Per me ci sei solo tu. Io e te, come se il mondo fosse stato creato ieri.
 
CARMELA
 
Sarebbe bello se fosse così, invece ci hanno sporcato di sangue. Ma non me ne importa Rosario. Sono viva solo perchè amo te e non voglio pensare altro.
 
ROSARIO
 
Saremo felici, vedrai, E tu porterai i miei figli.
 
CARMELA
 
Baciami.
 
Rosario e Carmela si baciano di nuovo, labbra sulle labbra, con l’inferriata a dividerli.
 
ROSARIO (le sussurra)
 
Giurami che non ti lascerai sposare a un altro.
 
CARMELA
 
Te lo giuro. . . piuttosto la morte.
 
DONNA BRUNILDE (F.C.)
 
Chi è là!?
 
la voce imperiosa e sgradevole di donna Brunilde, la madre di Carmela, fa sobbalzare la ragazza che batte la testa contro il bordo della finestrella nella foga di ritrarsi.
 
Donna Brunilde sbuca nell’orto, nera come la notte, con una lupara imbracciata. Guarda la figlia indignata infila la lupara nella finestrella e spara.
 
Carmela urla e si affaccia per vedere se Rosario sia stato colpito: ma c’è solo il buio.
 
DONNA BRUNILDE
 
Chi era?
 
CARMELA
 
Nessuno.
 
DONNA BRUNILDE
 
Se è un uomo d’onore digli che venga a parlare con me. E’ tempo che ti sposi.
 
Non aspetta altre spiegazioni e si avvia. Carmela la segue a capo chino.
 
 
S C E N A 32
 
PIAZZA DEL DUOMO DI MESSINA. Esterno giorno
 
L’orologio del campanile del duomo segna le due e batte due rintocchi.
 
Alexis, seduto al bar, controlla l’ora al suo orologio da taschino. Accanto a lui è seduto Sacha che beve un caffè. Posa la tazza e gli sussurra sorridendo
 
SACHA (in russo)
 
Non ci andare. Agitato come sei, è pericoloso. Quel biglietto sa tanto di trappola.
 
ALEXIS (in russo)
 
Una trappola di chi? Me l’ha dato lei.
 
SACHA (in russo)
 
Non lo so, ma hai detto anche tu che è strano. Sarai anche affascinante ma una donna sposata non ti da un appuntamento così dopo che l’hai guardata tre volte.
 
ALEXIS (in russo)
 
Lo so ma ci devo andare. Anche se sapessi che m’ammazza, non potrei mancare lo stesso,
 
si alza, nervoso, posa del denaro accanto alle consumazioni e sorride tirato all’amico
 
ALEXIS (in russo)
 
Resta qui. Io faccio un giro. Qualunque cosa succeda non voglio immischiarti.
 
Alexis dà un’occhiata verso la casa di Elena, poi si incammina verso l’altra parte della piazza assolata e gira dietro il duomo.
 
Sacha resta pensieroso a girare il cucchiaino nella tazza del caffè vuota, guarda le finestre della casa di Elena: le gelosie sono accostate e sembra disabitata.
 
 
S C E N A 33
 
STRADA DELLA CONCERIA TODERO. Esterno giorno
 
Davanti ai cancelli di una conceria in mattoni ad un solo piano col cortile pieno di grande balle di pelli, c’è un assembramento. Sul cancello una grande targa annuncia
 
CONCERIE TODERO
 
Due gruppi di operai si fronteggiano, tra cui anche alcune donne dagli atteggiamenti rudi e virili. Tutti hanno le mani rovinate dagli acidi della concia e portano sul viso marchi di ustioni chimiche. Alexis sbuca in fondo alla strada.
 
Il gruppo capeggiato da Benimati sbarra l’accesso alla conceria a quelli dell’altro gruppo
 
BENIMATI
 
Ieri hanno licenziato Trigosi e Boatta! E sapete perchè? Perchè le piaghe che hanno sulle mani sono andate in cancrena e non possono più lavorare! Domani toccherà a voi!
 
Risponde una donna dell’altro gruppo
 
OPERAIA
 
A guardare le mani nostre stai? Tu bianche ce l’hai, come quelle dei padroni!
 
OPERAIO
 
E con che dovremmo lavorare, coi piedi?
 
BENIMATI
 
E’ il padrone che deve diminuire la concentrazione dei solventi! Ci sono in commercio prodotti assai meno pericolosi, ma costano due soldi di più al quintale, per questo non li compra! Voi perdete le mani perchè il padrone risparmia due soldi al quintale!
 
OPERAIA
 
Noi lavorare dobbiamo se no ci cacciano e i nostri figli crepano di fame!
 
OPERAIO
 
Fateci entrare!
 
UN OPERAIO AMICO DI BENIMATI
 
Compagni, ascoltatemi! Dobbiamo essere uniti per ottenere qualcosa! Se facciamo sempre le pecore il lupo ci mangia! Avete visto i postini quest’estate! Col loro sciopero hanno ottenuto il riposo festivo! Benimati ci ha promesso di appoggiarci sul giornale: vogliamo maggior sicurezza e una pausa per mangiare! Come hanno già da anni quelli del continente!
 
si ode il rumore di zoccoli di cavallo. Tutti si voltano a guardare verso il fondo della strada, anche Alexis
 
Otto carabinieri a cavallo, a spron battuto, puntano contro la conceria.
 
Il gruppo che sta sul marciapiede si apre per farli passare e i carabinieri caricano Benimati e gli operai che picchettavano i cancelli. Alcuni di loro vengono travolti dai cavalli.
 
Alexis attraversa la strada ma uno strombettare lo fa risalire sul marciapiede: un’auto Bianchi guidata da un autista con visiera gli passa davanti e si va a fermare innanzi ai cancelli: un uomo coi baffi ritorti e capelli impomatati si affaccia da dietro l’autista, è Todero, il padrone della conceria ed esorta gli operai
 
TODERO
 
Se ascoltate i perditempo e gli agitatori troverete il piatto vuoto per voi e le vostre famiglie. Avete già perso quattro ore e vi dovrei cacciare tutti quanti! Voi siete dei privilegiati perchè avete un lavoro sicuro e ben pagato. Non vi sta bene? Andatevene a casa, io per ognuno che se ne va dieci meglio che vogliono lavorare! E adesso al lavoro!
 
gli operai entrano nella conceria senza alcun entusiasmo mentre i carabinieri stanno trascinando fuori Benimati e i suoi amici.
 
BENIMATI
 
Ma non vi vergognate, signor Todero? Per due soldi al quintale gli fate marcire le mani a questa povera gente!
 
TODERO
 
E a te il naso marcirà a forza di ficcarlo negli affari degli altri. .
 
fa un cenno all’autista che rimette in moto. I cancelli della conceria vengono chiusi dietro gli operai e Alexis guarda di nuovo l’ora sul proprio orologio.
 
 
S C E N A 34
 
STRADA DEL SANTUARIO. Esterno giorno
 
La musica di una banda si avvicina e il corteo del circo passa strombazzando, coi clown, l’elefante, la bella Sherazade sulla lettiga e il Pierrot che le muore dietro. L’imbonitore declama tra un colpo di piatti e l’altro
 
IMBONITORE
 
Stasera il Circo Bizard dà uno spettacolo speciale in onore della marina imperiale dello zar di tutte le Russie! Militari e bambini metà prezzo!
 
Potrete vedere le più feroci belve dell’Africa, i più grandi acrobati d’Europa e ridere alle irresistibili battute dei nostri pagliacci! Stasera alle ore otto e trenta, tutti al Circo BIZARD, il più grande spettacolo del mondo in tournèe in Sicilia proveniente dai grandi successi di Palermo, Parigi, Berlino e Vienna!
 
Alexis si ferma e aspetta che il corteo si allontani e poi si incammina lungo l’alto muro che cinge il complesso dell‘orfanotrofio.
 
Il grande cancello guardato da un uomo in divisa da portantino si sta aprendo per permettere l’ingresso di una strombettante Zedel berlina con autista.
 
A bordo un uomo calvo, rubizzo con baffi e barba importanti, che si guarda intorno con curiosità. E’ il Dr. Neumann.
 
Alexis si ferma davanti all’ingresso del cinema IRIS che espone la pubblicità de GLI ULTIMI GIORNI DI POMPEI realizzata dalla Ambrosio Film, diretto da Luigi Maggi e interpretato da Lydia de Roberti, Mirra Principi e Umberto Mozzato. Sbircia verso l’orfanotrofio e vede...
 
 
S C E N A 35
 
GIARDINO E ORFANOTROFIO. Esterno giorno
 
….l’auto fermarsi ai piedi di una scalea, sotto un ciuffo di altissime palme, accanto ad una cappella, davanti ad alcune suore capeggiate dalla Superiora, un donnone imponente e con forte piglio maschile. C’è anche Suor Angelica.
 
Il grande vecchio barbuto, scende accolto dalla Superiora con una forte stretta di mano.
 
Alexis non può sentire il dialogo, ma l’entusiasmo e il rispetto con cui le suore accolgono Neumann è grande.
 
La Superiora lo accompagna all’interno dell’orfanotrofio. Una campana batte due rintocchi.
 
Suor Angelica e le altre suore si fermano e aspettano che da un cancelletto sul fondo arrivino correndo alcune altre giovani suore, poi insieme si affrettano verso la cappella.
 
SUPERIORA (ad alta voce)
 
Suor Angelica, ho bisogno di lei col dottor Neumann. Per oggi la esento dalla benedizione. Venga con me.
 
Suor Angelica, obbediente, segue svelta la Superiora e il medico tedesco.
 
 
S C E N A 36
 
STRADA DEL SANTUARIO. Esterno giorno
 
Alexis riprende a camminare lungo il muro di cinta. Arriva a un portoncino di legno con pesanti segni del tempo. Non mostra nè maniglie nè battacchi.
 
Alexis respira a fondo e lo spinge: il portoncino si apre senza rumore ed entra nel giardino.
 
 
 
S C E N A 37
 
GIARDINO ORIENTALE. Esterno giorno
 
Alexis si trova in un piccolo giardino, sul retro delle grandi costruzioni che formano il santuario, in un tripudio di uva rampicante e fichidindia. Si ferma: in fondo al sentiero, sulla soglia di una piccola pagoda c’è Elena. La donna lo guarda immobile, senza un sorriso.
 
Alexis le si avvicina esitando, con un vago senso di colpa. Si ferma a due passi da lei, soggiogato da quello sguardo.
 
Elena gli volta le spalle ed entra nella pagoda lasciando la porta aperta.
 
Alexis la segue fermandosi sulla soglia.
 
 
 
 
S C E N A 38
 
PAGODA, Interno giorno
 
Elena è in piedi accanto a cinque telai per ricamo su cui sono tese delle tele di lino: i ricami colorati sono fatti a metà e gli aghi coi fili di tanti colori sono piantati nella tela come pugnali.
 
Dietro a lei c’è una "paolina" foderata di raso.
 
Elena guarda Alexis e gli fa cenno di entrare.
 
L’uomo obbedisce, si guarda intorno, poi torna a guardare Elena, rigida, tesa, determinata, assai diversa da una donna che abbia organizzato un convegno d’amore clandestino.
 
ELENA
 
Chiudete la porta.
 
 
Alexis obbedisce senza avvicinarsi. Elena ha un moto di impazienza
 
ELENA
 
Siamo soli. Non abbiate timore. Le suore con cui ricamo sono alla benedizione. Non torneranno che fra un’ ora.
 
 
poiché Alexis non si muove, gli dice con voce irritata
 
ELENA
 
Voi mi capite quando parlo?
 
ALEXIS
 
Sì. Capisco le parole.
 
si avvicina alla donna e la guarda negli occhi
 
Perché?
 
ELENA
 
Serve sempre un perché?
 
 
Alexis annuisce e le si avvicina di più
 
ALEXIS
 
Io ho un perché grande come la mia vita. E so che lo avete anche voi, ma non è d’amore..
 
le prende entrambe le mani e avvicina il suo volto a quello di lei, fin quasi a sfiorarlo, tuffandosi dentro quei grandi occhi per leggere la verità. Le sussurra
 
 
ALEXIS
 
Tu sei in pericolo. Hai paura di qualcuno, no, non è paura… il tuo è odio… un odio che ti fa brillare gli occhi...
 
Elena è toccata dalle parole ispirate di Alexis e si scosta da lui andandosi a sedere sul divano.
 
ELENA
 
Nel tuo paese si parla tanto quando si va ad un appuntamento con una donna sposata?
 
ALEXIS
 
No, a meno che.. . non sia la più importante della tua vita.
 
 
Alexis si piega su di lei e le sfiora la bocca con le labbra. Elena è percorsa da un fremito e si ritrae.
 
ALEXIS
 
Allora. . . perché?
 
 
Elena ha gli occhi pieni di lacrime ma si domina e si costringe ad essere sfacciata, Si aggrappa ad Alexis e lo bacia con forza.
 
L’uomo la stringe a sè, le passa le mani fra i capelli, poi le accarezza il corpo. La bacia con passione, sussurrando
 
ALEXIS
 
Qualunque sia il perchè. . . che sia benedetto!
 
Elena si abbandona ma i suoi occhi restano spalancati e pieni di pianto.
 
 
S C E N A 39
 
PAGODA. Esterno giorno
 
Come visto da una finestra dell’orfanotrofio:
 
Il tetto un po’ buffo della pagoda spunta oltre le chiome degli alberi fioriti.
 
 
S C E N A 40
 
SALA MEDICA ORFANOTROFIO. Interno giorno
 
Davanti alla finestra spalancata, Peppino guarda verso il tetto della pagoda costretto dalle grosse mani del dr. Neumann che gli sta esaminando le orecchie con dei tubicini di gomma muniti di specchietti: gli fa ruotare la testa per fargli prendere il massimo della luce.
 
Peppino ha una smorfia di fastidio e vede la bocca del dottore che articola parole mute e incomprensibili. Chiede impaurito a Suor Angelica che sta accanto al dottore:
 
PEPPINO
 
Suor Angelica, ma che fa questo? Le boccacce?
 
la Superiora interviene e spiega al dottore
 
SUPERIORA (in tedesco)
 
Peppino legge le labbra. Se voi parlate in tedesco non può capire.
 
poi si china verso Peppino in modo che possa vederle la bocca e gli risponde
 
SUPERIORA
 
Buono Peppino. Il dottore ha parlato in tedesco. Anche se potessi sentire non avresti capito.
 
DR. NEUMANN
 
Tu Peppino folere sentire, ya?
 
Peppino annuisce e lo corregge
 
 
PEPPINO ( troppo alto)
 
Si dice "volere" non "folere"
 
DR. NEUMANN
 
Oh danke! Ya, si dice "folere" non "folere". .
 
Peppino ride divertito e il dottore gli arruffa i capelli, conquistato dalla sua schiettezza.
 
DR. NEUMANN
 
Se io aggiusto tue orecchie tu sentire. Contento di sentire?
 
PEPPINO
 
Voglio sentire la musica. Io non so cos’è la musica ma so cantare. Sentirò la musica?
 
DR NEUMANN
 
Se sarò abbastanza prafo sentirai anche la musica.
 
Suor Angelica si soffia il naso per celare la sua commozione.
 
 
S C E N A 41
 
PAGODA. Interno giorno
 
Alexis e Elena giacciono esausti sul divano, i corpi ancora allacciati. La donna gli passa le dita fra i capelli. Alexis si solleva sui gomiti per guardarla negli occhi e le sfiora le labbra con un bacio. Elena sorride, ma non c’è felicità nel suo sguardo.
 
ALEXIS
 
E’stato bellissimo..
 
ELENA ( quasi a se stessa)
 
L’amore può essere dolce... Per me è stata la prima volta.
 
ALEXIS
 
Da quanto tempo sei sposata?
 
ELENA
 
Da un tempo lungo come l’inferno.
 
ALEXIS
 
Ma tuo marito…
 
ELENA
 
Ho dovuto sposarlo per forza ma non chiamarlo "mio marito". Lui è solo il mio padrone.
 
ALEXIS
 
Lascia quell’uomo e vieni con me a San Pietroburgo!
 
Elena si irrigidisce. Si sottrae all’abbraccio di Alexis e si alza raccogliendo il suo vestito
 
ELENA
 
Non posso lasciarlo. Adesso devi andar via. Stanno per tornare le suore. Il minimo sospetto sarebbe la morte di entrambi.
 
ALEXIS
 
Mi valuti così poco? Sono abituato a combattere.
 
ELENA
 
Al contrario: credo che tu sia coraggioso e leale e sono proprio quelli come te che sono prede facili per gli assassini vigliacchi come don Vito.
 
mentre parla Elena si rimette il vestito e Alexis, premuroso, la aiuta ad allacciare i gancetti sulla schiena, poi la tira di nuovo a sé e la bacia con passione.
 
ALEXIS
 
Quando possiamo rivederci?
 
ELENA
 
Dopodomani, alla stessa ora. Sii prudente, che nessuno ti veda mai entrare qui, nè uscire.
 
Elena si aggiusta i capelli e si controlla in una specchiera. Alexis si riveste guardandola affascinato
 
ALEXIS
 
Ti ho sentita mia davvero, come mai m’era capitato con nessuna donna, eppure nello stesso tempo ti sento estranea.
 
ELENA
 
Sei generoso. Altri avrebbero usato parole più dure per il mio comportamento.
 
ALEXIS
 
Tu mi ami, quale altro comportamento dovrei giudicare?
 
Elena gli si avvicina e gli dà un fuggevole bacio sulla bocca
 
ELENA
 
Come si dice al paese tuo "arrivederci"?
 
Alexis afferra la donna e trasforma il saluto in un bacio appassioanto. Questa volta anche Elena si aggrappa a lui. Il desiderio tra i due si riaccende, ma Elena riesce a vincersi e a staccarsi da lui
 
ELENA
 
No, no Alexis... a dopodomani...
 
scappa via e Alexis la saluta felice
 
ALEXIS
 
Dasvidania, amore mio, si dice "dasvidania"
 
ELENA
 
Dasvidania…
 
lo spinge fuori e richiude la porta.
 
 
S C E N A 42
 
GIARDINO ORIENTALE. Esterno giorno
 
Alexis, raggiante, fa una giravolta in mezzo al sentiero come un bambino.
 
 
S C E N A 43
 
STUDIO DI CASA DON VITO. Interno sera
 
Reina si alza, imbarazzato, rigirandosi il cappello fra le mani.
 
REINA
 
Allora io vado don Vito. Però quel Rinaldo è un cattivo esempio. Se permettiamo che un pescatore…
 
DON VITO
 
Senti, Reina, quando vorrò un tuo consiglio te lo chiederò. E poi non voglio essere seccato ogni volta che un imbecille fa uno sgarro: e sbrigatela da solo, no?
 
Reina annuisce e si avvia alla porta che il servo gli tiene aperta. Quando è uscito dice
 
SERVO
 
La faccio entrare?
 
Don Vito annuisce poi apre un libro mastro e lo sfoglia finchè sente un passo di donna entrare nello studio. Si alza premuroso:
 
 
DON VITO
 
O quale onore, bella Carmela! Prego, siediti qui, mettiti comoda. Ti posso offrire qualcosa? Una bella orzata fresca alla menta?
 
Carmela, vestita di scuro, con un foulard di seta sui capelli, avanza verso la poltrona indicatale da don Vito. E’ a disagio. Si siede sulla punta della poltrona e scuote il capo
 
CARMELA
 
Vi prego, don Vito, non vi incomodate.
 
DON VITO
 
Ma che dici, Carmeluzza? Incomodarmi? Tu la primavera porti nello studio di un povero vecchio.
 
Batte le mani e appare la testa del servo. Don Vito gli ordina
 
DON VITO
 
Un’orzata alla menta con granita e per me un goccio d’assenzio.
 
Don Vito si siede sulla poltrona accanto a quella di Carmela, le loro ginocchia si sfiorano. L’uomo guarda il volto della ragazza e i suoi occhi imploranti. Le sorride paterno
 
DON VITO
 
Vedo che sei preoccupata. Qualunque sia il tuo problema, con l’aiuto di dio, lo risolveremo, Su, fammi un bel sorriso.
 
Carmela sorride ma i suoi occhi restano imploranti. Il servo entra con un vassoio e porge l’orzata alla menta a Carmela e il bicchierino d’assenzio con caraffa d’ acqua e un bicchiere più grande per don Vito.
 
DON VITO
 
Quando sorridi è proprio bello guardarti. Bevi, bevi...
 
Carmela obbedisce e beve un sorso mentre don Vito si prepara il suo assenzio. Beve anche lui e poi sorride a Carmela battendole un colpettino su un ginocchio
 
 
DON VITO
 
Allora, perchè venisti da me? Tua madre lo sa?
 
CARMELA (negando con la testa)
 
Scusate se mi sono permessa, don Vito, ma solo voi potete aiutarmi. E’ per via di Rosario Forgione.
 
DON VITO
 
Tu. . . e Rosario?
 
Carmela arrossisce e china la testa annuendo. Don Vito ripete a se stesso
 
DON VITO
 
Carmela Torcello e Rosario Forgione. Miscela esplosiva.
 
CARMELA
 
Siamo pronti a tutto. Anche a morire.
 
DON VITO
 
Beata gioventù! Morire! Non sapete neanche cosa vuol dire vivere! Morire! Certo tua madre alla vendetta non rinuncia. . . ma si potrebbe trovare una strada. .
 
mentre parla don Vito accarezza le ginocchia di Carmela e le sue dita si infilano oltre l’orlo della gonna della ragazza che, tutta presa dalle sue parole, non ci fa caso
 
CARMELA
 
Don Vito, se fate questo, io…
 
DON VITO
 
Si può provare.., se qualcuno di rispetto parlasse a tua madre e al padre di Rosario, forse ascolterebbero. . . ascoltare dovrebbero, se a parlare fosse la persona giusta.
 
don Vito spinge le sue mani ben oltre l’orlo della gonna di Carmela salendo verso le cosce, il suo volto si gonfia e si arrossa per l’eccitazione
 
DON VITO
 
…e tu invece di morire basterà che sia gentile. . . un po’ gentile con questo povero vecchio che ti vuole bene.
 
CARMELA
 
Voi potete tutto don Vito...
 
DON VITO
 
Tutto no, ma con l’aiuto di dio...
 
CARMELA
 
Come potrò mai ricambiarvi?
 
la carezza di don Vito si fa pesante sulla coscia della ragazza. Carmela realizza d’un botto e spalanca la bocca stupita, poi lo stupore esplode in indignazione.
 
Balza in piedi rovesciando il vassoio coi bicchieri:
 
CARMELA
 
Ma voi… voi siete un porco!
 
Don Vito cerca di prenderle le mani e lei si ritrae disgustata, l’uomo si muove per abbracciarla e la ragazza lo respinge con tale violenza da mandarlo a cadere al centro dello studio sulle sue stesse natiche, poi Carmela infila la porta e scappa via.
 
S C E N A 44
 
STRADA CASA VITO. Esterno sera
 
La carrozza si ferma davanti al villino di Elena che scende aiutata dal cocchiere proprio mentre Carmela esce di corsa dal portoncino. La ragazza ha le guancie rigate di lacrime e neppure la vede.
 
Elena entra in casa.
 
 
 
S C E N A 45
 
STUDIO DI CASA VITO. Interno sera
 
Don Vito è furibondo e scalcia il vassoio che sta a terra, urla
 
DON VITO
 
Rosalia! Vuoi venire o no?
 
la sorella entra ansimante armata di scopa e paletta, alle sue spalle Elena dà un’occhiata al marito furibondo e gli sorride ironica
 
 
ELENA
 
Qualche contrattempo, don Vito?
 
Don Vito risponde con un sarcasmo feroce che fa rabbrividire Elena
 
DON VITO
 
Ricamasti bene oggi?
 
ELENA
 
Oh sì, don Vito. Come mai prima.
 
 
S C E N A 46
 
CIRCO EQUESTRE. Interno notte
 
Sotto il tendone del circo l’elefante si alza sulle zampe posteriori e i pagliacci caprioleggiano tra gli applausi del pubblico. Nel cielo del tendone le due formose trapeziste tedesche stanno volteggiando sicure e spettacolari
 
IMBONITORE
 
Gli angeli del trapezio! Le due sorelle Flinderburg, stelle del circo di Berlino!
 
Giovanna, e una mulatta, Colette, passano in tutù in piedi sulla sella di pony galoppanti e fanno molti giri dell’arena facendo acrobazie, mentre tre ragazze dai capelli rossi eseguono numeri da giocolieri.
 
IMBONITORE
 
Le giovanissime cavallerizze Giovanna e Colette! I più grandi giocoloieri del mondo: le gemelline Sandiford!
 
Peppino e i suoi compagni sono seduti in prima fila con suor Angelica e il dottor Neumann. Peppino applaude ad ogni passaggio della bella Giovanna.
 
Uno dei ragazzi dell’orfanotrofio sta bisbigliando qualcosa nell’orecchio di Luca Torcello, vestito della festa, che siede in seconda fila, insieme alla madre. Luca guarda Peppino incredulo, l’altro annuisce e lo incita coi gesti a "provare".
 
Luca si china verso Peppino e gli fa un pernacchio sulla nuca: tutti si voltano e ridono. Peppino non capisce subito, poi si gira e vede Luca che gli fa altri pernacchi e boccacce.
 
LUCA TORCELLO
 
E’ vero che sei sordo come una campana? Come ti chiamano, a calci in culo?
 
Peppino sorride, abituato a simili crudeli sberleffi e lo guarda con aria di superiorità
 
PEPPINO
 
Tu sai plimflare?
 
LUCA TORCELLO
 
Cosa?
 
PEPPINO
 
Io non riesco a sentire, ma tu, poveraccio, non riesci a plimflare!
 
LUCA TORCELLO
 
E che vuol dire plimflare?
 
PEPPINO (alza le spalle)
 
E che vuol dire sentire?
 
Donna Brunilde, la madre di Luca, li zittisce d’autorità e tutta l’attenzione è di nuovo per l’arena dove l’elefante sta uscendo e un cono di luce centra Sherazade, la regina del circo, avvolta in un abito scintillante. Sherazade canta una languida canzone d’amore di inizio secolo mentre appare Pierrot che le mima intorno il suo amore disperato.
 
 
CANZONE "U BACIU VILINUSU" (o altra d’epoca)
 
Dopo la fila occupata dai ragazzi dell’orfanotrofio ci sono dei marinai russi. Yuri è tra loro e ascolta sognante la canzone di cui non capisce le parole ma ne apprezza la melodia dolce.
 
La canzone ha un finale triste e Sherazade si sdraia sulla sua lettiga, mentre Pierrot si dispera, inginocchiato accanto a lei. Iniziano un dialogo ad alta voce, declamato
 
SHERAZADE
 
Addio amor mio, la vita per me è finita. Io devo andare…
 
Pierrot le sibila una risposta "privata" a bassa voce e poi declama quella per il pubblico
 
PIERROT(sussurrato)
 
…a farti fòttere…(alta voce) Se muori tu morirò anch’io!
 
Peppino sgrana gli occhi, si gonfia per lo stupore, poi scoppia a ridere. Fissa le bocche dei due, legge sulle loro labbra anche le parole sussurrate e che il pubblico non può sentire.
 
SHERAZADE (sussurrato)
 
. . . ammazzato spero! (alta voce) Tu sei giovane, davanti a te hai tutta la vita. ..
 
PEPPINO (compitando)
 
E non la butto certo per una puttana come te.
 
PIERROT (alta voce)
 
Non c’è vita senza te, non c’è giovinezza, non c’è primavera: tu sei l’aurora della mia felicità.
 
Suor Angelica guarda Peppino con aria di rimprovero perchè è scoppiato a ridere nel mezzo della scena così triste e Peppino "traduce" per i suoi compagni parlando come fa sempre in un tono sbagliato, troppo alto:
 
PEPPINO
 
Lui le ha detto "E non la butto certo per una puttana come te!"
 
La suorina balza in piedi indignata ma il dottor Neumann la blocca trattenendola per un braccio.
 
Tutti i compagni di Peppino si sporgono verso di lui. Peppino fa una vocetta da donna
 
PEPPINO
 
Ma chi ti vuole, porco bastardo!
 
i ragazzi si torcono dalle risate e Neumann dà un altro strattone alla suora che vorrebbe intervenire. Le sussurra
 
DR.NEUMANN
 
Lasciare fare!
 
SUOR ANGELICA
 
Ma dottore. . . sta dicendo delle brutte parole!
 
DR.NEUMANN
 
Lui sta solo ripetendo. . . è bellissimo, afere trasformato sua menomazione in superiorità. Guardare, sorella, i suoi compagni adesso lo invidiano!
 
infatti tutti, compreso Luca Torcello, pencolano verso Peppino, che legge trionfante le parole sulle labbra dei due attori al centro dell’arena: lo sa fare soltanto lui.
 
SHERAZADE (alta voce)
 
Hai sbagliato raffronto, io non sono l’aurora, io sono il tramonto.
 
PEPPINO (con voce d’uomo)
 
Se io sono un porco bastardo, tu che ti sei ficcata nel mio letto sei una vecchia baldracca!
 
PIERROT (alta voce)
 
Dopo il tramonto viene la notte e se notte deve essere, lo sarà per tutti e due!
 
SHERAZADE (sussurrato)
 
Per tutti e due un par di palle!
 
Peppino fa la vocetta da donna, padrone della scena
 
PEPPINO
 
Crepa da solo, maiale sifilitico!
 
SHERAZADE (alta voce)
 
Amore mio, sei testardo come un mulo.
 
PIERROT (sussurrato)
 
Brutta stronza, vaffanculo! (alta voce) Moriremo insieme e insieme staremo per l’eternità!
 
SHERAZADE (sussurrato)
 
Appena finito qui ti mando all’ospedale con le palle in mano... (alta voce) E sia amor mio, moriamo insieme. Ho qui il veleno. Brindiamo.
 
Sherazade prende da dietro la lettiga una bottiglietta e la offre a Pierrot che la prende.
 
PI ERROT (sussurrato)
 
Scommetto che ce l’hai fatta dentro.
 
PEPPINO (con voce maschile)
 
…porcona come sei. .
 
I ragazzi stanno ridendo a scroscio e la "traduzione" sta acquistando nuovo pubblico perchè gli spettatori se la dicono l’un l’altro.
 
Pierrot beve un sorso e offre la bottiglietta a Sherazade
 
SHERAZADE (sussurrato)
 
Peggio, c’ho messo veleno vero.
 
PEPPINO (con voce femminile)
 
…vomiterai le budella finchè sentirai rotondo in bocca e vorrà dire che è il
 
buco del... dell’animaccia tua!
 
Sherazade finge di bere e i due amanti mimano la loro morte cadendo l’uno sull’altro mentre il pubblico esplode in un boato di risa.
 
Pierrot e Sherazade "morti", trasaliscono e riaprono gli occhi sgomenti.
 
Il pubblico si alza in piedi ad applaudire e i due attori, incerti, si inchinano, ma il pubblico non applaude loro, applaude Peppino, al colmo della felicità. Neumann è raggiante mentre Suor Angelica è combattuta tra la gioia per la felicità di Peppino e la vergogna per le parolacce che ha detto. Sorride e si nasconde il volto tra le mani.
 
Quando l’applauso si placa e il pubblico torna a sedersi, lo sguardo del marinaio Yuri è fermo su Maria. La ragazza, seduta tre file più in alto, accanto ad alcune donne di Lappanazza, sta ridendo e scuotendo la massa dei suoi bei capelli ramati.
 
Quando alza la testa non può non incontrare lo sguardo azzurro di Yuri che è l’unico fra i marinai russi ad essere rimasto in piedi.
 
Restano a fissarsi: qualcosa succede a entrambi. Maria smette di ridere e Yuri è così sbalordito, affascinato, che non si accorge neppure che i suoi compagni lo tirano sulla panca, Si siede senza staccare lo sguardo da Maria: i suoi grandi occhi scuri, la pelle dorata, la camicetta bianca di trine, la vaporosa gonna color cielo, sono per Yuri la più dolce visione del mondo.
 
Maria abbassa lo sguardo, imbarazzata. Una delle ragazze accanto a lei ride forte e dà di gomito all’amica.
 
Yuri sembra aver visto la Madonna: resta a guardare Maria e non bada i pagliacci che sono tornati a fare lazzi nell’arena seguiti da tutti quel del circo in pompa magna per il gran finale.
 
 
S C E N A 47
 
PIAZZALE CIRCO EQUESTRE. Esterno notte
 
Intorno al tendone c’è una torma di ragazzi scalzi e sdruciti che cercano spiragli per sbirciare lo spettacolo. Passa un inserviente con una lunga frusta da domatore e gliela schiocca sulle schiene mettendoli in fuga.
 
Dall’interno del tendone giunge l’eco del crescendo finale e scrosciano gli applausi.
 
Lo spettacolo è finito e la gente esce. I ragazzi dell’orfanotrofio sbucano sul piazzale schiamazzando e tre di loro sollevano Peppino sulle spalle urlando
 
RAGAZZI
 
Viva Peppino!
 
e lo fanno volare per aria: Peppino è felice ma anche un po’ spaventatao dal troppo successo.
 
SUOR ANGELICA
 
Basta, ragazzi!
 
Le ragazze di Lappanazza escono ridendo. Maria si lascia strattonare dalle compagne cercando di nuovo lo sguardo di Yuri, che esce con gli altri marinai.
 
UN MARINAIO RUSSO (in russo)
 
E’ quasi Natale e qui sembra una notte di primavera! A casa ci sarà un metro di neve.
 
ALTRO MARINAIO RUSSO (in russo)
 
I miei nonni avranno già spostato i pagliericci sulle stufe per stare caldi...
 
UN MARINAIO RUSSO (in russo)
 
Yuri, su! Sembri un salmone preso all’amo!
 
il compagno di Yuri lo afferra per un braccio ma lui si stacca con forza e si incammina dietro Maria e alle altre ragazze. I suoi compagni ridono.
 
ALTRO MARINAIO RUSSO (in russo)
 
Tra un’ora dobbiamo essere a bordo! Se sgarri di un minuto ti fan pulire i cessi per un mese!
 
UN TERZO MARINAIO RUSSO(in russo)
 
E’ cotto e stracotto come una vecchia zuppa di borsc!
 
 
S C E N A 48
 
STRADA GENERICA DI MESSINA. Esterno notte
 
Le ragazze di Lappanazza han preso sottobraccio Maria e camminano occupando tutta la carreggiata.
 
Ridono e parlano ad alta voce, voltandosi spesso per guardare verso Yuri che le segue venti metri più indietro. Solo Maria non si volta e non ride.
 
 
SCILLA
 
Guarda che è proprio carino, il tuo marinaio! Roba da dargliela gratis.
 
Maria di scatto si libera dalla fila e corre avanti.
 
 
S C E N A 49
 
CAFFETTERIA DELL’ANQIPORTO DI MESSINA. Interno notte
 
Maria entra ansante nella caffetteria dove Lappanazza sta fumando appoggiato al banco. Il pappone estrae il suo Roskoff d’oro dal panciotto e controlla l’ora.
 
Entrano schiamazzando anche le altre ragazze e Lappanazza batte le mani per avere silenzio
 
LAPPANAZZA
 
Buone che la festa è finita. Prendete un cannolo e andate al lavoro. Sta per
 
arrivare il ferryboat delle dieci. Svelte, svelte!
 
Lappanazza dà qualche pacca sul sedere alle prostitute e si trova di fronte Yuri che entra nel bar e neppure lo vede perchè cerca Maria. Ci sbatte addosso. Lappanazza afferra Yuri per la divisa: il russo è più alto di lui e balbetta una parola in russo di scuse
 
YURI (in russo)
 
Scusate.
 
SCILLA
 
Quello è un cliente, Lappanazza! Gli piace Maria.
 
Lappanazza guarda Maria che si è mossa di un passo verso Yuri per evitare che succeda il peggio.
 
Lappanazza cambia atteggiamento, diventando servile: risistema addosso a Yuri la divisa che gli ha gualcito e gli punta un dito contro il petto
 
LAPPANAZZA
 
Ti piace Maria ?
 
e punta il dito verso Maria. Yuri annuisce. Lappanazza sfrega il pollice contro l’indice della mano destra e significare "denaro":
 
Rubli?
 
Yuri è perduto nell’ammirazione di Maria e non dà attenzione a Lappanazza. Maria abbassa la testa di scatto, sentendosi avvampare di vergogna.
 
LAPPANAZZA
 
Maria?… rubli!
 
e tende la mano in attesa. Yuri guarda la guarda, poi guarda Maria che sta a testa bassa e i sorrisetti delle altre donne. Si ficca una mano in tasca e sbatte sulla mano di Lappanazza un pugno di banconote e qualche copeco.
 
Lappanazza esamina con occhio critico il denaro e poi annuisce compiaciuto e se lo ficca in tasca. Lontano echeggia la sirena del traghetto in arrivo.
 
Fuori si ode il lungo fischio del ferryboat che sta attraccando. Lappanazza spinge Yuri verso Maria in una specie di rude presentazione
 
LAPPANAZZA
 
Lei Maria. Tu?
 
YURI
 
Yuri.
 
LAPPANAZZA
 
Bene Yuri, te la puoi chiavare per un’ora.
 
tutti ridono nella caffeteria e Lappanazza caccia fuori le sue donne come se fossero galline
 
LAPPANAZZA
 
Sciò, sciò! Andate a lavorare adesso! Non avete sentito il traghetto! Di corsa!
 
Le donne escono correndo e Yuri resta immobile davanti a Maria che leva lo sguardo su di lui. Yuri le sorride. Maria lo prende per mano:
 
MARIA
 
Vieni.
 
lo conduce verso l’uscita e passano davanti a Lappanazza e ai suoi manutengoli.
 
LAPPANAZZA
 
Prima glielo devi scongelare, quello viene dal polo!
 
Bernardo e Pino scoppiano in una risataccia volgare.
 
 
S C E N A 50
 
ANGIPORTO DI MESSINA. Esterno notte
 
Maria, tenendo per mano Yuri, attraversa lo spiazzo ingombro di ceste da pescatori e cumuli di reti, dirigendosi verso una squallida pensione dall’insegna di latta che recita
 
AL GALLO D’ORO
 
Maria alza gli occhi su Yuri che di nuovo gli sorride. Senza lasciargli la mano, spinge la porticina ed entra nella pensione tirandoselo dietro.
 
 
S C E N A 51
 
INGRESSO PENSIONE GALLO D’ORO. Interno notte
 
Dietro un sudicio bancone c’è una donna sfatta con le labbra marcate di rossetto e i pomelli delle guance cascanti rosse come semafori.
 
La maitresse guarda Maria che si tira dietro Yuri per mano e ha una smorfia di compatimento
 
MAITRESSE
 
Attenta a questi che son peggio dei nostri. L’hai vista Gerlanda? Ieri uno di questi bestioni l’ha mezza sventrata... E meglio che gli prendi le misure prima, eh, carasciò?
 
Yuri sentendo una parola in russo sorride alla maitresse e annuisce, la donnaccia ride e butta una chiave sul banco. Maria prende la chiave, lascia la mano di Yuri e corre su per la lurida scaletta che porta alle stanze superiori.
 
YURI
 
Maria!
 
C’è una tale intensità nella voce di Yuri che, insieme alla stranezza dell’accento, dà la sensazione a Maria di essere chiamata per la prima volta. La ragazza si blocca, si volta a guardare Yuri che le tende la mano senza salire, ma Maria, sull’orlo di una crisi di pianto, si volta e corre fino in cima alla scala. Yuri sale gli scalini a due a due.
 
 
S C E N A 52
 
STANZA AL GALLO D’ORO. Interno notte
 
Maria sta ritta accanto al letto fetido. Tutta la stanza è laida, con le pareti scrostate, un sudicio lavandino e una specchiera a muro divorata da grandi macchie di rame.
 
Maria ansima un poco, le labbra serrate per la rabbia verso Yuri che la guarda dalla porta con quei suoi occhi chiari e innamorati che la fanno sentire davvero puttana per la prima volta.
 
La donna cerca di rompere questa strana riverenza che le viene da quello straniero vestito di bianco. Si sbottona la camicetta e va a chiudere la porta. Spinge Yuri verso il lavandino
 
MARIA
 
Làvati.
 
Yuri non si muove, guarda Maria come se fosse la Madonna. Maria torna accanto al letto e si slaccia la gonna. Yuri le blocca le mani sui fianchi impedendole di sfilarsela.
 
Ora i due sono vicinissimi e i grandi occhi azzurri di lui, fissi nei suoi nerissimi, si velano di commozione. Stanno così a guardarsi dentro, come un lunghissimo bacio dell ‘anima.
 
Poi quel velo nello sguardo di Yuri bagna anche gli occhi di Maria. Si abbracciano piangendo come due amanti che si ritrovino dopo anni di distacco.
 
Yuri le sussurra frasi in russo fra i capelli
 
 
 
YURI (in russo)
 
Ti ho sognato tanto. . . adesso non ti lascerò più. . . ti porto a casa. . . in mezzo ai girasoli, ti piacerà. Andiamo via da questo brutto posto.
 
Yuri prende Maria per mano e la porta fuori dalla stanza.
 
 
S C E N A 53
 
SPIAGGIA DI MESSINA. Esterno notte
 
Yuri e Maria, tenendosi per mano, camminano lungo la battigia. Una grande luna illumina il mare e soffia un vento caldo, strano in dicembre, che gonfia la gonna.
 
MARIA
 
E’ una notte strana. . . questo vento caldo. . . e siamo quasi a Natale. . . e io che mi sono innamorata di te che non capisci neanche una parola di quel che dico.
 
YURI (in russo)
 
Il suono della tua voce, Maria, è caldo come l’aria dolce della tua terra.., a casa mia c’è tanta neve e freddo in questa stagione. . ma tutto è bianco, pulito. . . io so che ti piacerà.
 
Yuri si ferma a abbraccia Maria, le sfiora le labbra
 
Io ti amo, Maria. . . non capisci le mie parole ma sento che capisci il mio cuore,
 
Maria annuisce come se avesse compreso. Si stacca da lui sospirando e va a sedersi al riparo di alcune cabine allineate davanti al mare. Fa ghirigori sulla sabbia e Yuri prende un rametto e disegna una casa, dei girasoli, due cuori legati insieme. Maria ride e si baciano di nuovo.
 
Poi Maria disegna tante onde di mare
 
MARIA
 
Tu partirai presto e andrai lontano lontano lontano. .
 
YURI (ripete)
 
Lontano?
 
MARIA
 
Tornerai dalle tue margherite…(indica i girasoli) e io resterò qui a fare…
 
un groppo di pianto serra la gola di Maria che cerca di alzarsi, Yuri la trattiene a forza e la guarda per darle fiducia
 
YURI (in russo)
 
No! Tu non starai qui! Tu verrai "lontano" con me.
 
Avvolto in un cappotto consunto, Archimede dorme col suo cane, sull’altro lato delle cabine e la frase di Yuri pronunciata ad alta voce lo sveglia.
 
Si solleva su un gomito. Il cane mugola, Archimede lo accarezza e gli fa segno di non far rumore. La voce in russo di Yuri gli giunge chiara
 
YURI (off in russo)
 
E noi saremo felici "lontano"! Guarda e cerca di capire: io ti manderò tutte le mie paghe per sei mesi, sei mesi, capito? Bastano per pagarti un biglietto in treno fino a Mosca. . . treno, tuuut! treno.
 
Yuri ha disegnato un treno sulla sabbia e Maria annuisce con gli occhi pieni di pianto, ma è evidente che non ci crede.
 
MARI A
 
Il tuo nome. . . tu come ti chiami? Io Maria, tu?
 
YURI
 
Yuri. Yuri Kalinkin.
 
MARIA
 
Yuri. Yuri lo so che sei sincero adesso, ma tra un mese? Tra due? Ti ricorderai appena di questa donna trovata nel porto di Messina.
 
YURI (in russo)
 
No, Maria. Io non ti dimenticherò mai. Io ti manderò i rubli, capito? Rubli. E tu non devi più prendere denaro da nessun altro. Maria e Yuri. Solo Maria e Yuri, per sempre. Capito?
 
Maria annuisce, una lacrima le cola su una guancia e Yuri gliela asciuga con le dita.
 
MARIA
 
Maria e Yuri, solo Maria e Yuri.
 
Da dietro le cabine proviene un guaito di Minosse e Maria si alza di scatto. Anche Yuri si alza e fa segno a Maria di non muoversi, gira dietro alle cabine, circospetto.
 
Minosse, il cane di Archimede, gli salta addosso festoso con un effetto a sorpresa.
 
ARCHIMEDE
 
Sdràsvitzie. Minosse, buono!
 
Maria appare a fianco di Yuri e Archimede la saluta con un inchino
 
ARCHIMEDE
 
Salve anche a te, Maria. Stupenda notte. Sembra che ci sia qualcosa di sospeso sopra il mondo. Forse è il vostro amore.
 
MARIA
 
Voi capite il russo, Archimede.. . ditegli che io non…
 
ARCHIMEDE
 
E perché Maria? Sognare è il bello della vita. Ma il tuo marinaio dovrebbe essere a bordo. Le scialuppe sono tornate sulle navi da almeno un’ora. Prenderà una bella strigliata.
 
MARIA ( a Yuri)
 
Yuri, è tardi! Devi tornare sulla nave...
 
Yuri adesso si aiuta coi gesti, indicando il mare, le barche e mimando il nuoto
 
YURI (in russo, annuendo)
 
Lo so, le scialuppe sono partite. Non posso andarci a nuoto.
 
Archimede interpreta il gesto di rassegnazione di Yuri e si offre
 
ARCHIMEDE
 
Ho una barca a remi, non è proprio mia ma è come se lo fosse.
 
si avvia in fretta verso una barchetta tirata a secco sulla spiaggia, seguito dall’abbaiante Minosse.
 
Yuri lo segue con lo sguardo e lo vede tirare la barca verso l’acqua. Si illumina in volto, abbraccia forte Maria e la bacia
 
YURI (in russo)
 
A domani, Maria. Domani.
 
corre ad aiutare Archimede a spingere la barca in acqua. Archimede sale sulla barca seguito da Minosse e Yuri si mette ai remi. Ancora un cenno verso Maria che resta sulla spiaggia, con la gonna e i capelli gonfi di vento mentre la barca viene ingoiata dal buio.
 
Maria resta immobile, poi china la testa e si volta per andarsene.
 
Lo schiaffone di Lappanazza la coglie del tutto impreparata spaccandole le labbra. Mentre il sangue le cola sul mento, Lappanazza la prende a calci buttandola sulla sabbia.
 
LAPPANAZZA
 
Impara: una cosa sono i clienti, un’altra farmi cornuto con un garrusu.
 
il sangue si impasta con la sabbia sul viso di Maria che guarda terrorizzata Lappanazza che fa scattare un coltello dalla larga lama. L’afferra per i capelli e le poggia il coltello sulla gola:
 
LAPPANAZZA
 
Sbaglia un’altra volta e neppure tua madre riuscirà a riconoscerti!
 
 
S C E N A 54
 
ANTICAMERA SINDACO DI MESSINA. Interno giorno
 
Ludovico Fulci esce dall’ufficio del sindaco inseguito dalla voce di D’Arrigo che lo esorta
 
D’ARRIGO (off)
 
Glielo dica a Roma che abbiamo iniziato i lavori per la tramvia elettrica! Messina è
 
una grande città!
 
Ludovico Fulci vede seduto in anticamera, il giornalista Benimati. Gli va incontro con una copia de "L’avvenire di Sicilia". Benimati si alza e fa il verso alla frase del sindaco
 
BENIMATI
 
Glielo dica a Roma che anche la Sicilia è Italia e le leggi bisogna farle rispettare qui come a Torino.
 
LUDOVICO FULCI (aprendo il giornale)
 
Le leggi non sono tutto.
 
BENIMATI
 
Vedo che mi legge.
 
LUDOVICO FULCI
 
Io la leggo ma lei non mi ascolta. C’è don Vito dal sindaco ed è furibondo per quello che ha scritto qui...
 
BENIMATI
 
Ho scritto quello che sanno tutti. Gliel’avevo detto che non intendevo demordere.
 
LUDOVICO FULCI
 
A queste condizioni non posso aiutarla. Dir male della gente sul sentito dire non
 
è giornalismo anche quando è verità. Ci vogliono le prove.
 
BENIMATI
 
Prove? E’ un genere di animale estinto da secoli in Sicilia.
 
LUDOVICO FULCI
 
Per aiutare la gente bisogna vivere, non morire.
 
BENIMATI
 
E chi lo sa? Forse abbiamo bisogno di martiri, come i primi cristiani contro l’impero romano.
 
LUDOVICO FULCI
 
Non dica sciocchezze, avvocato.
 
BENIMAT I
 
E chi si mette contro don Vito muore, è così?
 
LUDOVICO FULCI
 
Con allarmante frequenza. . . Però mi stia a sentire Benimati, è il popolo che dobbiamo cambiare. Dobbiamo fargli capire che loro possono essere lo Stato. Finchè scelgono la mafia non vinceremo mai.
 
BENIMAT I
 
E io cerco di farglielo capire mostrando di non avere paura di scrivere nome e cognome degli assassini, dei corrotti, dei politici collusi! Voglio che il mio giornale sia moderno e illuminato, qualche rischio devo correrlo.
 
LUDOVICO FULCI
 
Illuminato? Eh questo?
 
gli mostra un’inserzione sul suo giornale che annuncia:
 
MAGA CARIDDI : PREDICE IL FUTURO, PREPARA FILTRI D’AMORE, SCIOGLIE FATTURE, LEVA IL MALOCCHIO E DISPERDE FLUIDI NEGATIVI.
 
 
BENIMATI
 
Che c’entra? Quella è pubblicità, quei soldi lì mi permettono di restare indipendente.
 
si riapre l’uscio dell’ufficio del sindaco e appare un usciere che chiama
 
USCIERE
 
Avvocato Benimati, potete entrare.
 
l’usciere lascia la porta aperta e Benimati entra. Ludovico Fulci resta un attimo a guardare la porta, che l’usciere richiude, poi ripiega il giornale con aria preoccupata e si avvia.
 
 
S C E N A 55
 
UFFICIO DEL SINDACO DI MESSINA. Interno giorno
 
Alle pareti incisioni della Messina prima il terremoto del 1793, con la palazzata barocca.
 
Il sindaco è in piedi dietro la scrivania su cui è aperta una copia de "L’Avvenire di Sicilia". Davanti a lui siede don Vito.
 
D’ARRIGO
 
Si accomodi, avvocato.
 
il sindaco indica la poltrona libera a Benimati. Don Vito non guarda il giornalista e non lo saluta, continuando a fumare un sigaro. Benimati si avvicina alla scrivania senza degnare di un’occhiata don Vito.
 
BENIMATI
 
Voleva vedermi, signor sindaco?
 
D’ARRIGO
 
Un incontro informale. Lei conosce il nostro stimato concittadino don Antonio Vito?
 
BENIMATI
 
Solo di fama.
 
Vito alza gli occhi sul giornalista, soffia pensoso una boccata di fumo e dice a voce bassa
 
DON VITO
 
Di cattiva fama, leggendo il suo foglio.
 
BENIMAT I
 
La sua fama se l’è fatta da solo. Io faccio solo il cronista.
 
D’ARRIGO (per interrompere)
 
In qualità di primo cittadino di Messina devo, in primis, congratularmi per il suo nuovo giornale…
 
BENIMAT I
 
E in secundis?
 
D ‘ ARRIGO
 
Dritto al punto eh? Più che un siciliano, sembra uno di questi continentali che piovono qui e non capiscono nulla della nostra terra.
 
BENIMATI
 
Sono di Catania ed ora, spero, cittadino messinese.
 
D’ARRIGO
 
Certo, avvocato. Ma lei è nuovo della città ed è stato male informato su tante cose.
 
BENIMATI
 
Controllo sempre le mie informazioni.
 
 
D ‘ARRIGO
 
Tutte queste crociate.,, in pochi numeri: la riduzione dell’orario di lavoro nelle concerie e nelle tessiture, il caporalato dei braccianti, il pizzo sull’acqua nelle campagne, le presunte corruzioni nella cosa pubblica.. . Benimati, troppa carne al fuoco finisce che si brucia l’arrosto, non crede?
 
BENIMATI
 
Sono soltanto i problemi più urgenti. Non è colpa mia se sono tanti e gravi.
 
D’ARRIGO
 
Est modus in rebus. . . i problemi saranno risolti, ma ci vuole il suo tempo. Così, d’urto, si rischia di cozzare contro posizioni stabilite. . . mi capisce avvocato? Si rischiano reazioni violente.
 
BENIMATI
 
Come la bomba che ha fatto saltare il mio ufficio?
 
D’ ARRIGO
 
Purtroppo. Come vede non ho tutti i torti.
 
Benimati guarda don Vito e poi parla al plurale
 
 
BENIMATI
 
Il suo avviso verbale avrebbe dovuto precedere quello esplosivo. Non si usa così?
 
Don Vito scuote il capo, dispiaciuto e il sindaco invece si inalbera indignato
 
D’ARRIGO
 
Cosa vuole insinuare?
 
BENIMATI
 
In primis che il latino lo capisco anch’io. In secundis faccia girare la voce presso gli amici degli amici: io non demordo.
 
Il sindaco, rosso in faccia, non trova parole e don Vito gli fa cenno di tacere.
 
Benimati aspetta una risposta che non viene. Don Vito fuma il suo sigaro senza guardarlo. Il giornalista se ne va sbattendo la porta.
 
Don Vito tornisce la cenere del sigaro sul bordo del posacenere con estrema cura e poi sorride bonario al sindaco
 
DON VITO
 
Non t’arrabbiare, D’Arrigo. Lo sai come sono i catanesi: maleducati.
 
 
S C E N A 56
 
DUOMO DI MESSINA. Interno giorno
 
Il grande duomo è quasi deserto. Solo due vecchie, velate di nero, pregano chine sui banchi.
 
Donna Brunilde Torcello tiene lo sguardo su Carmela che si sta confessando. Oltre la tenda di velluto viola si intravede la sagoma panciuta di don Corlando.
 
CARMELA
 
Dovete aiutarmi, don Corlando.
 
DON CORLANDO
 
Certo, Carmela io sono qui per questo. Ma hai sbagliato ad andare da sola a casa di don Vito. L’uomo è uomo e non si deve indurlo in tentazione. Dimmi piuttosto, tu con Rosario.. . fate atti impuri?
 
CARMELA
 
Non siamo mai riusciti a star soli senza un muro in mezzo.
 
DON CORLANDO
 
Fai cattivi pensieri? Ti tocchi?
 
CARMELA
 
Qualche volta. Don Corlando, se non mi aiutate, se non ci aiutate, io e Rosario faremo qualche sciocchezza.
 
DON CORLANDO
 
Prega, figliola e Dio ti darà la forza di obbedire ai tuoi genitori e di restare pura fino al matrimonio.
 
CARMELA
 
Io sposerò solo Rosario. E’ lui che amo.
 
DON CORLANDO (sospira)
 
Abbi fiducia nella Provvidenza. Prega la santa Vergine che ti dia la forza di non peccare e chissà che un giorno tu non possa sposare Rosario. Per penitenza recita dieci volte l’atto di dolore.
 
Carmela va ad inginocchiarsi accanto alla madre che le sibila
 
 
DONNA BRUNILDE
 
L’hai fatta lunga. Hai così tanti peccati da confessare?
 
Carmela non risponde e donna Brunilde va ad inginocchiarsi al confessionale.
 
DON CORLANDO
 
In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Dite, donna Brunilde.
 
DONNA BRUNILDE
 
Ditemi voi, don Corlando. Perché mia figlia vi ha parlato così a lungo?
 
DON CORLANDO
 
State bestemmiando. Quello che si dice in confessione, non lo si dice al prete ma a dio.
 
DONNA BRUNILDE
 
Conosco il catechismo. Ma qui si tratta di Carmela, l’unica speranza della famiglia di riscattare il nostro onore.
 
DON CORLANDO
 
Il Signore ha detto: la vendetta è mia.
 
DONNA BRUNILDE
 
E’ ha fatto bene. A ognuno la sua.
 
 
S C E N A 57
 
SALOTTO DELLA MAGA CARIDDI. Interno giorno oscurato
 
Pesanti tendaggi color porpora impediscono al sole di illuminare il salotto sovraccarico di oggetti, alcuni di sapore egizio e altra paccottiglia del mestiere.
 
La maga Cariddi, truccata, ingioiellata e avvolta in una vestaglia damascata su cui si arrampica un improbabile drago, è china su una sfera di vetro.
 
Davanti a lei siede rigida ed emozionata Rosalìa, la sorella di don Vito.
 
MAGA CARIDDI
 
Vedo un bell’uomo. . . qualche anno più di voi, donna Rosalia... un uomo importante.
 
ROSALIA
 
Per me?
 
MAGA CARIDDI
 
Vi chiederà in sposa.
 
Rosalia trasale e si porta le mani al petto, eccitata, cerca di dominarsi ma ci riesce male
 
ROSALIA
 
Quando? Quando?
 
MAGA CARIDDI
 
Non lo so... vedo molti fiori, deve essere presto… presto.
 
la maga si ritrae di scatto, turbata. Rosalia la guarda timorosa e la maga si costringe al sorriso:
 
MAGA CARIDDI
 
Donna Rosalia, perché quella faccia? Vi ho dato splendide nuove.
 
ROSALIA
 
Sì ma alla fine. . . avete visto qualcosa di brutto, vero?
 
MAGA CARIDDI
 
Non per voi. Da un po’ di tempo ho una brutta sensazione. Credo che riguardi me. (ride) Sapete, io vedo il futuro degli altri ma non riesco a vedere il mio.
 
Donna Rosalia posa un biglietto da dieci lire sul tavolo della maga che lo prende e ringrazia accompagnandola alla porta.
 
MAGA CARIDDI
 
Troppo generosa, donna Rosalìa.
 
scosta il tendaggio e apre l’uscio: fuori, seduta su una sedia, con un libro fra le mani, sta aspettando Elena. Vedendo uscire Rosalìa si alza.
 
La maga le lancia un’occhiata e viene assalita da una sensazione dolorosa perchè si porta il dorso della mano sulla fronte. Poi sorride
 
MAGA CARIDDI
 
Oh donna Elena, quale onore! Mi piacerebbe tanto farvi le carte. Volete favorire?
 
ELENA
 
Il destino ce lo facciamo noi giorno per giorno e non sta scritto da nessuna parte.
 
MAGA CARIDDI
 
E va bene, facciamolo per gioco. Non è obbligatorio crederci.
 
ROSALIA
 
Fai contenta la maga, anche se non ci credi, è sempre meglio.
 
La maga le sorride e si scosta invitandola ad entrare nel suo salotto. Elena esita, poi entra e si siede. La Maga prende i tarocchi e le porge il mazzo da tagliare. Elena esegue. La maga mette giù le carte. Non dice nulla per le prime sei, poi alla settima si ferma, colpita da qualcosa.
 
MAGA CARIDDI
 
Ah!
 
ELENA
 
Che vuol dire "ah!"
 
MAGA CARIDDI
 
Non vi offendete donna Elena, qui nel gioco, sembra che abbiate un… un amore.
 
ELENA (sorride)
 
Mio marito?
 
la maga mette giù altre due carte
 
 
MAGA CARIDDI
 
No. Vostro marito vi ha fatto del male e ve ne farà ancora. Voi avete un progetto.
 
mette giù altre carte, poi le raccoglie tutte e si alza con un sorriso forzato
 
 
MAGA CARIDDI
 
Si è confuso tutto. Lasciamo stare, se uno non ci crede è proprio soltanto un gioco.
 
 
 
S C E N A 58
 
OSTERIA DEL PORTO. Esterno Giorno
 
L’oste riempie i bicchieri di marsala. Seduti intorno ad un tavolaccio ci sono alcuni pescatori, tra cui Rinaldo.
 
 
UN PESCATORE
 
Alfredo Reina, il padrone é. E suo patri comprava il pesce dal mio. E suo nonno.
 
RINALDO
 
...da tuo nonno! Amen! Visto che ce l’hanno sempre messo in tu culu nei secoli dei secoli non dovremmo mai ribellarci? Il mondo cambia!
 
UN ALTRO PESCATORE
 
Ma quale cambia e cambia! Qui sta la terra e qui sta u cielo: sopra! Tu vuoi che il cielo vada sotto e invece sarai tu ad andare sotto: sottoterra.
 
tutti ridono e Rinaldo si alza in piedi arrabbiato e sbatte il bicchiere vuoto sul tavolo
 
 
RINALDO
 
A Reggio pagano il pesce tre soldi la cesta, perchè dobbiamo venderlo a Reina a due e mezzo? E sapete quanto lo pagano a Napoli? Cinque soldi!
 
UN PESCATORE
 
Ma noi a Messina viviamo! Tu portalo a Reggio o magari a Napoli e presto puzzerai come u pesce tuo!
 
RINALDO
 
Se ci mettessimo tutti insieme potremmo comprare delle casse zincate e riempirle di ghiaccio! Col ferryboat davvero potremmo far arrivare il nostro pesce fino a Napoli!
 
da uno dei tavoli si alza Pino che si avvicina ad Rinaldo con la consueta strafottenza mafiosa
 
PINO
 
Rinaldo, perchè non vai a divertire tua moglie invece di corrompere questa brava gente, ah?
 
il pugno di Rinaldo è violento e centra Pino in pieno viso mandandolo a franare contro un tavolo che si rovescia con bottiglie e bicchieri. Pino resta stordito a terra con la faccia insanguinata. Rinaldo è pronto a dargli il resto ma non ce n’è bisogno perchè Pino non riesce a rialzarsi.
 
Rinaldo abbassa i pugni e si guarda intorno: l’osteria si è vuotata.
 
Non c’è più nessuno. Neppure l’oste dietro il bancone. L’improvvisa solitudine e il grande silenzio danno la lugubre impressione di una condanna a morte.
 
Rinaldo arretra di un passo, poi fugge spaventato.
 
 
S C E N A 59
 
PIAZZA DEL DUOMO DI MESSINA. Esterno giorno
 
Il campanile batte due rintocchi. L’orologio segna le due.
 
 
S C E N A 60
 
GIARDINO ORIENTALE. Esterno giorno
 
Le cinque suorine ricamatrici escono dalla pagoda scherzando tra loro e corrono verso la cappella dell’orfanotrofio.
 
Ultima si affaccia sul giardino Elena: è molto nervosa, emozionata. Si torce le mani mentre controlla che tutte le suore oltrepassino il cancelletto della cinta interna che separa il giardino dal complesso dell’orfanotrofio, poi guarda verso il portoncino che immette sulla strada. Vede che l’uscio si socchiude, non regge all’emozione e si precipita dentro la pagoda.
 
Dal portoncino si affaccia Alexis. Entra, si guarda intorno, richiude, poi si affretta verso la pagoda. Si ferma ad un passo dall’entrata per lisciarsi la divisa e levarsi il berretto. Entra.
 
 
S C E N A 61
 
PAGODA. Interno giorno
 
Elena è in piedi davanti ad uno dei telai di ricamo. Alexis corre a prenderla fra le braccia. Elena tenta di opporsi
 
ELENA
 
Devo, voglio parlarti...
 
ALEXIS
 
Amore. . . non posso più stare senza di te.
 
la bacia. Elena si aggrappa a lui. Alexis le bacia il collo, il seno ed Elena si abbandona.
 
 
S C E N A 62
 
SOGGIORNO DI CASA TORCELLO. Interno giorno
 
Il salone è ingombro di mobili antichi. Sul tavolo rettangolare ci sono vassoi colmi di cannoli e bicchieri pieni di marsala. Su un lato del tavolo siedono le femmine di casa Torcello tra cui Carmela e sua madre. Dall’altro lato, solo come un patriarca, siede don Vito mangiando un cannolo. Si lecca le dita e poi se le asciuga su un tovagliolo di lino ricamato.
 
DON VITO
 
I vostri cannoli, donna Brunilde, sono sempre i migliori di Messina.
 
DONNA BRUNILDE
 
Vosscienza è troppo buono.
 
Don Vito lancia un’occhiata a Carmela che siede tenendo lo sguardo basso, un cannolo intero in mano, poi leva il suo bicchiere colmo di marsala in un brindisi
 
DON VITO
 
Che la vita vi sia dolce come questo marsala.
 
solo donna Brunilde risponde al brindisi, levando il suo bicchiere quasi vuoto
 
DONNA BRUNILDE
 
Alla vostra salute, don Vito, che avete voluto onorare questa casa.
 
Don Vito si alza e tutti si alzano. Si ferma davanti a Carmela che resta a capo chino, le mette un dito sotto il mento e Carmela lo guarda con disprezzo.
 
DON VITO
 
Metti giudizio, Carmela, con chi ti vuole bene devi stare!
 
allunga la mano verso donna Brunilde e la donna la prende e la bacia. Don Vito la ritrae
 
DON VITO
 
Ma che fate, donna Brunilde! Sono io che vi bacio le mani!
 
DONNA BRUNILDE
 
Grazie don Vito, voi avete salvato il nostro onore.
 
DON VITO
 
Non siate troppo severa con Carmela. E’ giovanee e le passerà.
 
Donna Brunilde precede don Vito alla porta ed esce dal soggiorno con lui. Carmela comincia a sparecchiare. Donna Brunilde torna e ordina alle altre donne
 
DONNA BRUNILDE
 
Fuori voi!
 
tutte le femmine di casa Torcello se ne vanno silenziose, dando occhiate apprensive verso Carmela che si è fermata con un vassoio di cannoli in mano. Donna Brunilde aspetta che siano uscite tutte e poi chiude la porta. Stacca da dietro un mobile un nervo di bue intrecciato e si avvicina a Carmela con sguardo colmo di rabbia. Carmela resta immobile. La madre la colpisce con una frustata sulle cosce. Carmela si morde le labbra per non gridare.
 
DONNA BRUNILDE
 
Puttana! ma che sangue hai nelle vene!
 
le fa volare il vassoio dalle mani e la frusta sul collo lasciandole un vistoso segno rosso. Carmela si ripara il viso e riceve altri i colpi sulle braccia. Donna Brunilde è furibonda e la insulta con voce roca, tesa, bassa, senza mai urlare
 
DONNA BRUNILDE
 
Come puoi sognare un Forgione nel tuo letto!? E’ come uccidere di nuovo tuo padre, tuo nonn… Schifosa sei! Ma ti drizzo io, vedrai! Te lo dò io il tuo Rosario!
 
CARMELA (singhiozzando)
 
Lui mi ama! Non l’abbiamo fatto apposta ad innamorarci. . . mamma!
 
donna Brunilde butta il nervo di bue e afferra la figlia per i capelli, la costringe a mostrarle la faccia
 
DONNA BRUNILDE
 
Il matrimonio è solo dovere e servitù. Te l’ho già trovato io il marito. Un picciotto grande e grosso che non avrà paura di fare il suo dovere e uccidere quel maiale d’un Forgione! Dici che Rosario ti ama? E allora che ammazzi suo padre, perchè quello deve fare se vuole infilarsi nel tuo letto!
 
CARMELA
 
Anch’io lo amo!
 
una nuova ondata di furia si impossessa di donna Brunilde che picchia la figlia con schiaffi e calci
 
DONNA BRUNILDE
 
E’ un Forgione, schifosa, un Forgione! Ma non hai cuore, non senti niente per la tua famiglia?
 
CARMELA (disperata)
 
Rosario niente fece! Niente!
 
DONNA BRUNILDE
 
E niente farà!
 
trascina Carmela in uno stanzino, la butta dentro tra le scope e ai sacchi delle provviste e chiude la porta a chiave.
 
DONNA BRUNILDE
 
Che prima ti uccido io che ti ho messa al mondo!
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