Voglio Entrare Nel Cinema

CAPITOLO XIX
Romano lascia e torna in Argentina a spedire le mele del suocero che commercia all'ingrosso con l'Europa e facciamo una grande festa d'addio. Viene anche Mara e mi piacerebbe dirle qualcosa di importante. Mi sento con stupore chiederle di sposarmi. Mi guarda sorridente e felice e dice di no.
- Non sono ancora pronta. - aggiunge.
- Dimmelo quando sarai pronta. - sento una gran gioia, la stringo e ballo con lei per tutta la notte. Wandisa ha portato il suo nuovo fidanzato: un ragazzo grasso molto timido. Si chiama Luciano Martino. Ci scambiamo appena un saluto e non lo fila nessuno: chi può immaginare che diventerà un grande produttore? Tina invece, bionda allieva attrice del CSC, si è fidanzata con un regista ed è molto corteggiata dagli aspiranti aiuti.
E' una festa bilancio: è passato un anno dal diploma, che abbiamo fatto di bello? Io ho scritto "Il Bello". Alberto ha fatto il segretario di produzione. Lorella ha fatto boom e non è venuta. Mara ha recitato una parte in "Nonna Sabella" e Dino Risi le aveva promesso un ruolo più importante ma il truccatore le ha messo in faccia del cerone guasto e le si è gonfiato il viso. Lo racconta furibonda perché uno della produzione le aveva fatto balenare la possibilità di firmare un contratto di sette anni col grande Goffredo. Peccato che il balenatore volesse qualcosa in cambio, la solita cosa da che mondo è mondo. E Mara non vuole. Le dico che sono felice che non voglia ma le profetizzo poca carriera: ha detto bene il nostro collega gay " se uno non è disposto a fare dei piccoli sacrifici..."
Julian ha un problema di assorbenti. Un problema intellettuale. Ha fatto domanda per entrare in una ditta di pubblicità e gli hanno rifilato un test: sul mercato italiano stanno per essere lanciati gli assorbenti interni. Deve trovare uno slogan adatto alla mentalità latina. Sulle riviste americane, dove gli assorbenti sono reclamizzati da mesi, Julian mi traduce cose orribili come "ficcatelo profondamente nella vagina" oppure "basta coi cattivi odori, assorbenti interni per tutte le misure". Noi decidiamo per un delicatissimo "in quei giorni puoi anche nuotare". Piace troppo e Julian viene assunto e spedito alla sede di Londra.
Meglio sarebbe stato non aiutarlo, ora resterò solo. L'appartamento di sopra è tetro e silenzioso da quando Romano e Marta se ne sono andati, quando Julian sarà partito come farò a schiacciare da solo tutti gli scarafaggi?
Julian non è meno infelice, non gli piace tornare a Londra senza qualcosa di Roma e la cosa migliore che ha per le mani adesso è una ragazza di San Giovanni che si chiama Sandra. La chiede in moglie e lei accetta.
Pubblicazioni e preparativi frenetici per due settimane. La cerimonia in chiesa è per le nove di mattina. Il telefono squilla alle sei, Sandra sa che Julian ha il sonno duro. Dopo venti squilli mi alzo io e vado a rispondere ma non dò a Julian il solito colpo di telefono in fronte per svegliarlo.
- Sono Sandra. Mi passi Julian?-
- Julian?...- faccio una pausa tragica-... ah Julian, quell'inglese che era qui di passaggio?-
Drammatico silenzio dall'altra parte, non si sente neppure il respiro, poi, incerta, una risatina:
- Dài, Ernesto! Sveglialo!-
- Guarda che è partito a mezzanotte con l'aereo. Uh, già! Doveva sposarti oggi, vero? Ecco perché cantava a squarciagola "c'hai creduto, c'hai creduto taratatta- tattatteru...-
Si sono sposati lo stesso e io ho rimesso il mio annuncio sul Messaggero: studente dividerebbe appartamento mobiliato.
Telefona uno con la erre moscia. Ventiseimila al mese e tre mensilità anticipate. Accetta e penso con sollievo alla mia squisita padrona di casa che, nella lettera della settimana scorsa, mi ha fatto notare con un certo imbarazzo che ora le mensilità arretrate sono otto.
- Dove entro io entrano i fiori!- Mi sventola un mazzo di rose rosse sotto il naso profumando Dior fino all'ultimo buco e mi mette in mano un assegno di settantottomila lire. Decido di essere liberale: ognuno ha i suoi gusti, affari suoi.
Restano suoi per tre giorni. Il quarto mi chiede se può organizzare una festicciola con le ballerine della rivista di Billi e Riva. Può.
Mando cinquantamila lire a Varese e posso permettermi un cinema di prima visione. Torno all'una di notte e dalla finestra della stanza che fu di Alberto, del merdaiolo volante e di Julian, una luce rossa bagna il marciapiede rendendo euforici gli scarafaggi che corrono al ritmo di una musica sensuale. Mi affretto, forse arrivo sul più bello della festa. Peccato che sia maschio.
- Una spaghettatina! Vuoi favorire?- mi moina svolazzante in seta giapponese l'uomo delle settantamila lire in mezzo ad un saltello di ballerini truccati e profumati.
- Già mangiato, grazie. - Corro a chiudermi a chiave in camera mia ben sapendo che la porta che mette in comunicazione le due camere non chiude.
Mangiano, ridono, tacciono e applaudono. Do una sbirciatina attraverso la fessura dell'uscio: stanno mangiando spaghetti fumanti, tutti, meno uno nudo, mani e piedi sulla tovaglia, intento a ciondolare i suoi cospicui attributi virili nel tentativo di infilarli nella bottiglia del vino.
Un'orgia! Finalmente un'orgia! Di froci, ma non si può avere tutto! Prendo una sedia, spengo la luce e fisso l'occhio alla fessura.
A Biella gli amici mi chiedono continuamente delle orge di Roma e deluderli è sempre più difficile. Si sono accese malsane fantasie provinciali e hanno cercato di organizzarne una per capodanno. Una cosa segretissima: quattro coppie. Ma la città è piccola e la voce corre.
- Inviti anche me o telefono a tua moglie- Cinque coppie, una cosa segreta.
- Ho un'amichetta che ci sta. Ci invitate ho vi sputtaniamo sul giornale!-
Alla vigilia gli invitati erano ormai seicento e dovettero rinunciare.
Ecco perché ho il dovere di testimoniare. Per loro che sono rimasti a casa al caldo, che han mangiato due volte al giorno, che hanno un impiego sicuro con moglie e figli, per loro che mandano avanti il mondo rinunciando alla bohème e all'avventura.
Sparecchiano, uomo nudo compreso. Lo buttano sopra una catasta di cuscini sotto la finestra spalancata e poi ci si tuffano dentro deliziati in un volare di pantaloni, slip e reggicalze.
Se passa la guardia notturna ci mette in galera tutti! Sarà dura dimostrare la mia estraneità. Il telefono è sul comodino loro, fuori dalla mia portata. Adesso sono tutti nudi e si dividono in gruppi ai quattro angoli della stanza. Uno conta ad alta voce: uno, due, tre, quattro! Qualcuno spegne la luce e sembra la censura del parroco del mio paese che metteva la mano davanti al proiettore per non farci vedere che razza di porcherie si potessero fare coi corpi inventati da Dio. Nel buio, grida, tonfi, lamenti e ansimi.
Non c'è molto da vedere. Chissà come sarà stata un'orgia vera, come quelle che facevano i papi ai bei tempi antichi con le mignotte e le castagne. Questa è un'orgia di normali gay.
Viene l'alba e la finestra è sempre spalancata. Nella luce livida i corpi nudi dei ballerini sembrano cadaveri, c'è un'aria di foiba più che di orgia.
Alle sette e mezzo odo un passo leggero. Spalanco la porta e colgo il mio "fiorellino" tutto vestito e pettinato che sta andando a lavorare. Dirige una profumeria in via del Tritone e deve essere là alle otto. Gay ma gran lavoratore. Mi fissa con occhi da cerbiatto, tenta una difesa:
- Le ballerine non han potuto venire e i miei amici hanno un po' esagerato ma non succederà più.-
- Certo che non succederà più perché se prima di notte non hai portato il tuo culo rotto fuori di qui, io chiamo la polizia.-
Sono stato troppo duro. China la testa, abituato al calvario. Dopo due ore torna con dei facchini che caricano tappeti e cuscini su un furgone, mi lancia un ultimo sguardo rassegnato:
- Chissà quando troverò un posto dove poter rimanere. - Mi fa sentire in colpa anche perché non ha chiesto indietro i soldi. Non ce li ho più ma poteva chiedere.
L'avvocato mi allunga un altro deca, con questo sono nove. Ho anche mangiato quindici volte nel ristorante sotto l'ufficio, pasti defalcati da una parcella penale, ma oggi si va con Felice in un posto di lusso perché abbiamo appuntamento con Rodolfo Sonego. Ci sta già aspettando e mi allarga un sorriso alla Spencer Tracy, ha anche gli stessi occhi limpidi e la stessa immediata simpatia. Capisce al volo la situazione e le nostre speranze: un neo produttore, un neo organizzatore e un neo sceneggiatore. Benignamente ci darà una mano, ma non ha tempo per scrivere, ci aiuterà con qualche battuta e convincendo Sordi a fare il film. L'avvocato gli infila un assegno nel taschino vincendo una piccola ritrosia di Rodolfo che ripete di avere le mattine impegnate con un regista, il pomeriggio con un secondo e la sera con un terzo. L'avvocato gli sorride: basterà che a noi dedichi l'ora del pranzo.
Comincio così una curiosa collaborazione con Rodolfo: pranziamo insieme e lui mi parla. Racconta, con un ricordo di dialetto veneto, episodi della sua vita e io mastico affascinato. Ha cominciato a scrivere per il cinema subito dopo la guerra avendo imparato a leggere da poco e per il primo film copiò la struttura di Pinocchio. Fu un grande successo. Quindi primo comandamento: se una storia funziona si deve poter raccontare in poche parole ad un bambino di tre anni.
- E i film d'arte?-
- Quelli noiosi?-
- Quelli che si capiscono poco e fanno discutere. -
- I film d'arte sono quelli che capiscono tutti meno i critici e i produttori. Quando ho scritto "La spiaggia" che poi ha diretto Lattuada non ero sicuro che fosse un film d'arte. Lombardo in proiezione ne rimase schifato tanto che mi disse che, pagate le spese delle copie, mi avrebbe regalato tutto quello che il film avesse per avventura incassato in più. Era proprio incazzato.-
- Ma il film è andato benissimo!-
- Un miliardo tondo. Il più alto incasso di quell'anno. - ride- Sto ancora aspettando l'assegno del buon Goffredo. Ma non solo l'assegno anche una telefonata per dirmi "scusa, non avevo capito un cazzo".
Vede qualcosa, gli viene un'ispirazione e mi recita una scenetta buona per il mio copione. Adesso ha la stessa cadenza romana di Sordi, formidabile. Io memorizzo tutto, poi corro nello studio dell'avvocato e scrivo.
In tre settimane il copione è completamente rifatto, tagliato su misura per Sordi con decine di battute guizzanti che dette da lui provocheranno scrosci di risate.
Rodolfo è il primo poeta che incontro e ne sono incantato.
Ho seguito distrattamente i numerosi assegni da trecentomila che l'avvocato gli ha infilato nel taschino e mi trovo davanti ad un contratto offerto coi denti d'oro fuori dalle labbra: devo firmare che per la sceneggiatura ho ricevuto tre milioni.
I denti d'oro dell'avvocato mandano bagliori cattivi: è formalità fiscale. I tre milioni li ha presi Rodolfo che però non figurerà tra gli autori del copione e quindi è come se li avessi presi io.
Firmo, tanto ormai il film è fatto e con le cinquecentomila che mi spettano sistemerò le mie pendenze varesine e la mia parte di debito con l'Istituto Luce.
Sorge il problema del regista e comincia una processione di gente untuosamente cordiale, da Giorgio Moser a Sergio Giordani, da Mario Amendola a Nanni Loy.
L'avvocato butta là che potrei farla io sotto la supervisione di Sordi. Il cuore sussulta ma capisco che è battuta da avvocato, tuttavia sento che sto trionfalmente entrando nel mondo del cinema.
CAPITOLO XX
E' una giornata storta, di quelle in cui ti scivola il sapone tre volte mentre ti fai la prima doccia. La segretarietta di Mastino piange nell'ufficio vuoto e cerco di consolarla prendendola fra le braccia ma lei piange di più. La lascio e mi singhiozza che l'avvocato le vuole triplicare lo stipendio oppure licenziarla. Non vedo la tragedia poi la vedo: in cambio di una cosa? Sì, sempre la stessa.
Non vedo il problema, basta dir di no, come quella monaca che unica non fu violentata dai turchi, ma Giuliana è disperata perché l'avvocato è un grande amico di suo padre che non crederà mai all'ignobile proposta e la picchierà per essersi fatta licenziare.
Guardo l'avvocato con occhi diversi mentre affronta con volgare violenza una vecchia megera che lo attende rinfacciandole che la ragazza che gli ha procurato la sera prima era senza temperamento, altro che darle una parte nel film!
- Chi non ci sa fare a letto non ci sa fare neppure sul set!- sbraita ciceroniano.
Pranzo a mie spese perché ormai il copione è finito. Al caffè irrompe Felice felice sventolando un contratto di noleggio: ha trovato il minimo garantito!
Se non sapete che cos'è un minimo garantito non state certamente per entrare nel cinema.
Corriamo a dare la buona nuova all'avvocato che già si è esposto con quindici milioni di acconto a Sordi e ne approfitto per mostrargli la carinissima lettera che mi è appena arrivata da Varese: la signora ha ricevuto le cinquantamila e vuole sapere quando potrà ricevere le altre centocinquantasei quindi mi servono subito le mie cinquecentomila.
- La metti sul piano legale?- mi chiede brusco il leguleio peloso.
- La metta sul piano che vuole, avvocato, io preferirei che le mettesse sul piano del tavolo.-
Annuisce sogghignando e annota su un foglietto: novantamila già pagate, più ventotto pranzi a duemila lire, più dodici a tremila, più le trattenute di legge, fanno... fanno...-
Gli fermo la mano, calmissimo.
- Fanno un figlio di puttana.-
Mi sfogo telefonando a Sonego che mi manda da Sordi.
Entro intimidito alla Scalera e mi dicono che Alberto lavora al Teatro Uno. Mi accerto bene che non stiano girando e spingo la grande porta.
- Tu sei Gastaldi, vero? Rodolfo mi ha detto. Ci penso io. - Mi prende sottobraccio- Andiamo a prenderci un caffettino.- si volta verso la troupe- Chi viene a prendersi un caffettino?
Nessuno ne ha voglia e tutti ridacchiano. Ci vado solo io. Prendiamo il caffè al bar della Scalera ed ecco apparire l'avvocato con Felice. Nel vedermi con Sordi la cespugliosa faccia da mastino si fa grigia.
Sordi gli va incontro a braccia spalancate e adesso è proprio l'Albertone di tante commedie:
- Mi sa che 'sto film non lo posso fare.-
- Ma.. perché? Eravamo già d'accordo...-
- E ce lo so! E che? non eravamo d'accordo? Eravamo d'accordo sì! E l'appartamentino?-
L'avvocato stringe il mascellone, per niente divertito dalla bella performance di Sordi.
- Che cazzo d'appartamentino dice?-
- Ma come? L'appartamentino a Monteverde. L'ho già prenotato con quei quindici milioni d'acconto, vero, e dovrò ridarglieli a quel buzzurro, oh no?-
- Alberto...- cerca di intervenire Felice ma qualcuno chiama Sordi in scena e lui alza entrambe le mani in un saluto globale con quel suo sorriso da paraculo a trecentosessanta gradi.
- Ti metti con certa gente, Felice.... pussa via!!-
A me restano i due caffè da pagare e la faccia dell'avvocato da guardare. Anche lui guarda me e si trasforma da mister Hyde in mister Hyde. Jekill non gli è mai venuto.
Quando rientro in catacomba trovo Armando, un ex compagno di CSC, che mi aspetta sulla soglia con una valigia: vuol dividere le cantine mobiliate del Coppedè. Annuisco sollevato: oggi ho ottenuto una gran bella vittoria, un'altra come questa e tornerò solo in Epiro.
Ho bisogno di conforto e mi apposto sulla scalinata di Trinità dei Monti per intercettare Mara. Dopo appena quattro ore la vedo attraversare piazza di Spagna, è con Quasimodo ma pazienza. Tanto io sono lì per caso. Corro giù per la scala e facciamo un pezzo di strada insieme. E' bellissima con la sua nuvola rossa e i grandi occhi di velluto nero. Troppo per essere stata mia, forse ho sognato. Ha un vestito stretto in vita con disegni vagamente egizi. Le dico che è bello. Ringrazia con mezzo sorriso: glielo ha regalato Manzari, il commediografo, per una sua collaborazione. Adesso mi sembra molto meno bello.
- Perché non scrivi per il teatro?-
Già, perché non scrivo per il teatro?
Non cose coi morti che parlano e che alla R.A.I. si confondono, qualcosa di commerciale, anche Shakespeare scriveva drammoni per vivere.
Vado al Delle Muse a vedere Tina che recita in un giallo con la compagnia De Dominici. L'assassino è il maggiordomo, le battute didascaliche, gli attori mediocri. Il pubblico applaude.
Forse ce la faccio a scrivere un gialletto così. Mi chiudo in cantina: io, Armando e Amilcare che ha approfittato dello spazio rimasto libero per metter su famiglia.
Dopo cinque giorni ho finito e intitolo la cosa "A come Assassino". La porto subito a Tina che la consegna alla capocomica. La vecchia attrice la soppesa sul palmo della mano, ne fa scorrere i fogli.
- Potrebbe anche andare, ma per avere la sovvenzione statale i testi devono essere segnalati dall'I.D.I.-
Legge l'ignoranza sulla mia faccia pallida e spiega bonaria:
- Istituto Drammatico Italiano. -
Porto la mia cosa all'I.D.I. e poi telefono a Mara: viene a leggerla? Non viene. Questa commedia non serve proprio a nulla.
Insisto:
- Non è una collezione di farfalle e poi aspetto di sapere se vuoi o no sposarmi. -
- Vediamoci al Baretto al Babuino.- Il tono è molto serio.
Arriva tenendo per mano una bambina di tre anni, la figlia della sua padrona di casa, e mi dice che non può sposarmi perché si è sposata con Quasimodo l'ultimo dell'anno.
Sento la mandibola che sta cadendo e la spingo in su col pollice: ma se vive da sola come sempre nella sua stanza mobiliata! Mara annuisce e mi sorride dolcemente:
- Ci siamo sposati solo in Comune e abbiamo stabilito che ci considereremo veramente sposati solo dopo che ci saremo sposati anche in chiesa.-
- Ma... e i patti lateranensi?- balbetto confuso e Mara mi mette in mano una foto in cui si vedono lei e Quasimodo davanti al sindaco di Napoli. Sarà una foto di scena?
Cerco di mantenermi distaccato, non da Mara che afferro per un braccio:
- Perché non vi siete sposati in chiesa?-
Mara si divincola, sbatte le lunghe ciglia e mi spiega paziente e con assoluto candore:
- Lui vuole sposarsi alle Hawaii e finché non avremo i soldi per andarci...- lascia in sospeso con un gesto vago questa cosa enorme.
La sto guardando negli occhi e capisco che per lei tutto questo è perfettamente ragionevole.
- Ma tu e Quasimodo non avete mai...- lascio anch'io in sospeso travolto da un colpo di pudore. Si scosta orgogliosa:
- Mai. Lui mi rispetta. E queste cose si fanno solo dopo sposati. -
- In chiesa. -
- E con l'abito bianco. Lui non violenta le donne. -
Non mi resta che lasciare e augurarle felice Honolulu.
Sono ancora nero tropicale quando tre giorni dopo mi telefona il direttore dell'IDI. Mi vuole parlare. Vado negli ufficietti dietro a piazza Argentina.
Mi accoglie con entusiasmo e mi colma di elogi: si sente che sono acerbo, dice, ma in Italia c'è estremo bisogno di giovani autori.
Il mio gialletto gli è piaciuto, dialoghi un po' deboli ma c'è. C'è.
Peccato che non ci sia più la compagnia. Hanno sospeso improvvisamente le recite e ora al Delle Muse fanno spettacoli di spogliarello. Credo proprio di esser tagliato fuori.
Tina mi consola invitandomi a pranzo a casa dei suoi e mi dice che ha parlato di me al fidanzato regista. Mi telefonerà.
Il telefono suona ma è la padrona di casa che mi annuncia di essere a Roma e che mi farà visita.
E' una signora elegante e cortese accompagnata da un marito ufficiale di Marina e da un figlio tredicenne coi pantaloni corti. Fa presente a me e ad Armando che se non ce ne andiamo non può affittare il piano di sopra che fu dei Benois, poiché è difficile trovare qualcuno che accetti di avere cucina comune con dei, sia pur simpatici, ma sconosciuti artisti.
Insomma prima ce ne andiamo e meglio è. Sfrattati!
Sonego mi aiuta dandomi qualcosa da scrivere. La mia collaborazione sa più di dattilografa che di sceneggiatore perché Rodolfo recita le scene, botta e risposta e non mi resta che trascrivere. Qualunque cosa Rodolfo racconti diventa irresistibile e questo mette spesso nei guai il regista che poi deve tradurla in immagini.
Raccontata da lui la scena della fuga di Sordi in "Un Italiano in America" è rocambolesca e tragicomica:
-...imbocca una strada e corre, corre, corre... ma la strada è chiusa! C'è una palizzata bianca! Non può tornare indietro, gli sono quasi addosso! Alberto butta la valigia oltre la palizzata e con un grande balzo si tira su e...- pausa sapiente, poi Rodolfo cambia tono, spalanca le braccia e diventa sognante: -...il Mississippi!!- C'è qualcosa di magico nel suo tono che evoca l'immensità di un fiume fantastico e lo sbalordimento degli occhi di Alberto abituato al panorama del Tevere visto da Ponte Molle. Ma sullo schermo, nonostante la bravura del regista, aldilà della palizzata ci sarà semplicemente il Mississippi, grande fiume americano.
C'è un altro problema in questa mia collaborazione. Rodolfo abita in via Stresa, oltre Monte Mario e mi dà gli appuntamenti di mattina presto, che per lui vuol dire alle cinque.
Io mi alzo alle tre, prendo il notturno da piazza Quadrata fino a piazza Cavour e poi il 47 barrato e arrivo puntuale.
Raramente mi convoca di sera e allora ci trovo personaggi già mitici come Fellini o Moravia e sceneggiatori pagatissimi. Rodolfo mi presenta a tutti e cerca di trovarmi un lavoro, magari come assistente alla regìa. Fellini mi sorride e si stringe nelle spalle: se voglio posso assisterlo nel suo prossimo film come volontario (cioè gratis) però ne ha già sedici. Non mi sembra il caso di far diciassette.
In una riunione con Moravia e altri bei nomi di letterati il discorso si contorce sul consumismo. E' una parola ancora non consumata, siamo al culmine della parabola del boom economico. Io che consumo così poco sto a sentire in disparte, ultimo tra cotanto senno. Anche Rodolfo tace. Il dibattito è molto colto, tutti usano parole di almeno cinque sillabe, possibilmente sdrucciole e di derivazione greco antica. Mettono sotto accusa la scienza e la tecnologia e il profitto. Se la prendono coi frigoriferi, coi televisori e con le lavastoviglie che creano ad arte nuovi bisogni per costringere i plagiati lavoratori a lavorare di più, sempre di più, per gonfiare il portafoglio dei padroni. Discutono con grande fervore, appassionatamente insieme senza contraddittorio alcuno, scolpiti nella granitica certezza di quel marxismo intellettuale fine anni Cinquanta.
Rodolfo si alza lentamente e offre birre gelate. Siamo in agosto e fa un caldo da effetto serra ante litteram. Tutti accettano grati. Lui apre il frigo e poi sosta come colpito da un pensiero improvviso. Io ormai conosco bene Rodolfo e so che ha iniziato a sceneggiare. Si volta verso l'umanistico pubblico e chiede:
- Qualcuno di voi sa come funziona un frigorifero?-
Sguardi sorpresi, scandalizzati dalla poca filosofia della domanda. Balbettano qualcosa di generico. Sbuffano. Non lo sa nessuno. Rodolfo richiude il frigo.
- E allora la birra ve la bevete calda, se la volete. E sapete come funziona un televisore? Una lampada? Qual è la seconda legge della termodinamica?-
Moravia cerca di scherzare, ma un po' di vergogna c'è in tutti. Io che leggo fantascienza me la godo un mondo.
Rodolfo continua calmo e inesorabile accusandoli di parlare di cose che non conoscono, selvaggi che girano interruttori e premono bottoni dicendo parole a vuoto.
Rodolfo sei grande! Vorrei abbracciarlo ma sembra che si sia fatto di colpo tardi e gli intellettuali delle chiacchiere alzano i culi.
Una sera Rodolfo mi presenta Ugo Guerra, uno sceneggiatore molto noto per il suo garbo nello scrivere e l'acutezza di certe sue storie. Ugo è molto garbato anche nella vita. Gli chiedo di darmi qualcosa da fare e lui garbatamente risponde che lo farà alla prima occasione. E' una promessa di pura cortesia ma io mi devo attaccare a tutto.
Prendo così l'abitudine di mezzogiorno, invece del pranzo la telefonatina a Ugo.
- Pronto Ugo? Ciao, sono Ernesto. Come stai?-
- Abbastanza bene, grazie. E tu?-
- Come al solito. Hai qualcosa per me?-
- No, mi dispiace. Più in là forse. -
- Allora ti richiamo, se non ti secca. -
- Ma no, chiama pure, figurati. -
- Grazie. Ciao. -
- Ciao. -
Se avessi un registratore potrei risparmiare fiato. Ma come la goccia scava la roccia, io a mezzogiorno stillo sulla testa di Ugo. Una tortura cinese, fidando nella sua buona educazione. E' un bussare testardo alla porta principale del mondo del cinema.
CAPITOLO XXI
Mi telefona Renato, il fidanzato di Tina e mi dà appuntamento al bar di piazza Indipendenza. E' la zona del vecchio cinema, prima dell'affermazione sociale che lo portò ai Parioli. Nelle strade intorno a Termini ci sono le più vecchie ditte di noleggio e produzione e al bar di piazza Indipendenza gli unici scuri sono quelli che si sono abbronzati a Ostia. Ai tavoli gente pittoresca parla di spettacolo: cinema, teatro, varietà. Renato mi offre un caffè e io invece ordino un panino con mortadella. Mi guarda addentare e va subito al sodo: c'è da fare una sceneggiatura, ma non sa se la cosa andrà a buon fine. Che vuol dire chissà se ci pagheranno, però gli hanno dato un anticipo di centomila lire. A me ne può dare cinque.
Mi pare un'offerta onesta e accetto. Ho talmente voglia di scrivere che a volte mi sorprendo a farlo sui muri dei cessi.
Cominciamo subito e mi impadronisco rapidamente della sua tecnica: se non è amara spensieratezza è spensierata amarezza, lei può sorridere con triste dolcezza oppure con dolce tristezza, lui può essere orgogliosamente abile oppure abilmente orgoglioso. La sceneggiatura sarà senza dubbio un'ampollosa banalità di banale ampollosità.
Infatti lavoro due settimane, resto con le mie cinquemila e tutto va a monte.
Io e Armando stiamo cercando casa ma ci chiedono tutti tre dannati mesi di anticipo. Non basta non mandare più una lira alla gentile signora di Varese, bisogna inventare qualcosa per far soldi.
Scrivo un soggetto. Non ho mai provato a scrivere un soggetto e portarlo in giro per le produzioni. Chissà. Vanno molto i film ad episodi e così intreccio cinque storie ambientate su una nave di lusso, di quelle che furono vanto della nostra Marina. Lo intitolo "Crociera di lusso". Ci ho messo tutti gli ingredienti: un po' di erotismo, un po' di romanticismo, un po' di comicità, una puntina di dramma e tanto mare, cielo, panorami e una copertina di cartoncino verde allegro. Me l'ha insegnato Sonego che il colore della copertina ha grande importanza. Verde allegro dovrebbe andare. Vado alla Titanus Farnesina e consegno il frutto del mio sudore ad un certo signor Clementelli dell'ufficio soggetti.
E' umiliante salire a piedi il colle della Farnesina, sorpassato dai macchinoni italiani e americani degli arrivati. Ci arrivo col fiatone. Passati i tempi in cui giocavo tre partite di pallacanestro di fila al Torneo del Riso di Vercelli! Questione di allenamento e di pappa.
Mi fanno attendere in sala di attesa dove già attendono altre venti persone. C'è anche una nuvola rossa: è proprio lei, col suo musetto da gatta e i grandi occhi scuri. Cerco con lo sguardo Quasimodo ma non lo vedo. Lei capisce subito e mi dice che non c'è.
- Io sono qui per "Arrivederci Roma".-
- Io invece per non doverle dire addio.-
Ride e le sono grato. Poi mi incoraggia a perseverare. La guardo e decido che ha ragione, così le dico che oltre ad aspettare questo Clementelli, aspetterò anche lei e torneremo in città insieme.
Annuisce un po' imbarazzata. Entra un ciccione e tuona:
- Le esistenzialiste da questa parte e su le gonne che il regista vuol vedere le gambe. - Ahimè Mara è una di quelle.
Sembra il mercato delle schiave. Non c'è cattiveria ma mi dà un gran fastidio. Quando mi dà fastidio che una donna mostri le gambe vuol dire che l'amo.
Dopo centodue minuti vengo fatto passare nell'anticamera di un ufficio dove una donna dall'aria scocciata e denti da cavallo mi dice che il signor dottor Clementelli è occupato. Denti a parte non sembra cattiva e cerco di commuoverla raccomandandole il mio soggetto che lascio nelle sue mani dalle lunga dite secche e curate. Lo faccia leggere a questo dottor signor Clementelli. Mi assicura che è suo preciso dovere e mi dà il garrese senza darmi il tempo di chiederle se sia preciso dovere suo o del signor dottor Clementelli. Butta la mia opera in un armadio sopra un'indecente pila di altri fascicoletti dalle copertine variopinte che sembrano altrettanti "Crociera di lusso": lasciando nell'anticamera un sorriso cavallino e qualche parola sul fatto che posso telefonare fra tre settimane per avere una risposta, poi caracolla verso ambienti più prestigiosi.
Sgambettando con Mara giù per l'assolato viale della Farnesina non mi sento più umiliato. I macchinoni ora rallentano e occhi maschili italiani e stranieri mi guardano con invidia soffermandosi sul bel movimento che Mara imprime alle sue tornitissime anche sboccianti dalla vitina sottile capodimonte.
Il primo portone civile che incontro è il mio. Spingo dentro Mara e la abbraccio forte baciandola ai limiti dell'apnea. Non m'importa del suo assurdo matrimonio: io la voglio.
Mara è turbata. Il bacio non è stato vano. Ammette che solo con me sente quel particolare brivido che le leva le forze. Poi mi respinge: non devo approfittare del suo brivido perché è disonesto. La ribacio. Si abbandona nelle mie braccia. Maledetto portone! Non c'è nemmeno un angolo dove un cristiano possa... Entra gente. Ci guardano e ridono. Mara si stacca da me, rinvenendo. Esce in strada e io dietro. Non è arrabbiata, mi sorride e mi invita al teatro Arlecchino dove sta recitando ne "Le Gatte" di Manzari e altri autori per la regìa di Sergio Sollima.
L’Arlecchino è un teatrino piccolo e snob dove i biglietti costano cari, ma io martedì ne troverò uno omaggio alla cassa.
Ora deve andare. Proprio? Proprio.
Sono alla mia quarantanovesima telefonata a Ugo. Faccio le tacche sulla porta, vicino al telefono.
- Niente per me?-
- No, mi dispiace. Per ora no. -
- Allora ti richiamo, se non ti secca. -
- Ma no, figurati. -
- Ciao. -
- Ciao.-
Per fortuna Armando gioca a bridge da professionista. Mangiamo coi suoi cinque senza. Senza secondo o senza primo, a seconda.
Abbiamo inventato un piatto che chiamiamo pappone, senza riferimento alle mignotte. E' composto di due chili di patate a tocchetti insaporite con un quarto di scatola di corned beef, una cipolla e un wurstel. Quantità calcolata per due persone. Affamate.
Nel suo giro bridgistico si gioca a cinque centesimi al punto. Per ragranellare due o tre mila lire Armando tira spesso al grande slam. Uno dei giocatori più assidui è il nostro professore di estetica del Centro che per via indiretta rientra nel pappone della mia vita.
Armando, come tutte le persone intelligenti, è un lettore di fantascienza e mi indica i volumetti di Urania:
- Sapresti scriverne uno?-
- Con la fame che ho, so scrivere tutto. -
Armando è di poche parole e io non sollecito spiegazioni.
Me le dà lui ventiquattr'ore dopo: pare che il nostro esteta sia un intenditore di jazz. Io non vedo il nesso e taccio. Armando si accende una sigaretta e continua: pare che anche uno della Mondadori sia intenditore di jazz e conosca l'esteta. Pare che se io scrivessi qualcosa di possibile, Armando lo darebbe all'esteta che lo darebbe al mondadoriano che lo darebbe a Monicelli che dirige la collana di Urania. Monicelli Giorgio, il fratello del regista.
E' più che sufficiente per farmi prestare trecento lire e correre a comprare un pacco di extra strong.
Mi sembra che stia cambiando il vento. Forse è perché i grassi e ricchi anni Cinquanta stanno per tirare le cuoia. Avverto qualcosa di nuovo oggi nel sole, come una ritrovata vena artistica che sovrasta i borborigmi della fame.
Anche Armando rientra trionfante: ha trovato lavoro in un film prodotto dalla Titanus. Grande Goffredo, tu non lo sai ma entri come luce nel nostro buio seminterrato Coppedè!
- Che fai? Il direttore di produzione?-
- Meno. -
- L'ispettore? -
- Meno. -
- Il segretario?-
- Ancora meno. -
- Ma non c'è niente di meno. -
- Ci sono io. - sospira e spiega quale sarà il suo lavoro. Il film si girerà a Napoli e lui dovrà stare tutto il giorno sul set, la sera caricarsi delle pizze del girato e portarle a Roma in treno per consegnarle allo stabilimento di sviluppo e stampa, ritirare quelle dei giornalieri precedenti e riprendere il treno per tornare sul set alle otto di mattina.
-E quando dormi?-
- Mai. -
- E quanto ti danno?-
- Quindicimila a settimana. -
- Bisogna festeggiare. Oggi nel pappone ci mettiamo due wurstel!- brindiamo felici con due bei bicchieroni di Acqua Marcia. Risparmiando, se il lavoro gli dura otto settimane, riusciremo a cambiare a casa.
E' martedì e vado a piedi al teatro Arlecchino a vedere Mara. Poltrone in velluto rosso, pubblico chic e io. Sono atti unici brevissimi che seguo distratto da Mara in puntino sul palcoscenico.
L'aspetto all'uscita. E' sola. L'accompagno a casa facendo un lungo giro perché è molto tardi e i portoni sono tutti chiusi. La tiro per mano verso il Tevere. La scarpata è tutto un folto di spine. Spine lunghe come una mano stile Cretaceo. Vorrei essere un tirannosauro, un iguanodonte, un triceratops e invece posso solo stringermela tutta addosso senza appoggiarla da nessuna parte.
Metto tutto in un bacio: la voglia, la rabbia, la supplica e l'imperio. Non c'è il celere ubbidir ma quando le permetto di staccarsi da me ansima che mi ama. Poi mi respinge contro le spine e scappa sulla strada: fugge gridando di non essere pronta.
- Pronto? Parlo con l'autore Ernesto Gastaldi?- Mi guardo intorno. Armando sta aspettando la sua ragazza che fa l'attrice e non è un'attesa del tutto tranquilla per cui non bada a me.
- Sono il regista della compagnia che recita al millimetro. -
Non voglio far la figura dell'ignorante, c'è chi recita a braccio e chi, evidentemente più scrupoloso, recita al millimetro. Faccio bene a non sbilanciarmi perché quel millimetro diventa Millimetro e tutto si fa chiaro. Il Millimetro è un millimetrico teatrino dalle parti di Termini.
Ascolto estasiato: vogliono mettere in scena il mio "A come Assassino" premiato IDI. Mi precipito. Vengo accolto come se fossi Garinei e Giovannini tutto insieme.
Elogi, complimenti per quello che chiamano "il mio lavoro". Mi presentano attori e attrici. La più belloccia poi fa tanto la carina. Sono davvero soddisfatto. Peccato che alla fine delle manifestazioni mi chiedano i soldi.
Poiché io casco dal proscenio mi guardano stupiti: loro sono pronti a recitare "il mio lavoro" ma è chiaro che le spese vive deve sostenerle l'autore.
E' così chiaro che stento a trovare la strada per l'uscita. A mezzogiorno quasi dimentico la mia sessantaquattresima telefonata a Ugo, ma suona la sveglia.
Ugo per la sessantaquattresima volta mi dice garbatamente che non ha nulla per me.
Armando continua ad aspettare la sua ragazza ma dormendo in piedi. Ormai per lui dormire in piedi è diventato una professione e non stacca neppure di domenica. Chissà che diranno un giorno i sindacati scavando nel passato proletario: altro che otto più due, cestino, mancata pausa e straordinario!
Armando ha sempre le palpebre a mezz'asta. Se regge, dopo dormirà per otto settimane. I biglietti da mille si accumulano e la ricerca di un appartamento si fa affannosa.
Ormai da Varese arrivano lettere meno cortesi. Più che un trasloco sarà una fuga. Antonio, il nostro gallonato portiere modello, non deve sapere il nostro futuro indirizzo altrimenti il suo senso del dovere lo costringerà a dirlo alla padrona di casa. Mi dispiace dover bidonare la dolce signora di Varese ma non ho scelta.
Seguendo la tecnica di Poe adocchio un bicamere in via Tronto, tre palazzi più in giù del mostruoso bellissimo Coppedè. Così non dovremo cambiare fornitori e restiamo vicini al nostro buon Paolo e alle sue splendide porzioni.
I soldi son tutti di Armando ma io faccio del mio meglio e gli consegno il mio romanzo di fantascienza che intitolo "Iperbole cosmica". Lo porta all'esteta e ora siamo nelle sue mani.
No, il signor dottor Clementelli non c'è. No, nessuno sa se abbia letto "Crociera di lusso".
Una notte Armando si addormenta sul treno. Dopo solo tre settimane senza dormire, cede al sonno e gli rubano la valigia con la pellicola. E' la tragedia. Invano la Titanus mette annunci sui giornali, il ladro si tiene i negativi. Armando è sul letto in coma profondo specialmente dopo che gli ho fatto notare che di solito un ladro che ruba una valigia la apre. Trovandola piena di strane scatole rotonde, apre le scatole e la preziosa pellicola sbianca di paura. Balbetta che il negativo non sbianca ma annerisce e crolla.
Dorme per tre giorni e tre notti. Ha perduto il posto. La luce del grande Goffredo si spegne nel nostro povero antro liberty.
Per fortuna telefona Monicelli da Milano. Il libro gli è piaciuto, mi manda il contratto standard che prevede un compenso forfettario di centocinquantamila lire. Mi sta bene? Non tiro certo sul prezzo. Con Mondadori non dovrò portarmi finti killer per farmi pagare. Monicelli dice che vorrebbe conoscermi, appena passo da Milano...
Passo da Milano il giorno dopo. Ho pescato in cassa i soldi per il biglietto ed entro in via Bianca di Savoia!
Sono un vero scrittore. Monicelli mi stringe la mano sorpreso. Leggendo il libro si era fatto l'idea che avessi almeno quarant'anni, per via, dice, del vasto panorama storico e scientifico che ci ha trovato. Dice proprio così.
Lo bacerei sui capelli.
Però anche lui vuole lo pseudonimo straniero. E' molto rattristato nel doverlo chiedere ma è stato scritto che gli italiani sono un popolo di eroi, di trasmigratori, eccetera ma non, enfaticamente non, di scrittori di fantascienza.
In ricordo di Julian Birri firmerò Julian Berry. Quando uscirà il libro? Monicelli non sa, hanno materiale per molti mesi.
I soldi però arriveranno presto e anche questo ha la sua importanza. Una veloce puntatina a Biella a far bella figura con gli amici e torno a Roma trionfante. Sveglio Armando e gli comunico le buone nuove. Appena arrivano i soldi si trasloca.
Forse invece di entrare nel cinema, sto entrando nella letteratura.
CAPITOLO XXII
Oggi è una giornata scura. Anche perché è venuto un operaio della società elettrica e ci ha tagliato la luce con la scusa che sono sei mesi che non paghiamo le bollette. Ha agitato i forbicioni davanti ai miei occhi pieni del sonno delle dieci del mattino e ha minacciato: io taglio!
Soffocando uno sbadiglio mi sono permesso un benevolo incitamento giomarelliano: tagli, tagli buon uomo! E torni una mattina con tanto sole!
Tutte le lampade della catacomba si sono spente. Ne ha subito approfittato Amilcare per fare una passeggiatina con la famiglia. Ma io ho già provveduto collegando il contatore dell'appartamento di sopra al nostro impianto e subito le nostre lampade riprendono a brillare illuminando l'espressione incredula dell'operaio elettrico che si affaccia dalla strada, oltre le sbarre della finestra.
Le noccioline le butta lei o le butto io?
Corre a controllare ma è tutto in regola e non può fare nulla. Romano prima di partire per l’Argentina ha pagato tutte le sue bollette. Gongolo. Ecco le soddisfazioni che può dare la tecnica. Al mio posto il povero Moravia che avrebbe fatto?
La settantanovesima telefonata a Ugo devo farla dal bar di fronte. La Teti ci ha tagliato la linea delle telefonate in partenza, possiamo solo ricevere (o cortesia de li privati antiqui!). Anche qui lo stesso futile motivo: bollette non pagate. Nascosti nelle pieghe del futuro gli autoriduttori affilano le armi.
Arriva per posta un bell'assegno circolare non trasferibile a nome di Ernesto Gastaldi. Appena in tempo!
La nave affonda ma l'autogonfiabile è pronto. Ci saltiamo dentro con le nostre valigie appena fa buio e Antonio chiude la portineria.
Chiudo la porta dopo un ultimo sguardo alle due stanze sepolcrali: addio Amilcare, addio divano letto che hai conosciuto momenti felici! Lascio anche il lume stradale: le porte della nuova casa chiudono bene. Ho un groppo in gola mentre passo con le valigie sotto il grande arco Coppedè.
La nuova casa è architettonicamente molto più modesta però le nostre due stanze sono al primo piano e danno su un giardino pieno di monache. Purtroppo i nuovi padroni abitano al piano di sopra, ma sono due simpaticissimi vecchietti. saranno buoni con noi come la nostra signora di Varese?
Ci sistemiamo, Armando e io, come in via Dora. Lui nella stanza da letto vera e propria e io sulla brandina nel, diciamo così, studio. Le stanze sono più piccole ma luminose. La mia brandina è dura e scomoda e corta.
Appena fa giorno telefono a Rodolfo, a Ugo, agli amici e conoscenti per dar loro il mio nuovo telefono.
Visto mai che hanno un film da farmi fare e chiamano un altro solo perché non hanno il mio numero nuovo? Tutti mi rassicurano che non c'è pericolo immediato.
No, il signor dottor Clementelli non c'è. No, nessuno sa se ha letto "Crociera di lusso". No, non ci serve il suo nuovo numero di telefono.
Invece serve perché telefona una produzione. E' gente inesperta perché mi offrono un'aiutoregia effettiva per essere in regola con la legge ed avere l'elemento tecnico diplomato CSC. Il regista è un neo regista che si chiama Veo.
Di colpo la vita mi sembra fantastica e faccio il mio ingresso in un teatro di posa quale membro effettivo di una troupe.
Prendo la mia mansione molto sul serio. Troppo. Il regista vuol fare un controcampo saltando l'asse: in proiezione gli attori che stanno a destra balzeranno sgradevolmente a sinistra al cambio di quadro. Saltare l'asse è tabù al CSC.
Glielo sussurro a Veo sconsigliandogli quella inquadratura. Lui è perplesso e mi confida che se non ci fosse la macchina da presa sarebbe un grande regista. Tuttavia a lui pare una buona inquadratura. Io torno a sconsigliargliela con tono normale di voce. Veo non mi crede e chiede a voce alta il parere dell'operatore che mi guarda incerto: dar ragione a me che ho ragione o dar ragione al regista che ha sempre ragione per contratto? Ha moglie e figli e sceglie la via giusta: dà ragione al regista. Io dovrei starmene zitto e annuire graziosamente e invece, beata gioventù, dimostro a tutti in modo inoppugnabile che regista e operatore hanno torto. La troupe ridacchia: regista torto, aiuto ragione, regista stronzo e aiuto coglione.
Veo, la sera, mi licenzia: forse un giorno sarò un bravo regista, un bravo aiuto mai.
Ugo deve aver tenuto il conto perché la centesima telefonata è quella buona. Si sarà detto che chi arriva a cento può arrivare a mille e ha ceduto.
- Ciao Ugo, sono Ernesto. C'è qualcosa per me?-
- Sì, forse ho una cosa. Vieni da me alle tre, puoi?- resto senza battuta, come un attore che scopra che si sta recitando un'altra commedia.
- Pronto? Ernesto, mi senti?-
Certo che ti sento, Ugo. Certo che sono pronto. Sono troppo pronto e devo rilassarmi.
Giro nel piatto il mio mezzo chilo di pasta aglio e olio. Oggi non mi va giù. Armando mi prende in giro. Gli devo sessantamila lire: deve andarmi bene.
Alle tre Ugo mi offre un caffè in una tazzina col manico d'argento nel suo appartamento a Monte Parioli.
Mi spiega la situazione: sopraffatto dalle richieste e dal desiderio di accontentare tutti, ha preso tre mesi fa un acconto per la stesura di un trattamento. Un mese fa ha incassato la seconda rata assicurando il produttore che il lavoro era a buon punto e ieri ha preso la terza perché domani deve consegnare. C'è solo l'ovvio dettaglio che non ha mai cominciato, anzi che non sa neppure da che parte cominciare.
- Te la senti di scrivere in una notte una cinquantina di pagine sulle peripezie di un tizio che deve aprire un night sull'Appia Antica? Qualcosa che faccia almeno sorridere un paio di volte?
Sbatto le palpebre che paio Mara. Ugo si dilunga in spiegazioni: il finanziatore del film e anche il finanziatore del night club. L'idea è di buttar giù un filmetto comico, episodi, gag, qualche cantante, storielline d'amore, balletti e spogliarelli. Insomma una cosa originale con un po' d'erotismo, un po' di sentimento, qualche piccola volgarità e il lieto fine. Non importa che sia bello, basta che sia.
Me la sento? Non me la sento ma dico di sì. Ugo sospira di sollievo: forse eviterà una brutta figura col produttore.
Mi presta una macchina per scrivere e io corro in via Tronto, scavalco un esercito di formiche che sta assaltando una mezza corned beef sprovvedutamente lasciata nell'armadio e infilo un foglio nel rullo. Alzo le dieci dita pronto a scattare e resto così, sospeso, come un mago che s'è scordato la parola magica. Che cavolo scrivo?
Non è che dopo cento telefonate Ugo mi dice prova e io faccio tilt! Faccio appello a tutta la mia presunzione e scaravento ditate sui tasti. Break per un panino per cena. Armando a mezzanotte mi porta un caffè.
La notte è fredda. I favolosi anni Cinquanta stanno precipitando verso il loro ultimo Natale.
Il polpastrelli sembrano piattini da caffè quando con dolorose fitte pigiano i quattro tasti della parola FINE.
Ho scritto quarantotto pagine fitte che in copisteria diventeranno almeno sessanta. Il primo raggio di sole mi bacia in fronte mentre nel giardino le monache intonano l'avemaria.
Carico la sveglia per le dieci e mi lascio andare sulla brandina che mi sembra morbida e accogliente.
Quattr'ore dopo, con occhi e polpastrelli pesti, porgo a Ugo il frutto della notte. Fa scorrere i fogli sotto il pollice, gioiosamente incredulo e mi dà venticinquemila lire.
Evviva! Ho guadagnato per una notte come una mignotta sul lungotevere!
Il produttore gli fa i complimenti. Dice con sorridente certezza che si sente la mano inconfondibile di Ugo nel mio trattamento sul night club. Ugo ride e mi guarda in modo nuovo: passo dalla lista degli scocciatori a quella dei negri.
Visto che se scrivo io si riconosce la sua inconfondibile mano Ugo mi passa un blocco di scene di "Anonima Cocotte", un film con Rascel e Anitona Eckberg.
E' una storia buffa, molto originale: un po' di erotismo, un po' di sentimento, qualche pizzico di volgarità e un bel lieto fine.
A sottolineare che gli anni del boom volgono al termine, arriva una telefonata di Renato, sempre fidanzato con Tina e sempre alla ricerca di film da dirigere. Stavolta gli è capitato un'opera di un certo impegno artistico che si intitolerà "L'Amante del Vampiro". Non lo so, ma sto per cominciare la mia carriera di scrittore di film suspense.
E' stato interpellato anche uno scrittore vero, come GianPaolo Calligaris. E io? Io collaborerò alla sceneggiatura e farò l'aiutoregista.
Mi porta negli uffici di produzione: squallidi, nelle strade accanto alla stazione Termini. Il vampiro c'è già, è Walter Brandi che ha portato l'affare, l'amico del vampiro deve essere un giovanottone toscano perché mette parte dei soldi, la vittima del vampiro è Helene Remy perché si farà una coproduzione con la Francia, la buona del film è Tina perché è l'amante del regista e la bona, amante del vampiro, è Marisa Luisa Rolando, una tettona protetta dall'organizzatore generale. Restano scoperti il ruolo maschile del buono e una dozzina di ruoletti femminili minori perché la storia si svolge in un castello durante le prove per un balletto.
Afferro subito l'originalità della storia: un po' di erotismo, un po' di sentimento, qualche pizzico di volgarità e un lieto fine con un ingrediente nuovo: l'orrore.
L'ingrediente nuovo lo ha portato al nostro cinema un fortunato film con Cristopher Lee "Dracula, il vampiro" e produttori e noleggiatori si son buttati nel filone decisi a succhiarsi il sangue fino all'ultima goccia. Inizia il grande momento degli odontotecnici specializzati in canini.
Anche la sceneggiatura scritta da Callegaris sembra piuttosto canina e io e Renato ne scriviamo una seconda assai più incisiva che Renato riesce a fare accettare con testarda insistenza oppure, a scelta, con insistente testardaggine.
Per il ruolo maschile del buono propongo quell' attore, mio compagno di Centro che, pur se gay, mi era sembrato bravo e chiedo a Renato di dare uno dei ruoli minori a Mara, così posso starci insieme un mese. Il film si girerà quasi tutto ad Artena, nel castello Borghese e dormiremo fuori.
Renato mi guarda con un sorrisetto di sufficienza: potrebbe dare a Mara una parte, ma se lo facesse Mara andrebbe a letto con lui e non con me. Ricambio il sorrisetto: Mara è innamorata di me, non di lui. Il suo sorriso scende sotto la sufficienza: non conosco le donne, specialmente quelle che vogliono fare le attrici.
Chiama Mara e le offre un ruolo e un sogghigno ambiguo. Mara vorrebbe il ruolo ma respinge il sogghigno.
Morale: Renato va in bianco e Mara va a casa. Io invece vado ad Artena. L'organizzatore generale mi affianca un aiuto regista di provata esperienza con cui faccio immediata amicizia. Dice, serio, di chiamarsi Franco Cirino Pomicino e poi controlla l'effetto con uno sguardo simpaticamente strabico. E’ il fratello del futuro "o ministro" ma il futuro è, ahimè, sconosciuto.
Insieme formiamo una coppia eccezionale: io alto due metri e magro come uno spillo, lui alto la metà e largo il doppio. Siamo una bella troupe: magnifiche ragazze, robusti operai, aiutoregisti unici, protagonista gay e un direttore di produzione che si chiama Borsato, alla continua ricerca di un ciuffo di capelli che non ha più da anni ma che si sistema continuamente con un tic della mano destra.
Artena è il posto più gelato del Lazio. Un paesetto montanaro a mezza costa di una parete nord che lo sovrasta e gli nasconde il sole per quasi tutto l'anno.
Il giorno del solstizio d'estate un raggio di sole arriva nella piazza e fanno una grande festa.
Noi ci arriviamo che mancano dieci giorni a Natale e il principe Borghese ci riceve con simpatia e ci mostra il castello.›
Saloni immensi gelidi come tombe con camini grandi come palcoscenici di un marmo freddo da tre generazioni. Spifferi mortali puntano lance di ghiaccio contro la schiena dovunque la giri.
E noi giriamo per tre settimane di cui una nei sotterranei. I sotterranei umidi di un castello freddo da tre generazioni sono il massimo dello chic per una notte di Natale.
Mi guardo bene dall'avvertire il regista se salta l'asse, per me può saltare pure quello terrestre. L'organizzazione ha il fuso orario sposato: tutti in piedi alle sei di mattina per girare la prima inquadratura a mezzogiorno.
L'ispettore di produzione è un ex-buttafuori di night che soffre di insonnia per deformazione professionale: gli viene sonno verso le cinque e mezzo, sveglia tutti e si mette a letto.
Cominciando a girare a mezzogiorno dobbiamo lavorare fino alle due di notte per fare il programma e dopo tre giorni nessuno sta più in piedi senza l'appoggio di uno spigolo di antica muraglia.
Gli operai calano cartelli ammonitori: ditta Berardi, mattina presto, la sera tardi. Oppure intonano in coro: tutti abbiamo una casa, tutti abbiamo una sposa!
La notte della vigilia di Natale c'è aria di rivolta. Gli operai ululano dietro i bruti, che non sono violentatori di bambine ma enormi riflettori a incandescenza.
Borsato si porta al centro della scena con le mani dietro la schiena, poi con gesto teatrale leva in alto la destra inalberando un bel fiasco di frascati.
- Credi di comprarci con un fiasco di vino?- tumultuano da dietro i bruti. Borsato, gran clown, leva in alto anche la seconda mano che impugna un secondo fiasco di vino. Gli elettricisti fanno capoccella da dietro i roventi cilindri neri dei riflettori e si scambiano occhiate incerte, poi il capo parla per tutti, accondiscendendo:
-E va bè, co' due....-
La rivolta rientra e lavoriamo per tutta la notte canticchiando "Quando scendi dalle stelle....". Io e Franco eseguiamo con gran successo il coretto polifonico dell'aiutoregìa, in cui io faccio la vociona e lui il falsetto. In fondo è un Natale felice.
Helene Remy è molto graziosa ma pungente d'ironia. Maria Luisa Rolando non ha ironia ma ha le poppe sprimacciabili e lo sa. Tina è intelligente ma vulnerabile: lavora perché è l'amante del regista.
Tra le nostre tre dive nascono dialoghetti come questo, fedelmente registrato dal fonico accanto ad uno dei giganteschi camini dove i macchinisti hanno messo a bruciare due castagni centenari.
Ecco una pagina della sceneggiata:
________________________________________________________
SCENA PRIMA
SALONE GELATO CASTELLO BORGHESE. Interno sera.
Sedute intorno al fuoco, Maria Luisa Rolando, Helene Remy e Tina Gloriani. Abiti dell'ottocento.)
HELENE (con marcata erre francese)
Sì, ma vedi Maria Luisa, tu hai un certo fisico ma mi sembri un po’ freddina. Ieri con quell'attore, come si chiama... nella scena d'amore..
MARIA LUISA (scaldandosi)
Fredda io? Ma se quello è un frocio maledetto!
HELENE
Ma tu con gli uomini ci sai fare?
MARIA LUISA
Io? Per tua norma e regola io ho preso certi mànfani così! Capito? E qui faccio la protagonista perché... be’, sono una signora e non voglio dire... ma senza andare a letto col regista!
TINA
Senti, carina, se ce l'hai con me non me ne importa niente. In ogni modo la protagonista sono io.
HELENE
Ma c'est moi! Sono io la protagonista! Sono l'unica attrice che fa noleggio qui dentro!
MARIA LUISA
Quello che fai sono affari tuoi! Il film come si chiama? L'amante del vampiro! E io faccio la parte dell'amante del vampiro.
HELENE
Tu sei la protagonista del titolo, io la protagonista del film...
VOCE MALIGNA DELL'AIUTOREGISTA
La protagonista in scenaaaaa!›
Tutte e tre balzano in piedi e corrono verso il set.
________________________________________________________›
Borsato schizza via ogni volta che può per andarsi a scolare una fraschetta di bianco con l'aria di chi risolve ogni problema. Il suo "vado io!" echeggia di continuo sotto le auguste volte principesche. Helene manifesta urgenza di far pipì, lui urla il suo "vado io!" e infila il portale prima che qualcuno possa fermarlo.
La produzione lesina su tutto. Renato per arredare la cripta chiede degli scheletri. Borsato si aggiusta il ciuffo fantasma e sgrana gli occhi:
- Ma lo sai quanto costano gli scheletri al giorno d'oggi?- Franco, da buon napoletano, cerca l'accordo:
- Vanno bene anche scheletri di povera gente...- Borsato si accarezza la pelata e parte per il cimitero.
La bara si scopre e l'orrido vampiro, raffreddatissimo, esce in cerca di sangue. A noi il sangue si gela per le gocce che stillano da luride stalattiti colpendoci a tradimento tra collo e colletto.
E' Natale ma per questa produzione sull'orlo del dissesto non c'è religione. Si lavora e verso sera ci vengono offerte salsicce arrosto, pane caldo e vino rosso. Un festino. C'è anche il principe e il figlio del principe.
Le nostre belle attrici si scaldano ballando. Ce n'è una tanto caruccia, piccolina, coi lunghi boccoli neri che ha fatto perdere la testa all'aiuto operatore. Ma stasera la bella è affascinata dal sangue blu tanto da finire dentro la sua carrozza Mercedes Benz. Sospira di dolore il povero proletario e il principe padre cerca di consolarlo, con una grattatina sulla nuca:
- Non te la prendere, caro. Mio figlio ha sette palle. -
- Bel coglione.- sussurro nelle orecchie titolate passando radente. Raccoglie con un sorriso. Noblesse obblige.
Helene mi chiede di aggiustarle il ferro da stiro. Sorridente in trasparente camicia da notte sulla soglia della sua stanza. Io sto tentando di farmi aprire la porta dalla popputa amante del vampiro e mi dichiaro ignorante in ferri da stiro tanto la bella non sa che per un'estate a quattordici anni ho fatto il garzone elettricista.
Solo dopo, troppo dopo, mi coglierà il dubbio atroce che la richiesta non fosse del tutto elettrica.
A Santo Stefano arriva il produttore da Roma con signora. E' furioso perché siamo in ritardo.
Vuol sapere perché, come si evince dal diario tenuto dal segretario di edizione, non cominciamo mai a girare prima di mezzogiorno. Basta col dormire, adesso! Alle sette in piedi! Alle otto sul set! Alle nove Maria Luisa Rolando prova già la prima battuta:
- Sono tornata nel castello dei miei antennati...- e insiste sulla doppia enne mentre dalle nobili tombe, patrizi sepolti levano alta l'antenna TV. Il regista non insiste, tanto poi si doppia. I fonici son lì con microfono e giraffa solo per obbligo di legge. Il produttore guarda l'orologio soddisfatto, alle nove e trenta si batte il primo ciack e Borsato si accorge che è finito il negativo. Bisogna fare un salto a Roma e scappa via ma viene placcato dal produttore, tornerebbe solo al tramonto e completamente ubriaco.
Un urlo tremendo si leva dietro i cespugli. Il vampiro? No, l'ortica e con effetti più terribili. La signora del produttore non è esperta in botanica e, accucciatasi fuori vista per un bisognino, si è asciugata con foglie strappate a caso. Caso crudele, ad Artena le ortiche han foglie grandi quanto una mano.
Urla e sviene per il dolore. A prendere la pellicola vanno con l'autoambulanza.
Nonostante questi piccoli contrattempi il vampiro viene ucciso per capodanno, il film finisce e io avrò il mio nome vero nei titoli di testa.
Non ho più dubbi: sono entrato nel mondo del cinema.
CAPITOLO XXIII
La signora di Varese mi ha beccato. Si è fatta dire da Antonio il mio indirizzo biellese ed è andata a far visita a mia madre. Con incredibile buongusto non le ha detto la verità, ha parlato di piccole pendenze elettriche e telefoniche. Mia madre le ha dato il mio nuovo recapito romano ed eccomela davanti sorridente e cordiale:
- E dire che l'ho cercata tanto e lei si era spostato di pochi passi!- Che fare? Sorrido e la faccio accomodare. Estraggo il mio libretto degli assegni nuovo fragrante. Ho aperto un conto alla Banca Commerciale su intercessione del direttore, padre del mio nuovo amico e cosceneggiatore: Luciano Martino, il fidanzato della bella Wandisa.
- Vedo che si è rimpannucciato!- trilla gioiosa la signora di Varese. Stacco assegno a saldo e vorrei dirle tutta la mia gratitudine ma mi sento a disagio. Pesa sulla mia coscienza la mia forzata fuga.
La signora esce dal mio appartamento e dalla mia vita. Io resto a farmi vento col blocchetto degli assegni, adesso utile solo come ventaglio.
Per fortuna Ugo mi dà altro lavoro. Dovendo correggere poco quello che scrivo, può accettare un maggior numero di sceneggiature. Le scriviamo a quattro mani. Le mie due sono quelle di fatica.
"I mille fuochi" di Quilici mi portano in pieno Sahara in mezzo a tempeste di ghibli.
Con "I Mongoli" sono alla corte di GengisKhan e con "I Pirati della costa" assalto galeoni nei mari dei Caraibi.
No, il signor dottor Clementelli non c'è. No, nessuno sa se abbia letto "Crociera di lusso".
Me ne lamento con Ugo che mi chiede di leggere il soggetto. Gli piace e mi propone di annunciarlo a suo nome, che in caso di vendita il prezzo sarà assai più alto e faremo a metà. Accetto e dopo appena una settimana arriva un'offerta di Carlo Ponti. La trattativa e ignobilmente rapida. Ugo vende per un milione e mezzo! Io sono un pò amareggiato ma ricco. Tre giorni dopo il Grande Goffredo offre a Ponti il doppio per ricompralo ma Ponti non vuole. Tra i Grandi Produttori c'è da anni una gara a chi è più Grande.
Col cuore che ride ma la faccia mesta mi presento all'ufficio soggetti alla Titanus Farnesina. Chiedo umilmente se il signor dottor Clementelli abbia letto il mio soggetto. La segretaria soffia nelle froge:
- Sì, l'ha letto ma film così non interessano.- e mi mette il soggetto verdecoperto in mano.
- Posso parlare col signor dottor Clementelli? -
Scuote la criniera bionda con irritazione. E' molto occupato. Insisto. Viene al banco con aria seccatissima. Apro la cartellina e punto un dito sul titolo del soggetto in belle maiuscole: CROCIERA DI LUSSO.
- Il Grande Goffredo ha offerto al Grande Carlo tre milioni per comprarlo. Un mese fa se mi avesse dato cinquantamila lire gli avrei baciato la mano. -
Il signor dottor Clementelli sbuffa e spalanca le braccia: sono troppi i soggetti che piovono alla Titanus, come potrebbe leggerli tutti?
Quando deposito in banca le mie settecentocinquantamila lire sento che posso mettere su famiglia. Gli anni grassi del boom per gli altri hanno lasciato il posto ai festosi ma meno ricchi anni Sessanta. Ancora non c'è odore di centrosinistra ma io ho girato una boa. Finita la bolina stretta ora mi dovrebbe toccare il bordo al lasco.
A conferma appare in tutte le edicole d' Italia il mio romanzo di fantascienza a cui Mondadori ha cambiato il titolo, da "Iperbole cosmica" a "Iperbole infinita". La solita debolezza matematica dei nostri intellettuali che non sanno che ogni iperbole è infinita per definizione. Ma che importa? Io mi fermo ad ogni edicola beandomi davanti alle pile del mio libretto.
I bordi al lasco sono assai più veloci di quelli di bolina e poi c'è la relatività del tempo biologico. Per me, agli inizi degli anni sessanta un anno rappresenta già un ventiseiesimo della vita vissuta, più invecchio e più gli anni diventano brevi.
Armando è stato assunto fisso alla Galatea e abbiamo abbandonato il pappone. Sul nostro fornello sono comparse le prime bistecche e siamo in regola coi fitti.
Metto alle strette Mara e Quasimodo e lui confessa di essere un pochino impotente. Mara piange ma deve scegliere: le offro una brandina in via Tronto. Ci sta?
Ci sta e ci imbarchiamo sul cinquantasei. Durante il viaggio la bacio sui capelli. La Sgnuffi si commuove e mi si stringe tutta addosso.
Sulla soglia del mio squallido appartamento la sollevo tra le braccia: mi sono sposato sul cinquantasei all'altezza di piazza Barberini.
Luna di miele sulla brandina a una piazza. Non ho sposato soltanto una donna ma anche un'attrice.
Responsabilità doppia: per far felice una donna basta essere un buon marito, per far felice un'attrice bisogna essere... Ponti.
Tre giorni dopo Armando bussa preoccupato alla porta della mia stanza per sapere se siamo ancora vivi. C'è una telefonata per me. Vado a rispondere esausto: è la bella Helene che mi dice di volere trasferirsi da me. Le si deve di nuovo essere rotto il ferro da stiro. Con un po' di imbarazzo devo dirle che sto con un'altra donna da tre giorni. Sento la sghignazzata di Dio: per anni in bianco e poi due bellissime insieme.
Suona di nuovo il telefono e stavolta è per Mara: è la DeLaurentiis. Roger Vadim ha visto delle foto di Mara e la vuole protagonista del suo prossimo film.
Dopo la Bardot e la Stroiberg, il povero francese è di nuovo solo e non sa resistere alla sua vocazione di Pigmalione. Vuole Mara a Parigi. Roba da far tremare qualsiasi matrimonio. L'offerta è di quelle che non si possono rifiutare:
- Sul contratto può mettere lei la cifra che vuole...- sussurrano gli infami mezzani della DeLaurentiis.
Mara va su di giri. Ammetto che è un'occasione che non si presenta due volte nella vita. La lascio libera di decidere: se vuole lavorare "sotto" Vadim può prendere il primo treno per Parigi.
- Tu non vieni?- mi chiede sbattendo le palpebre sugli occhioni neri. No, io no.
Mara si tormenta per tre giorni e poi rifiuta. A Roma è arrivato il segretario di Vadim che la tempesta di telefonate: non è possibile che dica di no!
E' possibile. La Sgnuffi resta a Roma sulla mia mezza branda e comincia a pensare: se avessi accettato l'offerta di Vadim... Già la sento negli anni della vecchiaia ripeterlo ai nipoti.
Ugo ha firmato un contratto fisso con la Royal Film insieme a Luciano Martino. Il produttore Gianbartolomei, affinché i due autori non si distraggano, li manda a lavorare all'hotel Traiano a Grottaferrata. Così mi tocca di andare ai Castelli e fare con loro lunghe partite di ping-pong. Torno in via Tronto a scrivere e poi su di nuovo a Grottaferrata.
Devo comprarmi una macchina. Un pacco di cambiali e divento proprietario di una 500 Fiat color pervinca. In via Manzoni gli inservienti della Fiat sono perplessi quando chiedo loro di mostrarmi dove sia la prima e la seconda. Vogliono vedere la mia patente. Gliela mostro, ce l'ho dal 1952 ma non ho mai guidato. Mi consegnano l'auto e io esco dal garage in prima con estrema circospezione. Giro intorno ai ruderi in piazza Porta Maggiore. Dovrei infilare il sottopassaggio sulla sinistra ma come si fa a tagliare il traffico? Meglio continuare a girare. Dopo un paio d'ore il traffico diminuisce e posso innestare la seconda e girare a sinistra.
Quando arrivo all'hotel Trajano, Ugo mi presenta uno strano tipo. Ha un copione e i soldi per realizzarlo. Sfoglio il copione e trovo trenta pagine bianche: un errore della copisteria? Sogghigna con aria astuta: quella è una sequenza segreta. Lui solo la conosce e non è così stronzo da farla leggere a cani e porci. Guardo Ugo e mi prendo la parte del cane. Ugo si sta divertendo un mondo e incita l'aspirante produttore-regista a descriverci come dovrà essere la protagonista del suo film. Con una dolce follia nello sguardo, l'uomo ci dice che l'attrice dovrà avere i peli del pube come la fiamma dell MSI.
- Tricolore?- chiedo allibito. No, allude solo alla forma. I costumi devono essere di "brendoli frenzosi" in modo che nella scena madre "divelto" il lenzuolo il protagonista possa "alluparla" tutta.
E' un precursore. Scene così il nostro cinema le girerà solo fra una quindicina d'anni.
Licenziato il folle, Ugo mi carica le braccia con undici copioni. Non sono undici film, sono le prime undici stesure di "Sodoma e Gomorra" che produrrà il Grande Goffredo.
Io e Ugo scriviamo la dodicesima. Lui il primo tempo, io il secondo. Non viene male.
Quando Ugo va da Lombardo per il responso trova sull'ampia scrivania a ferro di cavallo un foglio bianco. Seduto sulla sua monumentale poltrona, il sole dietro le spalle, il Grande Goffredo glielo indica.
- Giralo.- Ugo obbedisce e legge una scritta in bel corsivo, vergata con un pennarellone: vaffanculo.
Ugo è uomo di mondo e non si scompone. Goffredo spiega: il secondo tempo è valido e si vede che l'ha scritto lui, ma a chi diavolo ha fatto scrivere quella merda del primo tempo?
Ugo è uomo di spirito e sorride al Grande Goffredo che il primo tempo è opera sua e che, se vuole, gli presenta il giovane che ha scritto il secondo. Per la prima volta il suono sconosciuto delle sillabe che compongono il mio nome rotola sull'ampia scrivania di comando della Titanus.
Il copione passa nelle mani di Prosperi, il mio professore di sceneggiatura al Centro Sperimentale per la tredicesima versione.
Sulle perversioni di "Sodoma e Gomorra" scivola l'intera Titanus aprendo una nuova drammatica fase nell'eterna crisi del cinema. La Lollo a cui hanno offerto il ruolo di protagonista ha chiesto: se io faccio Sodoma, Gomorra chi la fa?
Uno degli infiniti aiuti di questo megafilm è il mio amico Franco Cirino Pomicino che torna dal deserto con notizie tremende: Aldrich, il famoso regista americano, ha fermato la lavorazione perché invece dei camion pieni di Coca Cola sono arrivate casse di Pepsi. Molti operatori girano senza pellicola e si vendono il negativo vergine. Nessuno se ne accorge perché girano sempre con sedici macchine da presa e ci vorrebbero anni per vedere tutto il girato. E ancora: in tanto deserto Aldrich ha scelto una zona sassosa e l'ha fatta ripulire per settimane usando decine di bulldozer e su tutto questo spreco il Grande Goffredo passa a volo radente col proprio aereo personale diretto a pescare in Mar Rosso facendo gesti irridenti dalla carlinga.
La Titanus trema dalle fondamenta.
Le sale sono inondate dai film di Ercole, Maciste, Ursus e altri forzuti. Il filone sfocia nella mitologia e i libri abbandonati al liceo tornano su dalle cantine.
Scrivo per Ugo "Perseo e Medusa" arrivando fino ad un incredibile "Ursus nell’inferno di Gengiskhan" per recuperare le scene di massa girate per un altro nostro copione realizzato in Jugoslavia intitolato "I Mongoli".
E' sempre più difficile trovare nuovi eroi ma Ugo ha detto ai produttori della Pretoria Film di avere avuto un'idea eccezionale. E quelli lo aspettano per stamattina in ufficio dopo aver accettato di spostare per sei volte l'appuntamento. C'è solo un piccolo problema: Ugo ha sempre avuto troppo da fare e non sa quale potrebbe essere l'idea eccezionale che ha detto di avere. Così all'appuntamento porta anche me.
Ugo viene accolto con grande cordialità da Alberto Pugliese che stringe anche la mia mano con uguale entusiasmo.
E' la prima volta che appaio ufficialmente a fianco di Ugo e la mia pelle di negro si sta schiarendo.
Si incrociano battute amichevoli e scherzose. Si parla della crisi. Si raccontano storielle ma poi, nonostante la bravura dialettica di Ugo, il discorso muore.
- Allora, fuori quest'idea!- Pugliese sorride fiducioso e Ugo mi lancia un'occhiata imperiosa. Prende tempo:
- Secondo me è un'idea davvero formidabile. Un superamento dei soliti schemi.- Mi guarda di nuovo e Pugliese annuisce eccitato in attesa dell'idea bomba.
Ugo si sposta un poco sulla sedia e continua:
- Ormai abbiamo saccheggiato tutta la mitologia greca e romana e anche la Bibbia è stata sfruttata fino in fondo... Allora io e Gastaldi ci siamo detti: facciamo un passo avanti.-
Pugliese mi dà una breve occhiata di approvazione ma l'attenzione è tutta per Ugo. So che devo salvare il mio Pigmalione e ho pochi secondi per farlo. Il cervello mi si comprime dentro il cranio nel tentativo disperato di accendere una lampadina. Ugo riesce a guadagnare altri trenta secondi con un colpo di tosse. Poi si soffia il naso e mi lancia un'occhiata disperata.
- Ugo Guerra!- esclamo dentro di me- Ugo Guerra perché ti devi sempre ficcare in situazioni disperate? Neanche dio stavolta...- sento un crampo al cervello- ... il dio di Guerra...-
- Il dio della guerra!- esplodo paonazzo- Marte, il dio della guerra!-
Ugo raccoglie la palla con una naturalezza da grande campione. Non c'è sfumatura di perplessità nella sua voce quando dice:
- Appunto, come dicevo, abbiamo fatto un passo avanti. Marte, il dio della guerra è in un certo senso un escalation della fantasia. - e mi gratifica di un'occhiata di approvazione.
C'è un attimo di silenzio, poi Pugliese batte le mani:
- Mi sembra che ci siamo: Marte, il dio della guerra. E' anche un bel titolo. - e con la facilità che ancora mi sorprende si passa a parlare di soldi. Ugo dice con noncuranza che a lui sta bene il suo solito. Pugliese mi sorride:
- E tu?-
Mi sento peggio di prima dell'idea. Numeri vorticano nella mia testa in un secondo, poi azzardo.
- Uno. - Non ho il coraggio di dire un milione. Paura di una pernacchia fragorosa. Invece Pugliese sta già scrivendo. Non discute neppure.
Passiamo poi nell'ufficio del capo della società, un grande vecchio francese, che dà un'occhiata alle cifre segnate da Pugliese e ci chiede:
- Questo per il soggetto. E per la sceneggiatura?-
Purtroppo quello che è detto è detto e dobbiamo ammettere che le nostre richieste riguardano soggetto e sceneggiatura. Sul foglietto accanto al nome di Ugo c'è scritto tre milioni. Sono già arrivato ad un terzo della fama, ben piantato nel mondo del cinema.
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