Libri Pubblicati

 

E-BOOK SU AMAZON

ASSOLUTAMENTE CASUALE (Il Dito di Dio)- romanzo

Questo e-book è un ipertesto di migliaia di pagine : vuol dire che lo potete leggere nel modo consueto o saltare con un CLICK là dove le parole sono in grassetto colorato per avventurarvi nelle quasi infinite estensioni del racconto che coinvolgono buona parte dell’opera omnia dell’Autore, che ha scritto le storie di 120 film e che qui usa e abusa della massa enorme della propria produzione.

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ANDIAMO IN AMERICA? - racconti di viaggio.

Epopea familiare di viaggi americani avventure e disavventure spassose: motel, scambi casa e grandi albergi, la pioggia di Seattle, il sole della California, le sabbie rosse di Denver e le languidità hawaiiane, la frenetica NewYork e la placida Molokai, il kitch di Disneworld per i bambini piccoli e la sfavillante Las Vegas per i bambini grandi, e l’immenso Canada, i laghi come mari, gli orsi e le sequoia millenarie. Insomma, l’America!

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UNION SQUARE - /The Fall Boy)commedia

in inglese - è pronta l'edizione italiana

This is a history of love. Ancient like the world and the newest one. The love history of Gerry, a bum that sleeps on the Union Square benches in San Francisco, that he’s fallen in love with the most beautiful, the most smart, the most pretty woman in career of the city.

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THE KEY OF LUCK (La Chiave della Fortuna)

versione inglese e versione italiana- commedia - Premio al B.A. Fil Festiva come sceneggiatura più originale.

The story is based on actual facts mixed with a sci-fi plot: an alien extra-dimensional traveller is stuck in the body of a... hen. Trying to get rid of that low-level incarnation, it offers to the main characters a "stocastic key", i.e. a key that helps those who possess it with the power of controlling life facts. Namely, this is "the Key of Luck".

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E' una storia reale che parte da un evento fantastico: un viaggiatore alieno extradimensionale resta bloccato nel corpo di una gallina e pur di farsi liberare dona ai protagonisti una chiave stocastica, ossia una chiave che mette nell'ordine più conveniente a chi la possiede i fatti della vita, in parole povere , una "Chiave della Fortuna".

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STRADIVARIUS CREMONENSIS -romanzo

Biografia inedita e fantastica del grande liutaio - Da questo soggetto è stato tratto il film interpretato da Anthony QUINN.

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VOGLIO ENTRARE NEL CINEMA - autobiografia

Storia di uno che ce l'ha fatta - (prima edizione cartacea MONDADORI) autobiografia ironica di uno sceneggiatore e affresco del cinema italiano anni 60, 70, 80, 90.

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SCENEGGIATURE E ROMANZI SU LULU

 

I GIORNI DELL’IRA – sceneggiatura

Sceneggiatura originale del film interpretato da Lee Van Cleef e Giuliano Gemma.

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IL MIO NOME E’ NESSUNO – sceneggiatura

La sceneggiatura originale del più famoso film prodotto da Sergio Leone e diretto da Tonino Valerii

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LA CODA DELLO SCORPIONE – sceneggiatura.

Un ricco uomo d'affari muore in un incidente aereo. La bella moglie scopre di poter incassare una polizza sulla vita di un milione di dollari in Grecia. Ci va ed esige il pagamento in contanti. Questo non le porta bene perchè viene trovata sgozzata e il denaro scomparso.

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TORSO – I corpi recano segni di violenza carnale – sceneggiatura

Una storia thriller che tende all'horror, cosa inconsueta per gli Autori. Difficile indovinare chi sia il terribile assassino che squarta i corpi di giovani donne. E' uno script anni Settanta, l'ambientazione è quella d'epoca, senza internet nè cellulari.

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MILANO ODIA: la polizia non puo’ sparare (in Usa “ALMOST HUMAN”) – sceneggiatura

E' la storia criminale di un giovane uomo della periferia milanese negli anni "70 del secolo scorso. Una storia di violenza in cui disagio di vivere, voglia di soldi, megalomania psicopatica si intrecciano con una lucida strategia del male.

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IL TUO VIZIO E’ UNA STANZA CHIUSA E IO SOLO NE HO LA CHIAVE –sceneggiatura

Gli abitanti di una villa veneta sono sconvolti da una serie di omicidi. I sospetti si appuntano sul decadente scrittore Oliviero Rouvigny, ma la sua morte rimette tutto in discussione.

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IL TERREMOTO DI MESSINA (The Earthquake of Siciily) – sceneggiatura

28 dicembre 1908 - Messina - la terra cominciò a tremare all'alba e la case a crollare. Gli abitanti fuggirono verso il mare che si gonfià in uno tsunami tremendo e si abbattè su di loro. Quel 28 dicembre morirono 90mila persone su un totale di 120mila abitanti, crollò il 90% delle case e il litorale si abbassò 70 centimetri.

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SANGUE IN TASCA – romanzo

Jack Migol lavora a Hollywood e qualcuno gli violenta la moglie che si suicida. La ricerca dei colpevoli e la vendetta è degna del conte di Montecristo.

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IPERBOLE COSMICA (Iperbole Infinita). romanzo

Nel 1960 in questo romanzo pubblicato su URANIA da Mondadori, Ernesto Gastaldi, alias Julian Berry, è stato il primo al mondo a ipotizzare che Atlantide sia l'Antartide dopo uno spostamento dei poli terrestri.

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I QUARANTA BELANTI avventure umoristiche in barca – romanzo

Dopo tanta letteratura sui Quaranta Ruggenti (Roaring Forthies)negli oceani meridionali, ecco delle divertenti avventure nel più casalingo Mediterraneo, sempre quaranta di latitudune sono, non ROARING ma BLEATING....(da questo libro è stato tratto il film “MI FACCIO LA BARCA”)

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LO SPROLOQUIO 1962 – raccolta di pensieri anteSessantotto.

Scritto nel 1962 poteva risultare profetico e dissacrante, riletto nel terzo millennio può sembrare ovvio, ma nel 1962 avevo ventotto anni e tutta la vita davanti, nel terzo millennio ho cento anni e tutta la vita dietro. Tienine conto, volenteroso lettore.

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BRIVIDO SULLA SCHIENA – romanzo giallo – prima edizione 1957

Siamo nel 1957. A NewYork. Un agente federale americano si imbatte in un rompicapo: un gioiellere assassinato e una telefonata del "morto" che confessa di aver ucciso la moglie perchè è lei l'assassina. Le indagini lo portano in una folle catena di suicidi e di eredità concatenate che pare nascere a Ronda, un paese dell'Andalusia, a quei tempi ancora immerso nella cultura secolare arabo-cristiana e sotto la dittatura di Francisco Franco. Ma le radici dell'enigma superano il tempo in cui furono costruiti i famosi ponti sul "Tajo", un orrido burrone che taglia in due il paese, oltre il ponte romano, oltre il ponte fenicio... all'inizio dei tempi.

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Antonio Stradivari nacque nel 1643 o 1644 o 1648 (gli storici non si sono ancora messi d’accordo) e morì nel 1737.
 
Ebbe undici figli, sei dalla prima moglie e cinque dalla seconda.
 
Costruì millecentosedici strumenti, ne sono rimasti seicentocinquanta: tutti capolavori.
 
Non esiste un suo ritratto, non si sa nulla della sua vita intima ma ve la racconto lo stesso perché più o meno i geni son fatti tutti della stessa pasta.
 
 
Capitolo 1
 
TUTTI DELLA STESSA PASTA
 
I topi sembravano saperlo e non se ne vedeva uno in giro fin dal giorno prima. C’è solo da perdere a mostrarsi quando un padrone è costretto a scappare.
 
La soldataglia franco-piemontese ha avuto ordine di lasciare la città e fa man bassa di tutto quello che trova pane, farina, vino e donne.
 
Le porte delle case sono sbarrate e inchiavardate e i soldati battono contro di esse con i calci degli archibugi ma senza insistere troppo, per sfregio, col gusto del frastuono.
 
Una pira arde nella piazza grande, tra la cattedrale e il palazzo del Comune, alimentata con sfasciume di mobili, paglia fetida e stracci insanguinati. Tra le fiamme brilla la cassa intatta di un violino in purissima brace.
 
Fumo acre su Cremona. Il sole caldo di questo 25 agosto del 1736 lo fa stagnare basso nei vicoli tra le case.
 
Una donna in nero fugge oltre l’angolo di un vicolo. L’ han vista, le corrono addosso latranti, eccitati come cani dietro alla volpe. La agguantano sulla soglia di casa un attimo prima che riesca a chiudere l’uscio. Resiste, punta mani e piedi:
 
- Pietà, in nome di dio, mio marito sta morendo. Gli porto lamedicina del cerusico! -
 
- Gli porti anche qualcos’altro!- la sbeffeggia un rosso aostano infilandole la mano callosa sotto la triplice gonna di cotone.
 
Altre mani si chiudono sulle sue braccia e sulle sue gambe e la strappano dallo stipite dell’uscio. Le sue urla rimbalzano contro le finestre serrate delle case.
 
I soldati la rovesciano su una botte sfondata che getta un ultimo fiotto di denso vino rosso. Le buttano in testa le gonne:bianchissima pelle, per un attimo il sole sulle natiche magre e serrate poi i soldati si accalcano su di lei litigandosi la precedenza.
 
Le risate, le grida, il rumore dei passi dei soldati che se ne vanno giungono deboli nella penombra della bottega da liutaio.
 
La porta è chiusa, difesa dall’anta di noce e sul banco arriva la luce delle due finestrelle che danno sul cortile. Le forme dei violini, delle viole, dei violoncelli appesi alle pareti hanno curve femminili. Sgorbie, seghetti e pialle luccicano nelle rastrelliere allineate come baionette di diversa forma. In un grosso alambicco bollicchia un liquido scuro che goccia traslucido sulla serpentina di condensa. Lunghe mensole sono ingombre di vasetti tappati con l’osso del granoturco o sigillati con carta d’olio e spago ben stretto nella scanalatura del collo. Un fascio di asprella si sta seccando in una greppia.
 
Un raggio di sole filtrato da ragnatele e vetri sporchi accende di riflessi colorati il perlaceo intarsio dei cinque strumenti appesi sulla parete di fondo.
 
Due ometti levigano con movimento sincrono e leggero le casse armoniche di violini quasi finiti. Muovono il sacchetto di asprella secca e inumidita in un bagno di cenere e scaglie di pesce con percorsi curvi e morbidi seguendo la venatura del legno.
 
E muovono la mano e muovono la mano e muovono la mano con facce inespressive uniformate dalla penombra. Un respiro profondo, rauco, che viene dal fondo della bottega fa guizzare lo sguardo di Omobono in quello di Francesco e poi entrambi chinano il capo a spiare oltre il cavo delle proprie ascelle, senza perdere il ritmo ossessivo della levigatura.
 
Un vecchio imponente è seduto su una sedia imbottita ornata con borchie d’argento, davanti al bancone del fondo. Un ampio abito damascato dalle maniche enormi dà potenza alla sua figura che i lunghi capelli bianchi fermati dietro la nuca con una fibbia d’oro incorniciano di magico, mettendolo fuori del tempo.
 
Antonio Stradivari è assorto in contemplazione del suo ultimo violino che tiene immobile tra le mani e non bada agli sguardi spianti e preoccupati dei suoi due figli che paiono più vecchi di lui.
 
Il suo volto è segnato da rughe profonde che affluiscono le une nelle altre come letti di fiumi e torrenti disseccati in antiche ere.
 
Il suo sguardo è invece penetrante e vivissimo: scruta lo strumento non ancora verniciato, come volesse leggere un segreto nelle sue sottili venature chiare. Gli passa una mano sopra: una carezza possessiva a cercare un’intimità con la materia. Una smorfia di rabbia sconvolge e distorce le pieghe del suo volto, mentre la sua mano enorme, nodosa, si stacca dal violino, si leva alta, minacciosa, si serra a pugno e cala sul piccolo strumento come una mazza, sfondandolo.
 
Omobono e Francesco Stradivari hanno un sussulto al rauco grido del padre. I pezzi del violino s’innalzano in una diaspora di piccoli frammenti che si accendono come faville entrando e uscendo dal raggio di sole, poi segatura e polvere ovunque mentre la bottega risuona di un’agonica vibrazione.
 
 
 
Capitolo 2
 
UN’AGONICA VIBRAZIONE
 
La chiesa di San Domenico sembra una stalla appena lasciata da una mandria sporca e malata. Strami di paglia marcita di orina e sangue coprono il pavimento fino all’altar maggiore in un fitto ronzare di mosche e tafani.
 
Ammucchiati contro le pareti, tra i cupi confessionali, dozzine di soldati moribondi, avvolti nei resti delle loro divise lacere, nereggianti di insetti che succhiano la mucillagine putrefatta che scola dai giri delle bende. Alcuni si trascinano nello strame cercando di alzarsi e di andar via con quelli che riescono a mettersi in piedi.
 
- Questi ve li lascio - dice l’ufficiale francese a un domenicano dalla tonaca bianca, sporca di sangue e di unto, che si guarda intorno smarrito - magari prima di consegnarli agli austriaci date loro una passata d’olio santo...-aggiunge annusando i sali di una boccetta e facendo svolazzare i luridi pizzi che gli escono dalle maniche della giacca.
 
Il domenicano fa segno di entrare ad altri due preti che sbirciano dal portale d’ingresso e si china a soccorrere un soldato senza gambe che striscia verso gli stivali dell’ufficiale:
 
- Capitano, non lasciatemi qui, c’è mio fratello nel Terzo... mi porterà a casa lui...-
 
L’ufficiale si scosta con fastidio e si avvia verso il sole che accende miasmi e vapori in una colonna di luce avvolgendo i due pretini ancora fermi contro l’uscio spalancato.
 
Attraverso quella luce, ansimante spaventato, Omobono Stradivari ancora avvolto nel suo grembiule di cuoio da liutaio, irrompe nella chiesa, urtando l’ufficiale francese:
 
- Giuseppe!- grida al giovane domenicano e subito si ferma a mani tese perché l’ufficiale ha sguainato la spada.
 
- È mio fratello, capitano, quello che fa il liutaio con mio padre, Antonio Stradivari, l’avrete sentito… vi prego di scusare la sua sbadataggine. – Il tono del domenicano ègelido ma cortese.
 
Il francese esita, il tempo di un sorriso di sufficienza e rinfodera la spada mentre Omobono cerca di ingraziarselo con un inchino.
 
- Mèrde - è la risposta francese del capitano che attraversa la colonna di luce verso la piazza.
 
- Giuseppe, devi venire a bottega! Sta di nuovo male, spacca tutto! Abbiamo dovuto legarlo! Quando gli piglia così ha la forza di un demonio! Francesco è andato a cercare il cerusico ma con quello che sta succedendo chissà se vorrà mettersi per strada! Qui ognuno pensa per sè e Dio per nessuno.-
 
Don Giuseppe si fa un veloce segno di croce per pareggiare l’allusione blasfema del fratello e dice ai due pretini:
 
- Pensate a questi disgraziati! Devo andare da mio padre...- e si affretta con Omobono nel sole.
 
Fumo e vapori stagnano ingrigendo tutto. Un canto osceno piemontese echeggia nelle strade, rumore di ruote di carri e di ferri ma il piazzolo di San Domenico è deserto, poi sbuca un manipolo di soldataglia che canta a squarciagola:
 
“Spunta ’l sol e la lünha, ‘ntal cül
 
e la lünha ad Muncallè!
 
Ca fa ciair a le fiie, ‘ntal cül
 
a la seira andè a balé, ‘ntal cül!”
 
Don Giuseppe e Omobono si addossano al portale e aspettano che i soldati attraversino la piazza e spariscano lungo la strada che porta fuori città, poi si avviano in fretta.
 
Il fumo è pigro, stratificato e si mescola appena al passare dell’ampia tonaca svolazzante di don Giuseppe per poi subito ricomporsi in banchi paralleli.
 
Omobono lo segue impaurito, guardandosi indietro, affrettando a tratti il passo per poi rallentare a ridosso del fratello senza mai osare di sorpassarlo.
 
I due uomini attraversano il piazzolo, giù lungo San Matteo, verso le due porte della bottega di Stradivari. Una di esse è ben chiusa e sprangata ma l’altra è sfondata come se dentro fosse esplosa una bomba.
 
Omobono corre avanti e incespica sulla soglia in uno sgabello spezzato, si aggrappa al banco da liutaio:
 
- Padre...- balbetta guardando dentro, cercando di adattare i suoi occhi miopi al cambiamento di luce dall’agosto che c’è fuori alla penombra cupa della bottega.
 
Sull’imponente sedia di noce ci sono delle corde rotte, tutt’intorno confusione di ferri, di colle, di pialle. Appeso alla parete di fondo splende un magnifico quintetto di violini nuovissimi e lucidi, con pregevoli intarsi, assurdo nello sconquasso della bottega.
 
- Chiuditi dentro, che quella roba fa troppo gola.- sorride don Giuseppe al fratello indicando gli strumenti - Lo cerco io nostro padre. Forse so dov’è andato.-
 
 
 
 
Capitolo 3
 
FORSE SO DOV’E’ ANDATO.
 
Il maestoso Po nella luce rossa del tramonto. Una fila lenta di soldati cammina in lontananza sparendo nella bruma viola della sera, e dietro a loro affusti di cannone e carri tirati da cavalli.
 
Il Po è scuro, un sangue vischioso che scivola lento con piccoli coaguli di erba e fango spinti verso il mare.
 
Le file degli alti pioppi sono sottolineature morbide, pieghevoli,
 
che, alla brezza della sera, solleticano le nuvole basse pigre anch’esse come immense isole senza frastagli.
 
I riflessi a tratti fanno vedere cose che non sono. Luccichii improvvisi eclissati dal muoversi del canneto che tornano a brillare come fiamme e danno vita a cose morte.
 
Gli stessi effimeri bagliori negli occhi del grande vecchio che cammina sul greto verso il più alto dei pioppi. Il suo sguardo vede un’altra realtà, oltre il tempo che rende pesanti le pieghe della pelle del suo volto.
 
Antonio Stradivari posa la sua mano ruvida e nodosa sulla scorza di un grosso pioppo percorsa da grandi solchi verticali e solleva lo sguardo verso la sua chioma che schiuma nel vento.
 
Il pioppo bisbiglia con le sue foglie e poi al cedere del vento si raddrizza e tace per riprendere il sussurro ad un secondo soffio. Il rumore si alza di tono al crescere del vento: l’aria tra i rami o forse le intime centenarie fibre del tronco creano un suono, una nota purissima, al limite dell’umano orecchio. Un suono fine, non terrestre, qualcosa che sa di alieno e di paradiso.
 
E questo suono appena percettibile eppure così indimenticabile, l’orecchio di Stradivari coglie e riconosce come una nota assoluta che lo commuove e bagna i suoi occhi.
 
- Padre!-
 
Don Giuseppe è dietro a lui e lo chiama in un bisbiglio per non interrompere la muta tensione di Stradivari.
 
Antonio gira la testa e chiude gli occhi per togliersi il velo del pianto e guarda suo figlio, quella figura bianca a cui il vento fa volare i lembi della tonaca.
 
- Sta venendo notte, padre. E' meglio tornare a casa...- don Giuseppe si ferma vicino al vecchio, senza toccarlo.
 
Stradivari lascia che il suo sguardo galleggi sull’acqua ormai bruna del Po e torni fra le radici dell'alto pioppo e poi ancora lungo il tronco dritto fin sulla cima.
 
- Lui era già qui, Giuseppe, quest’albero era già qui la prima volta che mi ricordo d’esser stato vivo...-
 
Una folata più forte piega la cima del pioppo e di nuovo vibra nell’aria la nota purissima e sottile.
 
 
 
 
Capitolo4
 
LA NOTA PURISSIMA E SOTTILE
 
 
 
L’erba è più verde. L’acqua del fiume più chiara, brillante di sole. L’aria tersa incide i contorni delle cose saturando i colori.
 
Il Po è un immenso d’acqua che si perde in lontananze da fiaba. Un rondone sfiora veloce l’onda zigzagando dietro a una libellula dalle ali di vetro, l’acchiappa, la spezza col becco e subito si innalza stridendo gioioso nell’azzurro di un cielo appena dipinto.
 
Diventa un piccolo punto guizzante ben sopra le foglie del pioppo gigante.
 
Il mondo torna nuovo e grande negli occhi di ogni bambino e il ricordo delle prime immagini crea nell’uomo vecchio l’angoscia del paradiso perduto.
 
Scalzo, i piedi piantati nel fango tra le erbe del greto, il bambino ha la faccia al sole. Socchiude gli occhi tentando si seguire il rondone annegato nella luce.
 
Il pioppo lo sovrasta frusciando, tutte le foglie disposte con geometrica sapienza a prendere il massimo di sole.
 
- Oh, Antonio, raccogli o no? Guarda che se stai col naso all’aria mangi aria anche per cena eh!-
 
Antonio gira su se stesso, senza abbassare lo sguardo e l’universo ruota intorno a lui, perno di tutto.
 
- Prova, Giacomo, se lo fai gira tutto!-
 
- Ma lo so! Su, muovi il culo che tanto dal cielo non viengiù più niente....-
 
Antonio si ferma di scatto a guardare il compagno, un ragazzotto di otto anni che falcia con esperta perizia i ruvidi gambi dell’asprella. Biondo rame di capelli con piccole efelidi intono al naso. La piega naturale della sua bocca è all’insù e pare sempre che rida.
 
- Vien giù la pioggia e anche la neve…- si avvicina all’altro Camminando lungo il greto del Po. Giacomo si ferma sudato passandosi sulla fronte il dorso della mano che regge la falce.
 
- Don Botta mi ha detto che una volta, tanto tempo fa, ma tanto eh? cent’anni, anche di più, Dio ha buttato giù dal cielo della roba da mangiare! Davvero, pezzi di pane così! -
 
L’evocazione del pane fa inghiottire avida saliva al piccoloAntonio che sgrana i suoi occhi pieni di fame:
 
- Ooh... l’hanno preso tutto i preti, vero? –
 
Giacomo ride e butta all’aria una nuvola di erba falciata:
 
- Questo il Don non me l’ha detto ma se c’era lui sicuro che non ne ha lasciato una briciola! Dai, raccogli che ne ho già fatta una cesta. - riprende a tagliare le dritte erbe equisete con gusto infantile di potenza.
 
Antonio si china a prendere l’asprella falciata stringendola afascio fra le sue braccia segnate dai graffi e la va a buttare inuna grossa gerla appoggiata sull’argine. Guarda in su, verso Dio,arricciando il naso:
 
 
 
-E a noi niente. Ti stiamo proprio antipatici, eh?-
 
Un barcone carico di tronchi di abete sta risalendo il Po tirato da due cavalli che scalciano melma sull’opposta riva guidati da un ragazzo ingessato da strati di fango secco.
 
Un uomo si erge sui tronchi, fango secco anche lui, con i capelli incollati sul cranio dalla melma di fiume e grida:
 
-Pescaroliii! il canapoooo!- e fa oscillare un enorme gomena come se fosse una cordicella.
 
Nell’ansa del fiume c’è una segheria e lavoranti stanno impilando grandi tavole appena segate sotto la guida del padrone, uomo robusto e cotto dal sole, che li aiuta nel momento dell’appoggio.
 
Sentendosi chiamare, Pescaroli corre a riva verso il barcone. Zoppica ma è agile e afferra al volo il grosso canapo serrandolo poi su una rudimentale bitta strozzandone il nodo.
 
Il fiumarolo di fango si tira sul canapo e la barca accosta andando a piantare la larga prua nel molle greto melmoso mentre il ragazzo che guida i cavalli sgancia il traino.
 
Antonio si è fermato con una bracciata di asprella a guardare incuriosito la barca con i suoi lunghissimi tronchi e il ragazzo con i cavalli che ora si pavoneggia sopra uno di essi.
 
L’aria limpida è percorsa da un fremito leggero, un lieve soffio di vento porta il magico metafisico suono sottile come una acutissima nota di violino che si perde nell’aria e riaffiora per subito tornare a spegnersi con rimbalzi sonori, come un sasso lanciato sull’acqua tranquilla del fiume.
 
Antonio guarda verso i pioppi che si gonfiano di vento e resta immobile ad ascoltare.
 
- Dai, non ti fermare di nuovo! Se riempiamo tre ceste, la sciura
 
Maddalena ci fa dieci castagne cotte: cinque a te e cinque a me!-
 
Giacomo sbuffa guardando Antonio immobile, teso ad ascoltare il silenzio.
 
- Antonio! Non far lo stupido che io...-
 
Antonio lascia cadere l’asprella. La nota s’è fatta più chiara. Si volge verso il pioppo da cui sembra giungere il suono e corre sulla terra molle dell’argine, insensibile alla sferza dei cespugli.
 
Si perde la voce di Giacomo che urla il suo nome. Ora per Antonio c’è solo il rumore del suo cuore veloce e quel suono magico e sottile.
 
Schizzano fango i suoi piedi nella corsa e sanguinano sul bordocalloso che gli fa da scarpa. Antonio corre ad abbracciare il tronco striato del pioppo: stormiscono lassù le sue lanceolatefoglie brillanti, ma il suono s’è perso in quel frusciare.
 
Il sole gioca a rimpiattino, abbagliante al muoversi delle mille lance verdi e disegna piccole ombre e luci sul volto assorto del bimbo.
 
La nota riprende, diversa, più bassa, intonata, quasi una melodia. Antonio gira lo sguardo intorno: adesso il suono gli arriva dal bosco di là dal fitto canneto, oltre l’acquitrino.
 
Ancora si sente la voce di Giacomo che lo chiama arrabbiato e il
 
bambino riprende a correre verso la musica, pestando la fanghiglia e aprendosi il passaggio col corpo.
 
Corre fra i cespugli della boscaglia finché deve fermarsi senza fiato, cercando aria con la bocca aperta. Il suono è molto vicino: un suono triste, lamentoso, un suono che piange.
 
Antonio scivola piano fra le canne e si affaccia in una piccola radura proprio mentre il suono passa dal pianto al riso in una cascata di note. Non è più la magica metafisica nota sottile, ora è musica piena, dolce e vibrante.
 
Davanti ad Antonio, seduto accanto a un fuoco su cui sta arrostendo un’anatra infilata in una spada che funge da spiedo,c’è un vagabondo che suona una viola.
 
Ha una lunga barba sporca, un cappello a piuma calcato sui capelli mai pettinati e nella fascia in vita ha infilata un’enorme pistola ad avancarica. Pantaloni e gambali sono di una qualche divisa militare ormai indecifrabile.
 
L’uomo suona, con gli occhi socchiusi e le sue manone nere di vecchiaia e di sudiciume diventano agili e leggere sulle corde.
 
Accanto a lui è steso un fucile a trombone e pietra focaia lungo due metri e il brigante ci tiene su uno dei piedi ben stretto in uno zoccolo incrostato di fango, mentre con l’altro nudo e sporco come le scarpe, di tanto in tanto colpisce il corpo dell’anatra facendola girare intorno alla lama della spada.
 
Antonio è deluso e questo gli fa vincere la paura. Quando il brigante lo fissa con il suo sguardo curioso, di sotto le sopraciglia cespugliose, si fa avanti:
 
- Eri tu che suonavi. Credevo fosse...- Antonio non termina la frase perché le mani del brigante son ferme e ha abbassato il violino, ma lui torna a sentire quella nota purissima e sottile.
 
Il brigante, uomo senza tempo, sorride al bambino:
 
- Lo senti...?- gli sussurra con sacralità inattesa guardando gli alberi del bosco. Antonio annuisce e il brigante gli fa cenno di avvicinarsi senza far rumore.
 
- È la voce degli alberi, siamo in pochi a sentirla.-
 
- Cosa dice?- sussurra Antonio.
 
- Non lo so.- risponde il brigante con un’ombra di tristezza.
 
- Sono vivi come noi?-
 
- Sono più vivi di noi, son fatti d'acqua e di sole e non hanno bisogno d’altro. Tutte le cose hanno una voce ma per noi è difficile sentirla: siamo sordi.-
 
Il brigante pizzica le corde del suo strumento traendone un accordo.
 
Il bambino è affascinato dalle parole del vecchio e allunga la mano a sfiorare la scorza di un pioppo come fosse la testona di un orsacchiotto.
 
- Hanno un’anima?-
 
Il brigante ride.
 
- La mia mamma mi diceva che io ho un’anima!- afferma Antonio con orgoglio.
 
- Giusto. Tutto quello che ha o ha avuto un corpo deve avere un’anima da qualche parte. Tua madre è morta?-
 
- No. È in paradiso con mio padre. La peste li ha presi tutti e due. -
 
Il brigante rutta e leva l’anatra dallo spiedo, brontolando:
 
- Quello prima ci fa e poi ci disfa. Ma io so perché ci ha creati, per sentire il sapore di un’anatra allo spiedo!- tende una coscia dell’anatra ad Antonio che è intimorito dalla troppo generosa offerta. L’uomo insiste filandogliela in bocca e Antonio la divorar e ne gode come di una leccornia da paradiso.
 
Per un minuto il bambino è tutto nella sua bocca, nella delizia del gusto, nella gioia del masticare e dell’inghiottire.
 
È così intento al suo pasto che non s’accorge che il brigante non c’è più.
 
- Posso tenere l’osso? Se no il mio amico Giacomo non ci crede che ho mangiato un’intera coscia di… -
 
Antonio s'interrompe guardandosi intorno, non c’è più segno del brigante come se lui e le sue cose si fossero smaterializzate, solo un po' di fumo si leva dai legni carbonizzati dove prima c’era il fuoco.
 
 
Capitolo5
 
DOVE PRIMA C’ERA IL FUOCO
 
Don Giuseppe si fa il segno della croce con gesti lenti.
 
- Era il demonio…- C’è tanta sicurezza nell’affermazione del prete che Antonio sorride. Guarda il figlio avvolto nella tonaca giallastra per lo sporco che si riempie come una campana al vento della sera e annuisce.
 
- L’anima lavora sui ricordi e li cambia. Tenni quell’osso d’anatra per anni e lo guardavo quando mi dicevano che avevo sognato. Di una cosa son sicuro: il gusto di quella carne arrostita. Lo sento forte in bocca ogni volta che ci penso. Forse è vero che Dio ci ha creato per conoscere il sapore di un’anatra allo spiedo.-
 
Una scintilla di malizia infantile brilla negli occhi del vecchio e don Giuseppe la coglie e sospira:
 
- Non scherzate su Dio.-
 
- L’ho pregato tanto di farmi incontrare di nuovo quel brigante con la viola. Non era il demonio, aveva uno sguardo... - il vecchio fissa negli occhi il figlio e poi scuote la testa – No, tu credi di capire e non c’è peggior modo di non capire, lui invece vedeva che le cose come sono misteriose, insondabili, come dev’essere un mondo uscito dalle mani di un dio. E noi pure potremmo essere molto di più che povere creature caduche viventi per espiare la colpa di Adamo.-
 
Don Giuseppe tace. Sa che è inutile ribattere al soliloquio del vecchio. Per lui il padre è rimasto quell’uomo dalla grande forza fisica che passava giorni e notti a levigare legni, a curvarli sulle forme roventi che levava dalle braci, a inciderli, a verniciarli, per poi appenderli sull’altana in mezzo alte trecce di cipolle e di aglio. L’uomo geniale, incomunicabile, che faceva cantare i violini come nessuno al mondo. L’uomo che dormiva coi suoi violini, che li accarezzava, che pareva avere un dialogo solo con loro.
 
L’uomo che un giorno gli disse che doveva entrare in seminario perché era interesse della famiglia avere un altro figlio prete. Lui che si era battezzato il giorno delle nozze.
 
Tuttavia gli era diventato grato per questo. Aveva evitato il duro lavoro di bottega e le schegge di legno nelle mani. Fare il servo di Dio era stato stupendamente meglio che fare il servo a suo padre.
 
Né aveva mai osato chiedergli come mai non fosse battezzato anche se qualcuno all’osteria gli aveva raccontato la storia di un certo Piacenza che faceva la guardia a Porta Padi, un giudeo intransigente e incorruttibile, soprannominato con sarcasmo Stradivèrt, strada aperta, proprio perché se non pagavi il dazio legale la strada era chiusa per tutti. Quest’uomo aveva una relazione con una delle donne che si vendevano sui barconi che facevano su e giù per il Po e che aveva partorito un figlio nel fango di un canneto. Un figlio di Piacenza, detto Stradivèrt. Così gli avevano detto e Giuseppe non aveva gradito quel racconto, non gli piaceva essere nipote di un giudeo non battezzato e di una puttana da canneto. Non ci aveva creduto anche quando un ubriaco gli aveva raccontato che dei mercanti avevano fatto cadere il Piacenza in un tranello per disonorarlo e che l’ebreo suo nonno si era ammazzato per il dispiacere.
 
Giuseppe aveva riso: era ben certo che un ebreo non poteva avere un onore e uccidersi per questo! Uno che aveva ucciso nostro signore Gesù Cristo!
 
Eppure aveva ascoltato affascinato il seguito che riguardava suo padre: il vecchio gli aveva detto che il figlio dell’ebreo, un bambino di nemmeno sei anni, era salito in cima al Torrazzo e aveva urlato che si sarebbe chiamato Stradivèrt e che quella città di merda sarebbe stata ricordata solo perché patria di Stradivèrt! Questo sì che concordava bene col carattere iroso e sanguigno di suo padre!
 
Vera o falsa che fosse quella storia, Cremona era diventata famosa per i violini e i più celebri erano quelli costruiti da Antonio Stradivari.
 
- Quella sera la sciura Maddalena, un po’ moglie un po’ serva di Pescaroli, il padrone della segheria, mi punì negandomi le mie cinque castagne e poi mi diede una gran sberla perché le mostrai ridendo l’osso d’anatra. Nessuno credette mai alla mia storia, anche Giacomo mi disse che l’avevo trovato per terra… -
 
Antonio si passa la mano sugli occhi per ravvivare i ricordi. Giuseppe gli sfiora la fronte:
 
- Padre, avete la febbre. È meglio che torniamo a casa.- Antonio prende quella mano con l’imperio di chi è abituato a comandare e gliel’abbassa.
 
- Non abbiamo mai parlato io e te. Pure sei l’unico che può capire.-
 
- Come volete, padre.-
 
C’è rassegnazione nelle parole del prete e pazienza, non interesse. Antonio leva la faccia al cielo della sera. Respira per liberarsi dall’irritazione e lascia che il fiume dei ricordi riprenda a scorrere.
 
- Per molte stagioni cercai il vecchio brigante senza mai ritrovarlo e i grandi pioppi rimasero muti, irridenti nel frusciare delle fronde. Quando potevo tornavo qui, già allora questo era l’albero più grande. Mi sembra che lui debba sapere, piantato sul fiume dall’inizio del mondo. Ho dentro quel suono ma lo sento svanire e ho paura di perderlo per sempre. Se potessi sentirlo almeno un’altra volta...- scuote la testa e resta muto a fissare l’acqua scura.
 
Don Giuseppe guarda la faccia del padre e gli sembra sconosciuta, mai vista. Quei lineamenti forti mandati a memoria una volta per tutte nell’infanzia hanno improvvisi nuovi significati. Non più il volto del potere, del comando senza possibilità di ribellione, ma la faccia angosciata di chi cerca ragione e conforto. Con una sensazione sgradevole di freddo il prete capisce di conoscere quella faccia: è quella della morte.
 
Antonio guarda oltre il Po, ai bastioni scuri e corrosi di Cremona dietro cui si ammassano i tetti dei palazzi e delle chiese dominate dal Torrazzo e riprende a narrare più a se stesso che al figlio, con voce bassa, cercando di provare ancora quelle emozioni lontane:
 
- Avrò avuto undici anni quando Pescaroli mi disse che l’indomani mi avrebbe portato nella sua bottega in città e piansi tutta la notte perché non conoscevo altra vita che quella fatta d’acqua e terra con i pioppi fruscianti, le grida degli uccelli e l’odore dell’erba…Il colore dell’acqua mi ricorda gli occhi umidi di una donna china su di me, forse mia madre.-
 
 
 
 
Capitolo6
 
FORSE MIA MADRE
 
La peste epidemica del 1630 ha lasciato una pesante eredità a Cremona.
 
Vent’anni dopo la tremenda moria di gente e di animali la città porta ancora evidenti i segni del disastro. Molte case sono cadenti, le fondamenta marcite dal Po, le porte bloccate con assi inchiodati a croce e le botteghe poche e misere.
 
È un grosso borgo rurale quello che appare agli occhi curiosi e un po' frastornati di Antonio Stradivari undicenne che cammina scalzo con una grossa bisaccia sulla schiena dietro il carro carico di legname, guidato dal suo amico Giacomo Bertesi, fattosi più grosso è tarchiato ma col suo continuo fisiologico sorriso sulle labbra.
 
A fianco di Giacomo siede Francesco Pescaroli con una giacca di velluto, una parrucca scolorita in testa e una spada alla cintura.
 
Entrano da Porta Padi dove fanno la fila altri carri e carriole e contadini con grappoli di polli e verdure per il mercato, tutti sottoposti all’ispezione e al pagamento del pedaggio da alcune guardie spagnole agli ordini di un ufficiale.
 
- Trentasei soldi.­-
 
Il contadino guarda incredulo la guardia e la sua mano tesa lo urta al centro del petto, prepotente.
 
Dietro a lui uno sgangherato carro dalle grandi ruote infangate fin oltre il mozzo. Seduti su sei sacchi di farina, una donna dall’aria malata e un bambino tutto occhi vestito con un sacco cui son stati fatti i buchi per la testa e le braccia, lasciando che l’orlo sbrindellato gli faccia da gonna.
 
- Sei sordo? Trentasei soldi di dazio. Sei soldi per ogni sacco di farina. Sei sacchi: sei, dodici, diciotto, ventiquattro, ventotto… trentasei, sulla parola. –
 
- Ma io la vendo a otto soldi il sacco, se ve ne do sei...-
 
- Te ne restano due, sulla parola.- sorride la guardia urtandolo più forte con la mano. Il contadino vacilla indietro e balbetta:
 
- Ma non l’ho ancora venduta. Dove li prendo i trentasei soldi?-
 
- Questi non sono affari miei. Ti sequestro i sacchi e quando paghi te li ridò.
 
- Ma così non li posso più vendere e neanche pagare!-
 
- Allora ci faremo qualche bella pagnotta per la gloria del re di Spagna. -
 
La guardia spintona il contadino afferrando uno dei sacchi di farina per scaricarlo. L’uomo ha una reazione di rabbia e afferra la guardia per un braccio:
 
- Così ci fate morire di fame!-
 
- Giù quella mano di merda! - ordina il soldato mentre accorre un’altra guardia che colpisce con l’archibugio il contadino in mezzo alla schiena.
 
L’uomo crolla sulle ginocchia senza più riuscire a respirare. La donna lo fissa impietrita dal sommo dei sacchi senza reazioni. Il soldato riallunga la mano per prendere un sacco e il bambino lo assale piantandogli i denti nella mano.
 
La guardia urla e cerca di ritrarsi dal morso ma trascina per terra il bambino che non lo molla, allora lo colpisce con un calcio mandandolo a rotolare lontano, animaletto senza vita, avvolto in un sacco che si macchia di sangue.
 
La gente non si muove, sembra non vedere. Aspettano tutti passivi che venga il loro turno. Il contadino si scaglia sulla guardia urlando:
 
- Bastardo assassino sanguisuga di uno spagnolo!-
Antonio guarda i soldati che afferrano l’uomo e gli strappano di dosso il vestito. Guarda l’ufficiale ordinare di frustarlo finché non griderà "viva il re di Spagna". Vede lo scudiscio abbattersi su quelle spalle magre e incrostate di sudicio e segnarle di sangue. Si affianca al carro e tira un lembo della casacca di Pescaroli che aspetta a capo chino e Giacomo gli fa cenno di non dire nulla, di non guardare.
 
La donna magra scende dal carro e va a raccogliere il corpicino del figlio. Se lo stringe al petto e mormora senza pianto, senza rabbia, senza tono:
 
- Viva il re di Spagna. Viva il re di Spagna. Viva il re di Spagna.-
 
Il contadino non parla e non reagisce più alle frustate.
 
- Magister – mormora Antonio livido di pena – ma è questo che fanno le guardie a Porta Padi? –
 
Pescaroli finge di non sentire.
 
L’ufficiale fa segno al soldato di smettere e afferra la vittima per i capelli sollevandogli la faccia. Lo lascia subito pulendosi la mano sui pantaloni della divisa. Ha una smorfia di disprezzo:
 
- Scaricate la farina e buttatelo sul carro. Non protesterà più. Avanti un altro.-
 
L’ufficiale saluta Pescaroli e gli fa segno di passare.
 
Pescaroli ricambia il saluto in perfetta normalità e Giacomo allenta le briglie al cavallo che si avvia.
 
Antonio resta imbambolato in mezzo alla strada a guardare il carro che si allontana e Pescaroli deve chiamarlo:
 
- Muoviti tu!-
 
Un soldato gli dà una manata sulla schiena costringendolo a correre dietro il carro. Giacomo alza le spalle cominciando a fischiettare. Antonio si volta verso i contadini in attesa davanti ai soldati: tutto è normale, quotidiano.
 
Antonio cammina al centro della strada, incurante di sguazzare nel rigagnolo di scolo a cui affluiscono i rifiuti delle case prima di finire nella Cremonella e si volta di nuovo a guardare quelle guardie. Giacomo si sporge verso Antonio e gli soffia:
 
- Quelle non sono guardie, sono spagnoli…-
 
Un asino raglia affacciato a una finestra del pianterreno di una catapecchia e Giacomo ride:
 
- Cremona ti dà il benvenuto! –
 
Antonio gli fa una linguaccia mentre il carro si infila in mezzo alle case di Cremona: uomini e animali vivono in simbiosi Galline e oche becchettano e starnazzano chiuse in recinti davanti alle porte, un maiale grufola col naso piatto dentro il rigagnolo di scolo guardato da vecchie intente a filare canapa o a sgrassare pentole con cenere e sabbia.
 
Sulle altane, fra i tetti in coppi, panni di ogni foggia e colore asciugano al sole insieme a trecce di meliga.
 
Antonio segue il carro, naso all’aria, curioso di tutto quel movimento.
 
- Ehi, Antonio, lo sai come si chiama questa strada?- lo apostrofa Giacomo da cassetta - Strada Zanna... crrr! Qui quelli come te li sbranano! -
 
Antonio gli fa una boccaccia e non s’avvede di una catinata d’acqua sudicia che una donna scaraventa giù da un balcone cogliendolo in pieno. Bertesi ride mentre Pescaroli guarda su con aria di disapprovazione.
 
- Che maniere! Il piscio si butta dopo il vespro! –
 
Il carro entra nella piazza del Comune e Antonio si ferma e compie un lento giro su se stesso per riempirsi gli occhi di quella perfezione architettonica. Torce il collo all’insù seguendo lo slancio purissimo del Torrazzo e s’incanta sul maestoso rosone che orna la facciata della Cattedrale.
 
Pescaroli sorride incuriosito
 
- È la platea Major, questo è il palazzo del Comune, quello è il Duomo e laggiù il Battistero. Ci sei già stato da piccolo, non te lo ricordi?- Antonio continua a girare su se stesso, estasiato.
 
Quando il carro entra, lento e pesante nella piazza di S.Domenico, Antonio Stradivari è seduto a cassetta accanto a Pescaroli che gli indica la vecchia chiesa:
 
- Quella è San Domenico e questa e l’isola dove c’è la mia bottega.-
 
- Perché isola? Non vedo acqua, magister. - Pescaroli ride:
 
- È un’isola senza acqua. Si chiama così da sempre, forse perché è un blocco di case isolato dal resto della città dalla strada Magistra e dalla contrada dei Coltellai.-
 
Giacomo ferma il carro oltre la piazza, in una strada larga che si
 
stringe verso il fondo. Ad angolo c’è una bella bottega da fale- gname con due porte. Pescaroli la indica ad Antonio:
 
- Quella è la mia bottega. Lavorerai qui e dormirai su, nell’altana.-
 
Da una delle due porte d’angolo esce un garzone sui diciott’anni, muscoloso e ben in carne, sporco di segatura. Ha lineamenti regolari, ma il suo sguardo torvo, il suo tenere la testa reclinata di lato, dà un’impressione sgradevole.
 
Antonio, eccitato, salta giù dal carro senza badare al rigagnolo di scolo. Ci finisce dentro e schizza di fango il garzone che lo colpisce con un brutale manrovescio salutando Pescaroli.
 
- Ben tornato, magister, -
 
Pescaroli risponde al saluto con un cenno del capo. Non guarda Antonio che è rimasto a terra rintronato dallo schiaffo. Ordina:
 
- Scaricate. Quel pacco, mettilo all’asciutto che è tutta carta bianca olandese. Il legname nel cortile e le tavole d’acero e d’abete già stagionate da Amati. - indica la bottega accanto alla sua sormontata da un’insegna su cui è intarsiato il nome di Nicolò Amati, il più famoso liutaio di Cremona.
 
Antonio si rialza, le mascelle strette e i pugni chiusi, si butterebbe d’istinto contro il garzone due volte più grosso di lui ma Giacomo lo ferma mettendogli fra le braccia un sacco e indicandogli con un sorriso ironico il primo piano sopra la bottega:
 
- Portalo dalla sciura Maddalena e mentre vai su fatti furbo, va!-
 
Antonio obbedisce a fatica, traballando sotto il peso del grosso sacco.
 
 
 
 
Capitolo7
 
IL PESO DEL GROSSO SACCO
 
L’ultimo raggio di sole illumina la punta del Torrazzo e smuore. Alla prima ombra della sera le botteghe chiudono, si sprangano porte e finestre, si raddoppiano le guardie davanti ai palazzi patrizi e per centinaia di miserabili inizia la corsa al posto buono per dormire: un angolo meglio riparato, un pollaio abbandonato, un fienile vuoto. Le guardie dei nobili vestono divise sudice e logore e non hanno alcuna distinzione militare oltre all’arroganza.
 
Le tre osterie della città accendono le lanterne appese sulle porte e lo stesso fa il postribolo sotto l’arco, dietro il Battistero che con le due fumose faci che bruciano appese contro la facciata del palazzo Comunale, sono le uniche luci che ha Cremona di notte.
 
Decine di artigiani si trovano nelle osterie per bere un bicchiere di rosso, fare un giro di carte e scambiarsi i pettegolezzi della giornata. Quando fa buio tutti si chiudono nelle proprie case e non ne escono più fino all’alba. La notte è nemica della gente perbene. Le strade buie risuonano del passo cadenzato delle ronde e di qualche voce ubriaca o blasfema. Il suono delle ruote di una carrozza, preceduta e seguita da bravi con lanterne e archibugi, dice che un nobile sta uscendo o rientrando.
 
Antonio, stanco, si regge a stento sulle gambe e sale gli ultimi scalini ripidi che portano all’altana coi denti stretti per obbligarsi alla fatica. Segue come un ciuco alla barra, l’ampio deretano di Maddalena e l’ondeggiare dell’alone di pallida luce della lanterna in coccio che lei tiene con la mano sinistra all’altezza del ventre. Dietro a lui c’è Giacomo che cerca di consolarlo.
 
- Tu sei la guardia di tutto. Da qui sopra domini la città. Vedrai che bello!-
 
Maddalena apre il cancello che dà sul terrazzo incastonato tra i tetti, pieno di mazzi di pannocchie di meliga legate a seccare. Su un lato, sottotetto, è stato ricavato uno stanzino con una parete in assi grezze e una porta. C’è anche un buco quadrato che fa da finestra, senza ante, con una logora coperta da cavallo appesa come tenda.
 
Maddalena alza il lume a illuminare un crocefisso di bronzo inchiodato alla parete e indica un grosso sacco pieno di foglie di granturco.
 
C’è un buon profumo di secco e Antonio sente di nuovo il piacere di una tana, di un posto asciutto in cui dormire e l’abbandonarsi a qualcuno che si occupa di lui.
 
- Ecco qui. Starai come un papa. Se hai freddo domani ti porto una coperta, per stanotte arrangiati con questa.- muove la vecchia coperta appesa davanti alla finestra mettendo in fuga due scarafaggi.
 
Maddalena li schiaccia con una mano rivelando un’insospettabile prontezza di riflessi e poi la poggia sui capelli di Antonio, pieni di segatura, in una ruvida carezza.
 
- Hai paura degli scarafaggi? Non mordono mica, eh?-
 
Antonio annuisce sotto il peso della manona e guarda il largo volto grasso di Maddalena come un cucciolo che vuol essere grattato. Maddalena corregge subito il proprio atteggiamento affettuoso vergognandosi della debolezza.
 
- All’alba, in bottega. Avrai una fetta di pane e di sera una scodella di zuppa calda, ma questa cuccagna te la devi guadagnare. Il Francesco è di cuore buono e tu sei un ragazzo sveglio. Spero per te che abbia anche voglia di lavorare se no ti butto in strada a morire di fame.-
 
Maddalena tasta le pannocchie per sentire se son ben seccate e Giacomo sussurra ad Antonio che si è buttato sul saccone di foglie e chiude gli occhi.
 
- La sciura Maddalena dice così ma è brava. Devi stare attento invece al Gian Giacomo Capra. Oggi ti ha dato uno schiaffo ma è capace di tirarti fuori le budella a calci. Non so perché è così. -
 
Antonio annuisce ma sta già dormendo. Giacomo si stringe nelle spalle:
 
- C’è chi nasce buono e chi nasce cattivo. Lui è nato cattivo...-
 
 
 
 
Capitolo 8
 
LUI E’ NATO CATTIVO
 
Il grosso gallo nero starnazza fin sulla cima delle assi d’abete impilate sotto la tettoia del cortile dietro la bottega di Pescaroli e poi gonfia il collo e chiama il sole. Al terzo canto l’aria schiarisce in rosa e i garzoni levano le ante alle porte e alle finestre e si sente rumor di raspe e di seghe.
 
Si affacciano nello stesso cortile, separato in due zone da una bassa staccionata irregolare, i retri di due botteghe di liutai, una di fronte all’altra e, pur avendo le entrate principali sui lati opposti dell’isola, hanno il magazzino in comune.
 
La bottega di Nicolò Amati, il più famoso liutaio di Cremona, contigua alla bottega di Pescaroli, è la più grande con quattro finestre dai vetri opachi e una larga porta. Sulla soglia Nicolò si liscia i capelli bianchi guardando il cielo per trarne una previsione in un gesto che sa d’abitudine. Rientra, s’infila un pesante grembiule di cuoio e dice ad un lavorante:
 
- A mezzogiorno bisogna tirar via i violini dall’altana che nel pomeriggio piove.- poi torna fuori.
 
Un uomo sulla trentina, bruno, vigoroso, lo saluta dall’altra bottega continuando a levigare un violino con un mazzetto di asprella. Tiene in braccio lo strumento col gesto amoroso di una madre:
 
- Magister Nicolò, ben alzato. Stanotte su da me non s’è chiuso occhio! -
 
- Ancora niente, Andrea? -
 
-Solo lamenti ma non esce fuori nulla, tanto che la levatrice le si è addormentata sulle cosce. -
 
- Forse è un buon segno, Andrea. Se ci pensa su prima di nascere sarà un figlio giudizioso.-
 
- Ho paura che se ci pensa troppo sarà figlio per il becchino. –
 
Un urlo lacerante di donna fa scappare il gallo e volgere il capo ad Andrea Guarneri verso una finestra al secondo piano.
 
Il secondo urlo sveglia Antonio che si alza dal suo giaciglio annaspando nella coperta da cavallo che lo avvolge. Agita le braccia ed emerge alla luce. Al primo sguardo non ricorda dov’è, poi corre giù per la ripida scala rischiando di cadere.
 
Il pianto forte di un neonato riempie il cortile e una donna si affaccia dal secondo piano, sopra la testa di Andrea Guarneri e mostra un bimbetto appena nato e ancora sporco di bava e di sangue.
 
- Magister Guarneri, è maschio!-
 
Antonio sbuca in cortile col fiatone e con le lacrime agli occhi. È tardi, è l’ultimo, gli altri son già tutti in bottega.
 
Sbatte contro le grosse gambe di Maddalena e si aggrappa alle sue gonne per non cadere. Vuole pregare, scusarsi, promettere, ma la donna lo spinge dentro senza guardarlo neppure:
 
- Il tuo pane è lì. Ti fa vedere Bertesi.- e avvita con forza un succhiello nel tappo di una polverosa bottiglia di vino. Stappa serrando la bottiglia fra le cosce e attraversa il cortile incitando il marito a seguirla:
 
- Questo è un rosso di prima della peste. Bisogna darne un bicchierino al piccolo che così non si ammala più. –
 
Pescaroli sorride e annuisce seguendo la moglie. Ammicca a Nicolò:
 
- Facciamole compagnia, così non ci ammaleremo più neanche noi. –
 
Giacomo tira Antonio verso il banco da falegname, oltre lo scaffale di noce che sta intagliando:
 
- Ti è andata bene che è nato un figlio a Guarnieri dopo il canto del gallo. Non sperare che capiti tutte le mattine, però. Il pane e lì.-
 
Antonio allunga la mano per prendere la bella fetta di pane nero fragrante poggiata su un canovaccio e per poco non se la trova inchiodata sul banco. Uno scalpello da legno si pianta nel pane con forza omicida:
 
- Da quando in qua l’ultimo arrivato si serve per primo?-
 
Gian Giacomo Capra scosta Antonio con una manata e stacca lo scalpello dal banco. Prende il pane e lo spezza in mezzo guardando Antonio con scherno.
 
- Tu sei la metà di me e mangi la metà.- stacca un boccone dalla parte sua e butta l’altra davanti ai piedi di Antonio che non la raccoglie. Gian Giacomo esce calpestando la mezza fetta di pane sul pavimento.
 
Antonio si volta verso Bertesi che lo fissa con quell’irritante ombra di sorriso che ha sempre sulle labbra.
 
- Anch’io gli dò la mia metà. Lui è più grosso.-
 
- Non vedo che ci sia ridere!- sbuffa Antonio raccogliendo il poco pane recuperabile.
 
- Io non rido mica! - protesta Giacomo - Ho quasi voglia di piangere! - la sua faccia ha un’espressione così buffa in bilico tra la sua naturale disposizione al sorriso e il corruccio che Antonio sente la rabbia mutarsi in allegria.
 
Pescaroli torna in bottega e batte le mani incitando al lavoro:
 
- La festa è finita. Tu Bertesi continua quel ricciolo seguendo il disegno, come t’ho insegnato. Mi raccomando: mano leggera e ferma. Tu Stradivari prendi la scopa e raccogli la segatura con quella paletta. La metti in quel sacco e attento a non sprecarla, poi fai la punta a quelle matite, con garbo, che sono grafite di Cumberlano.-
 
Giacomo prende una sgorbia e si avvicina allo scaffale mezzo lavorato riprendendo lo scavo di un ricciolo di perfetta forma a spirale, seguendo con attenzione il segno della matita fatto da Pescaroli. Antonio resta a guardarlo, attento.
 
Bertesi spinge fuori, tra le labbra serrate, la punta della lingua e lavora con notevole abilità.
 
- Guarda se vuoi, ma muovi le mani!- dice Pescaroli mettendo fra le mani di Antonio una scopa di saggina. Il ragazzo annuisce e comincia a raccogliere la segatura che infarina di giallo il pavimento.
 
Pescaroli si mette al lavoro con una sgorbia. Le sue mani sembrano magiche agli occhi sgranati di Antonio che muove la scopa giusto per far contento il padrone ma non stacca lo sguardo dall’agile morbido muoversi della punta del ferro che toglie il di più dal legno facendo emergere uno scolpito che sembra preesistere.
 
Quando il sole sta tramontando lo scaffale è tutto intagliato ed è bellissimo. Pescaroli lo guarda soddisfatto e controlla i riccioli scolpiti da Giacomo:
 
- Buon lavoro, Bertesi, buon lavoro. Hai una buona mano. Ce n’è ancora uno da intagliare e poi cominciamo gli intarsi.-
 
La porta del retro si spalanca ed entra Antonio, piegato in due al
 
limite della rottura della schiena, sotto il peso di un altro scaffale. Gli cammina dietro Gian Giacomo Capra che guida Antonio reggendo l’estremità del mobile con una mano.
 
Gian Giacomo tira i piedi dello scaffale facendo vacillare Antonio, comandandolo come fosse un somaro:
 
- Looh, giù, bello giù! Dove vuoi portarlo, fino a Parma? -
 
Pescaroli solleva lo scaffale dalla schiena di Antonio che si raddrizza con una smorfia di dolore, e lo posa in mezzo alla bottega.
 
- Perché non provi ancora, Gian Giacomo. Guarda che bei riccioli che ha fatto il Bertesi. Non è difficile, ci vuole solo un po' di pazienza. –
 
Gian Giacomo Capra non guarda lo scaffale, guarda Bertesi e lo deride:
 
- Certo, magister, se lo fa lui non deve essere difficile. Ma la pazienza è degli asini.- Pescaroli sente la voglia di schiacciare un pugno su quella faccia arrogante ma si contiene:
 
- È per tuo padre. Vorrebbe tanto che imparassi un mestiere.-
 
- Lo so. È una vita che mi dice che sono un cretino e che devo almeno imparare un mestiere. Almeno uno come il vostro, magister.-
 
Pescaroli serra le mani con rabbia ma riesce ancora a dominarsi, gli risponde seccato:
 
- Tuo padre ha ragione…- ed esce dalla bottega a grandi passi per non picchiarlo.
 
Gian Giacomo incontra la faccia sorridente di Bertesi e gli allunga una pedata su uno stinco:
 
- Che ridi, imbecille! -
 
- Guarda che non ride, ha proprio la faccia così.- dice Antonio e Gian Giacomo Capra li afferra entrambi per la camicia, li solleva da terra soffiando loro sul muso:
 
- Da culo! Avete delle facce da culo! E dite sissignore!- Subito Bertesi accetta e balbetta:
 
- Sissignore. - Capra lo lascia andare col sedere sul pavimento e solleva più in alto Antonio:
 
- Dì sissignore!- Antonio è spaventato ma serra le labbra con ostinazione. Bertesi lo supplica:
 
- Antonio, dillo, dillo! - gli occhi di Gian Giacomo Capra brillano di cattiva gioia mentre scuote Antonio con violenza:
 
- Dì sissignore. –
 
Antonio fissa il suo sguardo in quello malvagio del suo persecutore ma non parla. Gian Giacomo porta Antonio di peso verso il braciere che sta fumigando in un angolo e gli dice:
 
- Dì sissignore, ho una faccia da culo Se no te l’arrostico che non ti siedi per un mese! -
 
-Diglielo, Antonio, che t’importa? Guarda che lo fa davvero!-
 
- Dillo: ho una faccia da culo! – ordina Gian Giacomo minaccioso.
 
Bertesi allunga una mano verso Capra ma non osa intervenire. Il grosso garzone avvicina la schiena di Antonio al braciere con sadica lentezza spiando le reazioni di terrore sulla faccia del ragazzo.
 
- Sissignore! Ho una faccia da culo! Dillo! -
 
- Hai una faccia da culo…- mormora Antonio.
 
- La zuppa, ragazzi! basta giocare!- la voce squillante di Maddalena salva Antonio dalla scottatura. Gian Giacomo lo getta a terra con una smorfia di rabbia e poi sorride al donnone che posa sul banco una pentola di terracotta piena di minestra bollente da cui emerge il manico di un grosso mestolo di legno.
 
- Le ciotole, Bertesi!- comanda Maddalena e Giacomo corre felice a prendere due grosse ciotole e due cucchiai da un armadio.
 
- Non c’è quella di Antonio, adesso siamo tre!-
 
- C’è, c’è - risponde la donna tirandone fuori una nuova di zecca dall’ampia tasca che porta appesa sotto la prima gonna - Eccola qui.- si pesca qualcosa tra le grandi poppe e tira fuori un terzo cucchiaio di legno - E questo è il cucchiaio. Tienilo bene che deve durarti per la vita.- Antonio prende il cucchiaio con solennità, quasi un’investitura.
 
Maddalena riempie le tre ciotole di minestra di verdure, sopratutto fagioli, con mestolate ampie e gesti da benefattrice.
 
- E sia lodato Gesù Cristo.- conclude andandosene con la pentola.
 
- Sempre sia inchiodato.- risponde Gian Giacomo Capra a mezza bocca, con la cantilena ecclesiale.
 
Maddalena finge di non sentire la bestemmia. Antonio mangia con affanno, scottandosi la bocca e guardando Capra di sottecchi temendo che gliela porti via.
 
Il garzone si diverte a lasciarlo nella paura per un po' mangiando dalla propria ciotola, a tratti bevendo la minestra con rumore da truogolo, poi si riempie la bocca di fagioli, li mastica e li sputa nella minestra di Antonio che si scosta schifato.
 
- Non la vuoi più? - chiede ironico e senz’attendere risposta vuota la ciotola di Antonio nella propria. Esce mangiando e ridendo:
 
-Sempre sia inchiodato Gesù Cristo.- Antonio è rimasto immobile. Bertesi sospira e poi versa un poco della sua minestra nella ciotola vuota di Antonio:
 
- Guarda che ti è andata bene. Quello è matto. T’ammazza. Non prenderlo di punta. –
 
 
 
 
Capitolo9
 
NON PRENDERLO DI PUNTA
 
La luna sopra il Torrazzo sembra il punto su una “i” gigante tesa verso il cielo.
 
Antonio è troppo stanco e non riesce a dormire. Le mani sono tutte piagate e ci alita sopra per sentire sollievo. Esce sull’altana e curiosa con lo sguardo fra i tetti, spiando i pezzi di strada che riesce a scorgere sporgendosi oltre la fila di coppi che gli fa da ringhiera. È un panorama di buio su buio intagliato in argento dalla luce lunare. Qualche finestra ha un riflesso di candele o di lucerna. Ha fame e stacca qualche chicco di mais dalle pannocchie intrecciate cercando di masticarlo. Si fa male la bocca e lo inghiotte come una gallina, aiutandosi con un movimento del collo.
 
Una delle finestre di una casa di fronte si illumina del lieve chiarore di una candela e Antonio vede una signora, seguita da una ragazza dai capelli scuri, poggiare su un tavolo un candelabro a tre fiamme. La donna chiude le ante interne della finestra e interrompe la visione di Antonio che si stacca dai coppi e non sente più il dolore delle mani.
 
Giacomo Bertesi sta lavorando di sgorbia con attenzione, la lingua tra i denti, scolpendo uno dei riccioli nel legno fermato contro il banco. La mano di Capra lo colpisce al mento dal basso in alto, facendogliela mordere.
 
La lama della sgorbia fa un brutto segno sul legno mentre la bocca del ragazzo si riempie di sangue. Gian Giacomo ride indicando il ricciolo rovinato:
 
- Quando lo vede il padrone te la fa mordere di nuovo! -
 
Gli occhi di Bertesi si riempiono di lacrime ma non protesta e subito si rimette al lavoro per cercare di rimediare all’errore, inghiottendo saliva e sangue.
 
Antonio inginocchiato sul pavimento intento a mettere segatura e trucioli dentro un sacco ha veduto tutto ed è lesto a evitare il calcio che gli allunga Gian Giacomo passandogli accanto.
 
Si odono delle voci avvicinarsi dalla strada e Pescaroli apre la porta cedendo il passo all’uomo che è con lui.
 
- Accomodatevi, architetto, accomodatevi. Gian Giacomo, c’è tuo padre. -
 
Il garzone si passa le mani sulle brache e guarda il padre con un sorriso ironico, si inchina:
 
- Quale onore. -
 
- Don Alessandro, sedetevi, vi prego. Maddalena, una bottiglia di quelle di prima della peste! –
 
L’architetto Alessandro Capra, uno dei più famosi e stimati matematici della Lombardia, scruta suo figlio sperando di trovare in lui un cambiamento ma il sottile senso di nausea che gli muove le viscere ogni volta che lo vede gli ripete che è una speranza inutile.
 
- Non fare il buffone come il solito...- si limita a dirgli e Gian Giacomo torna ad inchinarsi sarcastico.
 
- Sì, padre.-
 
Afferra una pialla e inizia a lavorare una tavola. Pescaroli gli fa cenno di smettere ma l’architetto lo interrompe con una smorfia di rassegnazione per invitarlo a lasciar perdere e si lascia andare su una panca scuotendo la testa.
 
Entra Maddalena con una bottiglia di vino, il cavatappi già piantato nel sughero e due tazze di legno che regge l’una contro l’altra con le dita sporche. Le poggia davanti al marito e all’architetto che accenna ad alzarsi:
 
- Comodo, architetto. Comodo.- Serra la bottiglia fra le cosce e stappa con un bello schiocco asciutto.
 
Pescaroli prende la bottiglia dalle mani della donna e versa da bere. L’architetto assaggia il vino e fa schioccare la lingua in segno di compiacimento:
 
- Buono! -
 
- Eh, non c’è più il vino di una volta! Stavate dicendo, architetto, del testamento di Bordiga…-
 
- È un interessante caso di divisione ereditaria: Giovanni Bordiga, morendo ha lasciato tre figli, undici cavalli e un testamento che destina un mezzo dei cavalli al primo figlio, un quarto degli stessi al secondo e infine un sesto al terzo. Nessuno dei tre figli vuole vendere o ammazzare un cavallo per dividerselo e il notaro non sa come fare perché undici non é divisibile né per due né per quattro né per sei..-
 
Antonio si alza da sotto il banco e interviene con infantile impudenza:
 
- Basta che qualcuno presti un cavallo al notaro così i cavalli diventano dodici ed è facile dividere. Una metà, cioè sei, al primo figlio, un quarto, ossia tre al secondo figlio e un sesto, vale a dire due, al terzo figlio. Poiché sei più tre più due fa undici resta giusto un cavallo che il notaro può restituire a chi gliel’ha prestato. –
 
Alessandro Capra guarda stupito quel ragazzino sporco di segatura fino alla bocca
 
- Undici più…. Accidenti, bravo! - gli accarezza i capelli, poi chiede a Pescaroli- Dove l’hai preso? Questo è uno che dovrebbe andare a scuola. -
 
- Questo è il figlio di...- Pescaroli abbassa la voce e sussurra una parola all’orecchio di Alessandro Capra che annuisce -... e deve guadagnarsi il pane.-
 
- Eh già. Peccato. Chi ha i denti non ha il pane e viceversa, vero Gian Giacomo?- conclude con un sospiro di rammarico Alessandro guardando il figlio che continua a piallare l’asse con rabbia.
 
- Sono venuto per dirti che il Cerioli accetta le nozze. Sposerai Susanna e io ti aprirò una bottega da marangone: per vivere dovrebbe bastarti.-
 
Pescaroli tende una mano verso Gian Giacomo:
 
- Allora auguri e figli maschi.- Il garzone stringe quella mano con un po' di ritardo e risponde con voce piena di rancore:
 
- È quello che devono aver detto anche a mio padre prima che nascessi io. Porta male, magister. -
 
Nessuno risponde alla cupa battuta e Alessandro Capra si alza a disagio:
 
- Adesso devo andare. -
 
- Vi accompagno, architetto. prego.-
 
Pescaroli si affretta a tenergli aperta la porta della bottega. Alessandro Capra alza gli occhi sul figlio in un improvviso violento bisogno di comunicare ma come incrocia il suo sguardo sente che gli è fisicamente impossibile. China gli occhi ed esce seguito da Pescaroli.
 
Gian Giacomo si volta verso Antonio con la nausea che ha succhiato dallo sguardo del padre:
 
- Così tu hai i denti eh? Beh, per poco ancora, figlio di nessuno... non sai neanche chi era tua madre. Devi essere nato da qualche troia nella melma del Po...-
 
Gian Giacomo non si aspetta l’attacco del piccolo Antonio che gli si tuffa addosso gridando:
 
- Io mi ricordo benissimo di mia madre che era bellissima!
 
Gian Giacomo cade all’indietro e batte la testa contro lo spigolo di uno degli scaffali che sta scolpendo Bertesi che urla di paura.
 
Gli cola sangue sull’orecchio e colpisce con un pugno lo stomaco di Antonio che si piega in due vomitando nella segatura. E poi a calci lo fa rotolare tra le pile delle assi.
 
- Così lo ammazzi!- urla Bertesi cercando di strapparlo indietro. Gian Giacomo si rivolta con un ringhio e rovescia il ragazzo con uno schiaffo:
 
 
 
- Lo voglio ammazzare, lui e tutti quelli che si credono meglio di me!- afferra una mazza dal lungo manico ma prima che possa sollevarla Bertesi con un urlo folle, i muscoli tesi e duri, gli punta una sgorbia alla gola.
 
Gian Giacomo ansima come un porco che stia per essere sgozzato poi un osceno sorriso gli illumina il volto e sfida la punta del ferro spingendo la gola verso di esso, ferendosi e costringendo Bertesi ad abbassarlo per non sgozzarlo.
 
- Forza coniglio! piantamelo in gola, coniglio! Fai vedere chi sei!- Bertesi trema davanti a tanta furia e l’altro gli strappa la sgorbia dalla mano. Sembra che voglia piantargliela nella pancia ma poi la getta sprezzante nella segatura:
 
- Tanto uscirebbe solo merda!- gli sputa in faccia e se ne va sbattendo la porta.
 
Antonio ha un braccio gonfio e un dito fracassato. Riesce a mettersi sulle ginocchia. Bertesi si sente svuotato e stanco e crolla in ginocchio anche lui.
 
Si guardano e si abbracciano, le facce rigate di lacrime.
 
 
 
 
Capitolo 10
 
LE FACCE RIGATE DI LACRIME
 
Maddalena entra nella bottega, con la pentola della minestra.
 
Pescaroli sta steccando il dito rotto di Antonio stringendoglielo tra due assicelle che lega con una corda di violino.
 
Antonio ha una smorfia di dolore e Pescaroli gli sorride:
 
- Non è niente! Con questa coscia squarciata da un’archibugiata ci ho fatto trenta miglia!- e si batte una manata sulla gamba zoppa mentre Maddalena sbuffa:
 
- Venite a mangiare che si fa notte.-
 
- Chi vi ha sparato, magister? -
 
- Un ferrabutto che non sapeva usare bene il fucile altrimenti non sarei qui a raccontarlo. Si era nel Quarantotto e avevamo appena rotto l’assedio di quei bastardi di Gallo-Sardi-Estensi che ci avevano tirato centomila palle di cannone sulle case. Io avanzavo nel bosco con la spada in pugno quando mi si parò davanti all’improvviso il ferrabutto a non più di quattro passi con l’archibugio imbracciato. Bum! Una fiammata che ci vidi nero. Mi sentii andar giù come un sacco mentre nella testa mi rimbombava il De Profundis e avevo la spada di fuoco dell’arcangelo dentro gli occhi. Quello credette che fossi morto e invece mi aveva solo squarciato una coscia. Si chinò a guardare e io zac! gli infilai tutta la spada in mezzo alle gambe su fino in gola.-
 
- Tanto che non riusciva più a sfilarla, vero magister?- commenta Bertesi guardando Antonio per vedere se si è impressionato.
 
-A te l’ho già raccontata questa storia. eh?...-
 
- Un paio di mila volte...- sorride Maddalena riempiendo le ciotole con mestolate di verdure bollite. La ciotola di Gian Giacomo Capra resta capovolta sul banco.
 
- Il Capra si sposa e non viene più. Sia lodato Gesù Cristo.-
 
Bertesi scambia un’occhiata con Antonio e poi entrambi rispondono con entusiasmo:
 
- Per sempre sia lodato!- ridono e anche Pescaroli ride con loro.
 
La punta a cucchiaio della sgorbia scava un sottile nastro di legno seguendo il profilo di una spirale abbozzata sul riccio di uno dei montanti dello scaffale fissato al banco da morse di noce. Pescaroli muove la sgorbia con mano abile e Antonio ne segue il movimento con attenzione.
 
- Ecco, adesso prova tu. Mano ferma, pressione decisa e costante. Prova. Segui il disegno. -
 
Antonio prende la sgorbia con la mano sana e aiutandosi con l’altra dal dito steccato preme nel solco già avviato da Pescaroli. Scava un bel ricciolo dallo spessore uniforme.
 
- Bravo. Hai la mano. Quel somaro di Gian Giacomo non c’è mai riuscito. È strano come da un grand’uomo possa nascere un tale imbecille.-
 
- Magister, come fate a disegnare spirali così perfette?-
 
Pescaroli si gratta la punta del naso, incerto, sbirciando quel marmocchio che lo fissa con aria intensa.
 
- Vieni qui. Anche se non sai leggere magari i disegni li capisci.-
 
- Non so leggere le parole ma i numeri sì. E li so anche sommare! - afferma orgoglioso Antonio.
 
- Bravo. E chi te l’ha insegnato?-
 
- La mia mamma! Me li scriveva sulla sabbia bagnata del fiume.-
 
Pescaroli apre un cassetto e prende delle carte che manovra con cura. Sono coperte di disegni, di scritte e di numeri. Ne sceglie una su cui sono disegnate delle spirali.
 
- Guarda senza toccare. Questa è la spirale detta del Vignola e io la adopero per dare la forma esterna ai ricci.-
 
Antonio punta un dito al centro di uno dei disegni:
 
- Qui c’è un cerchio diviso in otto parti uguali e da ogni spicchio nasce una riga...- Antonio apre pollice e indice creandosi un compasso e controlla le distanze sorridendo - Ah ecco! La distanza della prima riga si riporta sulla seconda, poi la seconda sulla terza e così via. Unendo i punti si fa la spirale.-
 
Francesco Pescaroli lo guarda stupito:
 
- Se non t’avessi visto crescere nel fango del Po penserei che sei andato a scuola. Guarda: questo è un compasso. Così si fanno dei cerchi perfetti. Serve anche per riportare le misure. Questa è la spirale di Archimede, la adopero per fare le chiocciole. -
 
- E’ un artigiano di Cremona?-
 
- Chi? Archimede? No, è uno che è morto. Non credo che fosse di Cremona. Immagina che la riga giri come la pertica infilata in una mola mentre tu ti sposti lungo la pertica a una velocità sempre uguale. I tuoi piedi disegnerebbero per terra una spirale come questa...-
 
La nota acuta di un violino. Antonio si volta di scatto verso la porta che dà sulla strada. Il cuore gli frulla nel petto mentre vivida torna in lui l’immagine un po' sognata del brigante accanto al fuoco e il ricordo infantile di quel suono puro che sembrava venire dagli alberi.
 
Pescaroli non si avvede di aver perso l’attenzione di Antonio e seguita a parlare chino sulle sue carte:
 
-. . . puoi fare tante spirali diverse spostandoti più in fretta o più adagio lungo la pertica...
 
Antonio non ascolta più la voce di Pescaroli ma solo quella nota che sale e scende, sale e scende e poi gorgheggia, si spezza e riprende.
 
Esce dal la bottega come in trance, attratto dal suono, e Pescaroli continua la sua spiegazione senza accorgersi che se n’è andato.
 
Il suono diventa musica, un pezzo di bravura suonato su un buon violino da mano maestra e proviene dalla bottega di Nicolò Amati, davanti alla quale è ferma una carrozza.
 
Antonio sbircia da sopra una catasta di assicelle impilate accanto all’uscio: c’è gente elegante nella bottega del liutaio. Gente con la parrucca e uno di loro sta suonando un violino nuovo di zecca.
 
Nicolò Amati ascolta compiaciuto, passandosi le mani sul cuoio del grembiule.
 
Antonio fissa affascinato il violino lucido e la mano curatissima del suonatore, così agile e misteriosa nei suoi piccoli frequenti spostamenti lungo il manico dello strumento mentre l’altra muove l’archetto con leggerezza e potenza insieme.
 
È una folgorazione. Quel piccolo magico lucido bellissimo oggetto di legno ha dentro un po' di quella voce che temeva di non sentire mai più.
 
Il suonatore posa il violino nella sua cassa di conserva e chiude il coperchio. Ne prende un secondo e inizia a suonare.
 
Antonio è come sospeso mentre i suoi occhi si riempiono di lacrime. Felicità mischiata a una sensazione di inadeguatezza.
 
Antonio si guarda le mani, scure di sporco, screpolate, già callose e rovinate dalle canne e dai mille ruvidi contatti quotidiani, così diverse da quelle bianche e curate del violinista.
 
Ma non vuole suonare quello strumento, lui vuole costruirlo e dargli voce. La più bella voce del mondo.
 
Uno dei gentiluomini butta sul banco di Amati delle monete d’argento che brillano e tintinnano ma non distraggono Antonio dalla sua tensione verso il violino che è stato riposto nella sua cassa.
 
La mano forte di Pescaroli si abbatte sulla sua nuca in un sonoro scappellotto:
 
- Primo non si spia in casa d’altri. Secondo - e il secondo scappellotto scuote Antonio dal suo incanto - quando io parlo tu devi ascoltare. Terzo - Antonio arretra evitando il terzo colpo - fila in bottega che c’è da fare la colla!-
 
Antonio torna di corsa nella bottega di Pescaroli mentre questi si affaccia sulla soglia di quella di Amati:
 
- Scusate Nicolò se mi permetto, ma bello! Bello! io non sono del mestiere ma un violino così non l’ho mai sentito.-
 
- Grazie, Francesco, troppo buono. Entrate che beviamo un bicchiere.- Amati è tutto gongolante e soffia dentro i baffi cercando di non mostrare la sua gioia.
 
 
 
 
Capitolo 11
 
CERCANDO DI NON MOSTRARE LA SUA GIOIA
 
C’è una gran luna con un largo alone intorno.
 
Antonio non riesce a dormire e si rigira sul suo scrocchiante giaciglio di foglie. La forma luccicante del violino e le sue note trillanti continuano a riempire il suo cuore.
 
Si alza ed esce sull’altana: tutta la città dorme. Sembra di sentire gli arcani sussurri dei sogni della gente che trasudano verso la luna nell’aria umida che stagna sui coppi bui delle case.
 
La campana di San Domenico batte un tocco e subito le fa eco quella più cupa della cattedrale mentre altre lontane fanno coro. Il passo strascicato della ronda porta contro il muro delle case il bagliore di quattro torce.
 
Antonio scende dall’altana senza far rumore e si sporge dal tetto sul cortile: la luna illumina le cataste di legname e le finestre buie che danno sul retro della bottega di Amati.
 
Senza una volontà precisa ma spinto dal desiderio confuso di avvicinarsi di più al violino, proprio come un adolescente fa con la ragazza dei suoi sogni passando incognito sotto le sue finestre per fantasticare, un passo dopo l’altro Antonio scende nel cortile e si ferma davanti alle finestre della bottega di Amati, protette da grosse inferriate. Si arrampica su una catasta di assi arrivando a un lucernario sulla tettoia in coppi che copre un ampliamento della bottega del liutaio addossato alla costruzione principale. Antonio si sporge cercando di ombreggiare con una mano il riverbero della luna sul vetro della finestrella e si accorge che è aperta, tenuta socchiusa da un puntello di ferro.
 
La tentazione è troppo forte. Striscia sui coppi e solleva il pannello di vetro ribaltandolo sul tetto. Si cala nel buio della bottega cercando un appoggio con i piedi. Non lo trova e il peso del corpo gli distende le braccia. Con un gemito cade sul pavimento e ci resta rannicchiato a tastarsi il dito rotto e il braccio indolenzito.
 
C’è un acuto odore di vernici e Antonio annusa l’aria aspettando che il dolore cessi e guardandosi intorno per abituarsi al buio.
 
Piano piano l’oscurità rischiara in penombra e tutto intorno ad Antonio si coagulano forme: file di violini, viole, violoncelli, alcuni bianchi, alcuni già verniciati, altri finiti con le corde di budello ben tese. Antonio guarda quelle cose perfette e allunga una mano a sfiorarle. Passa una carrozza le torce dei servi illuminano la bottega: le vernici catturano quel breve lucore e lo restituiscono in mobili bagliori che sottolineano le fibre dei legni e la curvatura delle superfici.
 
La cassa di conserva è su uno scaffale. Antonio si avvicina e la apre: dentro c’è il violino che lo ha affascinato. Lo accarezza esaminandolo più con le dita che con gli occhi.
 
Il miagolio di un gatto lo fa sobbalzare. L’ombra del felino passa nel quadrato chiaro del lucernario nera come il demonio e Antonio sente un guizzo di paura. Il gatto lo sfida coi suoi occhi gialli fosforescenti e gli miagola qualcosa di irridente, poi se ne va maestoso e tutto torna silenzio.
 
Antonio posa una mano sulla custodia del violino. Lo invade una forza mai provata che lo obbliga ad osare. Prende l’astuccio e sale sul bancone, poggia un piede su una mensola e arriva al lucernario. Una nuvola scura copre la luna e leva l’argento dalle cose. La notte riprende il suo nero. Con cautela, Antonio posa la cassa di conserva con dentro il violino sui coppi e si issa sul tetto.
 
Pochi minuti dopo è sull’altana ed estrae eccitato il violino dalla custodia. Lo tasta, lo palpa, lo accarezza. Tocca una corda traendone un suono basso e vibrante. Da qualche parte nel buio, gli risponde il miagolare del gatto.
 
La luna si affaccia sull’orlo delle nuvole scure e illumina Antonio che gira con cautela i piroli sotto il bel riccio ornato e fa di nuovo vibrare la corda. Adesso il suono è più dolce, misterioso. Fa scorrere un dito sulla prima delle corde e il violino sospira un lamento per qualcosa di lontano e perduto.
 
Ruota ancora i piroli ed il suono diventa più lamentoso. Eccitato si rigira lo strumento tra le mani, toccandolo tutto per farlo suo. Trova il bottone d’ebano che regola la cordiera e prova a ruotarlo, prima verso destra, poi verso sinistra, poi lo tira verso di sé: il bottone si sfila dal buco ed il violino sembra esplodergli In mano, bestia viva che scatta a colpire.
 
Con uno schiocco sonoro di note furiose corde e cordiera frustano l’aria. Antonio non fa in tempo a ritrarsi del tutto e la cordiera lo ferisce sul lato destro del naso facendoglielo sanguinare.
 
Con un grido di spavento Antonio butta il violino sul pagliericcio e resta a guardarlo ansimante col sangue che gli gocciola sulla camicia.
 
Il gatto sul tetto ha un miagolio maligno.
 
Antonio corre di sotto alla ricerca di uno straccio per tamponarsi il naso.
 
Scende in cucina, sa dove Maddalena nasconde la grossa chiave dell’uscio e lo apre. Si tampona il naso con uno straccio sozzo. Sull’arca c’è un acciarino a molla con pietra focaia ma quelle scintille non bastano ad accendere lo stoppino di una delle due lanterne di coccio che Maddalena tiene sull’alzata della piattaia. Sotto la cenere del camino c’è della brace che serve per riattizzare il fuoco la mattina e un con tizzone reso bello rosso dal suo soffiarci sopra Antonio accende lo stoppino della lanterna e poi torna di corsa nell’altana.
 
 
 
Il violino è sul pagliericcio, le corde ciondolanti a chiedere pietà. Antonio aggancia la lanterna al crocefisso di bronzo appeso al muso e si china a raccogliere il ponticello schizzato sul pavimento. Lo rigira fra le dita. È un piccolo archetto di legno sottile alleggerito e abbellito da trafori. Lo posa sul tetto e sfiora la lucentezza della tavola armonica del violino che, liberata dalle corde, mostra tutta la sua perfezione.
 
Riprende il violino con entrambe le mani studiandone la perfezione. È un oggetto piccolo, leggero, dall’apparenza delicata che nasconde un’inaspettata potenza. Inebriato da una frenesia nuova, appoggia il violino sul pavimento di legno dell’altana e con un pezzo di gesso ne disegna i contorni. La sua mano è sicura, abile, precisa. Misura con un pezzo di spago la posizione delle due effe intagliate e le riporta sulla forma disegnata sul pavimento, scrupolosamente uguali per lunghezza e larghezza.
 
C’è qualcosa dentro il violino e Antonio lo inclina verso la lanterna per illuminarne l’interno: è un cilindretto di legno bianco. Infila un dito in una delle effe e arriva a toccarlo ma quello si stacca e rotola dentro il violino. Ritira il dito sgomento, temendo di aver rotto qualcosa. Capovolge il violino e fa uscire il legnetto da una delle grandi effe.
 
Non sembra rotto, né ci sono resti di colla alle sue estremità.
 
Antonio lo appoggia sul pavimento e disegna il contorno anche di quello, poi tenta di rimetterlo dentro lo strumento. È facile introdurre il cilindro dentro le effe ma impossibile incastralo verticalmente com’era prima.
 
Antonio si affanna ma non ne viene a capo. Disperato si guarda intorno alla ricerca di qualcosa che possa aiutarlo e vede il ferretto ad arco che fa da manico alla lanterna. Lo stacca e lo appuntisce sfregandolo sul coccio della lanterna ma il ferro la riga senza appuntirsi. Si guarda intorno ma tutta l’altana è in legno. Solo il corpo di Cristo crocefisso è in bronzo. Antonio sospira e sfrega il ferretto sullo sterno del Cristo:
 
- Scusa. . . - sussurra senza osare di guardarlo in faccia.
 
Pianta il ferro appuntito nel cilindretto di legno che fa da anima al violino e riesce a rimetterlo com’era prima. Nel far questo scopre che c’è qualcos’altro dentro lo strumento: un pezzetto di legno bianco, longitudinale, incollato sotto la tavola armonica. Cerca di prenderne le misure ma non ci riesce e deve limitarsi a tastarlo col manico della lanterna tentando di indovinarne lunghezza e spessore.
 
Il gallo giù nel cortile lancia il suo primo canto per chiamare il sole. Antonio si affretta a rimontare il ponticello e a fissare la cordiera col bottone d’ebano. Rimette il violino nella sua cassetta di conserva e corre giù nel cortile ancora buio. Si infila nella bottega di Amati e rimette lo strumento sullo scaffale da cui lo ha preso.
 
Il gallo canta per la seconda volta e Antonio sbuca dal lucernario, issandosi sui coppi più in fretta che può. Sente il rumore d’acqua che corre nel tubo di gronda e guarda verso l’alto disperato: nella notte che già schiarisce s’intravede la sagoma panciuta di un uomo in camicia che sta vuotando un pitale nell’imbuto di zinco collegato al canale di gronda. Si appiattisce sui coppi sperando di non essere visto e l’uomo rientra nella loggia. Corre su all’altana e si è appena messo sotto la coperta che il gallo canta per la terza volta e si odono nel cortile le prime voci dei garzoni. È ora di scendere in bottega a lavorare.
 
 
 
 
Capitolo12
 
E’ ORA DI SCENDERE IN BOTTEGA A LAVORARE
 
Antonio ha il volto rigato di tranquille lacrime mentre rimesta con un bastone la rossa colla che sta cuocendo in una pignatta sulla brace della forgia. Un immenso sbadiglio gli spalanca la bocca e l’aria gli esce con un sonoro mugolìo. Bertesi ridacchia continuando il suo lavoro d’intaglio allo scaffale fermato contro il banco.
 
- Un po’ di rispetto, no?- lo rimprovera Pescaroli che sta seduto in fondo alla bottega insieme all’architetto Capra e ad un uomo vestito di raso e di velluto che porta una parrucca con boccoli candidi fin sulle spalle. I tre uomini studiano un gran foglio di carta pergamenata che conserva la curva con cui è stato arrotolato, inclinandolo verso la luce che entra dalla strada.
 
- Vede marchese Magio, - dice l’architetto rivolto all’uomo elegante e imparruccato - questi sbarramenti farebbero deviare le correnti maligne del Po e si potrebbero risanare gli allagamenti e le paludi che si vanno allargando di qua e di là dalle rive e quando c’è la piena il livello stesso dell’acqua farà muovere queste chiuse mettendoci al riparo dalle continue alluvioni. Le case a Porta Padi hanno le fondamenta marce e se non blocchiamo le acque del fiume crolleranno tutte.-
 
- Magari seppellendo chi ci abita com’è successo l’altra settimana ai De Bembis. Lui, la moglie, la suocera e sette figli. Don Guasco ha benedetto le macerie e requiescant in pace.-
 
Il marchese sospira e s’infila un dito nel boccolo più lungo della parrucca inanellandolo con movimento inconsapevole e abitudinario
 
- Il Senatore ha visto il vostro progetto caro architetto, ma ha visto anche il vostro preventivo di spesa. Sapete che il Comune ha debiti pesanti che superano il valore della città e non riusciamo più a pagarne neppure i frutti.-
 
Alessandro Capra s’irrita e si alza in piedi spalancando le braccia:
 
- Ho consigliato di pagare per polizze. Se il progetto è buono i soldi si trovano, se non qui, a Milano o anche a Venezia. Nel solo territorio di Casalmaggiore il Po ci ha mangiato novantamila pertiche di fertili vigne che bastano a garantire il costo dell’intero progetto e anche a darci i mezzi per ripulire le strade irte di borre e di fango, turpi per letame e acque stagnanti e corrotte e impraticabili d’inverno. E a chiudere le latrine delle case aperte sulle pubbliche vie e a risanare gli acquedotti che mandano orribile puzza! O la Regia Camera, che ha affittato il dazio per un milione e non ne ricaverà neanche mezzo, vuole che Cremona sia sterminata da una seconda peste?-
 
- La mia mamma è morta di peste...- interloquisce Antonio girando il bastone nella colla, gli occhi umidi di lacrime per i continui sbadigli. Bertesi gli dà una gomitata per farlo tacere ma l’architetto Capra si volta a guardarlo senza segni di fastidio:
 
- Fai bene a piangere. Questa città va tutta in malora.-
 
- Perché non li chiedete al nostro Re?­- dice Antonio asciugandosi gli occhi col dorso della mano.
 
- Cosa, i soldi?- chiede a sua volta Pescaroli e poiché il ragazzo annuisce, scoppia a ridere. L’architetto Capra si avvicina ad Antonio:
 
- Hai ragione, ragazzo, Se fosse il nostro re, ma è il re di Spagna. –
 
Il marchese sbuffa seccato e chiude la porta della bottega facendo segno a tutti di tacere:
 
- Architetto, per cortesia... non mi faccia sentire certi discorsi! -
 
Capra non ribatte. Recupera il suo progetto e lo arrotola pensieroso. Antonio trova il coraggio per una domanda:
 
- Magister architetto, esiste uno strumento per misurare gli spessori interni di qualcosa che non si può aprire?-
 
L’architetto guarda Antonio incuriosito:
 
- Non mi pare, ma si potrebbero ideare se dovessero servire a qualcuno. -
 
Antonio sfugge allo sguardo inquisitore di Capra e riprende a rimestare di buona lena.
 
In contrada Coltellai gli artigiani stan chiudendo le botteghe al battere del vespro.
 
Antonio esce infarinato di segatura da quella di Pescaroli e attraversa la strada andando alla bottega di ferramenta che sta di fronte.
 
Un uomo panciuto, con un grosso porro sul naso, sta piazzando una spessa anta sulla finestra del negozio. Usa con pari abilità sia la mano sinistra, nera di carbone, che l’uncino di ferro che ha al posto della mano destra. A lui s’indirizza Antonio:
 
- Magister Spaccapeli, posso chiedervi una cosa?-
 
L’ometto sogghigna e lo spinge dentro la bottega, un piccolo negozio di coltelli e lame con una forgia da fabbro sul retro e un grosso mantice di legno e cuoio.
 
- Io non sono magister di nessuno, ragazzo. Chiamami Spaccapeli come fanno tutti. Il mio vero nome non me lo ricordo più.-
 
Antonio annuisce mentre il fabbro pesca con l’uncino dalle braci un alare incandescente mezzo forgiato e lo porta sull’incudine colpendolo con veloci e possenti martellate. Quando il ferro diventa scuro, Spaccapeli torna a ficcarlo nella brace della forgia e con la sinistra aziona il mantice per mandare aria sui tizzoni.
 
- Tu come ti chiami?-
 
- Antonio..-
 
- E poi? -
 
- Stradivari -
 
- Stradivèrt. È un soprannome anche il tuo. C’era una volta uno chiamato così. Faceva il doganiere. Era tuo padre?-
 
- No. – dice a voce troppa alta Antonio. Il fabbro gli dà un’occhiata incuriosita e Antonio rimedia: Non lo so. È morto che ero piccolo.- Perché vi chiamano Spaccapeli? -
 
- Ah, ecco… – fa una smorfia e poi sbuffa - Mi chiamano così perché le lame delle spade che forgio io sono così affilate che possono spaccare un pelo nel senso della lunghezza. -
 
Antonio gli mostra un pezzo di carta su cui ha disegnato tre forcelle.
 
- Cos’è?- chiede Spaccapeli.
 
- Mi servono.- dice Antonio avvampando nel timore che il fabbro possa indovinare il suo segreto - Non so qual è meglio, se potete forgiarmeli tutte e tre io...-
 
Spaccapeli si gratta il porro sul naso, sbircia la faccetta rossa di Antonio e poi il disegno:
 
- Questo è uno spessimetro, ma questi altri due... a che servono?-
 
- A niente. Perché?- Spaccapeli si stringe nelle spalle:
 
- Hai i soldi per pagarmi?-
 
- Soldi... no, però...-
 
- Nessun però. Chi ha i soldi ordina e basta. Gli altri devono dare spiegazioni. -
 
Antonio stringe le labbra, incerto, poi gira sui tacchi per uscire, ma Spaccapeli lo blocca:
 
- Specie quelli che girano di notte infilandosi nelle botteghe altrui...-
 
Antonio sente il cuore accelerare i battiti fino a fargli male alla radice della gola.
 
- Io..?- balbetta e Spaccapeli annuisce sorridendo come chi la sa lunga e gli fa l’occhietto.
 
- Ti puoi fidare. Io batto il ferro finché e caldo e poi non ne parlo più.- Antonio decide che gli conviene dire la verità.
 
- Mi servono per imparare come si fanno i violini. Questa doppia forcella mi dirà gli spessori interni senza dover aprire lo strumento e questa qui a battimento mi darà i punti di controllo. Se mi aiutate un giorno vi comprerò la più bella delle vostre spade!-
 
Spaccapeli indica una lama con impugnatura madreperlata appesa al muro:
 
- La migliore è quella là. Una lama di Toledo temprata nelle acque del Guadalquivir, roba da re di Spagna! Ti occorreranno almeno sei ducati d’oro per averla.-
 
Antonio annuisce serissimo.
 
- Sei ducatoni. Andato!-
 
Spaccapeli ride e gli dà uno scappellotto:
 
- Allora mi conviene farteli questi ferretti!-
 
- Certo e già che ci siete dovreste anche darmi a credito tre sgorbie fini e una pialletta.-
 
Il fabbro si soffia nelle gote grasse facendole vibrare come un cavallo poi punta un dito nero di fuliggine contro Antonio.
 
- Va bene magister Stradivari. Io faccio i ferri ma è il cavallo che corre! -
 
 
 
 
Capitolo 13
 
IL CAVALLO CHE CORRE
 
È una notte di temporale. L’acqua scroscia sonora sulla cupola della cattedrale e su quella del battistero, sui tetti dei palazzi e delle case lavando polveri e fumi, ruscellando nelle grondaie e incanalandosi nei tubi che sgorgano con bocche curve sul selciato diseguale delle strade trasformandole in ruscelli scuri che spesso stagnano in pozze prima di aprirsi di nuovo la via con cascate e cascatelle, data la scarsa pendenza del terreno, prendendo a volte per stalle e bassi mettendo in moto gruppi di miserabili che sguazzano nella fanghiglia e sotto la pioggia senza avere né cercare riparo.
 
A volte dalle stalle l’acqua torna a defluire nelle strade portando con sé sterco e strame fino a scolare densa e nera nella Cremonella che attraversa in diagonale la città per buttarsi nel Po quando il fiume non è in piena o ingorgarsi con esso allagando i quartieri più bassi.
 
Antonio giunge sull’altana trafelato e seminudo, con i capelli che gli filano acqua sul petto scarno. Un lampo lo illumina e il tuono che segue lo fa guizzare nel suo stanzino reggendo stretto il fagotto avvolto nella coperta da cavallo che ha tolto alla finestra.
 
Di stravento la pioggia bagna le foglie del pagliericcio passando attraverso la finestra indifesa. Antonio svolge la coperta con cura e posa sul pavimento la custodia del violino di Amati. Rimette a posto la coperta alla meglio, ansioso com’è di continuare il suo lavoro. Alza la fiammella della lanterna e apre la custodia. Estrae il violino di Amati con un sorriso d’amore. Lo poggia sul pagliericcio e da sotto il saccone pieno di foglie di granturco tira fuori due fogli di carta bianca, di quella olandese, presa dalla bottega di Pescaroli, su cui ha riportato a grafite i disegni delle forme e dei profili del violino di Amato con piccoli numeri a indicare le dimensioni e gli spessori.
 
Con gesti da rito sacro allinea i fogli sul pavimento. Si fruga in una tasca delle brache e tira fuori un pacchetto avvolto in uno straccio. Dentro ci sono, nuovi di forgia, i tre spessimetri che gli ha costruito Spaccapeli e un cilindretto di rame con un cannello interno di grafite.
 
Svita i piroli per allentare le corde e sfila il bottone della cordiera. Posa il ponticello sul pavimento e inizia il lavoro di misurazione degli spessori introducendo le forcelle degli spessimetri attraverso il taglio delle effe.
 
Prende misure su misure con infinita pazienza e annota i numeri sul disegno.
 
Un fulmine trae azzurri riflessi dalla splendente vernice del violino e un tuono lacerante fa tremare il cielo della città. Un colpo di vento strappa la coperta dalla finestra e la risucchia fuori. Antonio corre sull’altana sotto la pioggia per riafferrarla prima che se la porti la bufera. La agguanta per un lembo sporgendosi sul bordo dei coppi ruscellanti.
 
Due strade più in là, la finestra della stanza della ragazza dai lunghi capelli neri lascia passare una luce fioca e dietro i vetri rigati di pioggia lei si sta spogliando. Bellissima, nel pieno dello sboccio.
 
Antonio resta a guardare sotto la pioggia scrosciante, stringendosi al petto la coperta che s’inzuppa.
 
La ragazza si sfila il vestito svelando ricamate biancherie.
 
Antonio sente la bocca farsi asciutta, sabbiosa e la apre alla pioggia. Prende un fiato forzato, spezzato dall’emozione. Un po' d’acqua gli bagna le labbra ed egli la raccoglie con la punta della lingua reso inconsapevole dell’universo da quella forma di donna in quel rettangolo di luce.
 
La ragazza si scioglie i lacci della prima sottogonna che si apre come un ventaglio, la piega su una sedia e si sbottona la cinta della seconda che lascia scivolare sulle gambe per uscirne con bel movimento, come dalla corolla di un fiore. Indossa ora soltanto un corpetto su una camicia sottile e lunghe mutande di pizzo serrate sotto le ginocchia.
 
Si slaccia il corpetto avvicinandosi al letto e si china per tirar giù le coperte: nello spacco che le mutande hanno all’altezza dell’inguine appare per un attimo il biancore della pelle e un’ombra scura più segreta.
 
Una visione da paradiso tra lampi e tuoni da inferno nello scrosciare della pioggia, finché l’apparizione non spegne le candele e la finestra diventa nera.
 
Antonio boccheggia respirando aria e acqua col sangue che gli suona un tamburo nelle orecchie.
 
 
 
 
Capitolo 14
 
IL TAMBURO NELLE ORECCHIE
 
Le campane annunciano la Pasqua con centinaia di rintocchi a festa. La messa grande è finita e la gente esce con indosso gli abiti migliori.
 
Le carrozze dei nobili, ornate di fregi dorati e lo stemma di famiglia, attendono in fila con i cocchieri agghindati al loro meglio e qualche bravo di scorta, quelle dei borghesi attendono più in là verso il palazzo del Comune, scure e senza fregi.
 
Tra la folla, esce dalla chiesa Pescaroli, in parrucca e spadino. Dà la destra alla prosperosa Maddalena agghindata con un abito di velluto verde muffa dagli orli lisi ma ancora di buona figura e dietro camminano compunti Antonio e Bertesi, puliti, ma con gli stessi abiti della bottega.
 
La maggior parte della gente è vestita di stracci e l’eleganza dei pochi ha un velo di povertà e di sporcizia, alla ricerca penosa dell’affermazione di esistere e resistere come classe sociale.
 
Il parroco esce sul sagrato con un foglio di carta in mano e parlotta con Alessandro Capra che ha un gesto di rassegnazione, avviandosi con la moglie a capo chino.
 
Il prete attacca il foglio sull’uscio della chiesa: è l’elenco dei parrocchiani che non si sono comunicati nemmeno a Pasqua e tra i cinque nomi c’è quello di Gian Giacomo Capra, figlio di Alessandro.
 
La bella ragazza sedicenne di cui Antonio ha spiato le grazie esce di chiesa dando il braccio ad un giovanotto, seguita dalla madre e dal padre, uomo tronfio, riverito e salutato con ossequio, come tutti quelli che hanno spada e parrucca.
 
Antonio dà di gomito a Bertesi e indica la ragazza con un cenno del mento. Bertesi gonfia le guance:
 
- Quella?! te la puoi scordare, sai! È Francesca Ferraboschi, figlia di Giovanni Ferraboschi, quel pancione là dietro, regio ducale giudice delle strade, argini e scoli di tutta Cremona nonché commerciante di grassine! Ha un magazzino in Sant’Agata pieno di salami come il paradiso terrestre e con le ruote di formaggio che arrivano al soffitto! Ma non vedi come son grassi?! Quelli mangiano due volte al giorno, te lo dico io! guarda che culone ha la madre!-
 
Antonio non sorride alla battuta dell’amico, guarda corrucciato l’uomo che dà il braccio a Francesca Ferraboschi e chiede preoccupato:
 
- È quello chi è?-
 
- Non è il moroso, è Pietro suo fratello. Le fa la guardia come un cane da pastore.-
 
- Come mai sai tutto questo?-
 
- Beh... - Bertesi dà un’occhiata seria all’amico ma la sua faccia par sempre che sorrida -... ho dormito anch’io su nell’altana e alla tua Francesca piace spogliarsi davanti alla finestra aperta. –
 
Antonio sbuffa, appena infastidito, e guarda Francesca come fosse una torta di castagne. Si avvia affascinato verso di lei che, dopo una breve sosta per salutare l’architetto Capra e la moglie, va con padre e madre verso la carrozza che attende davanti agli archi del palazzo comunale.
 
Con sguardo innamorato, Antonio si avvicina alla carrozza Ferraboschi. Troppo, perché interviene Pietro e lo allontana con una brusca spinta mentre la bella Francesca mette un piede sul predellino. Antonio perde l’equilibrio e cade fra le gambe del cavallo proprio nel momento in cui la bestia decide di pisciare. L’orribile doccia é di notevole comicità e Francesca non riesce a trattenersi: guarda Antonio e ride, ride, ride mentre la madre la spinge dentro alla carrozza.
 
Ride anche Bertesi che corre ad aiutare Antonio a tirarsi su, ma
 
l’amico lo respinge e scappa via sconvolto dalla vergogna.
 
Antonio corre fino al Po e si butta in acqua. Riaffiora e nuota. La rabbia e l’umiliazione gli stanno passando e, prima con colpi secchi come tosse poi in modo più disteso, ride anche lui.
 
Al tramonto, coi vestiti asciugati sul corpo, Antonio si aggira nella segheria di Pescaroli, deserta perché è festa grande. Le campane chiamano per la benedizione della sera. Antonio cerca legni per costruire il suo primo violino: accarezza e palpa le tavole impilate lasciandosi guidare dall’istinto. Dopo molte carezze e bussate con le nocche, la sua mano si ferma su una tavola di abete rosso. Ne segue le venature come un amante le pieghe del ventre della sua donna. Solleva la tavola e la spolvera. La soppesa, la alza contro il sole, la tamburella con le dita.
 
- Tutte le cose hanno una voce, ma per noi è difficile sentirla. Siamo sordi. – gli risuonano dentro le parole dette dal brigante della sua infanzia. Chissà se è un ricordo o solo un’invenzione della sua fantasia. Ci ha pensato troppo e ogni volta ha creduto di ricordare qualche nuovo particolare fino a non distinguere più la visione originaria.
 
Antonio si mette la tavola sotto il braccio e continua la ricerca finché le sue mani trovano un legno di acero che le soddisfa. prende anche questo pezzo e si avvia verso le mura di Cremona.
 
Nevica. Il Torrazzo si staglia contro l’uniforme bianco della pianura come un segno fallico incappucciato di trine di gelo scolanti dall’aguzza guglia. Il paesaggio è corto, l’orizzonte vicino e scuro nel lento scendere silenzioso dei fiocchi di cristallo.
 
Solo i campanili e le torri quadrangolari, oltre i tetti del palazzo
 
comunale, emergono dall’ovatta bianca che nasconde ogni sozzura.
 
La luce è grigia, una sera senza tramonto, senza colori, che va verso il nulla della notte nel silenzio, come milioni di vite mai notate si mutano in morte con anonima normalità, rendendo indistinguibile il momento del cambiamento.
 
 
 
La fiamma della lanterna a olio, nello stanzino ricavato sull’altana sopra la bottega di Pescaroli, è ferma e fila un capello di fumo nero verso l’alto con perpendicolarità irreale.
 
La lama del coltello affonda nel legno d’abete incidendolo e seguendo la linea di una larga effe tracciata a grafite tra i due fori armonici rotondi.
 
Antonio ha le mani gonfie di freddo e gli occhi gonfi di sonno ma il suo taglio è netto e sicuro. Rifinisce la effe addolcendo le asperità dell’incisione poi accosta la tavola armonica da lui costruita al violino di Amati appoggiato contro il muro: forma e contorni appaiono identici.
 
Sul pavimento c’è il manico col ricciolo ben abbozzato ed il fondo in acero ancora da scolpire.
 
Antonio solleva il violino di Amati pesandolo con una mano. È leggerissimo, meno di mezzo chilo. Segue col dito le fasce laterali, dello stesso legno del fondo, indovinando le quattro giunzioni rese invisibili dalla levigatura, dalla verniciatura e dalla marezzatura naturale che corre tutt’intorno.
 
Antonio, perplesso, soppesa i quattro pezzi d’acero massello in cui ha già in parte scolpito i tratti del profilo e poi il fondo d’acero grezzo.
 
Posa tutto sul pavimento e tira fuori, da sotto il pagliericcio, una cassetta rettangolare piena di creta ben lisciata. Si sfila la camicia e la stende con cura sulla creta poi con attenzione ci poggia sopra il violino premendo con dolcezza.
 
Rimette lo strumento sul letto e solleva la camicia: nella creta fresca è rimasto lo stampo esatto della curvatura del fondo del violino e comincia a lavorare di sgorbia sul legno che ha scelto, scavandolo secondo l’impronta.
 
La campana del Torrazzo batte otto rintocchi. La neve continua a cadere dal grembo nero e imperscrutabile di un cielo che pesa sulla città sorretto solo dai campanili delle chiese.
 
Antonio sbuca sull’altana con la coperta di cavallo in testa e si sporge sulla cornice di tetti, guardando verso la finestra di Francesca.
 
È buia. Soffiandosi sulle mani e saltellando con gli zoccoli per vincere il freddo, Antonio aspetta senza levare gli occhi dalla facciata di casa Ferraboschi, appena distinguibile nel lento cadere dei fiocchi di neve.
 
Il silenzio è assoluto. La coperta di Antonio si ricama di bianco abbellendo vecchi strappi e lisi rattoppi. Il ragazzo solleva la faccia al cielo e chiude gli occhi godendo del solletico gelato della neve.
 
Quando torna a guardare verso la casa di Francesca, trattiene il fiato: la finestra della ragazza è illuminata ma l’eccitazione dura solo un attimo perché qualcuno chiude le antine interne privando Antonio di ogni speranza.
 
Resta a fissare la piccola fessura di luce sotto le antine finché non si spegne.
 
 
 
 
Capitolo15
 
FINCHE’ NON SI SPEGNE.
 
Il canto del gallo sorprende Antonio ancora con la coperta sulle spalle intento a rifinire la scultura del fondo del violino. S’infila in fretta la camicia e si precipita giù per le scale per andare a rimettere lo strumento nella bottega di Amati.
 
La neve rende tutto più difficile. Scivola sul tetto e sta per cadere. Antonio non pensa a sé, pensa al violino che serra al petto rotolando fin sulla gronda. Riesce a puntare un piede e a strisciare verso il lucernario. Il gallo canta per la seconda volta e Antonio salta dentro la bottega. Rimette la custodia col violino sullo scaffale ma già la chiave gira nella toppa della porta e la voce di Nicolò saluta Guarneri commentando la nevicata.
 
Disperato Antonio si rende conto che non ha più il tempo di fuggire attraverso il lucernario e si rannicchia sotto il bancone.
 
Nicolò entra in bottega e fa scrocchiare le nocche cercando di liberarsi dal freddo. Si china a prendere il grembiule di cuoio per iniziare la giornata. Antonio coglie l’attimo e schizza fuori di sotto il banco, inciampa in una cuna a dondolo, resta in equilibrio precario ma è fuori e subito cammina tranquillo come se nulla fosse.
 
Nicolò si volta di scatto per il rumore alle sue spalle e vede la culla che dondola, poi Antonio che attraversa il cortile in maniche di camicia. Un brivido di paura fa rizzare i bianchi capelli del liutaio che annega il suo spavento in ripetuti segni di croce: sulla schiena di Antonio, stampato color creta sul grigio della camicia, c’è il disegno di un violino!
 
Il cortile delle botteghe è pieno di sole, i resti della neve sono strisce biancogrigie orlate di fango nelle zone d’ombra fredda. Bertesi fischia infilandosi due dita in bocca, un richiamo acuto e forte, la faccia rivolta verso l’altana di Pescaroli. Si affaccia Antonio con un pennello in mano:
 
- Oh Antonio! Vuoi scendere o no!? Dai, che si va a pesca! Mi ha detto Bartolo che ci presta la barca! –
 
- Cinque minuti!- gli grida Antonio tornando a sparire oltre il bordo dei tetti.
 
Bertesi sbuffa e piglia a calci un ciottolo facendolo schizzare forte contro la porta chiusa del retro della bottega di Amati.
 
Si guarda intorno preoccupato per vedere se qualcuno l’abbia visto. Da una finestrella alta che dà sul cortile Spaccapeli gli fa un cenno col rasoio dal grosso manico di legno che tiene in pugno poi torna a insaponarsi il viso sfregando un grosso pennello nel sapone duro e bianco che riempie una ciotola di terracotta.
 
Antonio finisce di levigare le prime passate di vernice opaca sul suo violino di un colore giallo-chiaro e inizia a colorarlo con leggere pennellate di gommalacca ambrata. La forma dello strumento è perfetta, una scultura di alta manifattura. Il riccio eseguito a regola d’arte con le due spirali sfumanti l’una nell’altra in armonia, le effe ben intagliate e disposte con rigorosa simmetria, la vernice lucida esalta le venature dell’abete rosso della tavola armonica e i profili dalla linea morbida e tornita.
 
Il nuovo energico fischio di Bertesi convince Antonio ad appendere il violino ad una corda che ha steso sul suo pagliericcio e a riporre il pennello in un vasetto di spirito di trementina.
 
I remi si tuffano nell’acqua del Po tirati con forza da Bertesi mentre accovacciato a poppa della tozza barca da trasporto fluviale, Antonio fa ondeggiare una lenza per invitare i pesci all’abbocco.
 
- Bartolo mi ha detto che ce la presta tutte le domeniche se gli rifacciamo la panca della stalla. Dice che sua moglie è finita col culo nel piscio della vacca proprio mentre si sedeva per versargli la minestra e che ha dovuto lapparla per terra in gara col cane!-
 
Bertesi sbuffa e ritira i remi irritato perché Antonio non ride, assorto nei suoi pensieri
 
- Parlo con te, eh? Oh, Antonio, ma lo sai che da un po' di tempo mi sembri suonato? Non è che ti fai troppe seghe guardando la Ferraboschi ?-
 
- Stavo pensando come possono due cose uguali avere pesi diversi, molto diversi.-
 
Bertesi corruga la fronte cercando di capire poi sbuffa:
 
- Vieni a remare tu va, che ti fa bene! Non si capisce mai di che cazzo parli! Dammi la lenza.-
 
La lenza si tende improvvisa con uno strappo che coglie impreparato Antonio e il budello ritorto gli sega la mano facendogliela sanguinare. Il ragazzo urla, grida anche Bertesi eccitato:
 
- Non mollare di colpo! Molla piano, piano... dai la lenza a me...accidenti come tira! –
 
- Mi ha preso il dito malato... ahi!- strilla Antonio.
 
- Non mollare!- ordina Bertesi.
 
Antonio, in piedi, le mani insanguinate strette sulla lenza che lascia scorrere di qualche metro, guarda l’acqua limacciosa del Po sperando di vedere la preda. A qualche metro dal punto in cui la lenza sparisce sotto il pelo dell’acqua che riflette le nuvole scoppia improvvisa una bolla, poi due, tre, uno schiumeggiare.
 
- Là! Là! Dev’essere un luccio! Ahi come tira...- Bertesi afferra la lenza a monte di Antonio e se la arrotola sulla mano poi se la passa su una spalla e volgendosi verso prua grida all’amico:
 
- Molla adesso!-
 
Con sollievo Antonio apre le mani incise dalla lenza e Bertesi si china in avanti per sopportare lo strappo del pesce. La lenza si tende fino al limite di rottura. Antonio si sporge a poppa leccandosi le mani per attutire il dolore e fermare il sangue. Piega le dita per riattivare la circolazione e quello che gli ha rotto Capra si muove appena, leso nel tendine. Bertesi s’incammina verso prua tirando la lenza con tutta la forza del suo corpo.
 
- Viene! Viene! -
 
Infatti, la bocca spalancata come uno squalo, un grosso luccio si sta avvicinando alla poppa della barca scodazzando per liberarsi.
 
Antonio si china e riacchiappa la lenza aiutando Bertesi a tirare il grosso pesce a pagliolo.
 
Il luccio si dibatte sul fondo sporco di fango della barca e i due ragazzi lo guardano ansimando per lo sforzo.
 
- Stasera sì che si mangia.!- ride Bertesi - Lo cucino io sulla brace. -
 
- Perché non lo vendiamo invece?- risponde Antonio - magari ci danno tre soldi per un pesce così. -
 
- Se ne prendiamo un altro lo vendiamo, ma questo qui no, questo ce lo mangiamo noi.-
 
Antonio non ribatte però s’incupisce. Bertesi lo guarda incuriosito:
 
- Mi vuoi dire che cos’hai dentro quel testone da somaro?-
 
Antonio sospira e poi fissa l’amico con solenne gravità.
 
- Giuri di tenere il segreto? -
 
- Giuro e rigiuro e se spergiuro non mi venga mai più duro.-
 
- No, giura su Gesù.- Bertesi si gonfia d’incertezza, passando il proprio peso da una gamba all’altra:
 
- Proprio su Gesù?—
 
- Sì -
 
- Ma quello è vendicativo. Hai sentito il prete alla messa: basta un piccolo sbaglio e ti fa bruciare per sempre mentre ragni e scorpioni ti entrano e ti escono da tutte le parti.-
 
- Giura. -
 
- Va bene, giuro. Dei ragni non me ne frega niente ma gli scorpioni mordono. Allora, che è questo gran segreto da rischiar l’inferno?-
 
Antonio si guarda intorno. Il fiume è deserto. La segheria di
 
Pescaroli in lontananza non mostra segni di attività. Nessuno può sentire nel raggio di miglia.
 
Come se svelasse qualcosa di fondamentale e di proibito, Antonio guarda dritto negli occhi Bertesi e gli annuncia con voce rauca e soffiata:
 
- Sto facendo un violino.-
 
 
 
 
Capitolo 16
 
STO FACENDO UN VIOLINO
 
Il violino dondola al vento appeso al trave dell’altana, dietro a collane di cipolle.
 
La luce del tramonto trae riflessi d’ambra dalla sua lucida asciutta vernice.
 
Antonio lo fissa, i gomiti poggiati sull’orlo dei coppi, la faccia tra le mani, lo sguardo perduto nel sogno.
 
La campana del Torrazzo batte il vespro. Antonio si volta di scatto verso la finestra di Francesca Ferraboschi e un po' della segatura che ha fra i capelli gli scivola sugli occhi. Si passa una mano sulla testa e si arruffa con forza soffiando lontano la polvere.
 
Ci sono gerani in fiore sul davanzale di Francesca sbocciati nei vasi di cotto. La campana rintocca ancora e la ragazza si affaccia per un devoto segno di croce. Sosta col capo chino, i bei capelli sciolti sulle spalle e poi torna dentro. Ma forse ha dato un’occhiata verso l’altana di Pescaroli! Così almeno vuole credere Antonio che sente un prepotente bisogno di respirare ed erge la testa staccando il mento dal palmo delle mani: gli è proprio parso che Francesca abbia guardato dalla sua parte, per una brevissima frazione di paradiso, gli occhi di lei forse hanno incrociato i suoi.
 
Non ne è proprio sicuro, ma sente, sa, che Francesca non ignora la sua quotidiana muta adorazione.
 
Colmo di gioia infantile corre ad abbracciare e baciare il suo violino. Se lo stringe al petto e va ad inginocchiarsi accanto al pagliericcio. Ci fruga sotto e tira fuori piccoli pezzi di legno e il suo porta carte. Appende il violino alla corda che ha teso nel suo stanzino e spiega sul pavimento il foglio dove ha disegnato la forma e il ricamo di alleggerimento del ponticello che dovrà sostenere le corde. Riporta col cannello di grafite il disegno sul legno, badando che coincida e ne inizia l’intaglio.
 
Giacomo Bertesi affonda con avidità il cucchiaio di legno nella ciotola infilandosi le verdure fumanti in bocca e inghiottendo come un pollo. Scuote la testa dando un’occhiata di traverso ad Antonio che mangia accanto a lui, sul banco da falegname tra i trucioli e le pialle
 
- Ci vogliono due patagon d’argento.-
 
- Quanti soldi sono?-
 
Antonio mastica piano, girando il suo cucchiaio nella ciotola. Bertesi ingurgita e sorride:
 
- Te l’ho già spiegato ieri. Un patagon vale quarantotto soldi. Due patagon sono quarantotto più quarantotto che fa novantasei. Novantasei soldi. -
 
Il modo pomposo in cui biascica quella cifra insieme a una foglia di cavolo, dà ad Antonio la sensazione dell’immenso. Gira il cucchiaio nella broda con muso ostinato:
 
- Devo guadagnarli. Farò qualche lavoro fuori. Senza corde non è un violino, è un mobile, come quelli che fai tu.-
 
Bertesi soffia dentro un cospicuo ciuffo di lattuga bollita che poi richiama con le labbra con abilità da ruminante finché non gli viene del tutto sotto i denti e può iniziare la breve rumorosa masticazione.
 
- Come quelli che faccio io? Beh, è da vedere. Il padrone mi ha detto che i miei intagli son niente male... e per il Pescaroli questo vuol dire che sono meglio dei suoi. -
 
- Senti quanto mi darà il marchese per il cesso?-
 
- Se è di buona luna, mezzo soldo. Ma perché non fai come per il violino? Ce ne saranno corde nella bottega di Amati...-
 
- Io non rubo! Il violino era in prestito.. -
 
- E tu prendi in prestito anche le corde. Quando diventi ricco gliele rendi. -
 
- Ti ho detto che non rubo — Antonio è pieno di sdegno e nella voce c’è un’incrinatura di pianto.
 
- Va bene, va bene, hai ragione. E allora vai a vuotare la merda del marchese una volta a settimana. In centonovantadue settimane ce la fai...- rimugina insieme il calcolo aritmetico e una mezza patata – In tre anni e mezzo ti compri le tue stupide quattro corde! –
 
E Antonio, testardo, va a vuotare la merda.
 
Tre camerieri in livrea passano veloci reggendo grandi candelieri accesi, mentre nel cortile monumentale, sullo sfondo di un giardino ornato di statue e fontane, stanno manovrando due carrozze alla luce delle torce di alcuni bravi.
 
Dal salone al primo piano proviene una musica di liuto e la voce di una donna che canta.
 
- Dove vai tu? Di qui. Di qui!
 
- Il marchese Magio mi aspetta per…-
 
- Ti aspetta il marchese,eh? Cammina, svelto, il cassone di raccolta è là sopra. Stanno già arrivando gli invitati e tu farai una gran puzza. Muoviti! -
 
Antonio si affretta dalla parte che gli indica il servo evitando la pedata di accompagnamento con una torsione del busto. Porta fra le braccia una tinozza con coperchio. Sale su per la stretta scala di servizio scansandosi per non essere travolto dai servi e dai garzoni in gran daffare.
 
- Sei quello della merda?- lo apostrofa un maggiordomo sul pianerottolo. Antonio annuisce e l’altro ha una smorfia di disgusto indicandogli una porta in fondo alla parete.
 
- Vedi di non versare che te la faccio leccare!- lo minaccia senza ombra d’ironia. Qualcuno ridacchia nella stanza accanto e il maggiordomo si fa sulla soglia:
 
- Muovetevi anche voi con quelle sedie. Stasera abbiamo più di cento ospiti. –
 
Gian Giacomo Capra, alticcio, malvestito e con la barba ispida, rutta sulla faccia del maggiordomo:
 
- Dammi del voi schiavo. C’è anche mio padre fra gli invitati. Io faccio le sedie e lui ci posa sopra il culo.-
 
Il maggiordomo arretra, evitando il confronto:
 
- Lo so, lo so. Ma sbrigatevi. Stanno già arrivando.-
 
Gian Giacomo rutta di nuovo e scende la scala mentre Antonio esce dalla bassa porta del locale del raccoglitore delle acque nere cercando di sollevare la tinozza piena e pesante.
 
- Guarda dove metti i piedi, bastardo. - ruggisce Gian Giacomo dandogli una violenta spinta.
 
Con un urlo di terrore Antonio vacilla e non riesce a tenere dritta la tinozza: un grosso schizzo schifoso inonda la scala mentre Gian Giacomo scoppia a ridere.
 
- Ti avevo detto che te la facevo leccare!- urla furibondo il maggiordomo e piomba verso Antonio che molla la tinozza per le scale e scappa.
 
- Prendetelo! Ehi di sotto, prendete quel ragazzo! –
 
Antonio tenta di evitare i due servi che si dispongono per acchiapparlo. Evita il primo ma il secondo lo centra in pieno con un tremendo schiaffone.
 
Il maggiordomo gli è addosso e lo afferra, scuotendolo:
 
- Adesso la pulisci con la lingua. –
 
Antonio si ribella e si divincola. L’uomo lo colpisce e continuerebbe a picchiarlo se una voce secca non lo fermasse:
 
- Lo vuoi uccidere? Che ha fatto?-
 
Antonio, tra le lacrime, vede l’architetto Capra in abito ricamato e parrucca arricciata che viene verso di lui. Il maggiordomo lo mette giù ma non lo lascia.
 
- Ha sporcato tutta la scala.-
 
- Fategliela pulire allora, ma con una scopa. - l’architetto guarda Antonimo con cipiglio - E tu che fai? Lo sa il tuo padrone che lavori anche di notte? -
 
- No, signore. -
 
- Hai fame?- insiste l’architetto con aria inquisitrice.
 
- No, signore. -
 
- E allora vai a dormire.-
 
- Voglio pulire la scala, signore -
 
L’architetto Capra lo guarda sorpreso, poi annuisce.
 
- Giusto. Se l’hai sporcata.- poi guarda il maggiordomo - Lascialo. -
 
Il maggiordomo obbedisce inchinandosi. Un applauso: l’architetto si volta e si trova di fronte il figlio, irridente:
 
- Ben fatto padre. Lo aiuterò io a pulire. Mi piace correre in aiuto dei vincitori.-
 
Le magre muscolose gambe di Antonio camminano nell’acqua torbida del ruscello immerse fin sopra le ginocchia.
 
Seduto sulla riva, Bertesi lo guarda preoccupato e la sua bocca dal taglio sorridente contrasta col resto della faccia.
 
Antonio cammina nell’acqua torbida portando un vaso di coccio sotto il braccio. Una smorfia di fastidio gli storce la bocca che a tratti si accentua come se qualcosa lo ferisse sotto il pelo dell’acqua.
 
- Piantala, guarda che così ci lasci la pelle.-
 
Antonio fa altri tre passi e poi esce dal ruscello: sei grosse sanguisughe si sono attaccate alle sue gambe e già son gonfie di sangue. Antonio le stacca con le mani e le sbatte dentro il vaso di coccio chiuso da un sughero.
 
- A mezzo soldo la dozzina, ne dovresti prendere 2880 di mignatte per arrivare a centoventi soldi. Ho fatto il conto.-
 
- Il cerusico dice che non può darmi di più. –
 
Antonio si lascia cadere esausto sulla riva e sbircia dentro il vaso:
 
- Ne ho solo venti...- si alza e torna in acqua con le gambe illividite dai succhi delle viscide bestiole. Bertesi sbuffa:
 
- Oh, quando ti metti una cosa in testa non c’è più niente da fare eh? –
 
Antonio non risponde e continua a camminare nell'acqua torbida trasalendo quando una sanguisuga gli si attacca alle gambe.
 
La faccia del Cristo in croce, affumicata dal fumo del lume, sembra storcersi all’oscillare della fiammella.
 
Antonio chiude la porta e corre e frugare tra le foglie del suo pagliericcio. Ne estrae un fagottino e lo svolge: dentro ci sono sei monete da un soldo e due da mezzo soldo. Schiude il pugno e lascia cadere un’altra moneta da mezzo soldo sul suo tesoro. Lo guarda, conta e allinea le monete, torna a contarle disponendole in modo diverso poi sospira, stanco e sofferente.
 
Rimette le monete avvolte nello straccio in mezzo alle foglie del pagliericcio e prende il suo violino nascosto sotto la coperta. Lo liscia con la mano, soffia via un granello di polvere, poi si pesca in tasca un gomitolo di spago e ne taglia quattro pezzi segandolo con i denti.
 
Avvolge i quattro pezzi di spago sui piroli del riccio e li fissa al bottone delta cordiera.
 
Quando innesta il ponticello e cerca di tesarli uno degli spaghi si spezza.
 
Un brivido di freddo scuote Antonio. Si avvolge nella coperta insieme al suo violino. Un secondo brivido gli fa battere i denti. Si rannicchia in cerca di calore.
 
La febbre sale e gli sembra che il crocefisso si stia muovendo. Una mano si stacca dalla croce e Cristo si gratta lo sterno, là dove Antonio ha appuntito il ferretto del lume per rimettere a posto l’anima del violino.
 
Antonio chiude gli occhi e sussurra:
 
- Ti ho già chiesto scusa...
 
Cristo scende dalla croce e viene verso di lui: si china e allunga la mano per prendergli il violino. Antonio lo stringe a sé.
 
- Non ha ancora le corde...- balbetta.
 
Il volto non è più quello di Cristo ma quello del brigante della sua infanzia e a lui Antonio non oppone resistenza. Il brigante gli toglie il violino dalle braccia e si sfila l’archetto dalla faretra che porta a tracolla. Poggia lo strumento sulla spalla destra e lo ferma con la guancia barbuta poi muove l’archetto sugli spaghi tesi da Antonio al posto delle corde: la purissima nota sottile sentita nell’infanzia riempie il piccolo sgabuzzino di legno.
 
Antonio sprofonda in migliaia di scintille di febbre, grandi aloni di calore, vorrebbe parlare ma gli sembra di avere in bocca una lingua grossa e deforme. La nota acuta diventa più forte, fischiata.
 
Non è più quel suono incantato del sogno e dalla finestra entra la luce del giorno. Antonio trema, bagnato di sudore, e non sente i passi di Bertesi affannati su per la scala.
 
La porta dello stanzino si spalanca e Giacomo esclama entrando:
 
- È mezz’ora che fischio! Son già tutti in bottega e...Antonio, che hai? - posa una mano sulla fronte e sbuffa - L’hai beccata la terzana eh? Te e le tue mignatte, maledizione. . Adesso chiamo la sciura Maddalena che magari ti fa un brodo caldo. . -
 
- Il violino... Giacomo, nascondilo. Nascondilo!- Antonio gli porge il violino tremando e Bertesi lo prende con malagrazia
 
- Stai coperto! Sì, non ti preoccupare, lo nascondo io questo coso! Guarda se uno deve crepare per un pezzo di legno. Non ti muovere eh? Non ti muovere! -
 
Maddalena lega i mazzi di granturco appena raccolto serrandone le lunghe foglie in nodi regolari che poi incatena l’uno nell’altro appendendo le trecce al trave dell’altana. Canticchia mentre lavora, dondolando sugli ampi fianchi.
 
Dalla finestrella dello sgabuzzino si affaccia il volto magro e smunto di Antonio che strizza gli occhi per la forte luce del sole.
 
Maddalena gli sorride e gli pianta sulla faccia una delle sue grandi mani per sentirne la temperatura.
 
- Sei fresco come una rosa. È il secondo giorno che non hai febbre. La vuoi una bella la tazza di latte? -
 
Antonio annuisce:
 
- Sono stato malato per tanto tempo -
 
- Sette giorni. Il cerusico l’aveva detto: il settimo giorno o su o giù. Io lo sapevo che ce la facevi. Tu sembri delicato ma sei il più forte di tutti. Adesso ti porto il latte.-
 
- Me lo potete far portare dal Bertesi? Voglio chiedergli una cosa.-
 
- È andato in San Domenico a portare un pluteo. Te lo mando al tramonto. –
 
Maddalena scende la scala, un po' di sghembo, per passare con maggiore facilità.
 
Antonio ascolta il passo della donna perdersi in basso e si alza. Deve appoggiarsi al muro e attendere che il mondo si fermi, poi esce nel sole, respira profondo e si volge verso la finestra di Francesca Ferraboschi. I gerani sono in parte sfioriti, la finestra è aperta e vuota.
 
È quasi buio quando il carro di Pescaroli, guidato da Giacomo Bertesi, si ferma davanti alla bottega.
 
Giacomo balza a terra e Pescaroli gli va incontro col suo passo claudicante:
 
- Perché così tardi? Ti abbiamo aspettato per chiudere.-
 
- Prima mi ha fatto mettere il pluteo davanti all’altare, poi di fianco e poi di nuovo di fronte. - Vede Maddalena e le va incontro
 
- Antonio come sta? -
 
- Meglio. Non ha più febbre e si è pappato una scodellona di latte con la polenta. Ti aspetta su. Vai. -
 
- Devo prendere una cosa…- Giacomo attraversa la bottega di corsa e va frugare nel retro.
 
Antonio, avvolto nella coperta come un beduino, ascolta i veloci passi di Bertesi che sale le scale.
 
Giacomo spalanca la porta e resta ansante a guardare l’amico tenendo fra le braccia un pacco avvolto in un sacco. Gli punta un dito contro, accusatore:
 
- Bello spavento che mi hai fatto prendere. Credevo che morissi.-
 
- Mi dispiace. - risponde Antonio e guarda il pacco con un sorriso interrogativo. Bertesi sbuffa:
 
- Lo so che guardi questo e non me. Sta tranquillo, è il tuo maledetto violino… - comincia a svolgerlo con cura per non strappare la carta ma poi l’onda dell’irritazione lo vince: lo butta ancora mezzo imballato tra le mani di Antonio e se ne va sbattendo la porta.
 
- Ma no, Giacomo... –
 
Antonio si blocca. Nel prendere il violino, si è udita una vibrazione armonica. Il ragazzo passa le mani sul manico e le corde suonano sotto le sue dita.
 
Con le lacrime agli occhi, strappa gli stracci dallo strumento ed esso appare in tutta la sua completezza, con le quattro nuove corde di budello di pecora ben tese.
 
Giacomo Bertesi si è fermato a mezza scala, ad ascoltare. Gli giunge il suono di note casuali pizzicate sul violino e poi la voce di Antonio che lo chiama:
 
- Giacomoooo ! –
 
Bertesi scappa via. Sopra la sua bocca condannata al sorriso, ha gli occhi umidi di commozione.
 
I grandi scaffali intagliati son quasi finiti. All’ultima lucidatura lavorano insieme Pescaroli, Antonio e Giacomo con bel ritmo e buona lena.
 
Antonio si sposta a lucidare dalla stessa parte di Bertesi per potergli chiedere a bassa voce:
 
- Come hai fatto con i centoventi soldi?—
 
- Cazzi miei.-
 
- Grazie. -
 
- Van bene? -
 
- Le corde sì. Ma lo strumento mi sembra cupo. Stanotte lo provo con l’archetto. –
 
Pescaroli fa capolino da sopra i riccioli degli scaffali e guarda i due con una smorfia che vorrebbe essere severa:
 
- Che strumento provi stanotte?-
 
Antonio sfrega con maggior vigore fingendosi tutto preso della lucidatura. Bertesi più smaliziato, fa l’occhietto al padrone:
 
- Il flauto a pelle, magister. È nell’età. –
 
Pescaroli scoppia a ridere:
 
- Attento che è quello che fa venire la terzana! -
 
Francesca Ferraboschi appare nel riquadro illuminato della finestra della sua stanza da letto e si volta per un fuggevole sguardo verso l’altana della bottega di Pescaroli. Il sorriso presuntuoso le smuore sulle labbra: la linea dei coppi si staglia bene contro il cielo. Non c’è nessuno a spiarla stasera.
 
Francesca sente una spina di delusione nel cuore e sbatte le ante, irritata.
 
Antonio è nel suo sgabuzzino, il violino ben fermo tra il mento e la spalla sinistra. Nella destra tiene l’archetto che ha appena terminato di montare e lo tiene sollevato sulle corde, esitando. Poi tocca appena. Una nota bassa vibrante che subito si spegne.
 
Antonio tende di più la corda ruotando il pirolo e riprova: ora la nota si è fatta un poco più chiara ma non ha molta profondità, non ha pienezza di suono. Passa l’archetto anche sulle altre tre corde: il violino ha una buona voce ma senza corpo, un suono inscatolato ben diverso da quello che ha sentito erompere dal violino di Amati. Muove l’archetto con violenza e le note acquistano forza ma restano cupe. Lo fa saltellare, spostando le dita della mano sinistra lungo il manico per creare le note che zampillano cacofoniche, disordinate ma sempre con quel timbro di chiuso, di scatola.
 
Antonio butta l’archetto sul pagliericcio e prende il violino con entrambe le mani, fissandolo come se potesse interrogarlo e capire il perché del suo mediocre canto.
 
- Sembri uguale ma non lo sei, come un uomo da fuori sembra uguale all’altro anche se uno è un santo e l’altro un assassino. Dovevo immaginarlo che avevi un segreto dentro...-
 
 
 
 
Capitolo 17
 
UN SEGRETO DENTRO
 
Giacomo Bertesi è paonazzo per lo sforzo. Solleva a rischio d’ernia una metà dello scaffale per poggiarlo sul pianale del carro. All’altra estremità Antonio lo regge al limite delle sue forze, la fronte imperlata di sudore, mormora tra i denti:
 
- Non suona come dico io…-
 
Giacomo gli risponde puntando i piedi e strabuzzando gli occhi per arrivare a poggiare lo scaffale sul carro:
 
- Fammelo sentire lo stesso.-
 
Riesce a far superare allo scaffale il livello del pianale e molla il peso piegando le ginocchia. Ansima e sbuffa. Antonio spinge lo scaffale sul carro.
 
 
 
- Non c’è niente da sentire. Non suona.-
 
- Per niente?-
 
Bertesi getta una corda per legare lo scaffale mentre Antonio ciondola le braccia per sciogliere i crampi ai muscoli. Scuote la testa:
 
- Devo aver sbagliato qualcosa. –
 
Bertesi sale sul carro e lega lo scaffale. Annuisce divertito
 
- Sì, hai sbagliato mestiere. Quello è lavoro da liutaio non da falegname. Ognuno ha i suoi segreti. -
 
 
 
C’è una carrozza scura ferma davanti al carro col vecchio cocchiere dei Ferraboschi in serpa, le briglie tra le mani e la testa china in avanti in un’attesa senza impazienza, simile a quella del suo cavallo. Dal finestrino Maddalena si sta sventagliando le tonde gote e il largo petto con un ventaglio spagnolo. Sui capelli intrecciati e avvolti intorno alla nuca ha un velo di pizzo nero impigliato nella rosa dei grossi spilloni piantati a corona per reggere la pettinatura.
 
Francesco Pescaroli si avvicina al carro portando un secondo scaffale, aiutato da Pietro Ferraboschi. Pietro sorride ad Antonio che, memore dell’offesa subita davanti alla cattedrale, non ricambia e torna verso la bottega.
 
- Cesco, fai fare a loro che poi puzzi come una capra e rovini l’abito buono! –
 
Maddalena gli punta contro il ventaglio e poi torna a farsi aria.
 
Pescaroli si passa le mani sull’abito di velluto per spolverarselo e fa cenno alla donna di tacere. Si rivolge al giovane Ferraboschi
 
- Pietro ringrazia tuo padre per la carrozza. Ti affido la bottega per questi tre giorni. Ci sono delle panche da finire e Antonio sa quello che deve fare. Vero, Antonio? Mia moglie ti ha lasciato del pane, vedi di arrangiarti.-
 
Il ragazzo si ferma sulla soglia della bottega e si volta verso il padrone:
 
- Sì, magister.-
 
- Bravo. Portami spada e parrucca, sono sul bancone.-
 
Antonio entra in bottega evitando di incrociare lo sguardo di Pietro Ferraboschi. Pescaroli dà due strattoni alle corde che legano gli scaffali e dice a Bertesi:
 
- Assicurati che siano legati bene. La strada per Parma è piena di buche. –
 
Giacomo controlla i nodi mentre Antonio si avvicina al padrone portandogli la spada col cinturone e la parrucca un po' spelacchiata.
 
- Ma non è pericoloso fare un viaggio così lungo senza scorta? -
 
Pescaroli si allaccia la spada e si piazza in testa la parrucca come fosse un vecchio cappello:
 
- Quando ho questa al mio fianco mi sento sicuro. Chiedetelo a quel ferrabutto che mi ha sparato con l’archibugio nel Quarantotto. Mi stava a quattro passi, non più...-
 
- Cesco, gliela racconti un’altra volta. Non voglio trovarmi per strada col buio. E i Benedettini chiudono il convento al vespro.-
 
- Vengo, vengo! –
 
Pescaroli ha un sesto di rassegnazione e tende la mano a Pietro Ferraboschi che gliela stringe.
 
- Tenete gli occhi bene aperti. Avete un tesoro su quel carro. Sono gli scaffali più belli che ho visto.-
 
- Grazie - gongola Pescaroli - sono per la biblioteca dei Benedettini. Non male eh?— incontra lo sguardo di Bertesi che ora si è seduto sul carro con le gambe a ciondoloni e aggiunge - E pensa che un bel po' dell’intaglio l’ha fatto Bertesi.-
 
- Quando il maestro è bravo, l’allievo fa da specchio.-
 
La frase colpisce Antonio che si volta a guardare verso il negozio di Amati, mordicchiandosi il labbro inferiore, meditando.
 
Francesco Pescaroli sale in carrozza a fianco della moglie e schiocca le dita per svegliare cavallo e cocchiere. Entrambi aprono gli occhi e il cavallo si avvia.
 
Bertesi si arrampica alla guida del carro, prende le redini e avvia il carro dietro alla carrozza.
 
- Buon viaggio! - gli grida dietro Pietro e Bertesi ricambia con un ampio gesto della mano.
 
Antonio saluta e resta a guardare finché il carro non scompare in fondo alla contrada dei Coltellai immettendosi nella strada Magistra, poi si volta, evitando di guardare Pietro e si dirige verso la bottega. Ma Pietro lo afferra per un braccio:
 
- Ce l’hai ancora con me per quella volta in piazza Duomo? Mica potevo indovinare che il cavallo stava per pisciare, no? –
 
Antonio alza le spalle e Pietro gli tende una mano:
 
- Dai, facciamo pace. Ti ho spinto perché non mi piacciono quelli che guardano mia sorella in quel modo. Se sei un uomo, qua la mano.-
 
Antonio esita, poi gliela stringe.
 
- Da uomo a uomo: mi dai dieci minuti di permesso?-
 
- Un intero quarto d’ora. Hai già una morosa da qualche parte? -
 
Antonio non risponde, va a prendere il suo violino avviluppato in uno straccio e corre verso san Domenico girando intorno all’isola e infilandosi in un vicolo che torna verso contrada dei Coltellai terminando cieco davanti alla bottega di liutaio sormontata da un’insegna: Andrea Guarneri.
 
È la bottega alle spalle di quella di Amati: piccola, con violini e viole appesi alle pareti. Antonio fiata due o tre volte prima di entrare, poi si fa coraggio e spinge la porta vetrata:
 
- Magister Guarneri?-
 
La bottega è vuota e Antonio esita ad andare oltre. Qualcuno si muove dal retro e Antonio ripete la sua chiamata:
 
- Magister Guarneri, vi disturbo? -
 
Dalla porta sul retro appare, inaspettato, Nicolò Amati che lo guarda sospettoso:
 
- Che vuoi? E cosa porti in quello straccio?
 
Antonio cerca di ritirarsi:
 
- Niente. . . volevo chiedere una cosa al magister Guarneri. –
 
Nicolò Amati lo afferra per un braccio:
 
- Una cosa che non puoi dire a me? –
 
Antonio avvampa e incespica nelle parole:
 
- No. . ma.. ma. . volevo chiedere al magister Guarneri se mi prenderebbe per garzone qui in bottega, Mi piacerebbe imparare a fare i violini. –
 
Amati lo sbircia di traverso:
 
- Perché non sei venuto da me? -
 
- Non. . . non lo so. . Voi siete troppo importante, magister. . . così ho pensato che… -
 
- …che un novellino come Guarneri sia tanto stupido da raccontare i nostri segreti al primo imbecille che glieli chiede? -
 
Antonio fa di no col capo e vorrebbe andarsene ma Amati non lo molla:
 
- Che hai in quello straccio?-
 
Antonio lo svolge e mostra il suo violino. Amati lo prende con un sorriso di sufficienza ma come lo tocca si oscura in viso.
 
- Chi l’ha fatto questo? - e sbircia dentro il violino per scorgere l’eventuale cartiglio.
 
- Io, magister. Ma non ha una buona voce.-
 
Amati lo fissa strano, quasi con paura che poi sfoga in rabbia.
 
- Chi credi di essere per metterti a fare violini? I violini non sono scaffali o tinozze o panchetti che si possono improvvisare. Ci vogliono anni e anni per imparare il mestiere altrimenti c’è lo zampino del diavolo e bisogna denunciarlo alla Santa Inquisizione! -
 
Antonio non guarda che il suo violino, agitato senza rispetto da Amati.
 
- Sì, magister, ma del mio violino che pensate?-
 
Amati si rigira lo strumento fra le mani:
 
- Non hai potuto farlo tu!-
 
- L’ho fatto io, magister. -
 
- Chi ti ha insegnato? -
 
- Nessuno. –
 
Amati dà un’altra occhiata al violino picchiettando con le dita sulle fasce.
 
- Ma le fasce sono scolpite in massello! -
 
- Non si fa così, magister? - chiede Antonio con interesse.
 
Il vecchio liutaio guarda gli occhi nerissimi e vivi del ragazzo poi con un gesto inaspettato spezza il manico del violino con un forte colpo di taglio contro il banco di Guarneri. Le corde scattano con un lamento orribile.
 
- Ecco come si fa. E tu continua a far panchetti, bastardo. -
 
Le parole di Amati, il violino spezzato, colpiscono Antonio come un calcio nello stomaco. I suoi occhi si riempiono di lacrime ma stringe i denti e si china a raccogliere il violino rotto e poi si drizza sulla persona. Sfida Amati fissandolo dritto negli occhi:
 
- Grazie, magister. - e il ringraziamento suona come una minaccia. Dalla strada entra Andrea Guarneri con parrucca e spada e si leva l’una e l’altra sbuffando:
 
- Quell’imbecille di mio figlio! I Gesuiti dicono che non è tagliato per lo studio e che non obbedisce a nessuno.-
 
Antonio saluta Guarneri con un cenno del capo e se ne va a grandi passi col suo violino spezzato. Amati si rivolge a Guarneri :
 
- Hai insegnato tu a quello?-
 
- Io? No. Perché
 
- Allora è stato il diavolo.-
 
Amati attraversa il cortile interno e arriva nel retro della propria bottega. Va dritto allo scaffale e apre la custodia del violino che Stradivari ha copiato e lo tira fuori. Se lo rigira tra le mani e poi guarda Antonio che entra nella bottega di Pescaroli col violino spezzato in mano.
 
- Il diavolo! Almeno spero! - brontola facendosi un segno di croce.
 
 
 
Capitolo 18
 
UN SEGNO DI CROCE
 
 
 
Sul volto del vecchio Stradivari, appoggiato al grande pioppo, aleggia l’ombra di un sorriso. Abbassa lo sguardo dalle nuvole che convergono sulla guglia lontana del Torrazzo e posa gli occhi, ancora colmi della gioventù rivissuta nel ricordo, sul figlio prete che sospira facendosi un devoto segno di croce.
 
- Bella carogna, che Dio l’abbia in gloria. -
 
- No...no, aveva ragione, quel violino non era buono. . e il grande Nicolò mi diede tutta la rabbia e l’ostinazione necessaria per perseverare. E l’indicazione sulle fasce. Avevo commesso un errore madornale scolpendo il profilo del violino: non sapevo che le fasce fossero listelli piegati a caldo sulle forme di ferro scaldate sulla brace. Io non avevo le forme e dovetti tornare a chiedere a Spaccapeli. Che gran fabbro! Era contento di avere un uncino al posto della mano destra. Diceva che così doveva essere un vero fabbro, in grado di prendere il ferro incandescente dalla forgia. Spaccapeli aveva forgiato le forme per Nicolò Amati e per Guarneri e me ne fece due uguali: sembravano il batacchio di una campana a sezione ovale. Lui li agganciava nella brace con quel suo uncino e li manovrava con agilità, ma per me era pesante e dovevo fare pratica, così prese l’abitudine di tenermi la forgia accesa per due ore dopo la chiusura. Adesso sembra facile ma allora per me non lo era: se ritiravo il ferro quando era troppo rovente il legno si bruciava e se non lo era abbastanza la piegatura non diventava stabile e la temperatura giusta dura tre minuti. I listelli d’acero o di pioppo spessi un millimetro si fessuravano ma avevo già capito che le fasce dovevano essere più sottili possibile perché lasciavano libera la tavola armonica di vibrare e il fondo del violino di pulsare. Fu ancora Spaccapeli a venirmi in aiuto, consigliandomi di piegare sopra i listelli un sottile foglio di piombo che ne uniformava la temperatura.-
 
Il vecchio tace inseguendo i suoi ricordi. Vaga con lo sguardo intorno come se la sua mente si annebbiasse. Il figlio prete lo scruta, cercando di capire se ha finito di raccontare, ma il vecchio riprende:
 
- Di giorno lavoravo da Pescaroli con Bertesi che m’insegnava l’arte dell’intaglio e dell’intarsio e anche quella della lettura e della scrittura... pur se devo ammettere di aver appreso meglio a trattare il legno che non la penna, e la notte giravo per i tetti a rubar violini o a bruciarmi e mani con ferri arroventati...- il grande vecchio tace di nuovo, lo sguardo acquoso e sfocato, lasciando che la memoria districhi i labirinti dei ricordi, ridando luce a dettagli dimenticati. Risente l’acre odore del legno stretto sul ferro arrossato nella brace e il lavoro paziente dell’incollatura delle fasce, strette tra sagome e controsagome, con funicelle abbraccianti le sporgenze dei pioli. Aspira quell’odore e chiude gli occhi.
 
Don Giuseppe pencola verso il padre male interpretando il suo silenzio, ma il vecchio lo scosta con una mano e riprende a dar suono alla memoria:
 
- Di quel primo violino tenni solo il fondo e la tavola armonica... ci lavorai per anni e alla fine riuscii a farlo suonare come un violino... ero diventato un uomo e avevo fatto un violino però non ero riuscito ad avvicinarmi a quel suono... neanche ad avvicinarmi...-
 
 
 
 
Capitolo19
 
NEANCHE AD AVVICINARMI
 
L’archetto scivola sulle corde del violino traendone note squillanti.
 
Antonio Stradivari ha vent’anni. È diventato un bel giovanotto, alto e magro, con un forte naso e grandi labbra sensuali. I suoi occhi sono rimasti limpidi, nerissimi e guizzanti.
 
È sull’altana e sta provando il suo violino. Dietro a lui non c’è più la coperta di cavallo ma ante di legno fanno da schermo alla finestra.
 
Antonio prova e riprova la voce dello strumento muovendo le sue dita grosse e callose da falegname, sulle corde sottili.
 
Il suono è squillante, pulito, ma lui non pare soddisfatto. Sposta un poco il ponticello, riprova suonando due o tre note in sequenza armonica. Sospira e abbassa il violino inquieto. Si sente guardato e si gira verso la finestra di Francesca Ferraboschi: è là, più bella che mai e gli sorride.
 
Antonio si sente avvampare. La giovane donna subito si ritrae.
 
Antonio continua a provare il violino ma le sue dita tremano di emozione. Una campana batte a morto.
 
Dalla strada sale un rumore di gente che salmodia.
 
Antonio si affaccia a guardar giù: sta passando un funerale.
 
Dietro il feretro portato a spalle c’è l’architetto Alessandro Capra, invecchiato, che dà la mano ad un bimbetto di pochi anni. A fianco, un po' indietro, cammina Gian Giacomo Capra insieme alla vecchia madre. A tratti barcolla, ubriaco, e la madre lo sorregge. La donna, livida di rabbia e di dolore, gli sibila:
 
- Se non per rispetto a tua moglie morta, almeno per quella povera creatura innocente…-
 
Gian Giacomo sussurra al bambino:
 
- Giovanni Battista, psst! Dì Giobatta... soffri?-
 
Il bambino si gira a guardare il padre, serio, poi un sorriso luciferino gli illumina il volto e mormora con voce compunta:
 
- No papà. È bello essere morti.-
 
Il nonno Alessandro dà uno strattone al bambino facendolo tacere mentre sale più forte la cantilena del prete e del corteo funebre. Le porte delle botteghe vengono chiuse al suo passaggio e riaperte subito dopo.
 
Antonio riappende il violino alla corda tesa sul suo letto e s’infila una giubba. Scende a balzi le scale e si unisce in coda al funerale.
 
La tumulazione al cimitero è cerimonia breve. Poche parole del prete, Gian Giacomo Capra che cerca di star dritto sull’orlo della fossa ma dondola ora avanti ora indietro rischiando di cadere sulla cassa di legno chiaro che viene calata nella fossa con due grandi corde che vengono poi ritirate.
 
Gian Giacomo raccoglie una zolla di terra e la fa cadere sulla bara, poi i becchini iniziano la sepoltura.
 
Antonio guarda le lapidi, alcune sono ornate con statuette e portano i nomi dei sepolti incidi sulla pietra, ma la maggior parte delle tombe è segnata da un povera croce di legno e molte hanno i bracci marciti e spezzati.
 
Chi saranno stati? Che cosa avranno desiderato, sognato, avuto? Nessuno lo sa più, nessuno la saprà mai più. Antonio sente il bisogno di tornare dal suo violino e creare qualcosa che resti quando anche lui sarà uno dei tanti morti dimenticati.
 
Alcune esclamazioni di sdegno lo distraggono da questi pensieri e vede la madre di Gian Giacomo Capra tirare via il figlio con violenza.
 
In fondo al gruppetto occhieggia Bertesi: non è cambiato molto, la sua bocca ha conservato la piega naturale al sorriso anche se i suoi lineamenti si sono induriti, perdendo i segni dell’adolescenza.
 
- Che è successo? – chiede Antonio all’amico.
 
Bertesi gonfia le gote poi le svuota in un lungo soffio. Fa cenno ad Antonio di accostarsi e gli sussurra in un orecchio:
 
- Pare che lo stronzolo abbia detto “la prima s’è rotta, avanti un’altra!”…
 
I becchini hanno finito e il cimitero si svuota. Antonio e Bertesi se ne vanno per ultimi:
 
- Non c’è più posto per i morti, hai visto? Ti piacerebbe sapere dove sarai seppellito?
 
Antonio si stringe nelle spalle:
 
- Da morti un posto vale l’altro. Io poi non sono battezzato. –
 
- Ma dài! Siamo tutti battezzati! –
 
- Don Guasco ha detto che io non lo sono e che mi devo battezzare.-
 
- Fallo subito che se muori vai all’inferno? –
 
- Tu ci credi? Uno come quello stronzolo…. Prima dio lo fa stronzolo e poi lo manda all’inferno? –
 
Bertesi ride e gli dà una manta sulla spalla:
 
- L’inferno è pieno di stronzoli! Magari! Pare invece che quelli vadano tutti in paradiso coi preti e i vescovi!-
 
Antonio annuisce sorridendo.
 
Venendo dal cimitero e camminando sotto gli archi a sesto acuto del porticato delle scuderie, Alessandro Capra guida Pescaroli e il marchese Camillo Magio verso il suo laboratorio, accanto al cortile esagonale della sua casa. Bertesi e Antonio si fermano e l’architetto fa loro0 cenno di entrare.
 
Alessandro capra entra per primo e tira una tenda di broccato che scorre sui suoi anelli e permette alla luce del giorno di illuminare un modello in scala uno a dieci del sistema di chiuse e dighe da lui progettato per arginare le piene del Po.
 
Alessandro fa sedere gli ospiti davanti al modello e dà inizio alla rappresentazione: alza una chiusa e vera acqua fluisce nel modello mettendo in moto tutta una serie di ruote a pale e di argani che sollevano sbarramenti Sviando il corso dell’acqua.
 
Esclamazioni di stupore e di ammirazione. Stradivari si china sul modello e commenta:
 
- Meraviglioso: è l’acqua stessa a regolar l’acqua!
 
L’architetto si compiace della battuta:
 
- È il giudizio più sintetico ed espressivo che abbia sentito sulla mia opera. Anzi, proprio con queste parole sottometterò il progetto al governatore di Milano affinché ne parli col re di Spagna. –
 
- Brutto momento per la Corona. Re Fillppo ha dovuto promettere al Mazarino 508.808 scudi quale dote per l’infante Maria Teresa, che va sposa a Luigi XIV, in cambio della rinuncia della Francia a ogni diritto di successione sulla Spagna, ma Madrid non può pagare.-
 
- Ma quanti re ci sono? E chi è re Filippo?- chiede Antonio.
 
Ridono tutti e l’architetto risponde:
 
- I re sono tanti e il nostro si chiama Filippo IV di Spagna.—
 
- E la gente lo chiama anche in tanti altri modi, specie quando deve pagare le gabelle...- scherza Bertesi.
 
- Filippo quarto... è brutto essere quarti. Se io fossi re vorrei essere chiamato primo! – commenta Antonio facendo di nuovo ridere tutti.
 
Entra Gian Giacomo Capra ma si ferma sulla soglia nel vedere tanta gente in bottega. È ancora alticcio, squadra Antonio con disprezzo e chiede al padre:
 
- Da quando padre fai entrare i bastardi in questa casa?-
 
Prima che Antonio possa rispondere Alessandro s’interpone e ribatte:
 
- Da quando Dio mi ha dato te, figliolo.-
 
Gian Giacomo sogghigna alla battuta paterna e alza le spalle:
 
- Nessuno può comprendere i disegni di Dio, ma io posso comprendere benissimo che i soldi della dote della mia povera moglie trapassata sono miei e non vedo perché debba tenerli tu, padre –
 
Alessandro taglia corto perché non vuol discutere cose di famiglia davanti agli amici.
 
- C’è una richiesta legale del padre della morta ma non è questo il momento di parlarne - mette mano al borsellino e chiede a Giani Giacomo: - Quanto ti serve? -
 
- Bisogna dare 36 soldi alla serva che non prende paga da tre mesi, poi ci sono 6 lire di interessi da pagare ai Banchi degli Ebrei, due lire e sei soldi ai Ferraboschi per carne e salami. . . -
 
- Ho capito. Ecco, due filippi, basteranno anche per il vino.-
 
Gian Giacomo prende e sorride:
 
- Grazie, illustre padre. Perché non mi trovi un’altra bella moglie che duri un po’ di più della prima e che pensi a quel cacasotto di mio figlio? E già che ci sei perché non mi apri un’altra bottega magari con un robusto marangone dentro?-
 
Alessandro fissa il figlio:
 
- Attento, Gian Giacomo, che Dio non ti abbandoni. –
 
Gian Giacomo spalanca le braccia in un gesto d’ironica rassegnazione:
 
- Non tutti possiamo avere il genio dei figli della colpa - ride in faccia ad Antonio che resta impassibile e poiché nessuno gli risponde, Gian Giacomo se ne va.
 
Qualche ora dopo Antonio sta lavorando d’intarsio nella bottega di Pescaroli e vede Francesca Ferraboschi attraversare la strada accompagnata dalla sorella maggiore Marsilia, vestita di vedovile nero. Francesca dà un’occhiata verso bottega e Antonio sente un vuoto allo stomaco, come se la forza del suo desiderio gli desse una grande debolezza.
 
Francesca e Marsilia entrano nella ferramenta di Spaccapeli. Antonio si leva il grembiule di cuoio e va a guardarsi in uno specchio, posto in mezzo a due grandi angeli di fresca pittura, si scuote la segatura dai capelli, se li ravvia con le mani e corre fuori.
 
Spaccapeli ha la pelle un po' più affumicata ma non sembra invecchiato. Marsilia sta scegliendo una parure di coltelli da tavola e il fabbro ne magnifica le qualità.
 
- Non sono coltelli. Signora, sono armi da cucina. –
 
Antonio entra in bottega e Spaccapeli gli fa l’occhietto:
 
- E’ la volta che mi compri la spada?- la indica ancora appesa al muro, impolverata.
 
Antonio scuote la testa, i suoi occhi sono fissi su Francesca. Spaccapeli mangia subito la fog1ia e sogghigna:
 
- Non sono solo le spade a spezzare i cuori degli uomini… -
 
Marsilia dà un’occhiataad Antonio e continua ad esaminare i coltelli. Francesca resta con lo sguardo basso, imbarazzata e Antonio la fissa immobile, comico in così evidente adorazione. Spaccapeli g1i va in aiuto e lo indica alle due donne:
 
- Ecco uno che di lame se ne intende e che un giorno avrà la più bella spada di Cremona. Fatevi consigliare da lui. –
 
Francesca sorride a Stradivari ma Marsilia s’interpone fra i due
 
indignata e fulmina Spaccapeli con un’occhiata severa:
 
- Se vi piace fare il ruffiano non avete bisogno di vendere coltelli. –
 
Spaccapeli fa una smorfia e ne impugna uno come se volesse piantarglielo nel petto. Marsilia fa un passo indietro spaventata e Spaccapeli le sorride galante passando un pollice sul filo della lama:
 
- Che dite mai? Davanti ad una donna bella come voi, io dovrei pensare a favorire un altro? –
 
Marsilia gradisce il complimento. Il tempo è bastato ad Antonio per sfiorare una mano di Francesca che si ritrae ma lo fissa con i suoi grandi occhi scuri.
 
- Sono bellissimi…- sospira Antonio e non sembra parlare dei coltelli. Marsilia porta via Francesca, dicendo al fabbro:
 
- Mandatemene a casa una dozzina. A casa di mio padre, sono tornata lì dopo la morte di mio marito. –
 
Le due donne escono e Antonio resta aggrappato al banco, emozionato. Il contatto di quella mano d’angelo sembra aver lasciato qualcosa sulla sua. Si accarezza i polpastrelli delle dita col pollice assaporando il ricordo.
 
Spaccapeli gli gira intorno e lo guarda con invidia:
 
- Porca miseria come deve essere bello! Lo sai che io ho cinquant’anni e una cotta così non me la sono mai presa? –
 
- Grazie. Il mio debito con voi si allunga. – sorride Antonio.
 
Spaccapeli annuisce e sospira:
 
- E voglio che cresca ancora, così ti dò un buon consiglio: lascia perdere la Ferraboschi che non hai speranze. La vogliono sposare con qualcuno bene imparentato e con un bel po’ di soldi. E tu, ragazzo, potrai anche fare soldi ma la parentela è quella che è. -
 
Antonio non si offende perché Spaccapeli parla con sincerità e risponde con sicurezza:
 
- Io farò soldi abbastanza per essere anche mio padre e mia madre. -
 
 
 
 
Capitolo 20
 
PER ESSERE ANCHE MIO PADRE E MIA MADRE
 
Santus. Santus. Santus.
 
Il tinnio della campanella del chierico si amplifica e si solennizza nello slancio verticale della navata centrale della cattedrale, con suggestione mistica.
 
La luce filtrata dall’alto si stempera in un riverbero diffuso, nascondendo in ombre misteriose gli affreschi che ricoprono le pareti.
 
Il prete leva l’ostia verso il quadro della beata Vergine Assunta che sale in cielo sopra l’altar maggiore.
 
Su banchi scuri donne inginocchiate piegano le teste coperte da veli neri e lo stesso fanno gli uomini in piedi in fondo alla chiesa, i cappelli in mano.
 
Solo Antonio non abbassa il capo e fissa Francesca Ferraboschi inginocchiata accanto alla sorella e alla madre. Francesca divarica le dita delle mani che tiene a coppa davanti al viso e si scorge il balenio riflesso di un frammento di specchio stagnato che tiene nascosto nel palmo. Lo muove fino a che vede riflesso Antonio, in piedi vicino all’acquasantiera che orna una colonna.
 
Dall’altra parte della colonna, Pietro Ferraboschi fissa il corpo inginocchiato della sorella, la bella linea delle spalle, il collo sottile e regale liberato dai capelli raccolti sulla nuca, l’amato profilo del volto e il velluto morbido delle guance più volte coperto di baci fin da quando era bambina. La calda sensazione del suo amore per lei, intorbidata nell’adolescenza da quei giochi infantili ai quali Francesca aveva finito per ribellarsi.
 
Pietro nota la posizione innaturale delle mani della sorella. Alza gli occhi su Antonio e coglie l’intensità del suo sguardo fisso su Francesca. Uno sguardo pieno di un desiderio così franco che gli sembra sfrontato in quel luogo sacro.
 
Ci dev’ essere complicità in Francesca, perché Antonio abbia uno sguardo così! Sofferente, come se gli incidessero le carni, Pietro torna a guardare la sorella che ora giunge la mani in una pia preghiera.
 
Si volta di nuovo verso Antonio: quel garzone osa desiderare sua sorella e in modo così forte, così chiaro che i suoi sogni erotici e osceni lampeggiano anche dentro di lui, sconvolgendolo.
 
Pietro chiude gli occhi e cerca di pregare, di scacciare quelle visioni, ma Francesca volta il capo per un attimo e guarda Antonio.
 
Pietro non resiste, s’incammina a passo deciso verso di lei e si china a sussurrarle qualcosa. Francesca leva la testa e dà un’occhiata di disprezzo. Il volto di Pietro cambia, la rabbia si affloscia e assume una smorfia di supplica.
 
Il prete dà il missa est.
 
Le donne escono dai banchi in file ordinate avviandosi verso il fondo della chiesa, dove padri e mariti passano loro l’acquasanta con la punta delle dita per il segno della croce e le accompagnano fuori.
 
Maddalena sfiora la mano umida di Pescaroli, poi la trattiene per attirarne l’attenzione. Con un gioco di sguardi gli indica Pietro e Francesca. Pescaroli guarda ma non vede nulla di particolare. Si fa un devoto segno di croce e mentre accompagna la Maddalena fuori dalla chiesa le chiede:
 
- Che c’è? -
 
- Ma non hai visto? Fratello e sorella: lui le fa scenate di gelosia come se fossero amanti. –
 
Francesca scosta il fratello precedendolo verso l’acquasantiera e quando passa davanti ad Antonio gli lascia cadere in mano il suo rosario. Pietro vede il gesto ma non capisce ciò che la sorella ha fatto e Antonio ha chiuso subito il pugno su quel dono inaspettato, emozionato e felice.
 
Francesca dà l’acquasanta a Marsilia che si segna e poi porge le dita bagnate a Pietro che le sfiora e si segna senza distogliere lo sguardo dalla sorella.
 
Antonio lavora al nuovo violino per tutta la domenica, indifferente a Bertesi che gli dice che lavorare nel giorno del Signore è peccato mortale.
 
Il Cristo crocefisso appeso al muro guarda con eterna pazienza gli avvenimenti del mondo, le braccia spalancate inchiodate in un mancato abbraccio.
 
La lanterna in coccio è accesa, appoggiata su un banco da liutaio a fianco del pagliericcio. È un piccolo banco ma c’è tutto quel che serve a Stradivari: lime, pialle, sgorbie, spessimetri e vasetti di colla e di vernice, due morse da legno e una ganascia verticale.
 
Le corde del violino, unite nella cordiera d’ebano, sono appese accanto alle ante socchiuse della finestra, da cui entra la luce della sera.
 
Antonio batte con le nocche sul fondo del suo violino auscultandone l’eco, poi soffia con forza attraverso uno dei tagli a effe della cassa armonica ricavandone una nota: un sì calante.
 
Con un ferro a forma di esse appunta il cilindretto d’abete da sei millimetri che fa da anima al violino e lo introduce attraverso la effe di destra della tavola armonica. Lo mette in sede, due millimetri più indietro del segno di riferimento del ponticello, esercitando una lieve pressione. Mira col violino la fiamma della lanterna per sfruttarne la luce sul lucido della verniciatura e scopre che la paletta della effe di destra si è sollevata. Antonio interviene su di essa con leggeri colpi di lima.
 
La campana della cattedrale batte un tocco. Antonio posa il violino sul pagliericcio, prende la lanterna ed esce sull’altana.
 
Il giorno sta cedendo il passo alla notte e a occidente, appena sopra i tetti delle case, brilla vivissima la stella della sera.
 
La finestra di Francesca Ferraboschi è aperta e buia. Antonio posa la lanterna sul pavimento dell’altana e respira a fondo lasciando che lo sguardo si perda nel misterioso nero della cupola che lo sovrasta, come se qualcuno avesse messo un coperchio sul Torrazzo. Qualche nube si straccia e gli strappi si punteggiano di piccoli fuochi più deboli della fiamma della sua lanterna. Chissà se ha ragione quel pisano che sostiene che è la Terra che gira intorno al sole e che quelle fiammelle lontane sono altri soli…. O era quel napoletano bruciato vivo dai preti?
 
Ad Antonio piace fantasticare sul cielo e sorride al ricordo della sua convinzione infantile dio provvedesse di persona ad accendere quelle luci una sera, dopo l’altra, come fanno le guardie con le fiaccole del comune nei giorni di festa.
 
Via via che il buio si addensa, le luci nel cielo si fanno più vivide proprio come la sua lanterna.
 
Un chiarore alla finestra di Francesca lo distoglie da questi pensieri: la giovane donna, i lunghi capelli sciolti sulla bianca camicia di pizzo, si affaccia con un lume in mano e guarda verso l’altana. Antonio si china a prendere la sua lanterna e risponde al segnale posandola sui coppi.
 
I due giovani si guardano, ombre appena visibili accanto ai due punti di luce, poi Francesca si ritira e chiude la finestra.
 
Antonio rientra col cuore in tumulto. S’infila la giubba, specie la lanterna ed esce nel buio.
 
Non c’è luce nelle strade di Cremona e la notte è il regno del male, del peccato. Del pericolo.
 
Un barbone ubriaco canticchia un’oscena canzone zigzagando da un muro all’altro, due ombre furtive ingrandiscono per un attimo sotto gli archi di un porticato e il suono delle ruote di una carrozza lascia un silenzio ancora più assoluto. Antonio cammina rasente i muri delle case, scrutando ogni angolo buio, pronto alla difesa.
 
Un suono cadenzato di passi echeggia nei vicoli. Antonio si nasconde nell’ombra dell’androne di casa Ferraboschi. Cinque soldati spagnoli passano con torce fumiganti e Antonio non si muove finché la ronda non ha svoltato l’angolo, poi si arrampica sulla cinta e si lascia cadere nel giardino dei Ferraboschi.
 
Un cane abbaia da qualche parte. Antonio sente il sangue rombargli nelle orecchie. La finestra di Francesca è buia.
 
Raccoglie un sassolino e lo tira contro i vetri. Al terzo, Francesca, avvolta in una camiciona bianca, si affaccia.
 
- Sono io: Antonio Stradivari. – sussurra Antonio dal buio del giardino. Francesca guarda in bassa, turbata e gli risponde con voce soffocata, impaurita:
 
- Sei pazzo a rischiare tanto! Se mi fratello ti sente ti ammazza.-
 
- Francesca, ti devo parlare. Voglio dirti che ti amo…-
 
- Adesso me l’hai detto! Vattene ti prego prima che ci senta qualcuno…-
 
- No. Devo farti capire…ah! Le parole sono vecchie…usate da tutti e non ne trovo di nuove. Devo farti capire come io senta qualcosa d’immenso che spinge il mio cuore contro il cielo, va a unirsi al cielo quando ti vedo alla finestra…e…-
 
-Antonio troverò io il momento e il luogo per parlarci. Non qui. Va via! –
 
Antonio invece si arrampica aggrappandosi alle pietre angolari della casa e si afferra alla ringhiera del balcone:
 
- Non m’importa di morire se prima avrò un tuo bacio e non m’importa di vivere se non l’avrò…-
 
Francesca trema di paura e si tira indietro:
 
- Aspetta maledetto pazzo! Vuoi rovinarmi? Aspetta che scendo io…-
 
Chiude la finestra e Antonio salta sull’erba di un’aiuola.
 
Poco dopo si socchiude una porticina sotto il balcone e si affaccia Francesca avvolta in uno scialle. Guarda nel buio con apprensione. Antonio esce dall’ombra e l’attira a sé. La bacia e Francesca freme fra le sue braccia e ricambia il bacio. Poi si stacca:
 
- Non così, mi fai paura…-
 
Antonio le sfiora il corpo con mani tremanti:
 
- Perché, se anche tu mi ami? –
 
La bacia di nuovo. Francesca ricambia il bacio ma poi si stacca con forza:
 
- No, Antonio. No.
 
-Perché?-
 
- Perché ieri mio padre mi ha promessa in sposa.-
 
Antonio la guarda come se non avesse capito. Poi si scuote e avvampa:
 
- Sposa? E a chi? –
 
- Al figlio dell’architetto Capra.-
 
Antonio quasi si strozza con la sua stessa saliva. Rauco e rabbioso esclama:
 
- Gian Giacomo Capra? Quell’animale… ma è ignobile! –
 
Francesca arretra stringendosi lo scialle addosso:
 
- Non piace neanche a me, ma mio padre ha deciso così. Si è già accordato con l’architetto per la dote. –
 
- Amore. Scappiamo! Andiamo via da qui, io… io lavorerò. Ti darò tutto quello vuoi! –
 
Antonio parla e piange. Sa bene che quello che dice non è possibile. Francesca gli sfiora le mani:
 
- Siamo già andati troppo oltre. La mia debolezza ti ha concesso troppo e adesso per colpa mia starai male.-
 
Antonio scuote la testa:
 
- Ricorderò questo momento per tutta la vita. Il tuo profumo e le tue labbra… per tutta la vita…- poi ha uno scatto di ribellione e punta un dito verso il cielo – ma se lassù c’è un dio non può permettere questo! –
 
Francesca si fa un segno di croce ma gli sorride:
 
- Dio non si preoccupa così da vicino di quello che accade alle sue creature ma non bestemmiare. –
 
Antonio la stringe in un abbraccio forsennato e vorrebbe di nuovo baciarla ma Francesca si divincola:
 
- Non rovinare tutto! Addio, Antonio. Addio per sempre… -
 
Francesca rientra in fretta e chiude la porta. Si appoggia dietro l’uscio chiuso e piange. Antonio resta ansante a tormentarsi le mani, poi corre verso la cinta e con un balzo si aggrappa all’orlo, si tira su e salta in strada.
 
Il giorno dopo, nella bottega di Pescaroli, Stradivari e Bertesi stanno ultimando una balaustra scolpita. Antonio lavora corrucciato, la testa perduta in altri pensieri. Manovra male la sgorbia e fa saltare un ricciolo. Giacomo s’inquieta:
 
- Accidenti a te! Così rovini tutto! –
 
Antonio butta la sgorbia con un gesto di rabbia e l'utensile schizza sul piano del banco e cade davanti agli stivali di Pescaroli che sta entrando in bottega seguito da un giovane gesuita.
 
- Che succede? -
 
- Niente, magister, mi è scappata. – si affretta a dire Bertesi chinandosi a raccogliere la sgorbia da terra.
 
- E non ti deve scappare, dio santo! - impreca Pescaroli irritandosi ancora di più per aver pronunciato il nome di dio davanti al gesuita – Mi perdoni padre…-
 
Il gesuita gli sorride tollerante.
 
- Non nominare il nome di dio invano, sta scritto. Ma chi siamo noi per giudicare ciò che può sembrare vano a dio? Io credo che tale comandamento vada inteso come proibizione di implicare dio negli affari degli uomini.-
 
- Certo che voi gesuiti ci sapete fare con le parole. Per questo riuscite a mettere nel sacco il demonio e a bruciargli le sue streghe. -
 
- Mai vista una strega. A Cremona non ce ne sono. - sbotta Bertesi, la sgorbia in mano e il sorriso fisso sul giovane prete.
 
- Tu parla quando le galline pisciano! - lo rimprovera Pescaroli e poi al gesuita - Il maleducato che ha parlato per primo è Giacomo Bertesi, molto più bravo come ebanista che come uomo di mondo, l’altro garzone è Antonio Stradivari che ha un talento naturale nel trattare il legno. E questo, ragazzi, è padre Ambrogio, un giovane prete che ha preso i voti da poco e che da ora è il responsabile per la chiesa di San Marcellino. È venuto per vedere come procede il lavoro intorno alla sua balaustra. –
 
Padre Ambrogio accarezza la balaustra e approva:
 
- Bravi. Vedo che avete una buona mano. Quando sarà pronta? Come già vi ho detto, la parrocchia è molto povera e il mio predecessore ha dovuto vendere anche gli oggetti sacri per affrontare il restauro del tetto. È vero che Cristo non bevve in calici d’oro quando istituì l’eucarestia ma è lo stesso triste vivere in tempi dove è impossibile onorare la sua chiesa. I nostri contadini come decima mi hanno dato cinque staia cremonesi di grano. Vi posso dare una mina e mezza come pagamento per il vostro lavoro. –
 
- Padre, quello che potrete darci andrà benissimo. –
 
- Bravo. Avere un credito con, Dio è sempre un buon affare. Ho riaccordato l’organo e aggiustato il mantice, mi piacerebbe suonare durante le funzioni accompagnato da un violino, ma un buon violino costa troppo. –
 
Giacomo fa cenno ad Antonio che scuote la testa.
 
- Che c’è.. che c’è? – s’incuriosisce Pescaroli.
 
- C’è che abbiamo in bottega un bravo violinaro che però non vuol farlo sapere. -
 
Antonio sbuffa irritato e si schermisce.
 
- Hai fatto un violino? - chiede incredulo Pescaroli e Antonio esita ma poi acconsente:
 
- Un tentativo mal riuscito, magister…-
 
- Non è vero, suona come un violino vero e le corde sono mie - si vanta Bertesi mettendo quel minimo di pubblicità che ritiene necessario.
 
Il gesuita è interessato, con una sfumatura di accondiscendenza verso quella che può essere un'ingenua presunzione di Bertesi
 
- Io me ne intendo un po' di liuteria. e so che è un’arte difficile. Se uno deve fare un pluteo, anche bello come questo, sceglie il legno e lo lavora come ha imparato e il risultato non può che essere perfetto. Con un violino no: la scelta del legno è istintuale più che tecnica e la lavorazione ingloba variabili così delicate che è impossibile, anche per un bravo liutaio conoscere con certezza la riuscita del suo lavoro a priori. E non si può improvvisarsi in questo campo.
 
- Infatti non è un buon violino. - risponde Antonio scontroso guardando di traverso Bertesi che lo fissa con la sua faccia sorridente per nascita.
 
- Padre Ambrogio ha detto che è un esperto, Perché non fai giudicare a lui? -
 
- Tempo perso - risponde duro Antonio – io non so ancora fare un buon violino ma so come un buon violino deve suonare. –
 
- Ha ragione il tuo amico, Antonio. Lascia giudicare agli esperti. Non io che sono solo un prete ma a un vero esperto. Domani sera dopo il vespro sarà da me in parrocchia un nobile milanese, Gasparo Visconti, magister di violino. Potrei vedere lo strumento? –
 
Antonio scuote la testa e padre Ambrogio lo ammonisce:
 
- Attento, questo è peccato d’orgoglio…-
 
Antonio cede e va sull’altana a prendere il violino. Pescaroli lo guarda uscire poi dice al gesuita:
 
- È uno strano ragazzo ma ha molto di questo e di questo. . . - si tocca prima la fronte e poi il petto all’altezza del cuore.
 
- Glielo si legge in faccia. Dio ogni tanto si diverte a stampare impronte più vaste della sua magnificenza.-
 
Antonio torna col violino e lo dà a padre Ambrogio con un po' di malagrazia andando subito a riprendere il suo lavoro di sgorbia, come se il giudizio del gesuita non lo interessasse.
 
Padre Ambrogio esamina lo strumento con stupore crescente: sembra proprio un gran bel violino. Passa le dita sulle corde e le note suonano nitide.
 
- Mezzo giro sul pirolo del mi che è un quarto sotto.- dice Antonio senza smettere di dare di sgorbia.
 
Padre Ambrogio non esegue ma si avvicina ad Antonio:
 
- Mi sembra davvero buono, troppo anche. Chi ti ha insegnato? -
 
- Nessuno. -
 
- L’hai fatto da solo? -
 
- Quasi. -
 
- Ossia ? -
 
- L’ho copiato, padre.-­
 
Antonio posa la sgorbia su banco e si volta pronto ad affrontare il gesuita, desideroso che qualcuno o qualcosa gli dia un’occasione per sfogare il magone per il suo amore infelice.
 
- Ogni notte, per mesi, per anni, sono entrato nella bottega di Amati e ho preso un violino che poi riportavo all’alba. Così l’ho misurato e copiato. –
 
Pescaroli si appoggia sulla gamba ferita e sconocchia, poi afferra Antonio per la casacca, a brutto muso:
 
- Tutte le notti? Come un ladro? Hai davvero osato tanto? -
 
- Sì, magister, ma non ho rubato niente. -
 
- Niente? Gli hai rubato la cosa più preziosa: il segreto del mestiere! Questo hai rubato! -
 
Antonio china il capo. L’indignazione di Pescaroli si tramuta di colpo in un’esplosione d’ilarità. Si scusa col gesuita:
 
- Scusi padre, lo so che ha fatto male e non dovrei ridere, ma è troppo buffo. Amati, come tutti i liutai, è gelosissimo dei segreti della sua arte e questo ragazzo. . . una notte dopo l’altra…. è incredibile! –
 
Padre Ambrogio trae altre note dallo strumento:
 
- Ridere è liberatorio. Certo non posso approvare la frode ma la mano di Antonio è benedetta da dio e se domani sera, insieme al pluteo porterete anche il violino, il nobile Visconti darà un parere più preciso.-
 
Antonio annuisce, per cortesia:
 
- Come volete, padre, ma non è buono. O almeno non suona come dico io. -
 
 
 
Capitolo21
 
NON SUONA COME DICO IO
 
La chiesa è in penombra. Giacomo e Antonio hanno sistemato la balaustra al suo posto ed è molto bella, padre Ambrogio sussurra a Pescaroli che gli farà avere la mina e mezza di grano. Pescaroli annuisce e chiede
 
- E’ arrivato il violinista? -
 
È più ansioso lui di Stradivari. Ambrogio indica un signore corpulento e vestito di velluto che sta entrando in chiesa.
 
- Fratelli, ho l’onore di presentarvi il nobile Gasparo Visconti, il più ispirato violinista di Milano, ospite conteso in tutte le corti d’Europa. –
 
Gasparo si accarezza la parrucca compiaciuto. S’inchina appena verso Pescaroli che risponde con un inchino più profondo. Padre Ambrogio gli tende il violino fatto da Antonio. Gasparo lo prende con aria di sufficienza:
 
- E’ questo il violino fatto da un marangone? –
 
Stradivari fa un passo avanti, dritto e altero:
 
- Sì signore. L’ho fatto io.-
 
Il violinista esegue un accordo. Si ferma sorpreso: la voce del violino è molto limpida. Padre Ambrogio si siede all’organo e inizia a suonare. Gaspare gli va dietro col violino. Via via che il pezzo procede il violinista si infervora e fa cantare lo strumento, padre Ambrogio annuisce sorridendo ad Antonio che resta immusonito ad ascoltare mentre Pescaroli segue il tempo dondolando felice sulle gambe. Bertesi dà di gomito ad Antonio.
 
- Noi marangoni siamo bravi…- sussurra.
 
Il pezzo termina e il violinista resta con l’archetto sulle corde, poi si volta verso padre Ambrogio:
 
- Padre, bisogna abbassare l’organo di mezzo tono per accompagnare bene questo violino. – s’inchina ad Antonio e gli restituisce lo strumento:
 
- Ragazzo, è un piccolo gioiello. Chi è il tuo maestro?
 
- Un brigante signore, che suona meglio di chiunque abbia mai sentito. – prende il violino, si inchina e se ne va.
 
Al tramonto l’osteria della Colombina si riempie, prima che il buio sia fitto. Gli artigiani dell’isola vanno a farsi un bicchiere e anche qualche nobile non disdegna di bere in buona compagnia.
 
Spaccapeli, Bertesi, Andrea Guarneri e Pietro Ferraboschi sono impegnati in un giro di carte napoletane. Da solo, ad un tavolo in fondo, Gian Giacomo Capra beve il suo vino inghiottendolo con smorfie di disgusto, come se fosse una medicina amara.
 
Pietro lancia un’occhiata malevola verso Gian Giacomo che lo irride alzando il bicchiere alla sua salute. Pietro volta la sedia in modo da girargli le spalle.
 
Gian Giacomo si alza portando con sé il bicchiere mezzo pieno mentre Stradivari entra nel locale. Si ferma a guardare Gian Giacomo e poi china la testa e va al banco a ordinare un’ombra di rosso.
 
Si appoggia sui gomiti fissando il flusso scuro del vino che il taverniere gli sta versando, cercando di vuotare la mente dai pensieri di odio e di rabbia che gli dà la vista di Gian Giacomo Capra che va a chinarsi su Pietro Ferraboschi e gli dice in modo che tutti sentano:
 
- Domenica chiaverò tua sorella con la benedizione del padreterno e poi ti dirò se mi è piaciuto. -
 
Pietro s’irrigidisce nello sforzo di non reagire e Guarneri gli blocca un braccio contro il tavolo:
 
- E’ ubriaco.-
 
Gian Giacomo ride, beve e continua:
 
- Se hai qualche consiglio da darmi, per la chiavata, dico, sai le femmine hanno sempre dei gusti strani che non osano dirti la prima volta che le fotti ma tu li conosci bene quelli di tua sorella, vero? –
 
Pietro avvampa d’ira ma Spaccapeli lo ferma:
 
- Non ti sporcare le mani. Per i maiali si usa l’uncino. - e il fabbro aggancia Gian Giacomo per il cavallo dei pantaloni, strattonandolo.
 
L’uomo sente il freddo del ferro sui testicoli e si gonfia di paura mentre Spaccapeli gioca con l’uncino sogghignando:
 
- Bisogna vedere se riesci a tenerti le palle fino a domenica. A quelli come te Santa Madre Chiesa le dovrebbe tagliare! Diventeresti un pacifico castrato, grasso, mite e tranquillo e di lunga. vita. Stupido lo sei già, saresti perfetto. –
 
Gian Giacomo si libera dall’uncino lacerandosi le braghe. Sentendosi libero riacquista la sua aggressività:
 
- Parla per te, monco che ne hai esperienza. -
 
Va al banco vicino ad Antonio che non ha mai sollevato la testa.
 
Gian Giacomo batte una manata sul bancone e annuncia:
 
- Offro io. Un brindisi alla mia sposa. -
 
Nessuno si muove e Gian Giacomo afferra il taverniere per il grembiule:
 
- Ho detto da bere per tutti -
 
- Giù le mani e fuori i soldi -
 
Il taverniere stacca da sè la mano di Gian Giacomo che si fruga in tasca e poi butta sul bancone un pugno di quattrini di rame bolognesi. Indica la scritta sulle monete:
 
- Bonomia docet! – poi alza la voce dandogli la cadenza pretesca della messa - Prendete e bevete: questo è il mio sangue. -
 
Il taverniere si fa un segno di croce guardando Gian Giacomo con una smorfia di disgusto e non tocca quel denaro.
 
Gian Giacomo guarda Antonio con un sorriso cattivo:
 
- Io so che la mia bella sposa piace a molti, a moltissimi, e penserò a loro quando me la fotterò la prima notte di matrimonio. Mi darà più gusto…-
 
Antonio posa il bicchiere con minacciosa calma e leva su Gian Giacomo uno sguardo omicida:
 
- Sei solo una bestia. Hai già fatto crepare una moglie. Non ti lasceremo ammazzarne un'altra.-
 
Gian Giacomo sgrana gli occhi simulando ironico stupore:
 
- Lasceremo? Ti metti nel mazzo dei gentiluomini? Torna a scopare merda sul Po, figlio di una troia ebrea! - e gli scaraventa sul viso il vino rimastogli nel bicchiere.
 
Antonio spezza una bottiglia sul bordo del banco pronto a sgozzare l’ignobile provocatore. Pietro si tuffa a bloccarlo:
 
- No, per favore, no. È ubriaco, non sa quello che dice! Se sposerà Francesca diventa uno di famiglia e ti chiedo io scusa per lui …-
 
- Se? Hai detto “se”, caro cognato?-
 
Antonio si scolla di dosso Pietro e colpirebbe Gian Giacomo se non si mettesse in mezzo anche Pescaroli che gli ordina:
 
- Tu vai a casa! – poi si volta, verso Gian Giacomo - Per rispetto a tuo padre non ti rompo le ossa come meriteresti. -
 
Gian Giacomo s’inchina, sarcastico e raccoglie i suoi soldi dal bancone e se ne va:
 
- Ai vostri ordini magister, o devo chiamarvi addirittura dominus? –
 
Pescaroli bolle di rabbia, si volta e calcia la sedia su cui stava seduto.
 
- La partita è rovinata, amici. Sarà per la prossima volta.-
 
Pietro Ferraboschi ansima per lo sforzo fatto per trattenersi. Dà un secondo calcio alla sedia di Pescaroli ed esce rabbioso dalla taverna.
 
Va dritto a casa e affronta il padre nella sala della biblioteca. Spalanca la porta con irruenza e Giovanni Ferraboschi alza lo sguardo seccato dalla bibbia miniata che stava osservando attraverso un paio di occhiali a pinza fermati sul naso.
 
La biblioteca è foderata di scaffali scuri e ci sono molti libri rilegati in pelle ben ordinati per colore e misura.
 
-Pensavo di essere riuscito a insegnarti l’educazione… Perché entri come uno zotico? –
 
- Perché stavo per ammazzare un maiale, padre! Stavo per ammazzare il maiale a cui avete promesso mia sorella Francesca!-
 
- Prima che sorella tua è figlia mia. -
 
- Giusto! Voi l’avete tenuta fra le braccia da bambina, le avete insegnato i buoni sentimenti, trepidando se aveva la febbre, voi l’avete fatta crescere sana, buona, timorata di dio, voi le avete fatto sognare il matrimonio come scopo sublime di tutta la sua esistenza, voi adesso la buttate fra le braccia di quel porco marcio, ubriacone, che le farà fare la stessa fine della sua prima moglie! Padre vi supplico, non firmate il contratto di nozze, non condannate Francesca a una vita umiliante e degradata, peggiore della morte! –
 
Giovanni Ferraboschi chiude la bibbia e si leva gli occhiali:
 
- Hai finito l’arringa?-
 
- Padre, vi prego! –
 
- L’avvocatura ti avrebbe dato delle soddisfazioni ma questa è una causa persa in partenza. La prima moglie di Capra è morta di parto al secondo figlio in modo del tutto regolare. Gian Giacomo è un uomo solo che affoga il suo dispiacere nel vino, ha un figlio piccolo che ha bisogno di una madre e Francesca ha bisogno di un marito. Inoltre la famiglia Capra è una delle più ricche della città e per tua sorella non ci sarà mai miglior partito.-
 
- Ma Gian Giacomo è un uomo orribile! -
 
- Spesso dietro un pessimo marito c’è una pessima moglie. Una donna può cambiare un uomo in pochi mesi se ci sa fare. Ci sono poi altre ragioni per cui questo matrimonio s’ha da fare. Ragioni che non voglio discutere con te. E adesso basta perché suona strano tanto interessamento in un fratello. Francesca conosce bene Gian Giacomo Capra e non mi ha detto una sola parola di protesta. -
 
- Perché sa che è inutile, quando avete deciso una cosa non cambiate più idea.
 
- Anche tu dovresti saperlo. – è la secca risposta – e ora va che aspetto il notaio per il contratto di dote. - Inforca gli occhiali e riprende l’esame della bibbia.
 
Pietro china il capo ed esce chiudendo la porta della biblioteca senza far rumore.
 
Va a cercare Francesca ed entra in camera sua senza bussare: si trova davanti a Costanza, un donnone di mezza età con un secchio in mano.
 
- Signorino Pietro, questo non è il momento. –
 
Al centro della camera c’è una tinozza piena d’acqua calda e Francesca fa capolino, seminuda, da dietro un paravento.
 
Pietro esita, poi si volta e va via. La donna chiude l’uscio e Francesca esce, nuda, dal paravento e s’infila nell’acqua calda della tinozza. Costanza la guarda e scuote la testa:
 
- Io non so che vi ha preso a voi ragazze moderne di voler fare il bagno tutti i mesi! -
 
- Che c'è di male, Costanza? E’ piacevole…- Francesca s’insapona – Mi han detto che alla corte di Francia le nobildonne si fanno il bagno ogni settimana! –
 
Costanza si mette le mani sui fianchi con aria disgustata:
 
- Francia! Quelle son tutte puttane! Bruceranno nel fuoco dell’inferno! –
 
Francesca ride e spruzza acqua verso la donna che arretra:
 
- Ammetterai però che bruciando faranno meno puzza delle donne di Cremona… -
 
- Francesca.. io ti ho visto nascere, anche se sono solo una serva ascoltami: lavarsi fa male. Tutta nuda, poi, capisci? Fa venire cattivi pensieri. Io lì mi sono lavata una volta sola: il giorno prima del mio matrimonio! –
 
- Ma Costanza! Io non mi lavo… li! -
 
La serva sbuffa e se ne va col secchio, brontolando. Pietro aspetta che scenda le sale e poi entra dalla sorella.
 
Francesca scivola di più nell’acqua torbida di sapone:
 
- Pietro, ti prego. Non siamo più ragazzi adesso. Vattene.-
 
- Io ti voglio amare solo come sorella e basta… ma non voglio che sposi quel maiale di Gian Giacomo, se no io… –
 
Francesca leva la testa di scatto verso il fratello:
 
—Tu cosa Pietro, tu cosa? Questa è la mia vita, la mia, capito? Stanne fuori! – e si erge in piedi uscendo dalla tinozza, nuda e sgocciolante davanti al fratello che la fissa con occhi febbrili:
 
- Io ti amo Francesca, perché mi parli così? Ricordi com’era bello? Io ero Orlando e tu Angelica e combattevo contro i pagani alla corte di Agramante e vincevo per averti in sposa. E tu mi premiavi con un bacio d’amore. -
 
- C’è un tempo per le favole e un tempo per la vita, Pietro. –
 
Francesca si avvolge in un telo mentre Pietro china il capo e mormora:
 
- Quando la favola è finita è finito tutto…- e corre fuori sbattendo la porta.
 
Una carrozza si ferma davanti casa Ferraboschi. Scendono Alessandro Capra e il notaio Gigli, uomo imparruccato, seguiti da un ragazzo che porta un pacco di documenti e un panchetto per scrivere con penna e calamaio. Il padre di Francesca li accoglie sulla porta.
 
- Benvenuti. Signor notaio, architetto… -
 
Pietro si ferma alle spalle del padre e saluta con un cenno della testa.
 
- Scusate don Ferraboschi - dice il notaio- ma vado un po’ di fretta. Del resto visto che siete d’accordo la stesura della charta dotis non richiederà troppo tempo - dice il notaio stringendo la mano di Giovanni Ferraboschi che li fa entrare.
 
Pietro si fa di lato, li fa passare e poi richiude il portoncino: si ferma a metà del gesto perché dal fondo della strada Antonio gli fa un cenno.
 
Pietro lascia il portone socchiuso e gli va incontro, Antonio è appoggiato al muro col suo violino chiuso in un astuccio intarsiato. Ha una faccia così stanca e disfatta che Pietro sente un groppo in gola:
 
- Tu almeno l’ami davvero! - stringe i pugni con rabbia isterica e si volta a guardare la sua casa. Si passa una mano sul volto sudato e mormora:
 
- C’è qualcosa sotto che mio padre non mi vuol dire. Ma se anche Francesca. . . no, no, sto diventando pazzo. Se proprio doveva succedere, era meglio con uno come te! Io non sopporterò di saperla a letto con quel maiale. –
 
Pietro è disperato, soffocato dall’angoscia che gli dà lo scontro tra il suo profondo sentire istintuale e il tabù morale dell’incesto.
 
Il dolore di Antonio è invece monocorde, come una nota bassa suonata all’infinito. Un dolore senza speranza che rende la sua faccia inespressiva.
 
Le parole di Pietro non superano la soglia di quella nota ossessiva. Antonio ne sente il suono ma non le ascolta. Gli porge il violino senza comprendere quell’altro universo di angoscia che lo sfiora, come un vaso colmo non può ricevere un’altra goccia senza versare, così Antonio vicino a un rifiuto totale del mondo, non può ricevere altro dolore.
 
La ribellione che cova nel suo cervello, senza venire alla superficie della coscienza è il rigetto totale di dio, dei suoi dogmi, dei suoi pregiudizi, delle menzogne dei preti, delle divisioni sociali, della logica. Rigetto della vita, suicidio, recupero della pace precedente la nascita.
 
- Daglielo. E’ il mio regalo di nozze. – sussurra Antonio lasciando il violino nelle mani di Pietro.
 
 
 
 
Capitolo22
 
NELLE MANI DI PIETRO
 
Nuvole nere corrono sul Po e sulle teste del vecchio Stradivari e di suo figlio prete, che guarda in su:
 
- Sta per piovere, andiamo padre, vi prego. -
 
Il vecchio si aggrappa alla tonaca del figlio e lo costringe a fissarlo negli occhi:
 
- Tu sai quanto ho amato e onorato anche tua madre, ma Francesca era la prima donna della mia vita. Il giorno in cui sposò quell'altro volevo morire. Salii sull’altana per essere più vicino al cielo, insultarlo, e urlargli la mia rabbia, la mia disperazione. -
 
- Che dite, padre! E’ la febbre che vi fa straparlare. –
 
- No. Io so che è brutto, ma tu non sei solo un prete. Sei anche mio figlio. Non l’ho mai detto a nessuno, neppure in confessione: quella sera io ho pregato dio e il demonio insieme perché facessero morire topo di fogna. Perché cancellassero quello schifoso dalla Terra! -
 
Un tuono rotola nel cielo, quasi una risposta divina. Lo sguardo di Stradivari si alza senza timore alcuno verso le nuvole scure e riprende a raccontare:
 
- Passarono due anni, i due peggiori della mia vita. Pietro mi disse che Francesca aveva avuto una figlia ma io non l’avevo più veduta, però ogni tanto incontravo lui, Gian Giacomo Capra, sempre più laido, ubriaco, malato. Anche Pietro sembrava un fantasma: non parlava che di lei, ossessionato come me, più di me, e mi diceva che il marito la picchiava e la costringeva ad accettare prostitute nel suo letto. -
 
Stradivari ansima sdegnato, come se narrasse fatti ancora immanenti.
 
- Una sera come questa me lo trovai davanti all’osteria della Colombina. Era piena di fumo che la stufa in cotto alimentava con cannoli grigi. Il Mando ci soffiava dentro di tanto in tanto ma poi si ritirava sconsolato con la faccia sporca di cenere. Una di quelle giornate col cielo basso in cui le stufe non tirano e anche i polmoni sembrano faticare. Gian Giacomo beveva al banco: bicchieri di vino vuotati d’un fiato e poi era rimasto con la testa all’indietro e il bicchiere vuoto incollato alle labbra.-
 
Il vecchio Stradivari tiene gli occhi fissi nel vuoto. Lo sguardo si appanna e un brivido lo scuote, ma il ricordo che rivive è limpido come se stesse accadendo in quell’istante.
 
- E’ vuoto. Posa. - gli dice il Mando prendendolo per un braccio. Gian Giacomo si divincola, sbattendo il bicchiere sul banco:
 
- Se è vuoto, riempilo, è il tuo mestiere.-
 
Il taverniere gli mette due dita sotto il naso
 
- Bonomia docet! Due soldi..-
 
-Scrivi sul tuo sporco libretto e dammi da bere.-
 
Gian Giacomo sputa sul pavimento. Il Mando non si lascia spaventare, prende il bicchiere vuoto e lo getta in una tinozza colma d’acqua rossa e saponata:
 
- Hai già un debito di due ducatoni d’argento e un patagon da quarantotto. Basta con la credenza, o paghi o bevi acqua che ti farebbe anche meglio.-
 
Gian Giacomo tira fuori un coltello ma il taverniere gli dà una tal botta sul polso che l’arma gli vola via di mano, poi lo afferra per la camicia e gli dice:
 
- Ci sono uomini da vino e uomini da acqua, tu sei da acqua. - .
 
Antonio se ne sta in disparte ma Gian Giacomo gli punta un dito contro. Si avvicina barcollando:
 
- Dice che son da acqua. Son già fortunato. Ci son anche quelli da piscio… senti, ti voglio proporre un affare…-
 
Antonio si volta per andarsene ma Gian Giacomo lo afferra e lo tira a sé, sussurandogli con l’alito vinoso:
 
- Lo so che ti piace mia moglie, so anche che non te la sei fatta perché l’ho trovata vergine. Se vuoi scoparla dammi due ducati…-
 
Sulla soglia dell’osteria è apparso Pietro Ferraboschi che sente questa frase e resta immobile, terreo.
 
- Sei un maiale! Vuoi vendere tua moglie? –
 
Gian Giacomo annuisce contento:
 
- Il passato è passato: mi dai due ducati e sarai il primo a cui la vendo. E’ roba mia no? Ne faccio quello che voglio…-
 
-Tu non hai diritto di vivere!- sibila Antonio e lo colpisce con una ginocchiata all’inguine correndo fuori dall’osteria. Pietro Ferraboschi è scomparso.
 
Gian Giacomo si raddrizza e guarda gli avventori che lo fissano con ribrezzo. Ride e dice a tutti e a nessuno:
 
- Me l’ha detto il prete!È mia nella buona e nella cattiva sorte, e quando uno non più bere un bicchiere di vino è cattiva sorte no? -
 
Antonio irrompe nella bottega di Pescaroli, rovescia una cassetta di ferri e impugna un lungo scalpello acuminato e torna fuori.
 
Gian Giacomo esce dall’osteria e s’incammina radente ai muri delle case. Sta venendo buio e Antonio gli va incontro deciso ad ucciderlo. Gian Giacomo lo vede e si ferma, capisce la sua intenzione ma non fa un gesto per difendersi.
 
Esplode un’archibugiata e Gian Giacomo colpito in pieno petto cade sulle ginocchia. Antonio lascia cadere lo scalpello e corre a sorreggerlo e intanto volge lo sguardo intorno per vedere chi ha sparato: non c’è nessuno, ma da un vicolo sbuca una guardia correndo. Bertesi e altri garzoni si affacciano dalla porta dell’osteria. Una donna grida da un balcone.
 
Gian Giacomo agonizza tra le braccia di Antonio:
 
- Tu non avresti avuto il coraggio di farlo…-
 
- Hai visto chi ha sparato? –
 
- No…-
 
La guardia controlla il polso di Gian Giacomo che perde sangue dal petto e scuote la testa:
 
- Mettilo giù. –
 
Accorre gente e giungono due soldati.
 
- Chiamate il cerusico e un prete. Gli servirà solo il secondo…
 
- L’assassino è scappato di là! – dice uno dei soldati indicano il fondo ormai scuro di un androne.
 
- Avete visto chi era? –
 
- Sì, pareva Pietro Ferraboschi…-
 
- Pietro? Suo cognato…- dice la guardia esitando, poi corre all’inseguimento dell’assassino insieme ai due soldati.
 
Da una porticina laterale della chiesa esce un prete di mezza età dai lineamenti rozzi ma aperti e il naso arcuato segnato da un callo alla sua radice, dovuto in parte agli occhiali e molto per il frequente tocco del bicchiere. È seguito dalla perpetua in camicia e mantella nera che tiene alta una lanterna accesa.
 
La donna vede il sangue e si ferma facendosi il segno della croce.
 
Il prete, Don Guasco, parroco di Sant’Agata, riconosce subito Gian Giacomo Capra che sta rantolando.
 
- Presto, portiamolo a casa. Datemi una mano! –
 
Antonio aiuta il prete a sollevare Gian Giacomo e si avviano, preceduti dalla perpetua con la lanterna.
 
Le implorazioni alla vergine e a tutti i santi che la serva del parroco leva ad alta voce come una benedizione vespertina fanno accorrere altra gente.
 
- Che è successo?-
 
- Hanno sparato al figlio di Capra !-
 
- Chi ha sparato?-
 
- Dicono Pietro Ferraboschi, il fratello di sua moglie.-
 
- Se l’è sempre fatta col fratello quella svergognata! -
 
- Prima o poi doveva succedere…-
 
Le voci s’incrociano al passare del ferito portato da don Guasco e da Antonio Stradivari.
 
Francesca arriva sul sagrato correndo, seguita dalla serva Costanza. Antonio si ferma e il prete lo tira col corpo di Gian Giacomo che si lamenta. Francesca dà appena un’occhiata la marito che cola sangue dal petto. Guarda Antonio e gli sussurra:
 
- Chi è stato? – lo interroga con lo sguardo per sapere se sia stato lui. Antonio scuote la testa e risponde piano:
 
- Pietro….-
 
La donna si porta una mano al ventre e solo adesso Antonio nota che è incinta.
 
- Portatelo a casa. Presto! Qualcuno ha chiamato il cerusico? Presto…-
 
Il prete e Antonio deviano verso la casa di Gian Giacomo Capra, dall’altra parte della piazza.
 
Costanza corre avanti e spalanca il portone. Da una finestra si affaccia il piccolo Giovan Battista, il figlio di Gian Giacomo che urla:
 
- Che avete fatto al mio papà? –
 
Antonio leva gli occhi sul bambino e Francesca resta a testa china. Da una carrozza salta a terra il cerusico con la sua borsa degli attrezzi:
 
- Fate bollire tanta acqua e portatemi della grappa….-
 
Antonio e il prete portano Gian Giacomo verso un divano del salone a piano terra mentre dalle scale arriva il figlio piangendo e urlando:
 
- Avete ucciso il mio papà! Avete ucciso il mio papà!- corre verso Gian Giacomo che apre per un momento gli occhi: il piccolo è l’unico che sembra soffrire dell’accaduto.
 
- Fate bollire dell’acqua! – ripete il cerusico e Costanza si muove per obbedire ma Francesca la ferma:
 
- Vado io. – e si allontana di corsa. Sente la figlia piangere in camera da letto e corre a prenderla fra le braccia. Poi entra in cucina e riempie una pentola immergendola in una tinozza colma d’acqua. La aggancia alla catena del camino, sul fuoco acceso.
 
- Ti ho liberato da quel maiale…- la voce di Pietro, appena sussurrata proviene dalla legnaia attigua alla cucina. L’uomo si tiene nell’ombra, l’usciolo appena socchiuso. Francesca guarda il fratello, smarrita e poi gli chiude la porta in faccia appoggiandosi contro, come se in tal modo potesse cancellare la realtà.
 
Il cerusico ha allineato i suoi ferri su un tavolo, due paia di tenaglie, un uncino, un vasetto di sanguisughe e una pomata scura. Taglia la camicia intrisa di sangue di Gian Giacomo e ispeziona la ferita. Si volta verso il prete e scuote il capo.
 
Don Guasco capisce e tira fuori di sotto la cotta una stola viola. Se la getta intorno al collo. Si fruga nelle tasche ed estrae una bottiglietta di olio: si unge le dita e poi segna una croce sulla fronte di Gian Giacomo che al contatto apre gli occhi.
 
- Pentiti dei tuoi peccati, figliolo…-
 
- Non credo nel tuo padrone. Ma fai tu che sei più pratico…-
 
Gian Giacomo muore ma la smorfia di sarcasmo non si spiana sulla sua faccia pallida.
 
Francesca entra con la pentola dell’acqua calda. Si ferma vedendo che tutti si stanno segnando e il prete inizia a recitare il de profundis.
 
Il piccolo Giovan Battista le si piazza davanti, un dito teso ad accusarla, la faccia distorta da un odio troppo intenso per un bambino:
 
- E’ colpa tua! Non hai mai voluto bene al mio papà! –
 
Uno scapaccione fa vacillare Giovan Battista: è arrivato Alessandro Capra, che senza una parola si avvicina al corpo del figlio e lo guarda. Quel rapporto straziante con un figlio incomprensibile è finito. Ma non c’è sollievo in lui, ora che non c’è più nulla da fare gli si affollano dentro i momenti in cui avrebbe potuto fare qualcosa. La rabbia evapora e affiora un senso di colpa. Suo figlio è morto. Quel figlio sofferente che ha cercato qualcuno che lo ammazzasse non avendo il coraggio di uccidersi da solo. Allunga una mano in una carezza, ma esita, come se si aspettasse ancora una reazione sarcastica da quel corpo tornato materia inerte, tornato innocenza.
 
L’architetto distoglie lo sguardo da quel volto tanto amato e tanto odiato e guarda Francesca, rimasta con la pentola d’acqua calda in mano. Le sussurra:
 
- Mi han detto che è stato tuo fratello. - si drizza sulla persona - Stanotte i bambini dormiranno da me, domani vedremo…- fa un cenno a Costanza e tende una ­mano Giovan Battista, che la rifiuta. L’architetto lo afferra per la collottola e lo trascina via.
 
Francesca fa un cenno ad Antonio e si avvia verso la cucina. Antonio la segue e la donna lo porta davanti alla legnaia. Gli indica la porta. Antonio la apre: dall’ombra appare la faccia pallida di Pietro che dice d’un fiato, come avesse la febbre:
 
- Ho un solo rimorso non averlo fatto prima. Adesso però devo lasciare Cremona, stanotte. -
 
- Le porte della città sono chiuse e ci sono soldati che ti cercano per le strade. -
 
- Va da mio padre. Fatti dare dieci ducatoni d’argento e un biglietto per il parroco di Santa Maria Nuova. Più presto che puoi, Antonio. Ti aspetto dietro il Battistero. -
 
Antonio annuisce e corre fuori. Casa Ferraboschi non è lontana ma ci sono due guardie davanti al portone. Antonio fa il giro della casa ed entra dal giardino. Scivola attraverso i depositi delle provviste e sorprende Giovanni Ferraboschi pensoso davanti alla rastrelliera delle armi da dove manca un archibugio.
 
- Mi manda vostro figlio Pietro….-
 
- E’ sicuro che aiuterò un assassino…- commenta corrucciato Ferraboschi.
 
- Un figlio, dominus. -
 
Giovanni Ferraboschi annuisce e butta sul tavolo un sacchetto di monete che si leva dalla cintura.
 
- Pietro vorrebbe anche un biglietto per il parroco di Santa Maria Nuova…-
 
Ferraboschi apre un serrapapier, prende un foglio e intinge una penna d’oca in un calamaio. Scrive poche parole, firma, versa un po’ di cenere sul foglio per asciugare l’inchiostro e poi lo consegna ad Antonio.
 
- Pietro è stato provocato…- tenta Antonio.
 
Ferraboschi sospira e scuote la testa :
 
- E’ sempre stato un ragazzo incomprensibile. Però questo no, questo non doveva succedere… Adesso va e digli che suo padre gli augura buona fortuna.-
 
Ferraboschi volta le spalle ad Antonio per non farsi vedere mentre piange. Antonio esce senza far rumore.
 
Passa di nuovo dal retro della casa e costeggia la piazza cercando di stare nelle zone d’ombra. Il Battistero è al buio. Antonio gli gira intorno e si sente afferrare per un braccio: è Pietro Ferraboschi.
 
- Ecco. – Antonio gli dà il sacchetto di monete e il biglietto.
 
- Che ha detto mio padre? –
 
- Buona fortuna, ha detto. –
 
Pietro abbraccia Antonio:
 
- Grazie. Abbi cura di Francesca…- soffoca un singhiozzo e sparisce nel buio.
 
Antonio guarda il cielo sopra il Battistero: ci sono delle nuvole che a tratti nascondono le stelle. Una folata di vento gli accarezza la faccia e gli asciuga l’umidore che si va formando agli angoli dei suoi occhi.
 
Si passa una mano sul volto: Pietro ha fatto quello che aveva deciso di fare lui e sente il cuore soffocato da due rimorsi assurdi e contrastanti per la sua decisione di uccidere e per non aver ucciso.
 
Antonio va a chiudere la bottega lasciata spalancata e poi sale sull’altana. Ogni scalino gli sembra un passo di calvario verso una crocifissione che non verrà mai: non c’è redenzione possibile per un peccato impedito dalla volontà di un altro che lo ha commesso al suo posto. Doveva essere lui l’assassino, lui l’unico che doveva desiderare la morte di Gian Giacomo Capra. Pietro gli ha rubato qualcosa, Pietro ama Francesca più di lui.
 
L’alba trova Antonio illividito e gelato nelle carni e nell’anima, appoggiato ai coppi dell’altana, lo sguardo fisso alla finestra di quella che era la stanza di Francesca.
 
Un sole bianco si leva nella nebbia che avvolge il Torrazzo e le campane battono rintocchi funebri.
 
La nebbia non si dirada e pesa sui tetti umidi delle case e tutto il mondo sembra oppresso dal cielo.
 
 
 
 
Capitolo 23
 
OPPRESSO DAL CIELO
 
C’è una pennellata di sangue all’orizzonte che dà un riflesso cupo sul volto del vecchio Stradivari. Il figlio prete tace, a capo chino.
 
- È come se l’avessi ucciso io e lasciato l’inferno a Pietro. Io sono l’omicida ma lui dovrà renderne conto a Dio, almeno secondo Santa Madre Chiesa.-
 
- Voi non avete ucciso, padre. Questo conta davanti a Dio. -
 
- Voi preti siete sempre sicuri di sapere quello che pensa Dio e potete dire quello che vi pare, tanto Lui non scende mai a contraddirvi…-
 
- Avete peccato di desiderio, desiderio di morte, ma non avete ucciso. Questo è il fatto. Tuttavia, come dice Sant’Agostino, la verità abita nell’uomo interiore. Nessuno può uscire da se stesso e deve vivere con la sua verità.-.
 
- Non c’è verità in me, solo dubbio e rimpianto di non avere fatto. -
 
- Padre, tu hai sempre accusato noi preti di eccessiva sicurezza. Forse in taluni, i più semplici di noi, i più fortunati, quelli che pensano ai santi come statue colorate che annusano il loro incenso e concedono grazie a seconda dell’odore che gli arriva, ma gli altri…. Padre, siamo uomini anche noi e viviamo con la nostra verità interiore che troppo spesso è il dubbio Ma chi dubita, vive, se dubita, poiché dubita, ricorda, sa di dubitare e così si finisce per scoprire la presenza di Dio. –
 
Antonio si stende le rughe sul volto stirandole con una mano.
 
- Si finisce e basta. Si finisce per scoprire che si finisce e la scoperta arriva sempre quando è tardi. Quando non c’è più tempo per compiere l’opera. –
 
- Sempre secondo Agostino, il tempo non è una realtà oggettiva ma una distensione dell’anima, è la misura delle vicende che hanno relazione con l’anima, col suo ricordo e con la sua aspettativa. -
 
- Tu parli da dottore e io sono solo un liutaio. Io mi perdo quando il discorso si riempie di parole cui non corrispondono cose. Così mi son perso dentro quella notte: come potevo aver desiderato una cosa ed essere felice di non averla fatta? E insieme odiare per avere desiderato di farla? E sentirmi ignobile perché l’aveva fatta un altro? Avrei voluto poter piantarmi le dita nel petto, aprirlo per guardaci dentro. Per vedere cose, per non pensare più parole …-
 
- Quando tu decidesti che io sarei stato prete, ti ho odiato pur continuando ad amarti. E quando cadevo in tentazione odiavo Dio che mi proibiva di amare senza però smettere di amarlo.-
 
Stradivari fissa il figlio, corrucciato:
 
- Perché non abbiamo mai parlato noi due? –
 
- Perché voi non avete mai parlato con nessuno, padre.-
 
Il vecchio è scosso da un colpo di tosse:
 
- Non sono mai stato bravo con le parole. Però so ascoltare.-
 
- Voi ascoltate quello che vi piace. Come tutti. –
 
- Avevo ascoltato Pietro Ferraboschi e cercai di aiutare Francesca, accusata di avere aizzato il fratello contro il marito ma le portarono via anche la seconda figlia per azione dell’architetto Capra che trovò in Francesca uno scarico per la sua coscienza. Parlai con padre Ambrogio, tante volte, affinché convincesse l’architetto a perdonare Pietro Ferraboschi. Passarono anni prima che l’architetto accettasse di chiedere la grazia. L’ordinanza arrivò un giorno d’inverno, subito dopo Natale. Faceva un gran freddo….-
 
 
 
Capitolo24
 
FACEVA UN GRAN FREDDO
 
La neve copre Cremona cancellandone le sozzure e ornando con merletti di ghiaccio colonnato e bifore del palazzo dei Capitani del Popolo.
 
Soffia un vento freddo che fa gelare il fiato dei cavalli sui finimenti e li fa sgambare scrollando le carrozze ferme nella Piazza Major. I cocchieri avvolti in grandi mantelli hanno mani inguantate di lana che picchiano spesso l’una contro l’altra per riattivare la circolazione del sangue.
 
Lo stesso fanno con i piedi le guardie spagnole schierate in doppio ordine con elmi brinati e baffi spolverati di bianco.
 
I passanti sono radi, infagottati e veloci. Sui gradini davanti alla cattedrale c’è un mucchio informe di stracci semicoperto di neve, da cui escono i piedi lividi di un barbone congelato.
 
Padre Ambrogio e alcuni chierici ne stanno liberando il misero corpo dalla neve con le mani gonfie di geloni.
 
Grandi bracieri rosseggianti tentano di mitigare il freddo nel salone del Consiglio dalle alte volte a navata, reso severo dagli scranni scuri di noce con gli schienali intagliati e la cattedra senatoriale che occupa per intero il lato di fondo.
 
In piedi nella sala, con indosso pesanti mantelli di lana e sontuose parrucche incipriate ci sono, su un lato, Giovanni Ferraboschi e suo fratello Francesco, sull’altro l’architetto Alessandro Capra, suo fratello Giuseppe e suo genero Claudio Fromondi che tiene per mano il piccolo Giovan Battista.
 
Un usciere spalanca una porticina laterale alla cattedra senatoriale e annuncia:
 
- Il Consiglio Generale! –
 
Camminando l’uno dietro l’altro i membri del Consiglio, togati e imparruccati, vanno a prendere posto sui loro scranni. Il senatore podestà s’insedia sulla cattedra e apre un largo portafoglio cavandone fuori una carta tutta sigilli e nastri. Si schiarisce la voce e legge con lieve suono nasale:
 
- In nome di Carlo, re di Spagna e della Regina Madre reggente Marianna d’Austria, il governatore di Milano Sua Eccellenza don Luigi Bonavides, Carillo e Toledo, marchese di Saracena con questa ordinanza autorizza, in deroga agli ordinamenti, Alessandro Capra nella sua qualità di nonno e di tutore di assumersi l’impegno per la remissione e la pace concedendo e disponendo che i supplicanti Giovanni Battista Capra, Susanna Capra, Innocenza Capra, figli della vittima, non opponendosi la minore fanciullezza, possano con sicurezza giungere all’invocata pace e condono, purché, oltre il detto loro nonno, che dovrà stipulare secondo il titolo di cui sopra, si consentano due più stretti parenti del detto venendo meno, altri più stretti parenti come sopra, che giurino di impegnarsi, e così di compiere, e diligentemente vigilino affinché nessuna frode ci sia sotto, dichiarando essi che gli accordi fatti hanno valore non di superficiale atto per l’infrascritto minorenne e per le infrascritte bambine posti in età legale rispetto alle donne, essendosi ottenuti i dovuti consensi, fatti valere nelle preghiere, non si presero quelle leggi che disponevano il contrario; soltanto in questa parte deroghiamo nella fiducia dei quali comandammo di fare e di registrare la presente, munita del sigillo. –
 
L’architetto annuisce, indica suo fratello, Claudio Fromondi e il nipotino Giovan Battista.
 
- Noi accettiamo. –
 
Il senatore podestà fa un cenno ad un uomo dal volto affilato che siede sul primo degli scranni oltre la cattedra:
 
- Messer Ottavio Cortesino, Vicario pretore, provvedete con la Charta Remissionis et Pacis e la Charta confessionis et finium. –
 
- Io non ho capito un mànego!- sussurra Bertesi ad Antonio che stanno in fondo alla sala insieme ad altra gente che assiste alla cerimonia.
 
- Anche loro non vogliono divulgare i segreti del mestiere…- risponde Antonio in un soffio.
 
Il pretore passa l’incartamento in visione ai membri del Consiglio mentre ad un cenno del podestà, un usciere apre una porta laterale per far passare Pietro Ferraboschi seguito da padre Ambrogio.
 
Pietro, vestito col saio del penitente, i piedi nudi blu per il freddo del marmo del pavimento, entra nel salone e avanza verso il banco del podestà.
 
Il vicario pretore fissa i suoi occhi acquosi in quelli febbricitanti di Pietro Ferraboschi. Tutti sono immobili ed il silenzio è assoluto. L’unico segno di vita sono gli aloni di fiato che il gelo dell’aria rende così opachi da parere d’ovatta.
 
- Pietro Ferraboschi, figlio del qui presente Giovanni, dichiarate davanti a Dio e agli uomini di esservi pentito del vostro delitto che ha portato a morte Gian Giacomo Capra, figlio di Alessandro? -
 
Pietro crolla in ginocchio davanti al padre della sua vittima, il fiato corto e il volto umido di sudore gelato, gli tremano le mani e sussurra a fatica:
 
- Perdono.-
 
Alessandro Capra si avvicina a Pietro e lo guarda negli occhi. Due disperazioni diverse si confondono per un attimo, poi l’architetto lo aiuta a rialzarsi.
 
Pietro si aggrappa a lui come un naufrago all’ultimo appiglio. Si abbracciano.
 
Per un momento l’onda di commozione che passa nei cuori di tutti sembra sciogliere il freddo della sala, poi la voce piatta del vicario pretore riporta tutto nella ritualità:
 
- Ripetete con me: io, Alessandro Capra, in nome delle bambine Susanna, Innocenza e io Giovan Battista Capra, quale primo e unico figlio maschio della vittima, rinunciamo ad ogni offesa grave e gravissima, per tutto e per qualunque danno, interessi e spese tanto sopportati e fatti, quanto in futuro sopporteremo, subiremo e faremo per questo delitto e perdoniamo nel modo più ampio il peccatore Pietro Ferraboschi seguendo le vestigia Domini Nostri Jesus Christi. -
 
Alessandro si stacca da Pietro, sorretto da padre Ambrogio e ripete le parole del pretore vicario. La voce squillante di Giovan Battista gli fa eco forte e chiara ma il suo sguardo, fisso sull’assassino del padre, contraddice le sue parole.
 
Padre Ambrogio accompagna Pietro Ferraboschi verso di lui per un abbraccio di pace, ma Giovan Battista si ritrae: dietro la schiena tiene le dita incrociate a negazione del suo giuramento.
 
Il gesuita scompiglia i capelli di Giovan Battista in un gesto che tenta di minimizzare il suo atteggiamento ma lo sguardo di Pietro è oltre: sul fondo della sala è apparsa Francesca. La donna è in gramaglie, con uno spesso velo nero che, da sopra i capelli raccolti sul capo e fissati con un pettine d’ebano, le scende fino a coprirle le braccia, nascondendole il volto senza riuscire e coprire il cereo pallore della sua faccia.
 
Pietro vacilla nel vederla, poi le leva una mano contro e balbetta:
 
- Vade retro…- e le volta le spalle scosso da un singhiozzo.
 
Il prete abbraccia Pietro e lo accompagna fuori. Francesca resta sola, umiliata, col volto rigato di lacrime. Si volta per uscire e Antonio le si avvicina.
 
- Francesca! Io voglio sposarti….-
 
Per un attimo il volto di Francesca si rischiara ma subito torna a spegnersi e corre fuori, ma ad Antonio quella luce che ha visto per un momento sul volto di Francesca gli è sembrata una fantastica promessa di futuro.
 
 
 
 
Capitolo 25
 
UNA FANTASTICA PROMESSA DI FUTURO
 
Trenta mani alzano caraffe e bicchieri in un fragoroso brindisi di ben tornato. L’osteria della Colombina è affollata e Pietro Ferraboschi, vestito con un bell’abito di velluto, capelli ravviati e faccia rasata, risponde levando la sua coppa:
 
- Amici, grazie. So di non meritare la vostra stima ma spero di meritare l’affetto che mi dimostrate, questa non è la più bella città del mondo e certo non la più felice, eppure io lontano dal Torrazzo ero l’ultimo dei derelitti. Non c’è panorama intorno a noi, niente monti o mare, il più delle volte c’è solo la nebbia che ci chiude in un abbraccio di nulla, e allora che guardiamo in su, sopra i tetti, sopra le punte dei pioppi più alti, sopra le mura: come un dito che indica il cielo, se vediamo il Torrazzo siamo salvi. A voi amici, a me e a Cremona! –
 
Un coro di approvazione fragorosa segue le parole di Pietro. Anche Giacomo Bertesi brinda con entusiasmo e posa la caraffa davanti ad Antonio Stradivari, rimasto seduto in silenzio:
 
- Bevi! Gian Giacomo Capra non era simpatico a nessuno. E poi come si dice: mortus est mai più borbotta! -
 
Antonio sorride all’amico e porta alta bocca la caraffa bevendo un lungo sorso di vino, più interessato ai discorsi di alcuni maestri liutai che discutono sulle tecniche della loro arte.
 
Nicolò Amati, Andra Guarneri, e Francesco Ruggeri. liutaio, barba e capelli grigi e incolti come un apostolo, disputano sull’inossatura dei legni, lo spessore della tavola armonica, la forma delle effe, le vernici e sui loro effetti sul suono dei violini.
 
- Ehi, maestri violinisti! Perché non dite la vostra, dopotutto lavoriamo per voi !-
 
Francesco Ruggeri si rivolge a tre uomini che siedono d’angolo, di fronte a Stradivari e Bertesi. Uno di loro è Gasparo Visconti, a disagio in quell’assembramento borghese e gli altri sono suoi amici, violinisti di Verona.
 
Uno dei due, piccolo e bruno, con sottili baffetti alla casigliana, risponde ridendo alla provocazione di Ruggieri:
 
- I suoni non stanno nel violino,ma nel violinista.-
 
- Ben detto! - ride l’altro, pallido e biondo con piccole rughe di senilità precoce che gli reticolano la pelle del volto - però se il nostro nobile amico Gasparo è d’accordo, si potrebbe organizzare una gara per stabilire quale sia il miglior violino in assoluto e quindi il miglior liutaio. Si potrebbero far venire altri valenti violinisti da fuori Cremona non sospetti di partigianeria.-
 
Nicolò Amati fa schioccare le dita con entusiasmo.
 
- Bravo Vitali, buona idea. Darebbe anche un po’ di vita alla città e perché no, farebbe conoscere di più la nostra arte. -
 
Vitali prende una custodia di violino da sotto il tavolo, la apre e tira fuori un bellissimo strumento:
 
- Adesso suono un pezzo e voi cercate di indovinare chi è il liutaio che ha fatto questo violino.-
 
Vitali si mette in posizione, sfiora le corde con l’archetto e attacca un pezzo di musica sacra. Tutte le chiacchiere si spengono mentre canta la voce del violino.
 
- Quello è di Maggini! - scappa detto a Stradivari - solo i suoi violini hanno quella maestosa gravità sonora… -
 
Vitali ferma l'archetto a metà di un accordo solenne. Tutti guardano Stradivari che beve il suo vino, a disagio.
 
- Bravo, è proprio un Maggini. – dice il violinista porgendo lo strumento ad Amati che ne controlla il cartiglio con aria critica.
 
Gaspari Visconti fissa Stradivari con interesse e interloquisce con la sua parlata nobile, un po’ strascicata:
 
- Visto che voi, messer Stradivari, almeno ufficialmente liutaio non siete, anche se fate violini, volete spiegarci la vostra tecnica? -
 
Antonio si alza in piedi e posa una delle sue larghe mani sul piano del tavolo:
 
- Così. Io metto una mano sul legno e lui mi dice come fare. -
 
L’ha detto con tale forza, sincerità e convinzione che nessuno ribatte. Antonio percorre con lo sguardo quella galleria di facce stupite e le sente ostili.
 
Amati si fa un veloce scaramantico segno di croce.
 
Antonio sente rinnovarsi dentro l’antico dolore, come se di nuovo il maestro liutaio gli avesse infranto un sogno.
 
Si alza, getta un soldo sul tavolo e se ne va. La gente si tira indietro per farlo passare, senza una parola. Stradivari esce e la porta sbatte per il vento.
 
C’è un vento freddo che fa rabbrividire. Non è ancora buio e Antonio s’incammina di buon passo lungo la strada Magistra e arriva davanti a Sant’Agata mentre le campane suonano la fine della benedizione serale.
 
Poche persone escono dalla chiesa, tutte donne e si affrettano perché sta calando la notte.
 
L’ultima è Francesca Ferraboschi. Cammina a capo chino, senza guardare in faccia nessuno e svolta dietro la chiesa, diretta a casa.
 
Antonio accelera il passo e la raggiunge davanti alla bottega sbarrata, ma Francesca gli fa un cenno di rifiuto e s’infila su per la scala. I legni delle ante della bottega sono sporchi di fango secco e qualcuno ci ha disegnato una forca e sotto ha scritto “TROIA”.
 
Furibondo Antonio cancella la scritta pulendo l’anta con la mano nuda, facendosela sanguinare. Francesca si volta a mezza scala e lo guarda intenerita:
 
- Così dai corda alle male lingue. Io non l’ho cancellata perché si deve vergognare chi l’ha scritta. –
 
Antonio la raggiunge e le serra le mani fra le sue:
 
- Francesca, non m’importa degli altri, solo di te. Adesso sei libera... - la tira a sé e Francesca ricambia per un attimo, poi lo respinge e corre in casa sbattendo l’uscio.
 
La donna si appoggia alla porta e ansima per l’emozione, impaurita dall’irruenza di Antonio che adesso la supplica da dietro l’uscio chiuso.
 
- Francesca, ti amo. Ti sposo. Ho vissuto questi anni solo perché tu eri viva. Sperando di averti ho pregato, bestemmiato… Francesca, ti prego, apri. –
 
La mano di Francesca scende verso la maniglia e la gira tirandosi indietro di un passo.
 
Antonio entra e richiude l’uscio. I due restano fermi, nella penombra, a guardarsi, ad un metro di distanza l’uno dall’altro,
 
poi Antonio le prende il volto tra le mani, sfiorandole le guance. Francesca china un poco la testa e gli bacia la mano insanguinata.
 
- Antonio, è peccato.-
 
Le mani di Antonio scendono intorno alle sue spalle cominciando a spogliarla. Il seno rotondo di Francesco si solleva al ritmo del suo respiro sempre più frequente e Antonio la bacia sussurrandole sulle labbra:
 
- No, l’amore non può essere peccato. Mai. - Francesca si abbandona fra le braccia di Antonio.
 
 
 
Capitolo26
 
FRA LE BRACCIA DI ANTONIO
 
Il rosaio nel giardino di casa Ferraboschi è in fiore. Antonio tira la catenella facendo suonare una campana dentro la casa. Accorre un domestico che vedendo Antonio apre il cancello. Francesca sbuca da dietro la cinta e s’infila dietro ad Antonio. Il servo la ferma:
 
- Signora, lo sapete che vostro padre non vuole vedervi…- ma Antonio respinge il servo e fa passare Francesca.
 
I due entrano nello studio di Giovanni Ferraboschi seguiti dal servo che si scusa col padrone. Antonio lo spinge fuori e chiude la porta. Giovanni Ferraboschi guarda i due e poi torna a consultare le mappe di Cremona.
 
- Padre, non ti arrabbiare. Dobbiamo dirti una cosa importante.-
 
- Tu osi entrare in casa mia contro la mia volontà? –
 
­Antonio affronta il vecchio con rispetto ma ben deciso a essere a sua volta rispettato:
 
- Io e Francesca ci vogliamo sposare.-
 
- Ah sì? E quali beni porteresti in questo matrimonio: un sacco di segatura?-
 
- Neanche quello, dominus. Ho detto che la voglio sposare, non comprare. Io amo vostra figlia e so di poter provvedere a lei col mio lavoro. -
 
- Fuori di qui. Tutti e due. Per te Francesca parlerò con la badessa del convento delle Carmelitane per toglierti dal peccato.-
 
- Peccato è vendere una figlia come avete fatto voi con quel balordo! –
 
Giovanni Ferraboschi si gonfia di rabbia e si muove contro Antonio ma Francesca gli si mette davanti::
 
- Aspetto un bambino. –
 
Giovanni Ferraboschi leva una mano per schiaffeggiarla ma Stradivari gliela blocca.
 
- Datemi fiducia Non ve ne pentirete. –
 
I due uomini si guardano negli orchi e quelli di Antonio sono così accesi che il vecchio Ferraboschi abbassa i suoi. Antonio gli lascia libero il braccio
 
- Un giorno sarete orgoglioso che Francesca abbia sposato Antonio Stradivari -
 
Il vecchio si lascia andare su una sedia e si passa una mano sul volto. Dice alla figlia:
 
- Tu l’hai tatto apposta. Il bambino dico. Sapevi che era l’unico modo per farmi cedere. Non possiamo sopportare un altro scandalo. –
 
Francesca regge lo sguardo del padre, tranquilla:
 
- Mi fate più intelligente di quanto sono, padre.-
 
- L’architetto Pescaroli mi fitterà una casa con bottega in Sant’Agata e padre Ambrogio mi ha detto che spera di vendere a un violinista di Parma uno dei miei violini per tre ducatoni d’argento.-
 
Il vecchio Ferraboschi si arrende.
 
- E va bene. Sposatevi ma non contate sui miei soldi. Né adesso né mai . -
 
Grazie, dominus. Vi ho già detto che non sono venuto né a comprare né a vendere. -
 
Il vecchio annuisce e ha un sorriso triste.
 
- Ah già. Tu non sei come noi, tu sei un animo nobile, non mangi, non ti vesti, non hai bisogno di niente. Ma quando Francesca si sarà stancata di te e della tua miseria stavolta non troverà un altro fratello che le ammazzi il marito. -
 
Francesca stringe le labbra, ferita dalle parole del padre:
 
- Anche voi credete questo, padre - constata chinando il capo.
 
Giovanni Ferraboschi scuote la testa:
 
- Ma no, ho lasciato parlare la mia amarezza. –
 
Antonio sa di aver vinto la partita e ha un moto di affetto verso quel vecchio deluso.
 
- Vi giuro che da noi avrete solo soddisfazioni. Questa è l’ultima offesa che abbiamo dovuto farvi. -
 
Il vecchio lo guarda sorpreso e poi gli sorride:
 
- Non ripetermelo più giovanotto, non vorrei cominciare a crederti. –
 
 
 
 
Capitolo 27
 
COMINCIARE A CREDERTI
 
Il sole di luglio cuoce la facciata di mattoni rossi di Sant’Agata.
 
Pigri carri trainati da buoi avvolti in nuvole di mosche stanno riportando ai campi i contadini venuti all’alba per il mercato agricolo.
 
Il grosso carro di Pescaroli, tirato da un cavallo dalle grandi natiche, giunge rumoroso nello spiazzo, traballando fuori dai solchi che segnano e aiutano il transito da e per Cremona.
 
Giacomo Bertesi tira le redini fermando l’animale proprio davanti alla chiesa. Salta giù e corre dentro, spingendo con forza la pesante porta di noce.
 
La chiesa è vuota, scura e disadorna. Due vecchiette siedono immobili e nere, una qui e l’altra là, nella scacchiera delle sedie come due inutili pedine abbandonate da un giocatore sconfitto.
 
Dopo un accenno di croce sventolato tra fronte e petto, Giacomo si affretta verso l’altar maggiore dove don Guasco sta parlottando con Giovanni e Francesco Ferraboschi.
 
Il prete, vedendo Bertesi, fa un cenno verso la porticina della sacrestia. Antonio si affaccia. Annuisce e viene avanti dando la mano a Francesca che indossa un abito nero alla spagnola, guarnito di pizzi, che accentua il pallore del suo volto, ponendola a mezza via tra una sposa e una vedova alla messa di trigesima.
 
- Allora? - chiede il prete a Giacomo Bertesi, mentre Francesco Ferraboschi va ad abbracciare la nipote che gli sorride grata, guardando avvilita la chiesa vuota.
 
- Il magister non è ancora tornato.- sussurra Giacomo.
 
- Non posso perdere tutta la mattina. Il testimone lo fai tu. -
 
Don Guasco accenna agli sposi di disporsi davanti a lui e dice a Francesco Ferraboschi:
 
- Voi dietro la sposa, e tu, Giacomo, dietro ad Antonio. Ecco così. Antonio, un passo avanti. -
 
Il prete fa un cenno a un chierichetto che si avvicina con un bacile d’acqua e una coppetta di sale. Don Guasco prende un pizzico di sale e dice ad Antonio:
 
- La lingua.- Antonio tira fuori la lingua e il prete ci mette un pizzico di sale, poi gli chiede:
 
- Rinunci a Satana? –
 
Antonio resta con la bocca aperta, la lingua sporca di sale e guarda il prete senza capire. Don Guasco si spazientisce e sbuffa:
 
- Ti ho chiesto se rinunci a Satana! Al demonio, al diavolo! Non sai che c’è il diavolo?-
 
- Ma certo che ci rinuncio! Io non ho mai…-
 
- Zitto! – don Guasco immerge una mano nell’acqua e traccia una croce sulla fronte di Stradivari – Ego te baptizo… ti battezzo Antonio in nome del Padre, del figlio e dello Spirito Santo. –
 
Il chierichetto col bacile e il sale si allontana e il prete fa cenno a Francesca di fare un passo avanti.
 
- Datevi la mano. - ordina. I due sposi obbediscono.
 
La porta centrale della chiesa si apre ed entra Maddalena che s’inginocchia in uno degli ultimi banchi.
 
-Vuoi tu Antonio Stradivari prendere come legittima sposa la qui presente Francesca Ferraboschi nel nome di santa madre Chiesa? Dì di sì. – ordina don Guasco che dà un’occhiataccia verso la porta laterale che si apre con un frastuono di ferro per il colpo d’uncino vibrato dal fabbro Spaccapeli per entrare.
 
- Sì - risponde Antonio volgendosi verso Francesca con tale ardore da far sorridere Bertesi.
 
Spaccapeli si fa il segno di croce con l’uncino e don Guasco gli dà una seconda occhiataccia mentre recita con la fretta dell’abitudine:
 
- E tu Francesca vuoi prendere per tuo legittimo sposo il qui presente Antonio nel nome di santa madre Chiesa? Dì di sì. –
 
Francesca guarda Antonio in preda a una paura improvvisa che le riempie g1i occhi di lacrime. Antonio le sussurra:
 
- Ti amo.-
 
Francesca sorride sentendosi sciocca e annuisce. Don Guasco, petulante, dice a voce alta:
 
- Devi dire sì. –
 
- Sì…-
 
- Ecco brava. Tu, mettile l’anello.-
 
Antonio si fruga in tasca e tira fuori una vera matrimoniale. Prende con delicatezza la mano sinistra di Francesca e gliela mette all’anulare.
 
La vera è molto più larga del dito della donna che piega la mano a pugno per non farla cadere. Il prete fa un bel segno di croce conclusivo benedicente:
 
- Ego coniugo vos in matrimonio, in nome del padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. E adesso venite a fare una croce sul registro. –
 
Antonio tira a sé Francesca e la abbraccia, sussurrandole in un orecchio:
 
- Adesso non è più peccato… -
 
Francesca arrossisce e guarda il padre che si sta sgonfiando in un gran sospiro di sollievo.
 
- Don Pietro, mi serve una copia dell’atto, per le carte della tutela. –
 
Giovanni Ferraboschi si affretta dietro al prete, verso la sacrestia. Lo zio di Francesca abbraccia la nipote che lo bacia sulle guance:
 
- Grazie, zio. Sei l’unico di tutta la famiglia che mi vuol bene-
 
- No, no. Ti vogliamo bene tutti. Sii felice, cara, te lo meriti.- si stacca da lei e va dietro al fratello che lo chiama con gesto perentorio.
 
Giacomo Bertesi prende le mani di Francesca:
 
- Attenta a quest’uomo, signora. Ottiene sempre tutto quello che vuole. –
 
L’uncino di Spaccapeli aggancia la camicia di Antonio e gli sorride:
 
- Credo proprio di aver fatto un buon investimento.-
 
Antonio sorride e stringe l’uncino del fabbro scuotendolo per felicitarsi:
 
- Infatti, come vedi, tutta la città è in festa. -
 
- E perché dovrebbero, la forgia è tua. Vai col mantice che s’arroventa il ferro! - ride sincero Spaccapeli alla propria battuta mentre Maddalena si avvicina e abbraccia Antonio, che le dice:
 
- Grazie per essere venuta. -
 
- Volevi che ti lasciassi l’anello?- è la burbera risposta della donna che tende la mano tirando su col naso. Antonio sorride e prende la mano sinistra di Francesca sfilandole l’anello con cui l’ha appena sposata:
 
- Presto te ne comprerò uno davvero mio. Te lo giuro.-
 
Francesca sorride. Madda1ena chiude la manona sulla vera e le dice:
 
- Guarda che è un bravo ragazzo e che questa vera qui la porto da diciannove anni senza peccato: riga dritto che avrai le tue soddisfazioni . -
 
Francesca abbraccia Maddalena, intuendo l’affetto dietro alle parole brusche.
 
- Venite a firmare o no? - tuona dalla sacrestia la voce di don Guasco e g1i sposi si affrettano da quella parte.
 
- Adì 4 luglio 1667 - legge il prete ai due fratelli Ferraboschi, tenendo in pugno una penna d’ora sporca d’inchiostro, mentre gli sposi si avvicinano in punta di piedi - Fatte le tre pubblicazioni in giorno di festa, la prima adì 26 Giugno giorno di domenica, la seconda addì 29 giorno di San Pietro, la terza il 3 luglio, giorno di domenica, del matrimonio che intendevano contrarre fra loro il signor Antonio Stradivari, testè battezzato, e la signora Francesca Ferraboschi della mia parrocchia, né essendosi scoperto impedimento alcuno, io don Pietro Guasco parroco della chiesa collegiata e insigne di Sant’Agata in Cremona, li ho congiunti in matrimonio per verba dei presenti nella mia chiesa il dì suddetto alla presenza dei due infrascritti testimoni, cioè del signor Francesco Ferraboschi e del signor… come si chiama quello?. ...va be', lo scrivo dopo, ecco fai una croce qui. -
 
 
 
Don Guasco bagna la punta della penna in un calamo e la porge ad Antonio indicandogli un punto sul registro dello stato delle anime poggiato sul leggìo incastonato a parete tra due inginocchiatoi.
 
Antonio prende la penna e si china sul foglio. Spinge fuori delle labbra la punta della lingua, concentratissimo: non fa la croce degli analfabeti ma scrive, con fatica, il proprio nome e cognome, poi si drizza soddisfatto scambiando un’occhiata di trionfo con Bertesi che si è fermato sulla soglia.
 
Don Guasco lo fissa serio mentre Francesca firma il registro senza difficoltà:
 
- Hai imparato a scrivere, bravo! Se sai anche leggere c’è una Bibbia in quell’armadio: una ripassata ai dieci comandamenti ti farebbe bene.- tende le mani e Antonio le stringe fra le sue. Il prete sorride:
 
- E ricordati: quello che ieri era peccato, da oggi è obbligatorio. Questa è la legge del Signore! -
 
- Non vedo l’ora di obbedire, don Pietro! E buon giorno a tutti!-
 
Antonio ride felice e prende Francesca per un braccio tirandola via. Bertesi si scansa per farli passare, fa un inchino al prete e corre dietro gli sposi.
 
Antonio e Francesca escono sul sagrato della chiesa tenendosi per mano e si fermano, accecati dalla luce del sole che riverbera sulla polvere del piazzale. Giacomo li sorpassa e salta in serpa al carro di Pescaroli.
 
- La carrozza è pronta! – annuncia cerimonioso.
 
Antonio solleva Francesca fra le braccia e la mette a sedere sul bordo del carro, accanto a fagotti e pacchi. Bertesi si piega e solleva il lembo di una tela: dal cesto spuntano i manici di due violini ancora non finiti.
 
- I beni dello sposo ! - poi indica gli altri pacchi - e quelli della sposa!-
 
- Ehi, sposi, avete già fatto tutto? Accidenti… - Pescaroli arriva claudicando. Ansante e sudato - Si è impiantata la carrozza a quell’imbecille di Parma e abbiamo dovuto cercare aiuto per tirarla fuori dal fango! Pensare che prima della ferita ne tiravo due da solo di carrozze così! Signora Ferraboschi, ossequi…-
 
- Signora Stradivari, magister.- precisa Antonio con orgoglio e Pescaroli si esibisce in un compito baciamano, esagerato nel gesto e nell’inchino che fa sorridere Francesca:
 
- E’ stato un ferrabutto, signora Stradivari, nel 48. Mi ha sparato a non più di tre passi e…-
 
- Francesco, un’altra volta.- la voce di Maddalena fa voltare Pescaroli.
 
- Ah già, voi siete appena sposati e io vi faccio perdere tempo! - abbraccia Antonio e gli da due grosse chiavi:
 
- Casa e bottega e per il fitto non preoccuparti, mi paghi quando lavori: è il mio regalo di nozze.-
 
Antonio lo abbraccia:
 
- Vi devo già tanto, magister. Grazie.-
 
Si siede sul carro a fianco di Francesca e le circonda le spalle con un braccio. Bertesi molla le redini e il cavallo si avvia a passi lenti, imboccando uno dei vicoli dietro la chiesa.
 
In fondo alla strada, solcata da un rigagnolo che scorre al centro della carreggiata, alcune comari stanno bollendo dei panni in una tinozza. Una di loro li gira nell’acqua bollente con un bastone e osserva:
 
- Come sono grassi questi pidocchi! Sono gli unici grassi di Cremona…-
 
- Chi succhia il sangue ai cristiani è sempre bene in carne… - osserva una vecchia sdentata che butta nell’acqua una bracciata di panni.
 
- E’ che ci sono più pidocchi che cristiani – guarda verso il carro guidato da Bertesi che si avvicina e termina con una smorfia - ma prima o poi finiscono tutti bolliti all’inferno! –
 
Le comari ammiccano fra loro mentre il carro le sorpassa con Antonio abbracciato a Francesca.
 
- Ha fatto bene a vestirsi di nero – sghignazza una megera butterata - quella più che a sposarli è brava a seppellirli! -
 
Antonio sente, guarda le donne, quelle facce devastate dalla miseria e scuote il capo. Ma dietro alle donne sbucano quattro giovinastri. Uno di loro s’infila un pacco dei panni pidocchiosi nelle brache a simulare un pancione e ride:
 
- Certo di bianco non si poteva vestire! – tutti ridono. Antonio salta a terra.
 
- Adesso vi levo la voglia di ridere. – dice e piomba sui quattro prima che possano difendersi: ne atterra uno con un calcio e un altro con un paio di schiaffoni, il terzo lo assale a pugni chiusi ma prima che possa colpirlo si trova ad incassare una ginocchiata al basso ventre e finisce mugolante nello scolo putrido al centro del vicolo.
 
Il quarto afferra un badile e mena un fendente assassino verso Antonio che solleva un braccio e afferra il legno prima che il ferro gli spacchi la testa. Strappa il badile dalle mani dell’aggressore e con una facilità paurosa ne spezza il manico Butta il ferro e usa il pezzo di legno come bastone distribuendo sui quattro disgraziati una gragnuola di colpi.
 
I quattro scappano imprecando e Antonio resta, ansimante davanti alle quattro comari che lo guardano impaurite temendo di essere picchiate.
 
Antonio infila il bastone nel tino e pesca con esso un mutandone di lana fumante: lo sbatte sulla faccia di una delle donne:
 
- Lavatevi la bocca, prima di parlare di mia moglie. -
 
La casa con bottega che Pescaroli ha dato in fitto agli sposi è piccola. La bottega è quella tipica da marangone, ossia da falegname con banco, morsa e gli attrezzi basilari.
 
Antonio fa posto per i suoi violini e mette in bell’ordine i suoi strumenti da liutaio. Francesca assiste con sguardo triste.
 
Antonio la abbraccia:
 
- Non farti intristire dalla miseria del nostro inizio. Vedrai, il futuro sarà splendido.-
 
Francesca preferisce abbandonarsi alle carezze di Antonio che meditare sul futuro e fanno l'amore per terra, sulla segatura.
 
Hanno ancora segatura fra i capelli quando più tardi fanno di nuovo l’amore sul letto a una piazza e mezza, unico mobile della stanza. Francesca si alza e scende dal pagliericcio: nuda, i lunghi capelli sciolti sulle spalle, il seno turgido e il ventre appena tondo per l’incipiente gravidanza, è bellissima. Dice:
 
- Ho una sorpresa per te, un mio regalo di nozze. -
 
- Per me? – chiede Antonio.
 
Francesca annuisce e va ad aprire una delle grandi bisacce posate sul pavimento e ne estrae mutande, flanelle, maglie e l’astuccio intarsiato col violino che le regalò Antonio anni prima come pegno d’amore. Antonio la guarda affascinato:
 
- Sei così bella…- sussurra estatico e Francesca ride e gli mette il violino fra le mani:
 
- Ricordi? - Antonio annuisce commosso:
 
- Quel giorno ho creduto si averti perduta per sempre e avevo voglia di morire. -
 
Antonio accarezza il violino e Francesca si rannicchia contro di lui:
 
- L’ho difeso un giorno dopo l’altro, sai? Gian Giacomo voleva svenderlo per quattro soldi di vino.-
 
Antonio torna a baciarla e riprendono a fare l’amore.
 
 
 
 
Capitolo28
 
E RIPRENDONO A FARE L’AMORE
 
E’ l’alba. Un carro pieno di grosse tavole di legno grezzo sta attraversando 1’acqua bassa e melmosa di un ramo in secca del Po, appena fuori le mura di Cremona.
 
Dietro al carro, guidato da un manovale, cavalcano Alessandro Capra e Giovanni Ferraboschi che mostra ad Alessandro la poca acqua e dice:
 
-Visto caro don Alessandro, ve l’avevo detto che il vostro progetto era geniale ma inutile. Il Po si sta ritirando dalla nostra città. Guardate, là c’è il segno di dove arrivava l’acqua l’anno scorso. –
 
- Adesso i1 fiume è in magra. Quando arriveranno le piogge d’autunno…-
 
Giovanni scuote la testa:
 
- No, no. Sono trent’anni che mi occupo d’acqua. Non arriverà più ad allagare la città. Con la piena, il livello qui diminuirà ancora perché aumenterà il flusso dall’altra parte. Ormai ha preso un altro verso. Capisco il disappunto per il bel progetto ma son migliaia di bei ducatoni risparmiati –
 
Alessandro Capra si stringe nelle spalle, non troppo convinto:
 
- Se lo dite voi, don Ferraboschi… Vero è che quando le cose prendono un certo verso non resta che rassegnarsi. –
 
Giovanni Ferraboschi capisce con un attimo di ritardo e poi sorride:
 
- Ah, voi dite per Francesca. Sto andando proprio dagli sposi, però, credetemi, le cose prenderanno il verso che dico io! –
 
Francesca e Antonio dormono nudi sul pagliericcio quando il carro si ferma davanti alla bottega e una voce d’uomo chiama Stradivari. È quella del manovale. Antonio salta giù dal letto, s’infila una camicia lunga fino alle ginocchia che poi infila nelle brache di canapa, mentre Francesca si mette una camicia di lino e poi c’infila sopra una gonna dopo l’altra.
 
Giovanni Ferraboschi bussa con forza all’uscio.
 
- Chi dorme di mattina ha fame la sera! Sveglia! -
 
Antonio apre la porta e Giovanni Ferraboschi entra e va a spalancare le ante della finestra che dà sulla strada. Indica ad Antonio il carro di legname grezzo:
 
- Quello è il mio regalo di nozze. Adesso sei sposato, metti la testa a posto e attacchi a lavorare sul serio. Niente giochi, niente stupidaggini di violini o roba così. Ho fatto il giro di alcuni amici e questa è la lista delle ordinazioni. - tira fuori un pezzo di carta e sforza gli occhi e poi chiede ad Antonio:
 
- Sai leggere? –
 
- Certo, dominus. Leggere, scrivere e far di conto. –
 
Giovanni gli passa il foglio e Antonio compita con qualche difficoltà:
 
- Quattro sedie da cucina. Tre tinozze da una brenta, due da una pinta, un mezzo e un quarto. Tre panchetti per la stalla lunghi tre braccia caduno. Una mangiatoia a muro per quattro vacche da una pertica. Sedici panconi lunghi sette braccia con schienale…. – Antonio leva gli occhi su Giovanni e chiede conferma – Sedici panconi? –
 
- Sono per il teatrino della marchesa Giulia Rangoni Ariberti. Li vuole adornati. Contento? Guarda che se non era per me non ti ordinavano nemmeno un manico di scopa! Qui la gente pensa per sé e basta. Mettiti al lavoro, dovresti farcela in due mesi e così ti guadagni mezzo ducatone. Oh, d’argento eh? –
 
Antonio annuisce:
 
- Grazie dominus. Ma non ci metterò due mesi. Me la sbrigo in due settimane. –
 
- Impossibile! Neppure con due lavoranti potresti metterci due settimane! –
 
- Impossibile è solo quello che nessuno è riuscito a fare prima! – ride Antonio e corre di sotto, spalanca la bottega: il manovale prende una grossa tavola e a fatica la porta dentro. Antonio va al carro, ne sfila tre per un metro e mezzo e poi con un sforzo poderoso se le carica sulla schiena e le porta in bottega.
 
Dalla finestra Giovanni Ferraboschi guarda incredulo, poi passa un braccio intorno alle spalle della figlia:
 
- Forse hai sposato un fenomeno. –
 
- Sì, ma non perché è capace di portare tre tavole alla volta! –
 
Antonio non perde tempo e scaricato il carro si mette al lavoro. Serra coi morsetti due tavole insieme e riporta sulla prima il disegno di un ricciolo per lo schienale dei panconi e inizia a segare seguendo le linee con perizia.
 
Per due settimane, notte e giorno, Stradivari lavora in bottega, salendo in casa solo per mangiare qualche scodella di minestra.
 
Francesca lo guarda perplessa. Antonio, tra una cucchiaiata e l’altra, la rassicura:
 
- Non sarà sempre così, Francesca. Vedrai…-
 
- Io spero invece che sia sempre così…- sorride Francesca e Antonio la stringe a sé e la bacia in bocca.
 
- Posso vedere come va il lavoro?-
 
- Onorato signora…- s’inchina Antonio e la accompagna giù in bottega: gli schienali dei sedici panconi sono bellissimi, con grandi riccioli scolpiti.
 
- Ma… cosa sono? –
 
- Gli schienali dei panconi per la Ariberti.
 
- Ma papà ti aveva detto solo “adornati” non scolpiti!-
 
- Sì, lo so. Ma così sono più belli, non trovi? -
 
- Sei davvero bravo, amore mio! –
 
Antonio si accende subito e i pianali dei panconi conoscono la frenesia del loro amplesso.
 
Il teatrino della marchesa Ariberti è un corpo aggiunto alla villa, costruito su disegno dell’architetto Capra che ora lo guarda soddisfatto con Giovanni Ferraboschi, mentre i pittori terminano il loro lavoro d’imbiancatura. Anche la marchesa Giulia è contenta, mentre il vecchio marchese Ariberti, annusa annoiato un po’ di tabacco. Poi si rivolge a Capra con una erre strascicata, voluta:
 
- Noi da dove entriamo, architetto? –
 
- Il teatro sarà unito con un corridoio ad arco, così potrete accedervi dalla villa senza uscire allo scoperto.-
 
Il rumore di un carro li fa voltare: è Antonio in serpa e con i sedici panconi legati sul pianale, finiti e lucidi di vernice.
 
- Ma davvero li hai già fatti? Tutti e sedici? –
 
Antonio salta a terra e annuisce:
 
- Sì e anche tutto il resto. Stasera consegno tutto!- mentre parla Antonio scarica i panconi davanti al teatro e la marchesa batte le mani:
 
- Ma…sono scolpiti! Sono bellissimi! Giovanotto, da solo hai fatto questo? –
 
Antonio annuisce terminando di scaricare. Ferraboschi gongola e dice a Capra:
 
- Te l’avevo detto che è un fenomeno! Antonio, ho già altri ordinativi, sai…-
 
Antonio lo ferma con un gesto:
 
- Portatemeli tra quattro settimane, dominus. Ora ho a fare per mio conto. – senza neppure salutare rimonta in serpa e avvia il cavallo. Ferraboschi ci resta male e Capra gli batte una mano sulla spalla:
 
- Amico mio, dove c’è genio è raro che ci siano anche buone maniere…-
 
 
 
 
Capitolo 29
 
DOVE C’E’ GENIO E’ RARO CHE CI SIANO ANCHE BUONE MANIERE
 
I soldati franco-piemontesi, lasciano la piazza, sfilando lenti sotto il Torrazzo, seguiti dai carri, a cui ciondolano lanterne accese, carichi di provviste e di arredi rubati nelle case degli abbienti.
 
Quando l’eco dei loro passi e delle ruote dei carri si spegne, la piazza resta buia e silenziosa.
 
Don Giuseppe e il vecchio Stradivari sbucano da una strada laterale. Antonio si ferma e strizza gli occhi immersi in un mare di rughe per mettere a fuoco i palazzi e la torre.
 
- Siete stanco, padre? – chiede premuroso don Giuseppe. Antonio scuote la testa
 
- No, è che comincio a confondere i giorni… il passato col presente… ho vissuto tante notti come questa. La città sospesa tra due invasori, uno che va e uno che viene… non è mai nostra questa città. Ascolta questo silenzio: adesso non è di nessuno.-
 
- Sì, ed è meglio che ne approfittiamo, prima che arrivino i nuovi padroni. Dicono che gli austriaci siano feroci.-
 
- Hai paura della morte, figlio? –
 
- Non per me. Temo per voi. –
 
Stradivari ha un mezzo sorriso e si avvia sorretto dal braccio del prete. Ha visto tanta gente nascere e morire. Si ferma di nuovo e dice:
 
- Sai, i fortunati son quelli che prima di morire riescono a fare quello per cui sono nati... – riprende a camminare annuendo a se stesso, rimuginando pensieri sfocati. Don Giuseppe dopo qualche passo, dice:
 
- E’ difficile, padre, capire perché si è nati. –
 
Il vecchio segue il filo dei suoi pensieri che mescolano presente e passato e confondono tutto in una nebbia che ha il sapore del rimpianto e della rassegnazione.
 
- Il tempo mi è scivolato via. Rubato dalla gente… da chi mi voleva bene e da chi mi voleva male. Non fa più differenza adesso. Mogli, figli… Giulia Maria nacque prima di natale, una femmina, a me che avevo bisogno di tante braccia. Di giorno facevo mobili e di notte violini… Francesca s’inquietava, non potevo dedicarle molto tempo, ma nemmeno mi potevo fermare… non prima di essere riuscito ad arrivare a quel suono…- inciampa il vecchio Stradivari sul selciato sconnesso e don Giuseppe lo regge a fatica ma lui continua a mormorare i suoi ricordi. Non li sta raccontando al figlio prete, li sta raccontando a se stesso alla ricerca del saldo finale del bilancio della sua vita – Poi nacque Francesco. Avrei voluto essere un buon padre…-
 
-Lo siete stato e lo siete ancora. E anche la vostra Francesca Ferraboschi dovette essere una gran donna. Da ragazzo odiavo la memoria che avevate di lei, mi sembrava un tradimento nei confronti di mia madre e in città la gente raccontava cose orribili sul suo passato.-
 
Il silenzio è rotto da un rullare lontano di tamburi, echi di voci, di ordini.
 
- Sentite? Sono gli austriaci! Meglio affrettarsi, padre…-
 
Antonio Stradivari annuisce e sembra tornare nel presente:
 
- Sì, i nuovi padroni riescono sempre a far rimpiangere i vecchi…-
 
Da una strada sbucano le avanguardie austriache e don Giuseppe spinge il padre contro il portone del teatro Ariberti. Il portone cede alla pressione e don Giuseppe tira dentro, nel buio, il vecchio padre.
 
Antonio si aggrappa allo schienale di uno dei panconi, il bel ricciolo scolpito nel legno gli riempie la mano. Lo accarezza e si lascia scivolare a sedere. Nella penombra scorge in fondo il palcoscenico. Strizza gli occhi per metterlo a fuoco ma non ci riesce, tuttavia lo soccorre la memoria e il palcoscenico si accende di cento candele: ci sono cinque bellissimi violini, lucidi di vernice, poggiati su dei leggii e ognuno contrassegnato da un cartoncino con un numero.
 
La marchesa Giulia Ariberti, ancora nel fiore della sua bellezza, si rivolge alla platea che ora è colma di gente, i nobili, le autorità e i liutai Andrea Guarneri e Nicolò Amati.
 
- Sono davvero lieta di ospitare in questo mio modesto teatro una disfida tra i maestri liutai di Cremona. Abbiamo la gioia e l’onore di avere tra noi uno dei maggiori violinisti d’Europa: Francesco Veracini!-
 
Tutta la platea applaude mentre il violinista sale sul palco e s’inchina al pubblico. La marchesa continua:
 
- Magister Veracini eseguirà alcuni dei suoi pezzi su ognuno di questi violini senza sapere chi sia il liutaio che li ha fatti e giudicherà, giudicheremo quale violino abbia il suono migliore.-
 
Si fa un silenzio assoluto quando Veracini prende il primo dei violini e attacca il tema tratto da “La festa di Spagna” di Corelli. E' un virtuoso e fa cantare lo strumento al limite delle sue possibilità. Poi passa al secondo violino e riesegue lo stesso pezzo, poi al terzo, al quarto e al quinto. Quando passa l’archetto sulle corde del quinto violino il suono è così forte e puro che Veracini si ferma e rigira lo strumento fra le mani come se ne cercasse il trucco, il segreto. Poi riprende a suonare. La voce dello strumento è squillante e il suono riempie il teatro: anche a chi è seduto sul pancone più lontano sembra di avere il violino accanto alle orecchie.
 
Nicolò Amati spalanca la bocca per lo stupore e si volge a guardare Amati, sicuro che lo strumento sia un capolavoro del suo concorrente, ma incontra nel suo sguardo lo stesso stupore.
 
Veracini termina il pezzo e si ferma emozionato, alza il violino come fosse un bimbo neonato e annuncia:
 
- Non c’è bisogno di essere esperti per dire che la voce di questo violino è…. è superumana!-
 
Il pubblico applaude e Giulia controlla il cartoncino, poi annuncia:
 
- Quel violino, il numero cinque è di Antonio Stradivari! C’è Antonio Stradivari in sala? –
 
La voce che viene dal passato echeggia dentro al vecchio Stradivari che annuisce in risposta e mormora fra sé:
 
- C’è. C’era…- e reclina il capo sul petto.
 
Don Giuseppe scuote il vecchio padre che pare assopito. Stradivari apre gli occhi, acquosi per l’età e la commozione e balbetta:
 
- E come se c’ero…- incomprensibile a don Giuseppe rimasto nella realtà.
 
- In strada non c’è più nessuno, padre. Andiamo a casa. –
 
Stradivari si alza, appoggiandosi al braccio del figlio, lancia un ultimo sguardo al teatro buio e deserto.
 
- Lo sai, figlio, qui c’erano…- s’interrompe e scuote la testa, colto dalla tristezza e dal dubbio: - …ma c’erano? – chiede a don Giuseppe che sospira, rassegnato a non capire.
 
Escono nella piazza vuota. Da qualche parte qualcuno spara: due, tre archibugiate. Delle grida, poi silenzio.
 
- In fretta, padre…- sollecita don Giuseppe.
 
Stradivari allunga il passo ma giunto all’imbocco di un vicolo tira il figlio da quella parte.
 
- Padre, la nostra casa è dall’altra parte…-
 
Il vecchio non gli dà ascolto, lascia il suo braccio e cammina svelto verso la piccola casa in cui c’era la sua prima bottega. Non è cambiato nulla e il vecchio accarezza la maniglia della porta chiusa, schiaccia il viso contro i vetri bui e sporchi. Don Giuseppe si ferma a un passo da lui. Stradivari lo guarda di sfuggita e sorride, continuando ad accarezzare la maniglia:
 
- Quante volte ho poggiato la mia mano su questa maniglia e quante volte l’ha appoggiata lei, Francesca… Vedi che strazio, figlio? Le persone passano e le maniglie restano…- e torna a schiacciare la faccia contro il vetro nell’inutile tentativo di vedere l’interno della bottega.
 
Stradivari però vede, ma non il presente, vede il passato: e le sei grosse monete d’argento tintinnano fra loro sul banco da falegname. Veracini sorride al giovane Stradivari:
 
- Il vostro violino vale di più, ma questo è quello che posso pagarvi. –
 
Antonio raccoglie i sei ducatoni. Li soppesa e poi fa cenno a Veracini di attenderlo e corre fuori.
 
Veracini lo segue con lo sguardo, stupito, poi mette con cura il violino che ha acquistato nella sua cassa di conserva imbottita.
 
Antonio irrompe nella bottega del fabbro Spaccapeli che mena martellate possenti su una lama di ferro incandescente. Si ferma e si passa un braccio sulla fronte sudata rigandola di fuliggine:
 
- Serve qualcosa piccolo magister? –
 
- La mia spada! – Antonio posa i sei ducatoni d’argento sul bancone accanto all’incudine – Ricordi? –
 
Spaccapeli sgrana gli occhi, prende uno dei ducatoni e lo rigira fra le dita. Legge la scritta sulla moneta:
 
- Lo sai che cosa c’è scritto dietro? Le parole dell’apocalisse: et signum magnum apparuit in coelo: mulier amicta sole, et luna sub pedibus eius, et in capite eius corona stellarum duodecim… e c’è pure il 666 numero di Satana…-
 
Antonio prende una delle monete e la guarda :
 
- No, è 1666, l’anno del conio. Allora, la spada?
 
Spaccapeli va a staccare la spada che è rimasta per anni appesa al muro della sua bottega. La sguaina e trincia l’aria:
 
- Con questa puoi infilzare l’imperatore senza che si offenda! –
 
Il vecchio Stradivari trincia l’aria con la mano:
 
- Era una gran spada! Me l’hanno rubato i francesi, o erano gli spagnoli? Volevo mostrarla a Francesca e corsi da lei. Entrai con la spada sguainata, mi sentivo un re…-
 
Antonio, giovane e con la spada in pugno, entra nella camera da letto: ma Francesca e piegata in lacrime sulla culla del figlio e accanto a lei c’è un cerusico in palandrana che gli dice:
 
- Ho fatto il possibile, ma non sono riuscito a farlo vomitare. –
 
Antonio si avvicina alla culla: Francesco, di nemmeno un anno, ha il viso bluastro e non respira più.
 
La moglie alza il volto bagnato di lacrime.
 
- Non c’eri quando è nato, non c’eri quando è morto…Tu e i tuoi stupidi violini! – singhiozza Francesca. Antonio getta la spada e la abbraccia:
 
- Ti prego, Francesca, non dir e così, io faccio tutto per te…-
 
- No. Non per me. Quando mi sveglio sei già in bottega e quando mi addormento sei ancora là. Per chi, Antonio, per cosa?-
 
 
 
 
Capitolo30
 
PER CHI, ANTONIO, PER COSA?
 
Il vecchio si aggrappa al figlio:
 
- Ho lavorato tutto il tempo della vita. Per chi, allora, per chi?
 
- Per voi stesso padre e per la famiglia. Dovete essere contento: voi almeno sapete cosa siete venuto a fare su questa terra…
 
- Ho un peso dentro. Sembra a volte che mi manchi l’aria…- torna a guardare la piccola casa buia – Qui ho vissuto la mia prima vita… come sai, il terzo figlio l’ho chiamato di nuovo Francesco… sono stati anni sereni dopo la disgrazia… ho fatto cento violini in questa bottega… anni sereni prima che il demonio apparisse a Cremona…-
 
- Avete visto Satana, padre? – chiede don Giuseppe facendosi un veloce segno di croce.
 
- Al matrimonio dell’architetto Capra. Eravamo tutti invitati al banchetto, me, Francesca e i figli nati in questa casa: Giulia Maria, Francesco, Caterina e Alessandro. Francesca era incinta di Omobono, quando riapparve lui…-
 
- Lui chi? –
 
Stradivari si abbranca al figlio e sgrana gli occhi negli occhi:
 
- Il figlio dell’uomo che avevamo ucciso. Non era più un ragazzo, aveva quasi vent’anni…- gira poi uno sguardo smarrito nel buio del vicolo. In fondo alla strada c’è il palazzo dell’architetto Capra e, irreale, contro l’androne scuro e silenzioso, un giovane ben vestito si piega in un ampio inchino.
 
Nella mente di Stradivari il buio si popola di figure: l’architetto Capra, Pescaroli, il senatore podestà, la marchesa Ariberti, Francesca, vicina alla quarantina, appena segnata dal ventre che s’indovina sotto l’ampia gonna di velluto rosso cupo è bellissima, accanto a lei una bambina di dieci anni e poi a scala altri tre bambini di cui il piccolo Alessandro di due anni.
 
Susanna la figlia quindicenne avuta da Francesca con Gian Giacomo Capra sta suonando un pezzo di Vivaldi su un violino e mostra una buona maestrìa.
 
Il giovanotto dall’esagerato inchino è Giovan Battista Capra. Susanna finisce il pezzo e tutti applaudono. Giovan Battista sorride a Francesca:
 
- Alla mia cara sorella avete regalato un violino. Io vi chiedo un paio di ducatoni per cominciare.-
 
-Per cominciare cosa? – chiede gelida Francesca – Da quando sei scappato dalla scuola dei gesuiti nessuno ha più saputo dov’eri. –
 
-Chissà come avete sofferto, matrigna. Ma non vi preoccupate, prenderò i voti un giorno o l’altro. Avete notato che mia sorella sembra più figlia di un musico che nipote di un architetto?-
 
- Che vuoi dire? –
 
- Due ducatoni, per cominciare.-
 
- Ripeto: cominciare cosa? –
 
- Ma un devoto rapporto filiale, matrigna. A meno che non vogliate annunciare adesso che siete una puttana e che Susanna è figlia di Stradivari anche se eravate ancora sposata con mio padre. –
 
Pescaroli afferra Giovan Battista per un braccio, a brutto muso:
 
- Fuori di qui! Sei pazzo come lui!-
 
Giovan Battista si ribella, colpisce Pescaroli con una testata al petto e lo fa barcollare all’indietro dicendo a voce alta.
 
- Che c’entri tu, vecchio imbecille? Anche tu odiavi mio padre…-
 
Tutti si voltano a guardare e il giovane sputa a terra con disprezzo:
 
- Lo odiavate tutti mio padre! Ma lui vi aspetta all’inferno e io vedrò di farvi arrivare presto!-
 
Pescaroli tossisce e con voce rauca ordina:
 
- Fuori! –
 
-Questa è casa mia! Vattene tu! Lo sanno tutti che hai aperto bottega coi soldi di mio nonno che si sfotteva tua moglie! –
 
Pescaroli si gonfia d’indignazione e di rabbia, alza la mano per schiaffeggiare Giovan Battista ma si sente male e barcolla. Antonio corre a sorreggerlo. Giovan Battista ride:
 
- Parlavamo dell’inferno. Si vede che l’ho convinto ad andare a darci un’occhiata…-
 
Pescaroli non riesce a respirare. Accorre Maddalena:
 
- Francesco! –
 
Pescaroli sta molto male e viene portato di peso in una loggia e fatto sdraiare su una panca. Il cerusico respinge tutti:
 
- Largo! Lasciategli l’aria! Indietro! – apre la sua valigetta e tira fuori un vasetto pieno di sanguisughe. Sfila i pantaloni a Pescaroli per denudargli le gambe e gli applica le sanguisughe.
 
- Gli succhiano il sangue nero…- dice soddisfatto il cerusico indicando il gonfiarsi degli animali che si sono attaccate con le loro ventose alla pelle di Pescaroli.
 
Antonio s’inginocchia accanto a lui che apre gli occhi:
 
- Magister, come vi sentite? –
 
- Un dolore al petto… non posso morire adesso…. Farei un favore a quel bastardo…- ma uno spasmo di dolore gli fa storcere la bocca che non riesce più a distendersi e Antonio capisce appena l’ultimo mormorio di Francesco Pescaroli:
 
 
 
- …attento a quel bastardo…- e muore.
 
Antonio leva lo sguardo verso Giovan Battista Capra che nell’altra sala sta spizzicando una torta e costringe la sorella Susanna a ingozzarsi. La ragazza è paralizzata, ha ancora il violino in mano e fissa il fratello con la bocca aperta, non mastica e la crema le cola sul mento.
 
- Golosa eh? - la deride Giovan Battista – Ma non ti farà male tutta questa crema? – e gliene ficca in bocca un altro pezzo spingendogliela in gola con due dita. Antonio si alza di scatto ma Maddalena lo blocca:
 
- Basta una disgrazia per oggi. – gli dice con gli occhi pieni di lacrime.
 
Il vecchio Stradivari si strizza gli occhi con le dita: sente ancora il magone di quella perdita. Pescaroli era stato per lui una figura paterna, un uomo di riferimento, burbero ma generoso.
 
Don Giuseppe sorregge il vecchio padre:
 
- Eravate molto affezionato a Pescaroli…- Stradivari annuisce:
 
- Si diventa vecchi di colpo quando muoiono i padri… e pochi giorni dopo la morte di Pescaroli, mi mandò a chiamare Nicolò Amati. Era a letto e mi prese le mani…-
 
Stradivari porge le mani in avanti e don Giuseppe le prende fra le sue. Il vecchio guarda di nuovo lontano, nel pozzo del tempo.
 
Le mani nodose di Nicolò Amato serrano quelle di Antonio: il famoso liutaio è steso su un letto, poggiato a un cumulo di cuscini.
 
- Magister…- sussurra Antonio.
 
- Sto per andarmene anch’io e non c’è nessuno in grado di continuare il mio lavoro. Tanta fatica, tanti stupidi segreti per nulla…-
 
- I vostri violini restano. La vostra anima è là dentro e canterà per secoli. La gente dirà: ascolta, è un Amati!-
 
- Quanto mi sono sbagliato sul tuo conto! Da anni mi pesa sulla coscienza quel violino che ti ho spezzato. Cento volte ho pensato di chiederti scusa ma ha sempre vinto la superbia…-
 
-Al contrario magister! Rompendo quel violino mi avete fatto diventare ostinato. La rabbia serve per non arrendersi. Anch’io volevo dirvi una cosa da tanto tempo, volevo dirvi grazie. –
 
Il vecchio Stradivari ripete a se stesso due o tre volte quella frase. Don Giuseppe avvicina il suo viso a quello del padre, per guardarlo negli occhi:
 
- Padre, perché quelle parole che andavano bene per Amati non van bene anche per voi?-
 
Stradivari chiude gli occhi, rifiuta l’incrocio dello sguardo del figlio e scuote la testa:
 
- Non lo so. Amati aveva ottenuto quello che voleva dai violini. Io no. Ogni volta mi sembra poco e quel suono …ah, sono solo un vecchio pazzo che ha preteso troppo e meritato troppo poco: anche Francesca e poi tua madre, i figli, i soldi… adesso mi sembra tutto confuso, impastato… forse mi sono inventato io tutto quanto… chi può confermare che non è stato un sogno? Sono tutti morti adesso…-
 
- Non tutti, padre. Io sono qui e tutti a Cremona sanno che chi siete e che cosa avete fatto. Lasciate che sia dio a valutare i veri meriti degli uomini. A me pare che vi maceriate in un rimorso assurdo, per una colpa che non avete commesso, forse per mascherarne altre a voi stesso…-
 
- Sì, quella di essere ancora vivo…-
 
- Quando morì Francesca Ferraboschi?-
 
Antonio si volta a fissare il figlio, cercando di capire il perché della domanda.
 
- Padre, quando morì la vostra prima moglie?-
 
- Anni dopo, quando tornò il demonio vestito da prete. Ci portò da Roma la notizia che era morto papa Innocenzo Dodicesimo. Anche il secolo stava morendo e Cremona era in festa per accogliere il Settecento… Lui ricominciò subito il suo gioco maligno…-
 
Le luci di antiche fiaccole sembrano brillare negli occhi acquosi del vecchio. Luci che brillano solo nella sua memoria.
 
Fiaccole ardono lungo tutta la facciata del palazzo comunale e la gente festosa ha riempito la piazza. Gente mascherata, pezzenti con corone di cartapesta sul capo e falsi pezzenti dalle mani curate si dilettano con ogni tipo di scherzo e di lazzo.
 
Un gruppo di saltimbanchi con le maschere della commedia dell’arte intrattiene il pubblico rumoroso e sbeffeggiante. Davanti al battistero è pronto un rogo con su un cartello con la scritta “1699”.
 
Pietro Ferraboschi, sessantenne, la faccia scavata da rughe, sosta nell’ombra dell’antico porticato del palazzo comunale, avvolto in un mantello. Giovan Battista Capra gli sbuca alle spalle con indosso una tonaca stracciata e bevendo vino da una brocca di terracotta. Si è fatto massiccio ma ha conservato lo sguardo malvagio e irridente.
 
- Non ti diverti più come un tempo? – gli chiede accostandosi – Non sarà mica il rimorso per avermi ammazzato il padre, vero?-
 
Pietro Ferraboschi si volta e lo guarda:
 
- Forse. Gli altri mi hanno perdonato. Solo io e te, no.-
 
- Sai, è da quando ho visto mio padre sbudellato da te che mi chiedo quanto vale per un figlio la morte del padre…-
 
- Sei diventato prete? – chiede Pietro gelido.
 
- No. Me l’hanno messo in culo troppe volte. Dicono che è una tradizione che viene da sant’Ignazio. Potresti cominciare con due ducatoni… –
 
Pietro Ferraboschi gli volta le spalle e fa per andarsene, ma l’altro lo trattiene per un lembo del mantello:
 
- Eh no, caro assassino. O tu mi paghi o ti metto le budella in mano come tu hai fatto con mio padre. –
 
- Vai all’inferno! – gli sibila Pietro liberandosi e si avvia svelto mescolandosi alla folla festante.
 
Giovan Battista annuisce: prima o poi, ma qualcuno aprirà la strada.
 
Termina il vino che ha nella brocca, con un lungo sorso che gli cola in parte sul mento, si passa una mano sulla faccia e si lecca le dita. Si guarda intorno e vede uno basso e panciuto mascherato da boia con tanto di cappuccio nero su cui è dipinto un teschio bianco. Glielo sfila con uno strappo, ne vien fuori un vecchio paffuto e coi baffoni bianchi che protesta. Giovan Battista lo acqueta spaccandogli con violenza la brocca di terracotta sul cranio.
 
S’infila il cappuccio da boia e si mette sulle tracce di Pietro Ferraboschi.
 
 
 
 
Capitolo 31
 
SULLE TRACCE DI PIETRO FERRABOSCHI
 
La gente fa largo per dar modo a giovanotti incappucciati e bendati armati di lunghi bastoni di provare a colpire le grosse pignatte di terracotta appese a una corda tesa in aria fra due pali.
 
Uno degli incappucciati ne centra una e ne cade sterco di vacca insozzandolo tutto tra le risate della gente. Un altro, più fortunato invece ne spezza una piena di salsicce e ne nasce un parapiglia per recuperarle.
 
Pietro Ferraboschi si fa largo tra la folla: si accorge di essere seguito da un uomo col cappuccio da boia e quel teschio dipinto al posto della faccia. Dà un paio di spintoni alle persone che lo pressano e si allontana.
 
Antonio Stradivari, elegante, con parrucca e spada alla cintura entra nel teatro Ariberti accolto da un’ovazione e da applausi.
 
- Il re dei violini! – lo presenta Giulia che gli va incontro a braccia tese. Antonio ha cinquantasette anni, è un uomo robusto, dal volto segnato ma non ancora vecchio, le grandi mani forti e virili stringono quelle diafane della marchesa che gli sussurra:
 
- E’ bello sentire delle mani così forti… da quando dio ha chiamato a sé il marchese… non che avesse mani forti, ma… - si interrompe e sorride - Francesca non è venuta? –
 
- No. Da un po’ di tempo è sempre stanca. Sono preoccupato per lei. –
 
- O non sarà nulla. Malanni di noi donne, immagino… sempre troppa gente e troppa solitudine…-
 
In piazza anche l’ultima pignatta viene infranta tra gli applausi della folla.
 
Pietro Ferraboschi si ferma, ansante e si volta a guardare dietro di sé. Gente mascherata, ragazzi scalzi, donne del popolo, una mescolanza carnascialesca.
 
La campana della chiesa batte il primo dei dodici rintocchi di mezzanotte e dalla piazza si levano grida e applausi. Don Guasco appicca il fuoco alla pira e il cartello con il numero dell’anno che muore si accartoccia e s’incendia tra le ovazioni della folla.
 
Dentro il teatro Ariberti i servi versano vino nelle coppe e Stradivari e Giulia levano in alto le loro, annunciando insieme:
 
- Viva il Settecento!-
 
- Viva! – rispondono in coro gli invitati levando i calici in alto.
 
Nella piazza e nelle strade adiacenti la gente beve, applaude, si abbraccia, si bacia, si scambia auguri.
 
Molte finestre hanno accese delle lanterne sui davanzali e si scambiano saluti attraverso i vicoli.
 
Pietro Ferraboschi lascia la piazza diretto alla casa di Francesca e di Antonio. Torme di ragazzini corrono in ogni direzione e deve tirarsi di lato per non farsi urtare.
 
A dieci passi da lui rivede l’uomo mascherato da boia e gli si butta addosso con un impeto di rabbia: ha capito che è Giovan Battista Capra e vuole sincerarsene ma un gruppo di festanti, brilli che cantano una canzonaccia scurrile lo travolge e quando tutti son passati, l’uomo è scomparso.
 
Pietro si volta per riprendere il cammino e si trova davanti il boia che impugna una vecchia pistola a ruota: l’uomo preme il grilletto, la ruota gira e sfrega la barretta di pirite che manda scintille incendiando la polvere da sparo. Un colpo solo al ventre e Pietro crolla sulle ginocchia reggendosi la pancia.
 
L’ultima cosa che Pietro sente è la risata di Giovan Battista Capra.
 
Francesca Ferraboschi è alla finestra ma nella confusione della gente festante che riempie la strada non ha visto il fratello cadere. Sente sbattere una porta dietro a sé. Si volta e chiede:
 
- Antonio, sei tu? Sei già tornato?
 
Nessuno le risponde. Prende un candelabro a tre fiamme e lo alza per illuminare meglio l’ambiente: non c’è nessuno. Un rumore viene dal piano di sotto, dalla bottega. Francesca scende facendosi luce:
 
- Antonio? – chiama con voce già incerta. Anche la bottega sembra vuota. Francesca sta per tornar su ma una mano le afferra la caviglia e dal sottoscala appare una sagoma scura con un teschio dipinto sul cappuccio.
 
Francesca urla, cerca di liberarsi e finisce per cadere. Giovan Battista Capra è su di lei e si sfila il cappuccio ridendo:
 
- Sono un fantasma da due ducatoni. Dammeli e me ne vado. –
 
Francesca lo fissa tremando per lo spavento. Si ritrae sul pavimento, in mezzo ai trucioli intorno al banco da liutaio.
 
- Come hai fatto a entrare…-
 
- I fantasmi passano dal buco delle serrature. Sono un fantasma che cosa poco: dammi due ducatoni. –
 
Giovan Battista tende la mano. Francesca si ritrae ancora di più:
 
- Non c’è denaro qui. Antonio non lo tiene in casa…-
 
Giovan Battista si china su di lei e l’afferra per la gola, la scuote con violenza:
 
- Bagascia d’una bagascia! Due ducatoni, ti ho detto, due sporchi ducatoni! – le sbatte due la testa contro lo spigolo del bancone e Francesca diventa pallida mentre il suo sangue bagna le mani dell’aggressore, che si rende conto che la donna non reagisce più e la lascia. Si alza, si guarda intorno poi fruga nella bottega, butta a terra due violini e li calpesta con rabbia.
 
Poi sale al piano di sopra.
 
Francesca riapre gli occhi ma il sangue le impiastriccia i capelli e si allarga sul pavimento. Cerca di alzarsi ma non ci riesce. Da sopra proviene il rumore di vetri rotti, mobili spaccati, insieme alle bestemmie turpi di Giovan Battista.
 
E’ l’uomo a cui Giovan Battista ha rubato il cappuccio da boia il primo a soccorrere Pietro Ferraboschi e riesce a fatica a fermare qualcuno. Quando ci riesce, mani pietose distendono Pietro Ferraboschi sulle assi di un carretto ma ormai sta morendo. Accorre don Guasco in tempo per chiudergli gli occhi e benedirlo.
 
- Chi è stato, Pietro? Chi è stato? –
 
Pietro ha ancora un barlume di coscienza e la soffia via insieme alla vita:
 
- Dio è stato. E’ la sua vendetta… -
 
La gente che ha fatto cerchio si fa il segno della croce.
 
Anche don Giuseppe si segna al racconto del vecchio padre che non sembra più accorgersi di lui. Sussurra tenendo gli occhi chiusi, rivivendo dentro la sua testa quelle immagini lontane.
 
- Quando il cerusico fece portare Pietro Ferraboschi dentro al teatro dove c’era molta luce, Pietro era già morto. Corsi a casa per essere io il primo a dirlo a Francesca, ma trovai la porta aperta e Francesca sul pavimento in una macchia di sangue…-
 
Francesca apre gli occhi e tenta un sorriso, il suo viso è esangue. Antonio si china su di lei e la solleva un poco, sporcandosi le mani del suo sangue che già condensa nella segatura sotto la tua testa spaccata.
 
- Sei tornato, amore mio, temevo di non vederti più -
 
- Chi è stato?- urla Antonio.
 
Un filo di sangue esce dalla bocca della donna che gli sussurra:
 
- Non lo so. Un ladro. Voleva due ducatoni… Baciami, Antonio…-
 
Antonio trema stravolto e si china a sfiorare le labbra della donna che ancora vibrano sotto le sue prima di diventare fredde e inerti.
 
Da sotto le palpebre chiuse del vecchio Stradivari, immerso nel suo racconto, colano due lacrime. Non apre gli occhi e sussurra:
 
- Francesca non c’era più. La mia Francesca era diventata una cosa. In un istante: il mio amore era diventata una cosa. Anch’io ero diventato una cosa. Mi sentivo fatto di terra. Vuoto e pieno di terra. Di colpo, tutto era diventato muto e ostile.-
 
 
 
 
Capitolo 32
 
TUTTO ERA DIVENTATO MUTO E OSTILE
 
La nebbia pesa sul Po, largo e lento. E’ l’alba e nel canneto stenta a svegliarsi la vita. Un pigro uccello si leva e gracchia, una sola volta e scompare.
 
Sotto un albero, tra le canne, un filo di fumo. Un mendicante si sta arrostendo un pollo su un fuoco improvvisato.
 
Come un animale sbuca con violenza dalle canne Antonio Stradivari, barba lunga e grigia, scarmigliato, sembra più vecchio dei suoi cinquantasette anni. Fissa ansimante il mendicante che con una coscia di pollo in mano si alza e arretra spaventato.
 
- Suoni il violino tu? – lo apostrofa.
 
L’uomo nega con la testa continuando ad indietreggiare e quando arriva alle canne ci si butta in mezzo e scappa.
 
Stradivari si passa una mano sulla faccia. Sta diventando pazzo con quel suono sempre nella testa, quel suono purissimo udito da ragazzo. Chissà se poi l’aveva fatto quel brigante o gli suonava già dentro come una benedetta maledizione.
 
- Magister! Che fate? Venite? –
 
Il richiamo fa annuire Stradivari che si volta e torna verso il greto del Po dove lo attendono due fiumaroli a bordo di una chiatta carica di terrecotte. Antonio salta a bordo e i due spingono con lunghe pertiche sul fondo melmoso del Po. La chiatta prende il filo della corrente e va verso la foce del fiume.
 
Stradivari si accoccola a poppa e guarda le piccole onde fatte dalla chiatta: nascono e muoiono senza lasciare traccia e gli sembrano un segno del destino di tutte le cose.
 
Il vuoto che ha dentro viene dal nulla e nel nulla presto finirà. Il passato non esiste e il futuro neppure, ma il presente è l’effimero confine tra quelle due non esistenze.
 
Il tempo sembra accelerare il passo, le stagioni sono diventate brevi e i giorni passano da albe a tramonti senza vita in mezzo.
 
Antonio sa che non è il tempo che accelera ma e lui che rallenta.
 
Ogni giorno di più fino a che si fermerà fuori dal tempo. Questo è il destino di ogni cosa e forse dell’intero universo.
 
La barca s’infila in un banco di nebbia e quando emerge sulla riva destra Antonio vede le mura fortificate di Brescello. Due barconi risalgono la corrente tirati da terra da coppie di buoi che li trainano con grosse gomene.
 
I fiumaroli puntano le pertiche sul fondo melmoso e deviano la chiatta verso un mulino galleggiante. E’ una costruzione in tronchi ancorata dove la corrente ha creato un bassofondo e l’acqua scorre più veloce facendo girare il grosso cilindro a pale.
 
I fiumaroli accostano e legano la barca agli ormeggi del mulino. Su una parete c’è una scritta in nerofumo “INRI – DIO TI SALVI”. Antonio resta a guardarla: da che cosa un dio ti può salvare quando senti che neppure lui conta niente?
 
- Magister, dobbiamo caricare cinque sacchi. Ci mettiamo poco…-
 
Stradivari annuisce e sale sulla passatoia del mulino. Fa un cenno di saluto a una vecchia che stende i panni nel terrazzino di poppa e si arrampica su una delle due finte prue del mulino rivolte alla corrente.
 
La nebbia si sta alzando e Stradivari guarda il movimento dei barconi che risalgono il fiume. Spesso i buoi s’impantano sulla riva melmosa del Po e i fiumaroli che li guidano devono tirare anch’essi per portarli fuori del fango.
 
Un raggio di sole buca le nuvole e illumina la prua di una barca con una vela imbragata sul picco, spinta controcorrente dalle pertiche di tre uomini. C’è una donna ritta su quella prua e Antonio ha un tuffo al cuore: gli pare il fantasma di Francesca. Stessi capelli, stesso portamento. La lentezza del passare, l’aria luminosa che sembra seguirla, dà alla scena l’incorporeità del sogno. Antonio tende una mano verso l’apparizione per richiamarne l’attenzione, ma la barca scivola dentro un banco di nebbia.
 
Il vecchio Stradivari ripete il gesto, nel ricordo e resta immobile col braccio teso, lo sguardo fisso in una lontananza temporale. Don Giuseppe abbassa il braccio del padre:
 
- Così mamma per te era solo una copia di Francesca…-
 
- Non una copia, no. Di più. Mi mancava così tanto Francesca che quando vidi tua madre su quella barca sentii qualcosa che mi dilatava il petto, non era gioia, non era…- il vecchio Stradivari scuote il capo e guarda il figlio – Io ho amato tanto anche tua madre, figliolo e ho amato lei perché era lei e non perché assomigliava a Francesca, ma quella volta sul Po… mi parve una risposta di dio, quel dio che non so pregare, perché mi sembra che la preghiera sia una bestemmia: se esiste sa quello che è bene fare e non si può pregarlo perché faccia altro da quanto ha deciso…-
 
Don Giuseppe abbraccia il padre:
 
- La preghiera fa bene agli uomini, non fa cambiare le decisioni di dio… implora solo misericordia, pietà…-
 
-Non è quello che dite voi preti e tanto meno quello che fate… Quando presero Giovan Battista Capra per l’assassinio di Pietro Ferraboschi c’era solo la testimonianza di un vecchio cui aveva rubato il cappuccio e lo torturarono per farlo confessare. Chissà se il demonio era lui o il prete che lo scarnificava…-
 
 
 
 
Capitolo 33
 
IL DEMONIO ERA LUI O IL PRETE CHE LO SCARNIFICAVA
 
Antonio Stradivari sbuca dalla scala in una cripta sotterranea illuminata da due fiaccole incatenate al muro.
 
Un braciere tinge di rosso gli strumenti di tortura appesi sopra un bancone da fabbro: tenaglie, pinze, mordacchie, la lama mezzolunata di un pendolo, e sul bancone una pera vaginale e una anale insanguinata, due cicogne da storpiatura, un torchio schiacciatesta e uno straziatore di seni. Accostato al muro, sotto un sistema di pulegge c’è lo sgabello appuntito detto “la culla di Giuda” con l’orrida piramide sporca di sangue e di sterco e la sedia inquisitoria tutta irta di chiodi e ganci per straziare la carne.
 
Giovan Battista Capra è appeso per le braccia slogate incatenate sulla schiena, il corpo coperto di ustioni, la bocca tumefatta, le gambe coperte di sangue fresco che gli cola dall’ano squarciato.
 
Antonio sente il battito del suo cuore fermarsi guardando quel corpo devastato. Un omaccione gli si para davanti con un paio di tenaglie roventi in pugno.
 
- Cinque minuti, magister. –
 
Stradivari gli dà due monete e si avvicina a Capra che ha gli occhi chiusi e il respiro a rantolo. L’appeso avverte la vicinanza di Antonio e apre una fessura d’occhi nei lividi e nel gonfiore, ma da quella fessura lampeggia lo stesso sguardo sarcastico e cattivo di sempre.
 
- Mi riconosci? – chiede Antonio. Giovan Battista soffia dalle labbra piagate, dalla bocca senza denti:
 
- Sei quel fottuto che fa i violini…-
 
- Ti hanno visto ammazzare Pietro. Perché non confessi e chiedi clemenza, era l’assassino di tuo padre…-
 
- Sei venuto per dirmi questo? –
 
- Non lo so perché sono venuto. Ti ho sentito urlare dalla piazza.-
 
-Non ero io. Io non urlo per far godere questi maiali mangiaostie. Questi scopano poco e male e godono nel torturare i cristiani. Perché non confessi tu? Dì al boia che l’hai ammazzato tu il Ferraboschi.-
 
Giovan Battista apre un poco di più gli occhi e storce la bocca incrostata di sangue spingendo fuori le parole come fossero solide e dolorose:
 
- Eravate complici no? L’avete ucciso voi mio padre… tu, Francesca e Pietro Ferraboschi. Due li ho accoppati, peccato che mi han preso prima che finissi il lavoro…-
 
Stradivari sente svanire ogni compassione e afferra quel corpo che ciondola come una marionetta a cui abbiano tagliato i fili. Lo scuote:
 
- Tu hai ammazzato la mia Francesca? –
 
- Sì e l’ho fatto con piacere… Volevo fottermela prima ma mi è morta tra le mani…-
 
Antonio arretra, sente la rabbia gonfiargli le arterie, stringe i pugni per trattenersi: davanti a lui ha un corpo distrutto, piagato da innominabili torture, un corpo su cui nessuno può fare altra violenza.
 
Lo scampanìo dei frati al cancello della cella lo fa voltare. L’uomo con le tenaglie gli fa cenno di andare.
 
- Oggi è una bella giornata. Ha il demonio dentro. Lo arrostiamo stasera, al tramonto. Ci sarà tutta la città. –
 
Don Giuseppe china il capo, a disagio davanti all’orrore dipinto sul volto del padre.
 
- Era un assassino. -
 
- Sì, ma era un uomo. Ho i vostri Vangeli e non mi pare che ci sia scritto di squartare, scorticare, violentare il prossimo.-
 
Il vecchio Stradivari si passa le mani sul viso e nei suoi occhi guizza il riflesso di una fiaccola che arde infissa sulla porta di un’osteria. Guarda quella fiamma e continua a narrare:
 
- Lo bruciarono appena fece sera con gran divertimento di tutta la città. Lo sai dove bruciano la gente, là, in piazza, oltre il Torrazzo…-
 
Stradivari indica nel buio. Don Giuseppe annuisce.
 
- Avevano messo tante di quelle fascine… -
 
- Perché ci siete andato, padre?
 
- Aveva ucciso Francesca, volevo vederlo morire.-
 
La piazza è piena di gente allegra. Bancarelle vendono castagne arrostite, pannocchie di granturco bollite e zucchero caramellato.
 
Il rogo è pronto e sopra, legato a un palo c’è Giovan Battista Capra che non si reggerebbe in piedi se non fosse legato come un salame.
 
Stradivari si fa largo tra la gente, mentre una breve processione di frati fiaccolanti si avvicina alle fascine, preceduta da un prelato vestito di nero con paramenti viola.
 
L’inquisitore si ferma davanti al rogo e guarda il morituro:
 
- Fratello, sei ancora in tempo! Confessa il tuo delitto e pentiti. E siederai alla destra del Padre nel giorno della resurrezione della carne.-
 
Da quel corpo straziato si leva una risata: è una sghignazzata sonora, possente, blasfema:
 
- Io siederò accanto a Satana e tu sarai vicino a me quel giorno e ti mangerò i coglioni!-
 
La piazza zittisce. Stradivari guarda con ammirazione, con un sentimento di rispetto suo malgrado, Giovan Battista Capra legato a quel palo, devastato, distrutto eppure così forte.
 
- Vade retro Satana! – grida il prete intimorito da tanto disprezzo e coraggio e indietreggia mentre i fiaccolanti danno fuoco alle fascine del rogo.
 
Si alza il fumo. Solo Stradivari resta vicino al rogo e il fumo lo avvolge nelle sue grasse spirali scure: guarda affascinato quell’assassino che sembra vincere dio e la morte.
 
Il corpo di Giovan Battista si torce, una fune comincia ad ardere e gli libera un braccio. Quel braccio si tende e la mano dalle dita spezzate indica Antonio Stradivari. Torna la voce squillante a dominare il crepitio delle fascine:
 
- E’ lui il demonio! Lo sapete tutti che ha venduto l’anima a Satana per fare i suoi maledetti violini….-
 
Il fuoco divampa e Giovan Battista si torce: la sua carne sembra fondere al calore. Tende il collo, spalanca la bocca, guarda in alto e gli esce un grido rauco, lungo, da animale.
 
Poi le fiamme lo avvolgono e scaldano la folla in piazza che applaude sgranocchiando castagne e granoturco.
 
Il vecchio Stradivari si appoggia al muro facendosi sostenere anche la testa:
 
- C’erano dei momenti in cui davvero avrei venduto l’anima al demonio. -
 
- La tentazione capita a tutti, anche a Gesù, padre, anche a Gesù… ma voi ne parlate come se foste pentito di non averlo fatto.-
 
- Il demonio è qui, dentro al cuore, non ha bisogno di comprare niente. E lui ha consumato la mia vita, ha rubato il mio tempo, mi ha ingannato con l’illusione e quando ho alzato la testa dai miei legni, dalle mie vernici voi eravate già grandi, e vostra madre era diventata vecchia… Ora è morta anche lei, come Francesca… e io non voglio cominciare un nuovo anno…-
 
-Padre, pensate solo a voi stesso. Vi rifugiate dietro colpe che non avete commesso per compiangervi. Ricordate la vita fuggita perché avete paura della morte. Inseguite l’ossessione di un suono perfetto perché non vi basta essere grande, vorreste essere assoluto.-
 
Il vecchio medita le parole del figlio. Ha davvero cercato l’assoluto, un suono l’assoluto, ma dentro c’era l’universo, l’armonia della creazione, la sintesi, l’essenza della felicità., l’unico modo per essere al mondo e dire al mondo: sono qui.
 
Leva sul figlio uno sguardo umido in cui si è accesa una fiammella d’ amore:
 
- Perché non mi hai mai parlato così?-
 
- Perché non l’avete mai permesso. E ora andiamo a casa, padre. Torniamo a casa.-
 
 
 
 
Capitolo 34
 
TORNIAMO A CASA
 
E’ quasi natale e su Cremona nevica.
 
La strada in cui abita di Stradivari è buia ma le finestre di casa sua sono illuminate. La bottega ha l’uscio socchiuso e dalla fessura filtra la luce di tante candele.
 
Una carrozza tirata da due cavalli si ferma davanti alla bottega e ne scende un uomo intabarrato si avvicina all’uscio e sosta sulla soglia a guardar dentro: Antonio Stradivari, con i capelli bianchi come il gesso, è seduto sulla sua sedia imponente, ha gli occhi chiusi, come se dormisse.
 
Adesso è davvero vecchio. La sua pelle è diventata diafana, le sue rughe sono meno segnate, come se l’intera geografia del suo carattere stesse svanendo.
 
Omobono sta verniciando un violino ancorato al banco da liutaio. Antonio non apre gli occhi ma è come se vedesse:
 
- Omobono, come fosse una donna… leggero, il pennello, leggero…- parla con un voce atona che ha perso quel timbro di comando di un tempo.
 
- Sì, padre… ma non suonerà mai come uno dei vostri…-
 
Dalla scala che porta al piano superiore scende don Giuseppe con un vassoio e una tazza di brodo fumante. Accanto c'è un vasetto colmo di un liquido scuro. Anche il prete si è fatto più grigio, più curvo. Guarda il padre, abbandonato sulla sedia ed esita. Antonio non apre gli occhi ma gli dice:
 
- Posa lì, Giuseppe. Non ne voglia adesso.-
 
- Dovete prendere la medicina padre, per il cuore… Biancospino e glicine macerati nel lambrusco di Modena. Il nuovo cerusico dice che è una mano santa…-
 
Antonio fa un cenno negativo e resta immobile, respira con fatica.
 
Bussano alla porta e Omobono va ad aprire. L’uomo intabarrato si leva il cappello punteggiato dalla neve e guarda Stradivari che non si è mosso. A bassa voce chiede ad Omobono:
 
- Posso parlare col dominus? Vengo da Roma… ma se dorme…-
 
- Avanti… - dice Stradivari.
 
L’uomo corre da lui e gli prende una mano per baciargliela. Antonio la ritrae e spalanca gli occhi che sono diventati chiari e senza colore:
 
- Baciate la mano ai vescovi non a me. Chi siete?-
 
- Mi chiamo Pietro Locatelli dominus. Ho avuto la gioia di suonare uno dei vostri strumenti a Roma sotto la guida di Arcangelo Corelli e sono in viaggio per Dresda. Vorrei avere l’onore di acquistare uno dei vostri magici violini…
 
- Sceglietene uno tra quelli. Sono finiti.-
 
Antonio indica con gesto stanco una parete dove sono appesi tre violini lucidi di vernice.
 
Locatelli li accarezza tutti e tre, poi ne sceglie uno e poggia l’archetto sulle corde, una volta, due volte. Chiude gli occhi e suona con passione “Labirinto armonico” che è una sua composizione.
 
Il violino canta in modo magnifico, la musica riempie la bottega e dilaga nella strada. Qualche finestra si apre. Qualcuno si ferma ad ascoltare.
 
Antonio chiude di nuovo gli occhi. La musica di Locatelli entra in lui con forza e dolcezza. Quando Locatelli smette tutti restano immobili e in silenzio. Antonio guarda il violinista:
 
- Sono io che dovrei baciarti le mani, figliolo. Quel violino è tuo.-
 
- Grazie dominus! Grazie! Vi posso dare venti ducati d’oro, so che vale molto di più ma…
 
- Non mi devi dare niente. Ti ho detto che quel violino è tuo. Non hai sentito mentre lo suonavi che era tuo?-
 
Locatelli emozionato annuisce.
 
- Magister, scusate l’irruzione ma…- entra in bottega un uomo giovane con un violino in mano - … ma quella non era musica di questa terra… l’avete suonata voi? – chiede a Locatelli che si intimidisce:
 
- Sì, ma il merito va al violino non a me…
 
- Mi chiamo Spagnoletto – si presenta il nuovo venuto.
 
- Locatelli. Onorato. –
 
- Onore mio, signore. So che i violini del più celebre cittadino di Cremona cantano con una voce unica al mondo, ma bisogna anche saperli far cantare… - mostra il suo violino e dice - Questo è un Amati. Posso avere l’onore di suonare con voi, se non disturbo magister Stradivari? -
 
Stradivari annuisce. Ha di nuovo chiuso gli occhi e don Giuseppe sussurra:
 
-Qualcosa di dolce. Il dominus è stanco –
 
Locatelli attacca un pezzo lento, dolce e il violino sembra piangere e rimpiangere. Spagnoletto lo segue suonando con lui.
 
Antonio si rilassa, un braccio gli scivola dal bracciolo della sedia e penzola inerte.
 
Omobono si fa avanti preoccupato. I due violinisti si fermano. Don Giuseppe si china sul padre che apre gli occhi e sussurra:
 
- Continuate. Continuate a suonare….-
 
- Padre, forse è meglio che vi andiate a stendere…-
 
- No. Continuate…. Eravate vicini alla perfezione… vicini… forse la perfezione non ci è concessa, irraggiungibile come il sogno di un bambino… forse questo è l’inferno…- un colpo di tosse squassa il petto del vecchio che spalanca gli occhi sentendosi mancare.
 
- Fai il tuo mestiere prete…- ordina nella strozza - …non vedi che si sta fermando il mondo? –
 
Don Giuseppe lo guarda smarrito e Stradivari trova voce per dire:
 
- Mi pento dei miei peccati… e tu assolvimi se puoi! –
 
Don Giuseppe segna il padre con la croce sulla fronte e sul petto e mormora con gli occhi pieni di lacrime:
 
- Ego te absolvo a peccatis tuis, in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.-
 
- Amen. - rantola Stradivari.
 
Un tremito s’impossessa dei suoi muscoli e cresce d’intensità e frequenza, irrigidendolo. Tenta ancora un gesto, forse un saluto, ma il braccio si leva con tragica lentezza e il movimento congela nelle dita della mano che si aprono una ad una sempre più piano.
 
Locatelli e Spagnoletto corrono fuori dalla bottega e gridano in strada:
 
- Stradivari sta morendo!- il loro urlo echeggia tra le mura delle antiche case e altre finestre si aprono, altre voci rimbalzano in tutta la città, fino al Torrazzo, nei vicoli, nelle bettole. Molta gente esce in strada.
 
Antonio Stradivari muore!
 
Nei bui androni, sugli scoli delle acque reflue, nei tuguri di porta Padi, voci di fantasmi sussurrano parole spezzate e insieme al dolore escono, come vapori impuri, parole d’invidia, di odio, di disprezzo, ma poi la musica prende il sopravvento: tutti i violinisti di Cremona scendono in strada, escono dalle botteghe e si affollano davanti a quella di Stradivari. Spagnoletto e Locatelli attaccano un pezzo grandioso, con brio.
 
Stradivari non trema più: rigido nel gesto di un estremo saluto al mondo, le su palpebre si sollevano per l’ultima volta e il suo sguardo congela, fisso nell’eternità.
 
E il bambino torna a correre verso il brigante che sta suonando un violino e quel suono purissimo diventa suo.
 
 
 
Fine
 
 
 
ANTONIO STRADIVARI MORI’ IL 19 DICEMBRE DEL 1737, MA I SUOI VIOLINI, NELLE MANI BEI PIU’ GRANDI INTERPRETI DEL MONDO CONTINUANO A INCANTARCI COL LORO SUONO PERFETTO, SUBBLIME, IMMORTALE.

 
Tutto cominciò quella mattina nella calda Repubblica di Bananas, dove le televisioni avevano convinto molti cittadini che i veri delinquenti erano i giudici e non i ladri e gli assassini.
 
Molta gente, non usa a leggere libri e giornali, era ormai convinta che il sole cadesse larghe falde sulle onde polverose del mare e vedeva commendatori verdi cinguettare saltellando di ramo in ramo.
 
Immersi in una realtà virtuale, a migliaia sommozzavano felici nelle fogne private del premier certi di essere ai Caraibi.
Vivevano allucinati e soddisfatti senza bisogno di droghe chimiche: era bastata quella televisiva, assunta un poco alla volta, giorno dopo giorno, anno dopo anno, per immergerli in un mondo distorto, cambiare i loro sogni e le loro aspirazioni: fare le veline, vincere soldi in un quiz, partecipare al grande Fratello era diventato lo scopo delle loro vite svuotate.
 
Dieci anni di droga televisiva erano riusciti a cancellare ogni capacità di giudizio critico, ogni anche vaga pulsione morale.
Tantissimi sniffavano coca, soprattutto nel nord del paese, e pisciavano nei fiumi. Poi la malavita, oriunda del sud, filtrava le acque reflue per rivendere la droga agli stessi pisciatori.
 
A chi aveva bevuto l’acqua di quei fiumi, credendosi celtico, era venuto un coccolone.
 
Faceva pena soprattutto il capo clan, che molti chiamavano il Grande Puffo Verde, che si era vantato per anni di pulirsi il culo con la bandiera di Bananas e che, dopo una gran bevuta d’acqua di fiume, si era ridotto a farselo pulire da una badante rumena che usava, per la bisogna, la prima pagina del suo giornaletto verdognolo pseudo celtico.
 
A chi gli faceva notare che i Celti non avevano mai scoperto la scrittura, rispondeva con un’alzata di spalla (l’altra gli si era bloccata), commentando che loro non avevano ancora scoperto la lettura. E tentava di ridere con la bocca storta dalla paresi.
Guidava il Paese, eretto sui sovratacchi, un nano. conosciuto nel mondo come Al Cafone.
 
Era la terza volta che in un modo o nell’altro riusciva ad arrivare al potere. La prima volta aveva goduto del fattore sorpresa e le soap opera che mandava in onda con le sue reti televisive avevano giocato un ruolo di primo piano nella formazione politica dei suoi elettori, ma si era appoggiato troppo agli pseudo celti del Nord e quando se n’era accorto aveva cominciato a corromperli uno a uno, per portarli dalla sua fottendo il Grande Puffo Verde intento a misurare la durezza del suo cazzo contro i muri di Montecitorio.
 
Il difetto di Al Cafone era sempre stato l’esagerazione. Anche quella volta aveva cercato di corrompere il fido Colleoni e ci era quasi riuscito ma questo aveva messo in allarme il Grande Puffo Verde, come il fazzoletto di Desdemona. La furia dell’Otello nordico era stata molto spettacolare poiché aveva fatto percorrere ad Al Cafone tutto l’emiciclo parlamentare con grandi calci nel culo e una priapica minacciosa erezione.
 
Al Cafone si era salvato a stento dal randello naturale del Grande Puffo Verde ma era stato sfiduciato.
La rabbia del Grande Puffo Verde riempì il Nord d’insulti contro Al Cafone, gli aveva urlato nelle piazze che era un mafioso e un cappuccione, alludendo al fatto che, oltre al grembiulino, nella setta segreta di assassini a cui apparteneva, ci si metteva anche un cappuccione nero.
 
Poi il Grande Puffo Verde aveva bevuto troppa acqua dei fiumi e gli aveva preso un coccolone. Al Cafone era subito intervenuto con una cospicua somma di denaro a dargli una mano e il Grande Puffo, ormai sbiadito da verde pisello a giallo limone e diventato Puffino il Breve per i suoi e Giuda Puffo per gli avversari, prese i soldi e dichiarò con la solennità spudorata permessa solo agli ignoranti, che Al Cafone era il più grande statista del Novecento.
 
Ci vollero mesi per fargli capire che il Novecento era finito e che si era nel terzo millennio. Dire che Al Cafone era il maggior statista del terzo millennio sembrò perfino a Puffino il Breve un po’ esagerato.
E poi c’era un altro che aveva detto la stessa cosa sul precedente duce di Bananas, che aveva dominato il Paese tanti anni prima portandolo alla guerra civile: era Gianbenito, capo dei neofascisti di Bananas.
 
Così Puffino il Breve aveva ripiegato sulla definizione “Ce l’ha duro”, che gli era sembrato un titolo più durevole, ma si era sbagliato e se n’era accorto quando neppure la ministra delle Pari Opportunità era riuscita a dargli la pari opportunità.
Disperata la ministra aveva telefonato alle amiche più esperte: come fare gli orali quando viene a mancare l’argomento?
Le amiche le diedero i suggerimenti più diversi: la passeggiata della mosca senza ali, la profonda aspirazione a un mondo migliore, il perfezionamento della lingua, la disposizione a prendere.
 
Il caso era disperato ma non si doveva sapere, ma nella Repubblica di Bananas tutti erano all’ascolto di tutti e le intercettazioni telefoniche passavano di bocca in bocca.
Così il test orale per diventare ministro divenne di pubblico dominio, ma non ci fu scandalo, molti cittadini sospirano solo un “beato lui” e la così finì lì.
 
Il nano aveva due ossessioni: il diametro della sua palla di stercosoldi e la propria pelata.
 
Le aveva provate tutte, sia per ingrandire il diametro della palla merdosa, che per farsi ricrescere dei peli sulla cotenna.
Era stato rieletto una seconda volta e ne aveva approfittato per ingrandire la sua palla di stercosoldi e impiantarsi altri peli sulla cotenna.
 
Sdoganando i neofascisti di Gianbenito il nano aveva ottenuto molti voti il capo dei neofascisti di Bananas aveva deciso che ormai era più conveniente dichiarare che il duce era stato il male assoluto.
 
Gianbenito l’aveva detto con la stessa faccia, l’identica faccia, di quando affermava che era stato il maggior statista del Novecento: nessuno aveva fatto una piega.
Quella legislatura era passata alla storia come quella dei trenta morti ammazzati e dei due lifting. I trenta morti ammazzati erano stati il tributo pagato allo strabico presidente degli Stati Uniti che ogni tanto dava una grattatina sulla testa di Al Cafone, un po’ distratto, come faceva anche col suo fox terrier, chiedendo ogni volta come diavolo si chiamasse e chi fosse quel piccolo zelante leccapiedi che gli faceva la pedicure con la lingua, e i due lifting erano stati il disperato tentativo di cancellare la cellulite che a certa gente viene sulla faccia invece che sul culo.
 
Aveva avuto un buon successo con la palla, ma per la cotenna era stato un disastro. Anche il trapianto dei peli del cazzo, che sulla sua faccia si sarebbero dovuti sentire a loro agio, si erano rifiutati di attecchire e allora aveva ripiegato su una rigogliosa messe di peli sintetici incollata sul cranietto da microcefalo. Spesso usava lo spray dei writer. Non poteva presentarsi nei consessi internazionale a cranio nudo. Aveva l’impressione che tutti ci avrebbero paccato sopra ridendo e scoperto il posto più vuoto del cosmo, un vuoto di punto zero, senza quell’energia oscura che porta all’inflazione continua.
 
Così gli aveva detto il sapiente Gianni, il fido consigliere, capo segreto della loggia dei cappuccioni che operava nel ricco business della sanità pubblica e dei rifiuti tossici aprendo e chiudendo enormi cicatrici nella carne e nella terra.
Al Cafone non capiva nulla di energia oscura e d’inflazione cosmica e neppure di energia pulita e inflazione monetaria. Purtroppo non capiva nulla che non riguardasse la sua palla di stercosoldi e la sua pelata.
 
Ma su questi due argomenti era imbattibile: corruzione, mafia, soldi sporchi, bilanci falsi, calunnia, spergiuro, assassinio, non si era mai tirato indietro e si era battuto come un leone per non andare in galera, insultando come una iena i magistrati che avevano provato a mandarcelo.
 
I cittadini anche avrebbero dovuto mandarcelo da un pezzo, ma il plagio televisivo li aveva fottuti e quando quello non bastava c’era sempre il ministro degli interni Luccanu, uno che era stato mandato via dal parlamento perché corrotto, e quindi diventato uomo fidato di Al Cafone.
 
Ma si sa come sono i mascalzoni, poco bravi in aritmetica, e così nello riempire col nome di Al Cafone tutte le schede bianche, il povero Luccanu sbagliò di venticinquemila schede.
 
Rimasero famosi gli ululati di Al Cafone a notte fonda contro il povero Luccanu:
- Che cazzo di ministro degli interni sei se non riesci a trovarmi altri venticinquemila voti? –
 
Luccanu non li trovò e il povero Al Cafone perse le elezioni, ma non si diede per vinto: raschiando la superficie della sua palla di stercosoldi poteva racimolare qualche miliardo e comprarsi un po’ di senatori.
 
Cosa facile, dato il livello morale dei parlamentari nella Repubblica di Bananas: a uno diede la presidenza di una commissione, all’altro una promessa ministeriale, a un terzo una parte alla moglie attrice.
 
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